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Editoriale


Siamo pronti per il nuovo centro alternativo


Ottima e totalmente condivisa la riflessione dell’amico Raffaele Bonanni pubblicato sulla rivista “ Formiche”: “Un centro alternativo è possibile”. In una fase storica dominata dal turbo capitalismo finanziario, che induce a una progressiva proletarizzazione dei ceti medi produttivi, ossia la base della democrazia nel mondo occidentale, quando i loro interessi sono connessi con quelli delle classi popolari; col prevalere di un’anomia morale, culturale e politico istituzionale assai diffusa, come scrive Bonanni: “ si afferma la convinzione che la cultura ispirata dalla Dottrina Sociale della Chiesa, sia decisiva proprio in frangenti speciali come quelli che viviamo oggi per fronteggiare le esigenze dell’economia e della coesione sociale”.

Il richiamo a superare le attuali frammentazioni, conseguenza della lunga stagione della diaspora post DC (1993-2020) per diventare “il collante, la garanzia per la costituzione di una area politica coesa e plurale, che sappia essere alternativa credibile alla sinistra come alla destra” è quanto anche noi componenti della Federazione Popolare DC intendiamo perseguire, convinti come siamo che all’Italia serva la presenza di un’area cattolico democratica e popolare ispirata dalla dottrina sociale cristiana. Bonanni è ben consapevole che per evitare ciò che è accaduto, sin qui, ossia “ presenze piccole e strumentali alla ricerca di albergo a sinistra o a destra”, la condizione indispensabile sarà l’adozione da parte del parlamento della legge elettorale proporzionale, senza la quale, permanendo l’attuale “rosatellum” ( cosa, ahimè, non da escludersi) quella fallimentare tattica opportunistica e di poco respiro continuerà a perpetuarsi, riducendo il ruolo dei cattolici all’irrilevanza vissuta nella cosiddetta seconda e sino all’attuale terza Repubblica.

Credo, però, che sia molto ampia e diffusa la consapevolezza della necessità di uscire da questa condizione per concorrere, come abbiamo condiviso nel nostro patto federativo, a costruire un soggetto politico nuovo di centro: democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato dalla DSC, alternativo alla sinistra e alla destra nazionalista e populista, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori. Un centro d’ispirazione popolare e democratico cristiana, aperto alla collaborazione con quanti condividono il progetto della difesa e integrale attuazione della costituzione repubblicana. Questo è uno degli obiettivi perseguiti anche dagli amici che, con diverse sensibilità e modi organizzativi, hanno aderito al “manifesto Zamagni”, tra i quali, gli amici di “Costruire Insieme” che, con Tarolli, Bonanni e altri abbiamo concorso a realizzare.

Ora è tempo di ricomposizione, tanto più necessaria, per affrontare i rilevanti problemi che la pandemia ha prodotto e continuerà a produrre anche nell’anno nuovo. Sull’esempio fornitoci dai padri fondatori della DC, De Gasperi-Demofilo, con le sue “idee ricostruttive della Democrazia cristiana” (26 Luglio 1943), che accompagnarono la redazione del documento programmatico da parte di un gruppo di intellettuali di fede cattolica ( il Codice di Camaldoli- Luglio 1943) anche tutti noi, Federazione Popolare DC e amici riuniti attorno al Manifesto Zamagni, insieme alla vasta e articolata realtà politico culturale cattolico democratica e cristiano sociale, dovremmo incontrarci nella Camaldoli 2021, per definire la proposta di un programma popolare per il Paese e per l’Europa. Concordato il programma, si potrà organizzare una grande assemblea costituente del soggetto politico nuovo da affidare a una rinnovata classe dirigente di giovani appassionati, pronti a inverare nella “città dell’uomo” gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana.

Ettore Bonalberti-Venezia,

31.12.2020


Pubblichiamo un articolo dell'amico Fabio Polettini, che ringraziamo, sulla politica estera italiana nel Mediterraneo


                                                 IL MEDITERRANEO E L’ITALIA


Si è da pochi giorni conclusa a Roma la conferenza sul Mediterraneo, nella sua sesta edizione, promossa da Ministero degli esteri e dall’ISPI.

Numerosi e cruciali i temi trattati. Fra di essi: la sicurezza, l’immigrazione, l’energia, l’economia verde, il ruolo dell’Europa.

Il posizionamento del nostro Stato nella parte occidentale del mare Mediterraneo da sempre lo pone al centro degli snodi e dei corridoi mercantili, viari, energetici e di sicurezza fra Africa, continente europeo, Medio Oriente, e, verso est, Balcani, penisola anatolica e terre del Caucaso.


Sino alla fine della guerra fredda l’Italia era principalmente vista come antemurale verso la possibile minaccia terrestre proveniente dal patto di Varsavia attraverso la soglia giuliana e, come, soggetto di supporto alla VI flotta americana, nei confronti del naviglio russo acquartierato nel Mar Nero, ristretto, però, in un bacino saldamente “sigillato” dai Dardanelli in una Turchia fermamente inserita nel dispositivo della Nato.

In altre parole, prima di irrompere nel mare nostrum, in caso di crisi bellica e, pur considerando gli approdi sicuri della Siria, i sovietici avrebbero dovuto vedersela con una prima barriera naturale molto munita negli stessi stretti turchi; solo dopo averla valicata si sarebbero confrontati col naviglio della Nato, italiano compreso.


In questo quadro, la supremazia talassocratica degli Stati Uniti, secondo i tutt’ora insuperati principii insegnati da Alfred Thayer Mahan (autore del celebre trattato sul Potere navale, The influence of the sea power upon history 1660-1783, secondo il quale il potere marittimo è caratterizzato dalla quota di commercio internazionale detenuta, dalla disponibilità di una grande flotta commerciale e militare e da una vasta rete di approdi presso terzi stati in rapporto di affari), era in grado di spegnere ogni rivalità rivierasca dei paesi che si affacciano sullo specchio acquatico di casa nostra e di consentire la libera navigazione sotto la protezione della bandiera a stelle e strisce.


Dal 2012, però, le cose sono andate mutando in modo davvero significativo.

Numerosi sono stati i fattori che vi hanno contribuito, rimescolando i rapporti di forza geopolitici e geoeconomici e facendo riemergere la centralità di questo mare in cui noi siamo pienamente immersi con quasi 7.500 km di costa e due isole rilevantissime come la Sicilia e, Pantelleria, collocate in posizione chiave nel canale di Sicilia. Quadro, questo, che era stato per lungo tempo marginalizzato, a favore di una visione quasi esclusivamente terragna che considerava l’Italia soltanto come un’appendice dello zoccolo continentale collocato a nord delle Alpi.


Complice, in questa falsa prospettiva, da un lato, l’esigenza di presidiare la porta di Gorizia negli anni del confronto con l’Urss; dall’altro, una visione quasi esclusivamente economicistica concernente i rapporti commerciali e industriali che ci legano alle economie d’Oltralpe (ma, da sempre, la strategia di una nazione non può mai prescindere dalla posizione geografica in cui si viene a trovare, pena il fallimento di essa, la perdita della propria autonomia, la rovina del benessere dei suoi cives. Per una trattazione sulle implicazioni geografiche si veda Jean, Guerra, strategia e sicurezza, pag. 129 e ss., Laterza, 1997. “La geopolitica classica si fonda sui due presupposti di base della scuola realista: l’anarchia internazionale e il primato della politica estera. Il primo rimanda all’idea che i rapporti internazionali siano dominati da una conflittualità intrinseca allo stesso concetto di politica e di sovranità degli Stati, assoluta almeno sotto il profilo formale. Il secondo postula che lo stesso ordinamento e la politica estera dello Stato siano organizzati sulla base dei suoi imperativi di sicurezza, del suo senso dello spazio, della sua collocazione geografica e delle esigenze della sua economia e demografia…” Jean, Geopolitica del mondo contemporaneo, pag.4, Laterza, 2012).


In estrema sintesi, elementi causativi del nuovo disequilibrio sono stati: 1) la detronizzazione di Gheddafi (non seguita da una doverosa politica di ricostruzione dello Stato libico) che ha dato la stura alla piena competizione delle fazioni interne, supportate da altri Stati interessati alle ricche risorse energetiche contenute nel sottosuolo, ma anche a precostituirsi influenza rilevante in una posizione avanzata nella parte occidentale del mare sia nei confronti della profondità africana (area in cui sono concentrate risorse naturali cruciali, ma anche zona in crescita economica), che verso l’Europa del sud, 2) il progressivo sganciamento degli Usa, riorientati verso la competizione economica, militare e geopolitica con la Cina (decisa circa 10 anni fa dall’amministrazione Obama e ben resocontata anche nel volume di E. Luttwak, Il risveglio del drago, Rizzoli, 2012 ), con correlativa perdita di peso navale nello scacchiere, 3) l’incremento ingente delle merci cinesi vendute alla UE e transitanti per il raddoppiato canale di Suez provenienti dall’oceano indiano- mar cinese meridionale (la Germania è il primo partner commerciale dell’ex celeste impero. Dopo la crisi dell’economica del 2008-2010 Berlino ha rivolto le proprie esportazioni verso l’Asia, compensando la perdita delle vendite nei mercati europei), 4) la questione siriana, con l’accresciutissimo ruolo turco, proiettato verso le antiche direttrici ottomane dell’interno siriaco, della Libia (vecchia colonia strappata da noi con la guerra italo turca del 1911 e 1912), dei Balcani e del Caucaso (ne è chiara dimostrazione l’attuale conflitto per il Nagorno Karabakh, ai confini dell’Azerbaijan, ricchissimo di gas e petrolio e da cui si diparte il gasdotto TAP che approda in Puglia per rifornirci), 5) i giacimenti di gas naturale scoperti al largo dell’Egitto (giacimento Zhor, in cui il nostro Eni gioca un ruolo preponderante) e di Israele, Libano, ANP, Cipro, Grecia, destinati a rendere autosufficienti per molti anni il primo ed il secondo di questi stati ed a convogliare ulteriormente, mediante il gasdotto “Eastmed”, la materia prima (il gas) all’Italia, attraverso Cipro e la Grecia (quest’anno è stato creato il forum diplomatico per la gestione di queste preziose risorse fra Italia, Grecia, Cipro, Israele, ANP e Giordania), condotta in concorrenza col progetto turco-russo “Turkstream”(che congiunge la Russia alla Turchia e, tramite quest’ultima,  alla Bulgaria e alla Serbia).


Per poter comprendere l’importanza di una visione strategica nazionale (da definire con certezza sin da subito, essendo imperativo diplomatico ineludibile per potere mantenere il proprio benessere e la propria indipendenza politica democratica) nel quadro dei nuovi assetti occorre, dopo avere dato un’occhiata alla carta geografica, avere presente che cosa rappresenti per noi il commercio marittimo ed il sistema infrastrutturale dei porti italiani.

L’economia del mare si compone di fattori manifatturieri (fra di essi spicca la cantieristica), logistici (anche di stoccaggio) e del terziario avanzato. In altre parole, il  segmento industriale delle grandi imprese, delle piccole e medie appare strettamente collegato ai servizi ancillari necessari per potere veicolare via nave la produzione nazionale destinata all’esportazione.

Privo di molte risorse naturali (eccezion fatta per una quota minoritaria di idrocarburi) il nostro Paese si mostra come operatore nella trasformazione, a cui spetta la lavorazione di materie prime e semilavorati in moltissimi settori (dalla chimica, all’automobile, al tessile, all’agroalimentare, alla farmaceutica, all’aerospazio, al comparto digitale e medico), ma anche come poderoso importatore di carbone, petrolio, gas, metalli e minerali.

Il vettore marittimo del trasporto via nave costituisce il mezzo principale per la movimentazione delle merci con l’estero, superiore a quello stradale e ferroviario (del resto, la capacità di carico delle moderne navi porta containers è enormemente superiore a quella di un pure attrezzato treno cargo. Si parla di imbarcazioni da quasi 24.000 Teu. Il Teu è la misura standard del volume del container).

Il sistema dei porti attrezzati garantisce (collegato con strade e ferrovie) la necessaria rete nodale per esportare ed importare; da qui la particolare attenzione che deve esservi riposta dall’Autorità di Governo sia per il suo efficientamento, che per il suo controllo-vigilanza.


Al momento, i primi porti per volume di transito risultano essere, nell’ordine, quello di Trieste (che gode di particolari agevolazioni in materia di extraterritorialità doganale. Ricordiamo anche che questo vanta fondali particolarmente profondi in grado di accogliere in rada le navi da carico di ultima generazione, determinandone la competitività rispetto ad infrastrutture che non hanno queste caratteristiche), di fondazione antica per volontà asburgica (nel 1700), quello di Genova, quello di Livorno e, ultimo, quello di Gioia Tauro (dobbiamo aggiungere quello di Taranto per la presenza della fondamentale base militare della nostra Marina).

Le cinque regioni a maggiore vocazione produttiva ed internazionale (anche la Puglia, sta, però, crescendo vieppiù negli ultimi anni), vale a dire Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, hanno nel sistema portuale ligure (Genova- Vado Ligure) il loro attuale centro principale di esportazione.

Via mare transitano, infatti, il 57% delle nostre importazioni ed il 44% del nostro export.

A seguito dell’interscambio crescente fra UE e Cina e del raddoppio della capacità di navigazione del canale di Suez, il Mediterraneo ha visto riprendere la sua centralità economica, dal momento che le navi cariche di prodotti asiatici, partendo dal Mar giallo, transitando per il Pacifico e l’oceano indiano, attraversano il Mar Rosso-Suez e sboccano a Porto Said. Da qui raggiungono in alto Adriatico Trieste o Genova e possono essere trasportate sia verso i mercati europei occidentali, che centrali e nordici.

La via acquatica, infatti, rappresenta il secondo braccio (il primo è quello terrestre) del sistema delle nuove “vie della seta” (cui l’Italia ha formalmente aderito nel Marzo del 2019, con notevole disagio degli Usa, preoccupati di cambiamenti di fronte rispetto all’alleanza che data da oltre 70 anni) per volume di transito, che fanno capo, nel mare Nostrum, nel porto del Pireo, ristrutturato e gestito dalla compagnia cinese Cosco.


Ultimamente, l’interesse straniero si è andato molto accentrando sullo scalo di Trieste (luogo di sbarco ed imbarco di merci da e per l’Asia-Cina mediante la porta egiziana di Suez), dove, la società pubblica tedesca Hamburger Hafen und Logistik AG (HHLA), che gestisce il porto di Amburgo (uno dei terminal più importanti e grandi del mondo) si è aggiudicata la commessa di un grande investimento per il suo raddoppio, battendo la concorrenza cinese di China Merchants.

Nel porto ex austriaco (balzato agli onori della cronaca americana meno di un anno fa – il 18 Marzo 2019- grazie ad un articolo di Jason Horowitz sul New York Times dal preoccupato titolo “A forgotten italian Port could become a chinese gateway to Europe”. La città giuliana è anche vicina e collegata alle basi americane di Aviano e Vicenza, dunque imprescindibile snodo logistico per il dispositivo della Nato) le petroliere già ora recano greggio destinato, con un oleodotto (Il TAL), a rifornire la Germania (e le sue raffinerie di Baviera e Baden-Wurttemberg) per oltre un terzo del suo fabbisogno nazionale.


A questo si aggiungerebbero le future navi giganti per lo sbarco dei prodotti dall’Asia e diretti ai ricchi mercati europei del Nord e centrali mediante le autostrade e le linee ferroviarie tedesche ed austriache.

Ma i mari (Mediterraneo ed Adriatico compresi) oggi sono fondamentali anche per i lunghissimi cavi internet sottomarini che collegano fra loro i continenti ed attraverso i quali corrono una miriade di informazioni sensibili. Poterne garantire la sicurezza dalle intrusioni è, ovviamente, un imperativo aziendale e di difesa anche del nostro Stato.

Il nostro bacino marino è diventato un quadrante di nuovo strategico perché consente alle flotte commerciali e militari il raggiungimento dell’oceano Atlantico attraverso Gibilterra e dell’oceano Indiano-Pacifico (oggi terreno di scontro geopolitico di eccellenza fra Cina, India, Usa ed suoi alleati) attraverso il canale di Suez.


In più, la scoperta dei giacimenti di idrocarburi e la nuova proiezione turca nell’Egeo, nei Balcani, in Siria ed in Libia, in estensione degli interessi di Ankara (cui ha fatto da contraltare l’aumento della presenza russa a Tartus, Humaymin ed in Cirenaica, per garantirsi l’accesso al Mar Rosso, al Golfo Persico ed all’oceano Indiano), unitamente all’ingresso (per la prima volta) di naviglio militare della Repubblica popolare cinese nel mar caldo, impongono all’Italia una definizione rapida del proprio interesse nazionale (nel quadro di una chiara pianificazione della propria dottrina navale) che si è incominciata a declinare, sia pure con grande ritardo rispetto agli Stati che si affacciano sul Mediterraneo (l’Algeria, la Grecia, la Turchia, l’Egitto le hanno già definite ed in molti casi sino in prossimità delle acque italiane) mediante la istituzione delle nostre ZEE (zone economiche esclusive, previste dalla Convenzione sul diritto del Mare di Montego Bay del 10 dicembre 1982, ratificata dall’Italia con legge n. 689/1994 e che possono estendersi non oltre le 200 miglia dalle linee di base da cui è misurato il bacino del mare territoriale ed entro le quali lo Stato costiero esercita il controllo e lo sfruttamento delle risorse naturali, biologiche, minerali, potendo adoperarsi per la creazione di installazioni ed infrastrutture anche di ricerca scientifica, pur in regime di libera navigazione, di sorvolo e di posa di cavi sottomarini).

Considerando che oggi la politica di sicurezza è divenuta funzionale al servizio del sistema economico globalizzato (Cfr. Jean, Manuale di studi strategici, Franco Angeli, pag. 308)  e che, come ci insegna recentemente il teorico dello “smart power” americano J.S. Nye (autore del famoso saggio omonimo, edito da Laterza per l’Italia, pag.259), obiettivo degli Usa è quello di “scongiurare l’emergere di potenze egemoni ostili in Asia o in Europa”, mantenendo l’equilibrio di potenza ( anche per ribilanciare la propria più decisa azione in Asia), Roma dovrà presto fare delle scelte e negoziare la propria posizione concentrandosi soprattutto sul quadrante marittimo in cui, per geografia, economia  e storia, si trova immerso in una posizione ridiventata cruciale per i nuovi assetti del dopo guerra fredda e, conseguentemente, avendo della carte da giocare in più rispetto ai nuovi e vecchi protagonisti dell’antico mare latino.


Fabio Polettini

Milano, 27 Dicembre 2020



Miopia renziana

 

E’ dal tempo dell’indizione del referendum sulla deforma costituzionale, anno 2016, che provo un netto dissenso dall’azione politica di Matteo Renzi. Come da adolescente, anche adesso che è un leader politico, Renzi continua con quella spocchia per cui i suoi coetanei l’avevano soprannominato “ il Bomba”. Forte del numero di parlamentari da lui scelti e nominati al tempo in cui controllava il PD, da novello Ghino di Tacco, non passo giorno senza che faccia sentire la sua presenza diretta o per interposta persona con i vari Rosato, Bellanova, Boschi.

 

La corda è stata tirata ormai al limite della tenuta e alla prossima verifica di bilancio o qualche settimana dopo sembra destinata a spezzarsi. L’iniziativa, però, a quel punto l’assumerebbe lo stesso presidente Conte il quale, dopo la verifica parlamentare, se negativa si dimetterebbe e la strada per le elezioni anticipate sarebbe inevitabile. Ipotizzare, infatti, come sembra fare l’ex boy scout toscano, un altro governo di larghe convergenze potrebbe rientrare negli schemi già sperimentati del trasformismo su cui è nata e si sta sviluppando questa terza repubblica, ma, alla disinvoltura più larga dei parlamentari esiste un limite, rafforzato dalla volontà manifestata sia dal PD sia da una parte rilevante della destra di andare al voto. Tutto normale si direbbe per i cultori delle regole costituzionali, ma una situazione assai più complicata se osservassimo le cose dal punto di vista della nostra parte politica, tuttora variegata e alla ricerca di un ubi consistam.

 

Elezioni anticipate prima del voto per l’elezione della presidenza della Repubblica per noi cattolici democratici e cristiano sociali vorrebbero dire, doverci assoggettare un’altra volta alle regole di un sistema maggioritario, come il “rosatellum”, che ci costringerebbe a scegliere tra una coalizione di destra e una di sinistra. Una prospettiva lontanissima da quell’idea di centro democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo alla destra populista e sovranista e alla sinistra. Un progetto che, come in tutta la storia dei Popolari e della DC, ha potuto svilupparsi e prevalere grazie al sistema elettorale proporzionale.  Un sistema che, non a caso è quello in vigore nella Germania federale la cui evoluzione storica, istituzionale ed economico capitalistica è assai simile a quella italiana. Vale per Renzi il proverbio della “gatta frettolosa fa i gattini ciechi”, giacché, come ha lucidamente avvertito il ministro Dario Franceschini, se si spezza la corda, si andrà a votare col “rosatellum” nel quale il manipolo di Italia viva, stimato oggi sul 2-3%, non troverebbe casa né a destra né a sinistra. Sarebbe un boomerang terribile e il fallimento di una strategia molto miope.

 

Una tale situazione sarebbe gravissima anche per noi DC non pentiti  e Popolari. La vecchia irrisolta questione dello scontro tra preambolisti e anti preambolisti si è conservata intatta, pur con diverse motivazioni ed espressioni, tra quelli che hanno fatto l’esperienza del centro destra e quelli che, vissuta l’infelice fase all’interno del PD, ne sono usciti alla ricerca di un centro che va oltre per la sua natura “extraparlamentare”( D’Ubaldo). In sostanza il confronto attuale è quello tra gli amici che la Federazione Popolare dei DC sta progressivamente riunificando e coloro che si sono ritrovati attorno al Manifesto Zamagni.

 

Come nella migliore tradizione politica e culturale della DC ho suggerito l’opportunità di confrontarci prima sul programma per non dividerci su una pregiudiziale delle alleanze, coda velenosa della vecchia dicotomia che ci separò nell’ultima stagione democratico cristiana.

Come la DC si consolidò sulla base delle “idee ricostruttive” (De Gasperi-Demofilo-Il Popolo 12 novembre 1943) e sul documento programmatico del Codice di Camaldoli (Luglio 1943), credo sarebbe necessario un serio confronto di programma in una nuova Camaldoli 2021, premessa essenziale per organizzare una grande assemblea di ricomposizione politica dell’area cattolica democratica e cristiano sociale. Per far questo, però, di tutto avremmo bisogno fuorché di elezioni anticipate. Men che meno di un sistema elettorale maggioritario, come quello vigente del “rosatellum”, in base al quale di fronte all’inevitabile scontro Conte-Salvini, ossia tra europeisti e sovranisti populisti, la divisione sarebbe netta anche nella nostra area. La Federazione popolare DC insieme  agli amici raccolti attorno al manifesto Zamagni nelle loro diverse espressioni, sulla scelta europeista alternativa al sovranismo e populismo sono stati netti e devono, semmai, approfondire le ragioni programmatiche per la loro ricomposizione. Una ricomposizione che per avvenire richiede inevitabilmente una legge elettorale proporzionale, per l’approvazione della quale serve il tempo necessario. Un tempo che la miopia renziana rischia di bruciare con effetti suicidi inevitabili per lui e anche per noi.

 

Ettore Bonalberti

Venezia

21 Dicembre 2020

Una tappa importante

 

C’eravamo lasciati con l’accordo federativo di concorrere tutti insiemi alla nascita del soggetto politico nuovo, col quale porre fine alla lunga e dolorosa diaspora post democristiana e alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Lorenzo Cesa ieri, col presidente del Consiglio nazionale dell’UDC, sen Antonio De Poli, ha riunito in webinar, oltre 130 persone, i consiglieri nazionali del partito e alcuni “osservatori partecipanti”, tra i quali: Giuseppe Gargani, Mario Tassone, Gianfranco Rotondi, Antonino Giannone, Filiberto Palumbo e il sottoscritto. Ho potuto partecipare così, dopo molti anni di confronto, talora assai critico, con molte persone a me sconosciute, ritrovando intatti interessi e valori come quelli a cui tutti ci sentiamo legati, ossia quelli della migliore tradizione popolare e democratico cristiana.

 

Ottima la relazione di Cesa che, partendo da un’analisi attenta dei dati economici sociali della grave crisi in cui versa l’Italia, squassata dagli effetti drammatici della pandemia, si trova nella necessità di riconfermare la scelta storica della DC: l’unità dell’Europa senza se e senza ma, distinti e distanti da ogni assurda velleità nazionalista propria dei populismi e sovranismi che agitano fantasmi senza senso. Il segretario dell’UDC ha colto l’importanza della suggestione di St Vincent, affermando l’opportunità di concorrere alla costruzione di un soggetto politico nuovo che, accanto alla ricomposizione democratico cristiana e popolare, possa allargarsi a componenti ambientaliste e riformiste nel segno degli orientamenti definiti da Papa Francesco con l’enciclica Laudato SI. Un passaggio sottolineato anche nell’intervento della sen.Paola Binetti, che ha ricordato il fatto nuovo della formazione dell’intergruppo ambientale parlamentare, nucleo originario foriero di ulteriori sviluppi al centro.

 

Quella della ricostruzione di un centro democratico, popolare, liberale e riformista è stata la cifra emersa in tutti gli oltre trenta interventi dei consiglieri nazionali. Interventi appassionati di vecchi e nuovi esponenti  democratici cristiani espressione di diverse realtà territoriali e istituzionali del nostro Paese. Cesa è stato chiarissimo nella scelta della legge elettorale proporzionale con preferenze e nella volontà di superare le ultime difficoltà con quanti sono interessati a compiere un passo insieme per la ricomposizione politica della nostra area sociale e culturale. Obiettivo: riportare al voto quel 30% di renitenti che non si riconoscono più nell’attuale assetto e dare finalmente rappresentanza ai quei ceti medi produttivi, partite IVA e alle classi popolari sin qui prive di una loro espressione sul piano politico e istituzionale.

 

Forte è stata la consapevolezza di aprire una fase nuova nella quale riportare in campo l’unità di tutti i Liberi e Forti. Impegnativa la parola d’ordine offerta: generosità, ossia la disponibilità da parte di tutti e di ciascuno a fare un passo indietro per farne uno più avanti, col superamento delle vecchie appartenenze sin qui divisive per far nascere il soggetto politico nuovo di centro, collegato alla migliore tradizione democratico cristiana e popolare e a quella del PPE.

 

Decisivo l’impegno, come ci era già stato assicurato nella Federazione Popolare, di concorrere nell’organizzazione di un congresso di fondazione del soggetto politico nuovo nella prossima primavera, con l’immediata formazione di un comitato di garanzia congressuale rappresentativo di tutte le componenti disponibili per il progetto. Superamento, dunque, delle  “bandierine di parte e delle piccole appartenenze”, per concorrere tutti insieme all’avvio del soggetto politico nuovo. Unanime l’approvazione della relazione del segretario e significativi gli interventi degli “osservatori partecipanti”, componenti del direttivo della Federazione Popolare DC. L’On Gianfranco Rotondi, apprezzando i contenuti e le proposte di Cesa, ha confermato il suo impegno per un partito politico nuovo, distinto e distante da una destra italiana che non corrisponde più ai caratteri di un’area politica compatibile con la nostra tradizione democratico cristiana. “ Diciamo si al congresso di fondazione, per mettere al centro la nostra bandiera con l’affermazione dei nostri valori “, ha concluso l’On Rotondi.

 

Mario Tassone ha evidenziato che, quella avviata dalla Federazione Popolare Dc e confermata dalla relazione di Cesa, sia probabilmente l’ultima occasione per la ricomposizione politica dei democratici cristiani. Netta è stata l’affermazione che si tratta di costruire un soggetto politico nuovo e non di un allargamento di vecchie casematte. In una situazione del Paese caratterizzato da un’afasia culturale e politico istituzionale come quella attuale dell’Italia, serve recuperare una storia antica, ha continuato Tassone, offrendo i nostri principi e valori a una società che vive la forte delusione di una destra sovranista e populista e della stessa incomprensibile mutevolezza di Forza Italia.

 

Giuseppe Gargani, presidente della Federazione Popolare DC, ha reso omaggio al coraggio di Cesa che con la sua relazione ha segnato, finalmente, il superamento della diaspora. Si è tornati finalmente a discutere, ha continuato Gargani, ed è emersa nettamente la volontà di concorrere alla costruzione del centro, alternativo sia alla destra che alla sinistra, in grado di raccogliere, come si è avviato già con la Federazione Popolare, tutte le diverse frazioni della nostra area politica. Sì, dunque, all’apertura di “ un tempio” nel quale rendere partecipi gli italiani di una nuova speranza. Sì alla formazione del comitato dei garanti con tutti i partiti che condividono i nostri valori. Partiamo sin da domani, ha concluso Gargani, per costruire un partito democratico, collegiale, europeista, inserito e pieno titolo nel PPE, attraverso un congresso che sarà il congresso di tutti i DC e Popolari italiani; un partito in grado di offrire all’Italia un’identità che attualmente non c’è.

 

Sono intervenuto anch’io, sollecitato da un dibattito intenso e partecipato e con la netta sensazione di sentirmi a casa tra amici. Ho ripresentato il valore del superamento della diaspora suicida, della scelta della legge elettorale proporzionale con preferenze e della riconferma europeista e ho detto anch’io si al comitato di garanzia congressuale indicato da Cesa. Ho anche proposto la necessità di una Camaldoli 2021, che dovrebbe precedere il congresso di fondazione del soggetto politico nuovo, al fine di approfondire il nostro confronto e per offrire all’Italia il programma dei DC e Popolari per il superamento della gravissima situazione post pandemica. Un programma in grado di intercettare i bisogni reali dei ceti medi produttivi e delle classi popolari  secondo gli insegnamenti della dottrina sociale cristiana.

 

Credo che con il Consiglio nazionale dell’UDC si sia compiuto una tappa importante nel progetto di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, cui ne seguiranno sicuramente altre. Obiettivo: presentarci uniti nella stessa lista e con lo stesso simbolo alle elezioni amministrative di  primavera, quale positiva premessa della nostra unità alle prossime elezioni politiche nazionali.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 15 Dicembre 2020

 

 

 

 

Andare oltre l’attuale surplace

 

E’ in atto un intenso dibattito al centro della politica italiana e, in particolare, nell’area politica di ispirazione popolare. I recenti interventi di D’Ubaldo, Dellai, Merlo, Galbiati e Tabacci, completano un quadro caratterizzato dal confronto interno ai popolari, mentre permane il lungo contenzioso tra i presunti eredi della DC impegnati nel tentativo di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n.25099  del 23.12.2010, secondo cui: “ la DC non è mai stata sciolta”.

Trattasi di un contenzioso senza fine alimentato da alcuni “sabotatori seriali” che sono giunti a produrre congressi fantasma, segretari e presidenti farlocchi e con alcuni dispensatori abituali di incarichi a destra e a manca su è giù per l’Italia. Insomma siamo in presenza di una ventina di sedicenti democrazie cristiane in perenne lotta tra di loro, mentre l’unico percorso legittimo sin qui attivato è quello avviato nel 2011, insieme a Silvio Lega e a Sergio Bindi, che portò alla celebrazione del XIX Congresso nazionale della DC, con l’elezione di Gianni Fontana alla segreteria del partito. Coloro che, tra gli iscritti DC dell’ultimo tesseramento valido del partito storico (1992), nel 2012 decisero di rinnovare l’adesione al partito, costituiscono tuttora l’unica base legittima per dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione.

Ho riassunto ciò che è accaduto in questi, quasi vent’anni nel mio ultimo libro: DEMODISSEA, la democrazia cristiana nella stagione della diaspora(19932020)

(https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/562226/demodissea/)

A conclusione del libro rilevo che quel lungo travaglio si sta faticosamente ricomponendo grazie alle iniziative assunte, da un lato, dalla Federazione Popolare dei DC e, dall’altro, dai diversi movimenti che si sono raccolti attorno al “ Manifesto Zamagni”, come quelli di Insieme, Rete Bianca, Politica insieme.

Credo, come ho scritto anche recentemente, che sia quanti intendono procedere con lo sguardo rivolto all’indietro, che quelli che intendono andare ben oltre proponendo la suggestione del “centro extraparlamentare”, siano tutti accomunati dall’idea che sia opportuno concorrere alla ricomposizione politica dell’area cattolica popolare, anche se non sono ancora definiti concretamente i tempi e i modi di tale progetto.

Incomprensibile a me appare, tuttavia, quella sorta di idiosincrasia che emerge leggendo alcuni articoli di amici quando trattano della DC; quasi che la damnatio memoriae cui la storia di quel nostro glorioso partito è stata condannata dalla vulgata corrente, debba ancora permanere e con la persecuzione di alcuni che, proprio dalla DC, debbono larga parte della loro esperienza politico amministrativa.

Vorrei confermare a questi interpreti del “nuovismo popolare” che, se veramente si intende ricomporre politicamente  l’area cattolico democratica e cristiano sociale, dovremmo tutti impegnarci solidalmente, rifuggendo da quella infausta regola aurea secondo cui: tutti vorrebbero coordinare, ma nessuno intende essere coordinato. Esaminiamo le cose nella loro realtà effettuale. La Federazione Popolare dei DC assume come pilastri culturali della sua azione politica: l’umanesimo integrale, la Dottrina sociale della Chiesa, il Popolarismo e il Personalismo, l’Ecologia integrale ed etica ecologica, la Costituzione repubblicana e la CEDU ( Carta Europea Diritti Umani). C’è qualcuno, anche tra quelli che si considerano tra i più ortodossi interpreti del pensiero popolare, che può dichiararsi contrario a queste indicazioni? Nella Federazione Popolare DC, che costituisce il più organico tentativo di ricomposizione dell’area ex DC, è condivisa l’idea che non si tratta di ridare vita alla DC, “un cristallo prezioso che è andato in  frantumi” per dirla con Bodrato, e non potrà mai più essere ricomposto, e il progetto che si propone è quello della costruzione di un soggetto politico nuovo ampio, plurale di centro: democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato dalla DSC, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai valori dei padri fondatori DC, alternativo alla sinistra e alla destra populista e sovranista. A St Vincent, il tentativo avviato dall’On Rotondi, a me pare un esempio positivo possibile in grado di favorire il percorso. La strada che personalmente ho indicato, quella di un serio confronto programmatico da realizzarsi attraverso una “Camaldoli 2021”, per offrire all’Italia il programma dei DC e Popolari all’altezza dei bisogni di un Paese squassato da una delle vicende più gravi di tutta la storia repubblicana, a me pare sia quella più idonea per superare l’attuale condizione di surplace improduttivo, mentre tutto intorno la politica italiana nei e tra i partiti si muove confusamente senza riferimenti culturali e politici condivisi. Dopo Camaldoli 2021 si dovrebbe organizzare una grande assemblea costituente del soggetto politico nuovo, definendo col programma, le alleanze conseguenti e l’elezione di una classe dirigente credibile per competenza e serietà, in linea con “il decalogo sturziano” del buon politico.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF ( www.alefpopolaritaliani.it)

Venezia, 9 Dicembre 2020

 

 

Partiamo dal programma

 

Giorgio Merlo, nel suo ultimo articolo su “Il Domani d’Italia”:“ Con il centro si vince, ma non in Italia”, lamenta che molti si richiamano alla “politica di centro”, ma nessuno vuol essere definito “partito di centro”. Per la verità a definirsi tale, per molto tempo e tuttora, ci ha pensato e ci pensa Forza Italia, che, sullo stimolo dei compianti Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, consiglieri del Cavaliere, spinsero Berlusconi ad aderire al PPE. Un ruolo che, tuttora, il presidente di Forza Italia svolge con efficacia, sia a livello europeo che in Italia, come ha dimostrato nella recente scelta del voto unitario sullo scostamento di bilancio, nel quale Berlusconi è riuscito e convincere i riluttanti  soci del centro destra, Salvini e Meloni.

 

Anche noi “ DC non pentiti”, ma non per questo dominati dal sentimento regressivo della nostalgia, da molto tempo ci proponiamo di concorrere alla costruzione di un soggetto politico nuovo di centro: ampio, plurale, democratico, popolare, riformista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano e dalla  DSC (Dottrina Sociale Cristiana), inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman. Un progetto che, anche gli amici raccolti attorno al manifesto Zamagni, pur con declinazioni differenti anche al loro interno, si propongono di perseguire. E’ vero, permane una sorta d’idiosincrasia da parte di qualcuno, anche solo a sentire citare la Democrazia Cristiana, ma l’elemento unificante resta la volontà di ricomporre politicamente la vasta e articolata  area cattolico democratica e cristiano sociale italiana.

 

Merlo termina con accenti pessimistici la sua nota, che in parte anch’io condivido, avendo sperimentato nei giorni scorsi, l’arroccamento di qualche amico nella difesa della vecchia casa, mentre, fortunatamente, la stragrande maggioranza dei soci della Federazione Popolare dei DC ha votato (due sole astensioni) un documento con cui si intende procedere alla costruzione del soggetto politico nuovo su indicato.

 

Come fare per costruire il partito nuovo di centro? Partiamo dal programma. Credo, infatti, che, accanto alla volontà di un gruppo culturalmente e credibilmente riconosciuto, forte dei principi che la dottrina sociale cristiana ha saputo indicarci, da San Giovanni XXIII in poi, sino alle due ultime encicliche di Papa Francesco: Laudato SI e Fratelli tutti, serva proprio ripartire da lì e da quanto, ad esempio, è stato avanzato nella recentissima tre giorni di Assisi, il convegno sull’Economy of Francesco. Un primo tentativo è stato compiuto a St Vincent all’inizio di Ottobre, dove, sull’esempio degli antichi incontri politici di Donat Cattin, Gianfranco Rotondi ha saputo raccogliere esponenti di diverse realtà politico parlamentari interessate dai principi e dai valori della Laudato SI.

 

E’ necessario partire da un’analisi realistica della situazione creatasi nell’età della globalizzazione nella quale il turbo capitalismo o finanz capitalismo la fa da padrone rovesciando, come lucidamente ci ha insegnato Zamagni, il NOMA ( Non Overlapping Magisteria) con la finanza che detta i fini, subordinando a essa l’economia reale e la stessa politica. Il 50 % degli elettori italiani che da diverso tempo si astiene dal voto è l’espressione di un disagio e di una disaffezione soprattutto presente nel terzo stato produttivo ( piccole e medie industrie, commercianti, artigiani, professionisti e classi popolari) considerato che, solo la casta e una parte dei diversamente tutelati ( quella con posto e retribuzione garantita) con l’anti Stato ( mafia, camorra, n’drangheta e tutte le attività illegali sottratte a diverso titolo e modalità al controllo dello Stato) anche in questa situazione drammatica della pandemia continuano a essere garantiti e/o, in alcuni casi tra gli ultimi citati, ancor meglio in grado di sfruttare le opportunità che si offrono per i loro malaffari.

 

In questa realtà serve dare una risposta credibile con la proposta di politiche all’altezza dei bisogni e delle attese della gente. Ecco perché agli amici della Federazione Popolare DC, il 25 Novembre scorso, ho proposto di preparare con gli amici raccolti attorno al manifesto Zamagni, una Camaldoli 2021; ossia l’occasione di un confronto approfondito sui temi programmatici che i cattolici democratici e i cristiano sociali possono e debbono offrire al Paese.  Al di là delle nostalgie del passato o delle divisioni ideologiche aprioristiche legate al tema delle alleanze, serve incontrarsi sul programma. Un gruppo on line aperto, che potremmo denominare: Camaldoli 2021, nel quale raccogliere idee, proposte, suggerimenti per un programma di ispirazione popolare, potrebbe costituire lo strumento utile per preparare al meglio l’incontro di Camaldoli prima e, subito dopo, un’Assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro popolare, democratico e riformista, all’altezza dei bisogni e delle attese degli elettori italiani . Le migliori intelligenze della cultura cattolica dovrebbero essere coinvolte, come seppe fare a suo tempo la DC da Camaldoli ai convegni di San Pellegrino e di Lucca.

 

Ettore Bonalberti

Comitato direttivo Federazione Popolare DC

Venezia, 28 Novembre 2020

 


Assemblea della Federazione Popolare DC- webinar 25 Novembre 2020

 

Un altro passo avanti nel progetto di ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Si è svolto Mercoledì scorso per via telematica l’assemblea della Federazione Popolare dei DC che, sentita la relazione del Presidente, On Giuseppe Gargani, ha approvato ad amplissima maggioranza, con sole due astensioni, il documento allegato. Con l’adesione di Lorenzo Cesa, Mario Tassone, Gianfranco Rotondi, Alberto Alessi, i partiti che fanno parte della Federazione Popolare assumeranno le loro decisioni conseguenti negli organi statutari, mentre da parte mia ho indicato l’esigenza di una Camaldoli 2021, un incontro sul programma dei DC e Popolari per l’Italia in preparazione di un’Assemblea Costituente del soggetto politico nuovo di centro democratico, popolare, riformista, inserito a pieno titolo nel PPE, da tenersi entro il mese di Marzo 2021.

 

Cordiali saluti

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF ( www.alefpopolaritaliani.it)

Venezia, 27 Novembre 2020

 

DOCUMENTO APPROVATO DALL’ASSEMBLEA DELLA FEDERAZIONE POPOLARE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI IN DATA 25 NOVEMBRE 2020

La Federazione Popolare dei Democratici Cristiani riunita a Roma il 25 novembre 2020

ritiene che i partiti e le associazione che compongono la Federazione dal novembre 2019 hanno con un approfondito dibattito maturato in questi mesi un riferimento a comuni valori e a eguali finalità politiche, e quindi hanno creato le condizioni favorevoli per costituire un soggetto politico nuovo con un’identità precisa che fa riferimento alla democrazia rappresentativa, al popolarismo, al personalismo, allUmanesimo Integrale, alla Dottrina Sociale della Chiesa e alla Carta Europea dei Diritti Umani.

consapevole che nella lunga fase della ricostruzione democratica del paese dal dopoguerra il centro politico ha garantito la libertà e la “rappresentanza” e ha individuato le strategie per costituire il baricentro democratico del paese e operare per il bene comune

consapevole che il centro di cui ha bisogno l’Italia è in ombra e politicamente marginale dagli anni 90, ed è difficile da costituire in un periodo di massima personalizzazione della politica;

ritiene che è necessario quindi operare in controtendenza per intercettare una domanda di impegno politico e culturale che pure esiste nel paese e per risvegliare la passione politica che l’individualismo ha mortificato

consapevole che con le recenti elezioni regionali si è accentuato l’isolamento dei partiti e si è esaltato un nuovo sovranismo e un più pericoloso populismo in capo ai “governatori“

conferma che un soggetto politico che si vuol definire di centrosi ispira al “popolarismo“, unica cultura attuale, moderna, rispetto alle altre ideologie che hanno dominato nel 900 ma che si sono estinte o sono state contestate tragicamente;

rileva che un’area di Centro per la sua ragione d’essere è alternativa alla destra e alla sinistra e portatrice di una idea e di un progetto per il paese, questo sì capace di sconfiggere l’individualismo e il populismo

decide di dar vita ad un soggetto politico nuovo di ispirazione “popolare” collegato strettamente al PPE

attende che i partiti e le associazioni che hanno partecipato alla Federazione e che hanno approvato la scelta fatta provvedano a far ratificare la decisione dagli organi competenti in modo da essere presenti con una lista unica alla prossima campagna elettorale.

prende atto della convocazione del consiglio nazionale da parte dell’UDC per il 10 dicembre p.v. finalizzato a dare avvio alla una nuova fase costituente;

decide di partecipare ad una riunione successiva entro la metà di dicembre per definire gli adempimenti necessari a costituire il soggetto politico nuovo con un comitato rappresentativo di tutte le componenti, per rendere concreta e rapida la nuova fase.

 


Dopo l’economia di Francesco

 

Si è trattato di un evento straordinario, che ha coinvolto giovani di 115 Paesi di tutti i continenti impegnati ad approfondire le dodici sezioni-“villaggi” in cui era programmata questa edizione dell’”Economy of Francesco”. Coordinata dal Prof Luigino Bruni che, con Stefano Zamagni, è uno dei promotori e fondatori della SEC, la Scuola di Economia Civile, la tre giorni è stata seguita da migliaia di persone che, impossibilitate a poter essere fisicamente presenti per le norme anti Covid, hanno dato vita a uno degli avvenimenti telematici più importanti sui temi economico-sociali a livello mondiale. Come ha rilevato Papa Francesco nel suo saluto conclusivo, questa prima edizione ha rappresentato l’affermazione del valore della cultura del dialogo e dell’incontro contro quella dello scarto, tema assai caro al pontefice argentino. E’ apparso nettamente in tutte le relazioni, le tavole rotonde, le testimonianze provenienti da tutto il mondo, l’emergere di una nuova mentalità culturale; un’idea di economia che non può più limitarsi ad assumere il profitto come esclusiva unità di misura. Il ritorno, dunque, di quell’idea che il prof Zamagni da tempo sostiene, ossia: la riaffermazione del primato dell’etica e della politica, alle quali devono essere subordinate la finanza e l’economia, un primato drammaticamente rovesciato nell’età della globalizzazione e del finanz-capitalismo.

 

Ho seguito con intensa partecipazione ad alcuni dibattiti della tre giorni e mi è parso chiaro come la dottrina sociale della Chiesa avviata nel secolo scorso da Papa San Giovanni XXIII (Pacem in Terris), Papa San Paolo VI ( Populorum progressio), Papa San Giovanni Paolo II ( Centesimus Annus), Papa Benedetto XVI ( Caritas in veritate) e Papa Francesco con le due ultime sue encicliche ( Laudato SI e Fratelli tutti), rappresenti oggi l’alternativa pressoché unica e organica a quella del turbo capitalismo. Si comprende, in tal modo, la ragione dei tanti attacchi che, da ambienti ben noti dell’establishment dominante, sono mossi contro la Chiesa di Papa Francesco, purtroppo trovando anche alcuni adepti tra qualche chierico e laico della stessa Chiesa. Dire No al profitto come unica unità di misura dell’economia non vuol dire rifugiarsi, come ha detto il Papa, a formule palliative di tipo filantropico o di capitalismo compassionevole, ma di assumere il valore della dignità dei poveri come centrale di ogni politica coerente con la dottrina sociale della Chiesa; ossia politiche orientate a garantire con la risposta “ alle attese della povera gente”, per dirla con il beato Giorgio La Pira, una maggiore giustizia sociale.

 

Di qui discende quello che Papa Francesco ha definito “il Patto di Assisi”, ossia la volontà di osare e di assumere il rischio di politiche fondate su modelli di sviluppo inclusivi e sostenibili rispettosi del creato e della persona, di tutte le persone. E’, dunque, il tempo di diventare protagonisti partecipanti,  insieme  ai poveri e agli esclusi. Non basta più affermare il “tutto per il popolo”, ma di operare “insieme al popolo”, tutto il popolo. La riaffermazione, insomma, di quello “sviluppo umano integrale” che è l’essenza della Dottrina Sociale Cristiana. Una politica e un’economia al servizio della vita umana. L’impegno che discende, quindi, dal patto di Assisi è di operare per ridurre le diseguaglianze, assumendo quest’obiettivo come “una buona notizia da profetizzare e attuare”. Papa Francesco ci ha invitati, citando il Vangelo di Matteo 10,16, a essere: “prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”, consapevoli delle difficoltà e degli ostacoli che incontreremo nel perseguire questo modello di solidarietà internazionale alternativo a quello dominante. Non ci sono scorciatoie, ci ha ricordato Papa Francesco, ma si tratta di operare come lievito nella società, all’interno della quale non possiamo ridurci al ruolo di spettatori passivi, ma di operatori impegnati a  sporcarci le mani”. Dobbiamo essere consapevoli, ci ha ricordato il Santo Padre, che da questa crisi non si uscirà uguali a prima; possiamo uscirne peggio o meglio di prima. Noi cattolici democratici e cristiano sociali, che intendiamo tradurre nella “città dell’uomo” gli orientamenti della DSC, riconfermati e vieppiù sviluppati in questa tappa di Assisi, dovremo necessariamente ripartire da questi obiettivi, ossia a essere impegnati nella costruzione di un modo nuovo di fare la storia, dotandoci di un immaginario costruttivo in cui è essenziale il valore della solidarietà organica propria di una comunità ampia e plurale, nella convinzione che da soli non si va da nessuna parte e non si costruiscono ponti, a cominciare da quelli indispensabili del nostro stesso impegno politico nella società italiana ed europea.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it)

Venezia, 23 Novembre 2020

 


Ce la faremo?

 

Ci siamo impegnati in molti, da quel maggio 2011, quando l’amico On Publio Fiori, mi informò della sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 secondo cui :“la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”, per tentare di dare pratica attuazione alla stessa. Il tentativo, cioè, di ricostruire politicamente la DC. Un ricordo speciale va a Silvio Lega, senza il quale, da solo, non sarei mai stato in grado di raccogliere la firma del 10% dei consiglieri nazionali della DC, di diritto tuttora in carica, quelli eletti dall’ultimo congresso nazionale della DC (Febbraio 1989), quorum necessario a norma di statuto per l’auto convocazione del Consiglio, e a Sergio Bindi con il quale, dopo che  Lega aveva rifiutato di candidarsi alla segreteria del partito, proponemmo Gianni Fontana a quell’incarico, votato poi all’unanimità dal XIX Congresso nazionale del 2012.

 

Ho scritto l’ultimo libro : DEMODISSEA, la democrazia cristiana nella stagione della diaspora (1993-2020) https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/562226/demodissea/, nel quale ripercorro tutte le tappe, gli avvenimenti e riporto i documenti, le note sugli attori protagonisti della martoriata vicenda, soprattutto dal 2012 al 2020, tuttora aperta. Termino il libro con la speranza che finalmente si possa giungere alla ricomposizione dell’area cattolica democratica e cristiano sociale, riuscendo a mettere insieme le due realtà più importanti che stanno tentando di riaggregare molte significative rappresentanze di essa, ossia: la Federazione Popolare dei DC e i gruppi raccolti attorno al Manifesto Zamagni.

 

Dopo tante battaglie, pur condividendo l’idea di Guido Bodrato secondo cui: la DC è come un cristallo finito in frantumi, che non si può ricomporre, resto nella mia casa che ho contribuito a costruire: la DC  guidata da Renato Grassi, non ispirato dalla nostalgia, sentimento nobile seppur regressivo in politica, ma dalla consapevolezza che anche nuovi esperimenti isolati, ciascuno da solo, non vanno da nessuna parte. O riusciamo a mettere insieme la Federazione popolare dei DC e la vasta area che si ritrova attorno al manifesto Zamagni, oppure la “Demodissea democristiana” è destinata a continuare, fallendo l’obiettivo che dovrebbe essere comune a tutti i DC non pentiti: creare le condizioni  politico organizzative necessarie e utili in previsione della prossima scadenza elettorale delle elezioni politiche. Elezioni che potrebbero svolgersi a scadenza naturale (2023) o anticipata, subito dopo la prossima elezione del Presidente della Repubblica (2021)

 

Certo, molto dipenderà, non solo dalla nostra volontà di superare le attuali frammentazioni, ma anche dalla legge elettorale che alla fine sarà adottata. Permanesse l’attuale “rosatellum” per l’oggettiva incapacità delle forze parlamentari di trovare un diverso sistema, è evidente che saremmo obbligati a scegliere nel trilemma: M5S, centro sinistra a guida PD o centro destra a guida Lega. In tal caso la diaspora DC sancirebbe la definitiva frantumazione. Molte cose stanno accadendo a destra come a sinistra e, soprattutto, al centro degli schieramenti alle quali sarà opportuno prestare le dovute attenzioni.

 

Se, come ci auguriamo, fosse adottato, invece, il sistema proporzionale alla tedesca, con sbarramento al 4-5%, preferenze e istituto della sfiducia costruttiva, in quel caso la riunificazione dell’area sarebbe indispensabile, anche solo al fine di evitare risultati con cifre da prefisso telefonico. So bene che permangono tra di noi divisioni tra quanti vedono l’orizzonte orientato a sinistra e altri, più a destra, ma è stato così in tutta la storia politica dei cattolici italiani.

 

Oggi il nostro impegno è di tentare di tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa, specialmente gli ultimi indicati dalle encicliche di Papa Francesco: Laudato Si e Fratelli tutti. Molte le indicazioni di queste possibili traduzioni sono venute dall’incontro dei giovani riuniti telematicamente nel grande convegno universale di Assisi: l’Economia di Francesco.

 

Prima di discutere delle alleanze, come nella migliore tradizione sturziana e degasperiana, e della stessa storia della DC di Fanfani, Moro e della guida della terza generazione da Piccoli, a De Mita e Forlani, confrontiamoci sul programma e dopo, solo dopo, in una grande assemblea costituente di tutti i DC e i Popolari potremo decidere su: programma, alleanze e classe dirigente. Da parte mia  sto redigendo alcune note di programma per di DC e i Popolari del XXI secolo, quale modesto personale contributo che possa concorrere a un confronto costruttivo, che si potrebbe organizzare in una Camaldoli 2021, in preparazione dell’assemblea costituente del nuovo soggetto politico di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale, da avviare prima delle prossime elezioni politiche.

 

Ettore Bonalberti

Direzione nazionale DC

Comitato provvisorio Federazione Popolare DC

Venezia, 21 Novembre 2020

 

 

 

Pubblichiamo un articolo dell'amico Fabio Polettini che inizia la sua collaborazione con la nostra rivista on line.



         Italia: interesse nazionale e lineamenti di politica estera nei prossimi anni



Apriamo queste brevi riflessioni con il rimando a tre testi classici della politica e con le lungimiranti anticipazioni di uno studioso americano di affari esteri, già consulente del Dipartimento di stato.

Primo autore: il diplomatico e gesuita Giovanni Botero, segretario di Carlo Borromeo, che nel 1500 scrisse “La ragion di Stato” (lettura consigliata, edita da Donzelli editore).

L’opera, poco conosciuta ai più, si ricollega certamente al “Principe” di Machiavelli, ma ne amplia e raffina alcune prospettive e, soprattutto, ne definisce l”ubi consistam” nei suoi tratti ontologici essenziali.

Per Botero “Ragion di Stato si è notizia de’ mezzi atti a fondare, conservare e ampliare un dominio. Egli è vero che, sebbene assolutamente parlando, ella si stende alle tre parti suddette, nondimeno pare che più strettamente abbracci la conservazione che l’altre…””.

Per questo coltissimo ed abile uomo di Chiesa, ma anche di Stato, la conservazione del potere è più difficile della sua conquista ed i possibili nemici (Stati, oggi, ma anche organizzazioni terroristiche armate) vanno tenuti distanti dal territorio nazionale, per impedir loro di nuocere ai suoi abitanti.

E, quanto alla politica estera, ci dice che “Presupponiamo che la ragione della sicurezza consiste in tener il nemico e l’pericolo lontano da casa nostra, perché la vicinanza del male è gran parte d’esso male,,”.

Secondo autore: Hans Morgentau, accademico di grandissima influenza negli Usa, ebreo di origine tedesca e teorico del realismo nelle relazioni internazionali.

Il suo saggio, “L’ uomo scientifico versus la politica di potenza” (Editrice Ideazione), ci offre una acuta analisi di come il razionalismo dei nostri tempi e la pretesa di governare i rapporti fra Paesi esclusivamente secundum rationem sia fallace.

Le scienze sociali sono assai difficilmente esauribili nella metodologia di quelle propriamente fisiche. L’errore che spesso si fa consiste proprio nel non tenere in dovuto conto le manifestazioni della forza e della volontà di potenza (Nietzsche ne parla ma in una visione prevalentemente antropologica e tesa a fare dell’uomo il demiurgo di una trasvalutazione dei valori della antica tradizione. Si vedano “Così parlò Zarathustra”, “Ecce homo”, “Umano troppo umano” ”Volontà di potenza”).

Terzo autore: Carl Schmitt, allievo di Max Weber, giurista, studioso di dottrina dello Stato e politologo di fama del Novecento .

In una sua silloge, apparsa per “Il Mulino” dal titolo “Le categorie del politico”, troviamo scritto che”….Il fenomeno del politico può essere compreso  solo mediante il riferimento  alla possibilità reale del raggruppamento amico-nemico e mantiene perciò un significato solo  finché tale distinzione  sussiste realmente fra gli uomini  o quanto meno è realmente possibile”.

Con questa affermazione Schmitt fonda l’essenza dell’agire politico, fatto di contrapposizioni, anche nette; di dialettica, anche dura; di lotta fra visioni dell’organizzazione della società al suo interno e di possibile scontro armato fra Stati nell’agone internazionale.

Anch’egli, quindi, appartiene, come Botero, Machiavelli, Morgentau alla scuola del realismo che si contrappone alla visione, oggi ancora dominante, positivista di irreggimentare l’ambito della politica entro regole razionali e di trarre, per induzione, dal settore in questione, leggi scientifiche e deterministiche. Proprio ciò che Karl Popper criticò di Marx in “Miseria dello storicismo”.  

Quarto autore: Robert Kagan, professore di Relazioni Internazionali, assistente di H. Clinton e di J. Kerry, membro della nota Brookings Institution.

Il testo che fu pubblicato nel lontano 2008 col titolo “Il ritorno della storia e la fine dei sogni” ci offerse, con tempismo straordinario, la possibilità di ricalibrare il modo di fare politica estera dopo qualche irenismo utopistico al quale ci eravamo abbandonati a partire dal 1991, anno di dissoluzione dell’Urss.

Scrive Kagan:” Il mondo è tornato a essere normale. Gli anni seguiti alla fine della guerra fredda avevano generato l’impressione che fosse sorto un nuovo tipo di ordinamento internazionale  caratterizzato dalla scomparsa degli stati nazione o dalla loro crescita  comune, dalla soluzione dei contrasti ideologici, dalla mescolanza delle culture e da commerci e comunicazioni  sempre più liberi…..Ma era solo un miraggio. Il mondo non si è trasformato. quasi ovunque, lo stato nazione mantiene intatta la sua forza, e lo stesso vale per le ambizioni nazionalistiche, le passioni e le rivalità fra popoli che hanno determinato il corso della storia. E’ riemersa anche l’antica rivalità fra liberismo e autocrazia e le grandi potenze del pianeta si schierano in un campo o nell’altro a seconda della forma di governo che le connota...”.

Per trovare conferma a tutte queste tesi, dobbiamo citare l’attuale contesa Usa-Cina, non più solo commerciale, ma anche, ormai, militare (pensiamo a Taiwan)? O quella fra Turchia e Grecia per il Mediterraneo orientale custode di risorse energetiche? O quella fra Cina e India per i confini in Ladakh? O, ancora, quella fra Russia, Turchia, Francia ed Egitto per il possesso delle ricche sabbie libiche ricolme di idrocarburi e per il controllo del mare che vi si affaccia, con connesse posizioni di controllo sulle vie d’acqua?

E’ evidente che i fatti si sono incaricati di dimostrare che il realismo nelle relazioni fra gli Stati continua ad essere il parametro più adottato, a volte mascherato da più nobili principii, ma costantemente sottostante ad essi.

La stessa libertà dei mari fu voluta da Londra essenzialmente per favorire, nel 1800, i commerci fra la Gran Bretagna ed il proprio Impero coloniale, poi sostituito da quello americano. Oggi viene rivendicata dalla Cina per consentire l’esportazione dei propri beni, altrimenti costretti alla tortuosa e vulnerabile via terrestre che attraversa molteplici Paesi nel nome di quella che è chiamata “Via della seta”.

Quanto detto ci serve per avere chiaro che qualsiasi elaborazione di interesse nazionale (certamente da riscoprire, qualora se lo si fosse smarrito nei meandri di ideologismi, il più delle volte a vantaggio di altri interessi nazionali, non del nostro) deve partire da alcune linee di fondo che poggiano su tre piani: la posizione geografica dell’Italia (la geopolitica spiega bene le opportunità, ma anche i limiti derivanti dalla collocazione spaziale del Paese nel consesso internazionale), lo sviluppo dei fattori di benessere per i propri cittadini (economici, ma anche sociali, tecnologici, scientifici, sanitari, culturali, di prestigio nazionale), l’affinità politico-ideologica con gli altri Stati, che può influenzare le nostre dinamiche interne.

Circa il primo dei succitati aspetti, non v’è dubbio che la posizione della Penisola si collochi nell’asse Nord-Sud come punto di cerniera cruciale per l’accesso all’Africa, continente ricco non solo di materie prime, ma anche di una sempre più numerosa popolazione con capacità di spesa interessante per le merci italiane.

Al tempo stesso ci poniamo come area necessaria e più prossima al continente nero per chi volesse determinarne dall’esterno, in modo più agevole, l’evoluzione e per chi volesse creare un baluardo a pericolosi insediamenti che da quella zona potrebbero direttamente minacciarci o minacciare anche gli Stati dell’Europa centrale e occidentale, qualora cadessimo sotto controllo altrui.

Nondimeno, la rilevanza nostra risiede anche negli intrecci sottomarini di gasdotti e di cavi di TLC che interconnettono nord e sud del mondo.

La Sicilia rappresenta, poi, col suo canale, una formidabile postazione di diniego al transito sia verso il Mediterraneo orientale, che verso l’oceano atlantico via Gibilterra, andando a costituire un cruciale punto di appoggio in grado di influenzare il passaggio di merci trasferite da Suez e di idrocarburi scoperti recentemente nella parte est del mediterraneo.

Insomma, senza Italia non si controlla agevolmente il Nord Africa, non si difendono i Paesi europei a nord del nostro, ma, al tempo stesso, con noi, questi possono estendere la loro sfera di influenza verso l’Africa, L’Egeo, Suez e Gibilterra (cioè l’oceano atlantico).

E’0vvio che Usa, Cina, Francia e Germania ci ritengano fondamentali.

Gli Usa più degli altri, al fine di mantenere un contenimento verso Cina e Germania (ormai riemersa pienamente come attrice geopolitica di gran peso) soprattutto.

Teniamone conto di questa crucialità nel trattare con potenze alleate e non.

In tale prospettiva (al fine di mantenere pervie le vie marittime indispensabili alla nostra sicurezza ed economia mercantile. 491 milioni di tonnellate di merci veicolate nei porti italiani nel 2018, secondo l’Osservatorio Permanente di commercio marittimo) una marcata accentuazione ed un potenziamento della Marina Militare nella sua componente subacquea (con unità a propulsione nucleare), di superficie (eventualmente con una nuova portaerei a propulsione nucleare), aerea ed anfibia si pone come ineludibile entro breve tempo, al fine di poter fronteggiare le nuove incognite e/o posture aggressive esercitate verso la nostra Penisola.

Occorre un serio piano di difesa nazionale contro aggressivi batteriologici-virali (la pandemia ci ha mostrato quanti danni ci possano essere arrecati con un semplice virus), chimici e nucleari che possono essere rivolti contro di noi anche con vettori aerei o missilistici.

Seconda determinante: il benessere dei cittadini italiani.

Oggi il commercio italiano e la sua industria (privata, ma anche di Stato) hanno cooperazioni commerciali protese prevalentemente verso l’area della UE e verso gli Usa. Sta crescendo l’interscambio con Cina e India. Quest’ultima può costituire una interessante piattaforma per aprire un nuovo gigantesco mercato ai prodotti italiani in un contesto fortemente etnicizzato ma molto culturalmente vicino agli standard culturali e tecnologici inglesi, nonché una base di appoggio per ricollocare aziende fuori dal contesto cinese in sintonia con la posizione americana.

Nel futuro avremo bisogno di entrare nei segmenti dell’Intelligenza artificiale, della digitalizzazione avanzata, senza trascurare la ricerca biomedica, farmaceutica, sul nucleare a fusione, sulla distribuzione di energia per auto elettriche, sull’aerospazio, continuando a supportare la creatività italiana in Moda, Design e cibo.

Sarà opportuno, sul piano interno, assicurarsi che i profitti accumulati dai privati in queste nuove aree ricadano anche a favore di iniziative sociali come sostegni per le fasce povere, più case popolari, assistenza sanitaria territoriale molto più organizzata e concreta (che passa per l’aumento consistente dei salari di medici ospedalieri e di medicina generale, degli infermieri, per la ricerca di base biologica, per la creazione di studi di medici con specialisti del SSN e infermieri di prossimità, in grado di fare, presso la loro struttura, esami di primo livello, sgravando gli ospedali), servizi pubblici efficienti e a basso costo per tutti, istruzione pubblica quasi gratuita per tutti, ma ancorata a criteri di merito per insegnanti (a cui vanno elevati gli stipendi) e studenti (Ritorno del latino, come materia a scelta, non obbligatoria, dalla prima media. I neurolinguisti hanno certificato il grande ruolo giocato dall’analisi logica per lo sviluppo cognitivo, a torto quasi espunta dalla riforma Fanfani nel lontano 1962).

Terzo parametro: l’affinità politico ideologica.

In quest’ottica se è vero che la politica estera ha conosciuto e conosce casi di alleanze fra democrazie liberali e Stati totalitari (Atene e Sparta; Inghilterra, Francia, Usa con l’Urss, solo per citare i più noti a tutti), tuttavia, la possibilità di lavorare con Paesi che accettino i nostri stessi principii liberal democratici e di tutela dei diritti umani ci agevola nel trovare comuni denominatori e moltiplica il consenso delle masse al nostro interno.

Il legame con gli Usa, a cui chiedere patrocinio per la Libia (ma dimostrando a) di avere la volontà di farsene carico anche in modo diretto e b) di aumentare la spesa militare per poter dare il nostro contributo alla Nato ed alla nostra stessa difesa, carentissima in molti settori)  e per meglio bilanciare la nostra posizione in seno alla UE, andrà perseguito, rafforzando anche interessi comuni con Israele e Inghilterra sia nello scacchiere mediterraneo che in quello africano.

Noi pensiamo che la nuova amministrazione Biden potrà essere l’occasione per rilanciare in modo più stretto e nel reciproco interesse (facendo anche presente all’alleato il pernicioso intervento in Libia che ha portato ad un vuoto di ordinamento e legalità foriero di crisi migratoria, di spese accresciute e di minaccia diretta agli affari italiani) il legame fra Roma e Washington.

Ma, tutto ciò necessita di una precisa volontà politica.


Fabio Polettini

 

 


 Ancora un passo avanti e due indietro

 

Parafrasando il titolo di uno dei più celebri libri di Lenin: Un passo avanti e due indietro, potremmo connotare così la situazione interna alla Federazione Popolare dei DC.

Fatto il passo avanti nel Novembre scorso con la sottoscrizione dell’atto notarile costitutivo della Federazione, nel momento in cui l’On Gargani, presidente della Federazione ci invita a compiere gli atti successivi indicati nello statuto, Cesa, Rotondi e adesso anche Grassi decidono di fare due passi indietro. L’On Cesa, condizionato dal suo collega De Poli, fermo nel tentativo di continuare a lucrare la rendita di posizione ereditata da Casini, relativa all’utilizzo elettorale in esclusiva dello scudo crociato; l’On Rotondi, “ il miglior fico del bigoncio”, interessato dopo St Vincent a promuovere il nuovo centro democratico e liberale, ispirato dai valori della Laudato SI; Renato Grassi, fermo nella difesa della DC che, dal 2012, abbiamo cercato di ricomporre sul piano politico, dopo che la Cassazione aveva deciso in via definitiva che il partito non era mai stato giuridicamente sciolto, ma aperto a sperimentare un work in progress con gli amici della Federazione Popolare.  Più decisamente orientati ad andare avanti con l’indicazione di Gargani, l’amico Tassone e il sottoscritto.

 

Com’è noto della tormentata vicenda della diaspora ho scritto degli  avvenimenti, riportato i documenti approvati e ricordato le vicissitudini dolorose, nel mio recente : DEMODISSEA, la democrazia cristiana nella stagione della diaspora (1993-2020) https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/562226/demodissea/

Nella conclusione del mio libro ho scritto : “Nella lunga stagione 2012-2020 nella quale ho evidenziato l’evoluzione dei rapporti tra i fermenti provenienti dall’area cattolica, a partire dalla gerarchia e nelle realtà di alcune delle organizzazioni più importanti di natura sociale e culturale, molto più intenso è stato ciò che è accaduto e accade nei movimenti, gruppi e partiti più direttamente coinvolti nell’azione politica. Un succedersi di scadenze, incontri e sottoscrizione di documenti che da “osservatore partecipante” ho seguito e che ho provato a descrivere grazie alle note editoriali che ho redatto in quegli anni.  E’ il riassunto di una sequela di tentativi di scomposizione e ricomposizione dai risultati alterni e non ancora conclusi, anche se il rischio della deriva sin qui dominante nazionalista e populista della destra, sta favorendo il processo di ricomposizione dell’area cattolica e popolare a partire proprio da quella ex democratico  cristiana. I più significativi contributi sono quelli offerti dal movimento “Costruire Insieme” e dalla Confederazione di Sovranità popolare, esperienze politico culturali alle quali ho l’onore di partecipare, anch’esse accomunate dalla volontà di ricomporre la più vasta unità popolare attorno alla difesa e attuazione integrale della Costituzione, in alternativa alle logiche nazionaliste e populiste sin qui dominanti. Queste unitamente agli amici di “Politica Insieme” e della “Rete Bianca”, raccolti attorno al “Manifesto Zamagni”, stanno tentando di costruire la cosiddetta “Parte bianca”. Il mio augurio è che con noi della Federazione Popolare DC si possa finalmente ricomporre la frantumazione politica della diaspora DC e cattolico popolare”.

 

Sono convinto che questa sia la strada da percorrere da quanti sono realmente interessati alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, al fine di riportare in campo e nelle istituzioni quanto di meglio la nostra tradizione e cultura politica è ancora in grado di esprimere. E lo dovremmo fare non per un rimpianto del passato, ma per l’esigenza, da un lato, di tradurre nella città dell’uomo le indicazioni pastorali delle ultime encicliche sociali di Papa Francesco ( Laudato SI e Fratelli tutti) in questa difficilissima e contraddittoria età della globalizzazione e, dall’altra, per ridare speranza e rappresentanza politica a quei ceti  medi produttivi e classi popolari che sono larga parte di quel 50% di elettori renitenti al voto. Agli amici della DC con i quali ho condiviso gli anni difficili dei tentativi di ricomposizione politica, mi permetto di ricordare quanto l’amico Guido Bodrato ha lucidamente descritto sulla DC: un cristallo fragile si è frantumato in mille pezzi e non sarà più possibile ricomporlo.

Ecco perché, mi auguro che prevalga il buon senso e si concorra tutti insieme a costruire il soggetto politico nuovo di cui la realtà dell’area cattolica italiana ha bisogno, convinto come sono della validità dell’aforisma di Thomas Alva Edison: “ le idee senza la loro esecuzione sono allucinazioni”. Il Paese, oggi, non ha bisogno di allucinazioni, ma di risposte concrete ai bisogni dei ceti medi produttivi e delle classi popolari. Senza la ricomposizione degli interessi e dei valori di queste due parti fondamentali del sistema Italia, si aprirebbe la strada all’avventura di drammatiche scelte autoritarie. 

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 7 Novembre 2020

 

 

UN GOVERNO DI UNITA’ NAZIONALE

 

Con la teoria dei quattro stati da me elaborata alcuni anni fa, suddividevo, euristicamente, il sistema Italia in quattro stati: la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo e il quarto non Stato.

Insieme a quella teoria descrivevo una condizione diffusa di anomia, intesa sociologicamente come quella di un’assenza di norme, di differenza tra i mezzi nella disponibilità di molte persone e i fini che la società indicava e indica come obiettivi, e l’affievolirsi del ruolo dei corpi intermedi in una società sempre più caratterizzata dalla disintermediazione, favorita anche da alcune errate politiche degli ultimi  governi.

La pandemia in corso, che sta assumendo i toni ancor più virulenti della seconda ondata, come sta incidendo sui quattro stati del sistema Italia?

La casta e gli appartenenti alle categorie medio alte dei diversamente tutelati, con stipendi, pensioni e emolumenti sin qui garantiti, sono i ceti che risentono meno degli effetti economici e finanziari del virus. Effetti che diventano pesantissimi, sino al disastro, per quelli meno tutelati e per il terzo stato produttivo, ossia per il motore che tiene in piedi con l’economia reale e il sistema fiscale collegato tutto il sistema.

Unico settore che sta approfittando e in alcune casi e realtà territoriali in maniera consistente è il quarto non Stato, rappresentato non solo dal lavoro nero, anch’esso oggi in una crisi terribile, ma dalla criminalità organizzata della mafia, ndrangheta e camorra, che è in grado di subentrare facilmente nelle numerose attività che rischiano la chiusura e il fallimento.

Se qualche anno fa la condizione di anomia da me denunciata era il segnale di un male crescente a livello sociale, causa di frustrazione, ossia di insoddisfazioni derivanti dal mancato raggiungimento di obiettivi, con la pandemia sta esplodendo in episodi di autentica rivolta sociale, come è avvenuto nei giorni scorsi a Napoli e a Roma e potrebbero ripetersi in altre parti d’Italia.

Se poi, com’è accaduto a Napoli, insieme alle categorie produttive e ai meno tutelati, si aggiungono elementi espressione di gruppi sovversivi organizzati, la situazione può andare fuori controllo. Guai se il governo interpretasse tali episodi come fenomeni di semplice, seppur grave, sicurezza pubblica. Siamo di fronte a un malessere sociale e politico più serio che la condizione della pandemia e dei provvedimenti necessari adottati portano con sé.

Ciò che più preoccupa, accanto alla condizione drammatica di alcuni ceti sociali meno tutelati ( disoccupati, cassaintegrati, esodati, operatori dei piccoli traffici illeciti imposti dalla necessità della sopravvivenza, come in molte situazioni tipo quelle di Napoli) è la crisi che sta colpendo il terzo stato produttivo. Quello formato dai piccoli e medi imprenditori, artigiani, commercianti, agricoltori, professionisti, propulsori dell’economia reale da cui trae le risorse essenziali il sistema fiscale su cui regge il Paese.

Se entra in crisi, come sta avvenendo, l’architrave del sistema Italia, il terzo stato produttivo, non saranno più scaramucce di piazza, ma un’autentica rivolta sociale dagli esiti imprevedibili. Intervenire a sostegno delle categorie più deboli e dell’economia reale del terzo stato produttivo, insieme al rafforzamento di tutte le misure sanitarie e strutturali, dal sistema dei trasporti alla scuola, è il compito straordinario cui è chiamato il governo. E’ tempo di assumere una responsabilità unitaria di tutte le forze politiche e sociali, consapevoli che si tratta di affrontare un impegno tra i più difficili vissuti in tutta la storia repubblicana dopo la fine della seconda guerra mondiale.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it)

Venezia, 26 Ottobre 2020

 


La Federazione Popolare DC per San Pellegrino 2-0

 

In un’intervista rilasciata a www.formiche.net , il 5 ottobre scorso, l’On Paolo Cirino Pomicino ha sostenuto l’esigenza per la politica italiana e, in particolare per i diversi movimenti di ex DC collocati al centro, di un conclave modello San Pellegrino 1961, guardando alla Cdu che governa in Germania.  Questa l’idea dell’ex ministro DC: “una nuova offerta di centro non è la semplice messa insieme tout court di nani politici, che invece dovrebbero fare una sorta di Convegno di San Pellegrino, come nel 1961, e discutere per tre giorni a quali culture fanno riferimento. Il vantaggio sarebbe doppio: eliminerebbe il personalismo esasperato e recupererebbe il valore della cultura politica”.

 

Riflettendo sulle conclusioni del Convegno di St Vincent (9-10-11 Ottobre scorsi) organizzato dall’amico On Gianfranco Rotondi e tenendo presenti i movimenti in atto per la ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale ( Rete Italia, Costruire Insieme, Politica insieme, costituitesi in partito: INSIEME, il 4 Ottobre scorso; il movimento partito della Famiglia e altri) credo sarebbe utile e opportuno che la Federazione Popolare dei DC, che riunisce i diversi partiti che si rifanno alla DC storica e le decine e decine di associazioni, movimenti e gruppi dell’area politica cattolico popolare che hanno condiviso il patto federativo, raccogliesse la proposta dell’On Pomicino e  indicesse un Convegno di San Pellegrino 2.0, recuperando la felice intuizione che la DC seppe realizzare nel triennio 1961-62-63.

I tre convegni tenutisi a S. Pellegrino in quegli anni, mostrarono, insieme con una forte vivacità̀ culturale, la presa di coscienza, da parte di larghi strati della D.C. di fondamentali connotati della società̀ industriale avanzata: la preminenza della funzione esercitata dalla cultura; il ruolo centrale nell'ambito della politica economica, esercitabile dalla programmazione, la quale muoveva dalla presa d’atto dell'incapacità del meccanismo di mercato a garantire uno sviluppo ordinato dell'economia; la rilevanza del partito politico come struttura socio-istituzionale portante delle moderne democrazie di massa.

 

Assai importante, al riguardo, l’intervento di Luigi Granelli al primo convegno di San Pellegrino (13-16 Settembre 1961): “I tempi richiedono una politica nuova”,  con il quale il deputato milanese richiedeva una più incisiva “azione di governo per superare gli squilibri economici e integrare l’espansione del benessere con una profonda riforma delle strutture statuali allo scopo di dare una concreta dimensione allo stato delle libertà”. Eravamo alla vigilia del Congresso nazionale DC di Napoli (27-31 Gennaio 1062) nel quale Aldo Moro guiderà il partito alla scelta del centro-sinistra. Rilevante la relazione tenuta dal prof Achille Ardigò 
allo stesso convegno di San Pellegrino (1961)  sul tema: “ Classi sociali e sintesi politica” nel quale è continuo il richiamo all’enciclica giovannea, “Mater et Magistra” (15 Maggio 1961).  Disse Ardigò, come riportato nel saggio dell’Istituto De Gasperi-Bologna-Relazione al I° Convegno Nazionale di Studio della Democrazia Cristiana, San Pellegrino, 13 - 16 settembre 1961, in Atti, Edizioni 5 Lune – Roma1962: Questo convegno viene «poco dopo l'Enciclica « Mater et Magistra ››: esso vive, deve vivere, nella luce di quell'augusto insegnamento. A dei cattolici democratici, che si richiamino - non per convenienza di facciata, ma per intima fiducia - alla missione universale della Chiesa docente che può dare, essa sola, fini e valori primari all'umanità - è concesso sperare a livello adeguato, con responsabile azione politica, di poter mettere ordine nei rapporti tra società civile e Stato. Se prescindessimo dall'insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, nella sua più recente comprensione e orientazione della tendenza in atto nella vita dei popoli, se prescindessimo dai valori ordinativi espressi nella « Mater et Magistra››, non potremmo andare molto più in là dei razionalisti, dei positivisti, degli empirici e degli storici - marxisti o non - che ricercano, invano, l'ordine dei valori per lo sviluppo armonico della società, a partire dall'esperienza meramente fenomenica del passato e con la sola leva della razionalizzazione scientifica. Invano essi cercano tale ordine perché, nonostante il grande apporto e merito della razionalizzazione econometrica, sociologica, psicologica, giuridica, storiografica, la scienza sociale rinvia e non può non altrove rinviare, per i valori ed i fini, che diano le prospettive liberanti del futuro.

 Era questa la straordinaria capacità di un partito di sintonizzarsi sui temi più importanti della società italiana e di interpretarli alla luce dei valori di riferimento essenziali della dottrina sociale cristiana appena riconfermati da Papa Giovanni XXIII.

Come non comprendere che questo è l’insegnamento che ci viene dai nostri padri fondatori, ossia, saper cogliere i bisogni e la condizione di disagio e di smarrimento della società italiana, aggravati in questa stagione di drammatica pandemia, interpretandoli laicamente sulla base dei principi e delle indicazioni pastorali illuminanti di Papa Francesco. Le due ultime encicliche: Laudato Si e Fratelli tutti, siano dunque, le bussole del nostro orientamento da cui trarre le scelte delle politiche economico sociali e istituzionali da realizzare nella “città dell’uomo”.

Questo è stato il tentativo positivo messo in atto a St Vincent e questo dovrebbe essere l’oggetto di un “San Pellegrino 2.0” che, secondo quanto egregiamente scritto dall’amico, On Giorgio Merlo nel suo ultimo libro: Politica, competenza e classe dirigente, dovrebbe approfondire questi temi mettendo insieme in un dialogo e confronto fecondi gli esponenti dei diversi tentativi di ricomposizione politica dell’area cattolico popolare.

Ancora una volta, infatti, spetta a noi cattolici democratici e cristiano sociali, nell’età della globalizzazione e del dominio dei poteri forti del turbo capitalismo finanziario, ripartire dalla nostra cultura politica per tentare di superare la morta gora dei partiti personalistici e populisti oggi prevalenti in Italia e per dar vita a un soggetto politico nuovo di centro, democratico, popolare, riformista e liberale, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, impegnato a difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 17 Ottobre 2020

 

 

 

Commento finale a St Vincent 2020

 

Se l’obiettivo era quello indicato dall’amico Rotondi di " un percorso che inizia e non si propone di dar vita a un partito, piuttosto a un’area trasversale capace di contendere coi sovranisti e la sinistra alle prossime elezioni politiche “, l’incontro di St Vincent 2020 ha raggiunto il suo scopo. Come nella migliore tradizione degli incontri di Forze Nuove, la corrente della sinistra sociale della DC guidata da Carlo Donat Cattin, St Vincent anche in questa edizione organizzata dalla Fondazione Fiorentino Sullo-Democrazia Cristiana, resa più complicata dalla pandemia in atto ( ottima l’organizzazione per la sicurezza nello svolgimento dei lavori) ha offerto l’opportunità di intervenire a tutti i partiti presenti in Parlamento per discutere il tema: “Laudato SI, la Politica cristiana dal bianco al verde”. Che il tema dell’ambiente, dei cambiamenti climatici, delle decisioni assunte dall’Unione europea con il recovery fund per sostenere progetti di green economy siano tra quelli prioritari dell’agenda politica è ben noto; meno prevedibile che gli orientamenti pastorali dell’enciclica pontificia potessero diventare il riferimento per la nuova stagione politica del Paese.

 

E’ servita l’intelligenza e l’intuizione politica di Gianfranco Rotondi, anche lui un “ DC non pentito”, per raccogliere attorno a questo messaggio gli esponenti dei diversi partiti e l’interesse del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e di Silvio Berlusconi, programmati come partecipanti al convegno, alla fine, presenti con l’invio di due documenti di generica, seppur affettuosa, adesione ai propositi della Fondazione e il riconoscimento del ruolo svolto da Rotondi e dal cattolicesimo politico nella vicenda nazionale. Chi si attendeva indicazioni operative concrete per l’avvio del progetto di un nuovo centro ampio e plurale sulla base della convergenza tra la cultura cattolico democratica e  quella ambientalista diffusa tra diverse realtà partitiche, non può che costatare le difficoltà per realizzare tale progetto. Una difficoltà emersa già dalle diverse valutazioni espresse nel merito tra i due esponenti più autorevoli dei Verdi: l’On Bonelli, intervenuto nella giornata di apertura, e l’On Pecoraro Scanio presente negli ultimi due giorni  a St Vincent.

 

Da “osservatore partecipante” l'impressione finale che ho colto a St Vincent è la verifica della scomposizione oggettiva in atto in tutti i gruppi e partiti, mentre sul progetto di ricomposizione mi è parso cogliere contraddizioni, timidezze e comprensibili difese d'ufficio delle vecchie appartenenze. Né dalla Gelmini, né da Brunetta, tanto per citare alcuni fra gli esponenti più in vista di Forza Italia, sicuramente in linea con il messaggio riduttivo del Cavaliere, sono venute disponibilità al cambiamento, al di là di quella ovvia al dialogo, e solo il sen Schifani, anche in base alle recenti delusioni elettorali siciliane, ha rivolto alcune critiche all’attuale posizione di Forza Italia all’interno del centro-destra. Incomprensibile, poi, la netta indicazione della sen. Prestigiacomo per la legge elettorale maggioritaria e per il bipolarismo. Una scelta che condannerebbe Forza Italia al ruolo, già in atto da tempo, di retroguardia sino all'irrilevanza all’interno del centro destra a trazione del duo Salvini-Meloni. Una scelta, infine, nettamente alternativa ai propositi del progetto del convegno. Insomma, se Rotondi attendeva il semaforo verde dagli amici del suo partito, al massimo ha visto accendersi una luce gialla, in attesa di fatti nuovi e diversi. A me pare che ciò che realisticamente potrebbe sortire dal confronto apertosi è la formazione di un inter gruppo parlamentare, di cui ha dato l’annuncio l’On Cesa nel suo intervento, impegnato a portare avanti proposte e progetti coerenti con la green economy e con le indicazioni più generali da tutti condivise espresse dalla Laudato SI.

Tutto ciò è molto interessante per una migliore sintonia dei partiti dell’opposizione in sede parlamentare, ma ben poca o nulla cosa quanto all’avvio di un progetto di ricomposizione al centro come ci si augurava potesse sortire dal convegno autunnale di St Vincent.

 

L’altra attesa, specie da parte di noi “ DC non pentiti”, era quella di verificare se da St Vincent potesse uscire qualche fatto nuovo per la ricomposizione dell’area politico culturale cattolico democratica e cristiano sociale, senza la quale la traduzione politica nella “città dell’uomo” degli orientamenti pastorali delle due ultime encicliche pontificie, “dal bianco al verde” rischia  d’ implodere in una reazione, priva di un catalizzatore, senza prospettive. Insieme al lavoro quanto mai opportuno e utile sul piano parlamentare, infatti, occorre procedere senza ulteriori indugi a federare nell'unità possibile quanto si sta da varie parti faticosamente tentando di ricomporre all'interno della nostra area L’assenza di Buttiglione dalla tavola rotonda finale, mi auguro non sia stata dovuta all’ennesimo voltafaccia del Cavaliere, analogo a quelli che il politico filosofo ha ricordato nell’intervista di Tommaso Labate sul Corsera ( “ Berlusconi mi tradì più di una volta”), nella convinzione  che anche stavolta, Berlusconi confermasse, come anche a me è parso dalla lettura del suo messaggio a Rotondi e  al convegno, il suo costante atteggiamento di perpetuazione di un regno, il suo partito, in realtà, oramai giunto alla consunzione.

Se si eccettua la partecipazione dell’amico On Mario Tassone, che è intervenuto a nome della Federazione Popolare dei DC, e quella del sottoscritto, con la presentazione del libro sulla lunga stagione della diaspora democristiana (1993-2020)-DEMODISSEA, questo tema è risultato del tutto assente, anche per la mancata tavola rotonda che avevo auspicato potesse essere organizzata tra i diversi esponenti dei tentativi in atto di tale ricomposizione. Quelli degli amici raccolti attorno al manifesto Zamagni, che hanno il 4 ottobre dato vita al partito INSIEME, quelli della Federazione Popolare dei DC che il 20 Ottobre prossimo si organizzeranno in partito e gli amici del Popolo della Famiglia. Unica nota molto positiva, la presenza di Don Gianni Fusco, “assistente spirituale” degli amici di “ Insieme”, intervenuto in una delle tavole rotonde e diacono celebrante alla Messa di Domenica 11 ottobre, nella Chiesa arcipretale di St Vincent. E’ questo, mi auguro, il segnale di un’attenzione nuova da parte della CEI e della gerarchia cattolica assolutamente nuovo e importante.

 

La mancata opportunità di un confronto tutto interno alla nostra area, tuttavia, è solo rinviata, dato che, come ho già scritto nelle note sui primi due giorni di St Vincent, se si vuol far decollare la politica cristiana, come Rotondi si propone, “la politica cristiana dal bianco al verde”, non basta, anche se utile e  opportuno, l’avvio di un inter gruppo parlamentare, ma parallelamente si deve prima dire basta al suicidio della diaspora post DC; porre fine alle residue assurde divisioni e procedere senza indugi all’avvio del soggetto politico nuovo ampio e plurale nel quale, però, sarà essenziale (sistema elettorale proporzionale permettendo) la presenza di una forte e compatta realtà cattolico democratica e cristiano sociale.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 12 Ottobre 2020

 

 

Seconda giornata a St Vincent- Il seme è stato gettato

 

Il convegno di St Vincent 2020 è il primo incontro politico vissuto con presenza fisica delle persone durante la pandemia da corona virus e il primo di questo primo ventennio del XXI secolo, nel quale uomini di buona volontà si incontrano a discutere sollecitati da un’enciclica pontificia.

Titolo del convegno è infatti : LAUDATO SI, LA POLITICA CRISTIANA DAL BIANCO AL VERDE.

In tutti gli interventi dei numerosi relatori intervenuti, esponenti di tutti i partiti presenti in parlamento, il riferimento all’enciclica di Papa Francesco, “Laudato SI”,, è stato spesso accompagnato a quello dell’ultima, “Fratelli Tutti”, firmata dal sommo pontefice ad Assisi il 3 ottobre scorso, considerata un autentico manifesto programmatico di orientamento essenziale per tutti gli uomini di buona volontà.

 

D’altronde, come ho evidenziato nel mio intervento di presentazione del libro DEMODISSEA, la democrazia cristiana nella lunga stagione della diaspora DC (1993-2020),  già nel secolo XIX i popolari nacquero sulla base dell’impegno profuso da don Luigi Sturzo nel tradurre sul piano politico e istituzionale l’enciclica “Rerum Novarum”, così come nel 1943, all’atto della fondazione della DC gli uomini della prima generazione democratico cristiana, intesero attuare le indicazioni della “Quadragesimo anno” di papa Pio XI . L’obiettivo è quanto mai ambizioso e consiste nel compiere, come ha indicato Rotondi: " un percorso che inizia e non si propone di dar vita a un partito, piuttosto a un’area trasversale capace di contendere coi sovranisti e la sinistra alle prossime elezioni politiche “.

 

E’ evidente che attivare “una politica cristiana dal bianco al verde”, comporta accertare l’esatta disponibilità da parte delle diverse forze politiche, tutte in preda a una fase di forte scomposizione, per un progetto che, almeno per noi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, impone ritrovarsi su programmi, interessi e valori compatibili con i principi dell’umanesimo cristiano.

 

Una cauta apertura si è riscontrata da parte dei Verdi, soprattutto nell’intervento dell’ On Bonelli, mentre qualche difficoltà mi è sembrato di vedere nel discorso pronunciato oggi dall’On Pecoraro Scanio, più incline a rivendicare il suo ruolo di fondatore del movimento partito dei Verdi nel 1983-84, sino a definirsi l’autentico responsabile in positivo  della rivoluzione avviata da ministro dell’agricoltura per quel settore economico in Italia.  

Difficoltà replicate nell’intervento della sen Stefania Prestigiacomo, (Forza Italia) che ha voluto confermare la sua netta scelta a favore della legge elettorale maggioritaria e di un sistema politico bipartitico, perpetuando il quale, però, sarebbe ovvia l’impossibilità di realizzazione del disegno ambizioso dell’amico Rotondi.

 

Anche nel messaggio pervenuto dal Cavaliere, letto in aula da Rotondi, al di là del riconoscimento mai venuto meno del ruolo di coerente testimonianza democratico cristiana dell’On Rotondi, nessuna apertura ho potuto intravedere verso soluzioni di movimento aperte all’avvio di un soggetto politico nuovo di centro democratico e popolare. Un progetto che, in ogni caso, per potersi avviare reclama due condizioni essenziali: l’approvazione di una legge elettorale proporzionale con preferenze e sfiducia costruttiva e la ricomposizione delle diverse esperienze esistenti dell’area cattolica interessate ad alcune significative realtà. Ricorderemo quelle dei gruppi e associazioni raccolti attorno al manifesto Zamagni, i quali hanno dato vita nei giorni scorsi al nuovo partito di INSIEME; quelle della Federazione  Popolare dei DC, che il prossimo 20 Ottobre si trasformerà in partito e quella sin qui caratterizzata dalla difesa strenua dei valori identitari, degli amici del Popolo della Famiglia.

 

Tutti processi di parziali ricomposizioni, necessarie ma insufficienti, ciascuna da sola, a dar vita a quella massa critica in grado di rappresentare un blocco sociale e culturale, anch’esso frammentato nella lunga stagione della diaspora, in grado si superare la condizione di irrilevanza sin qui vissuta tanto sul fronte di destra che di sinistra. Por fine alla diaspora e alla dolorosa “demodissea”, alla cerca di un’isola felice, l’Itaka agognata del movimento dei cattolici è l’agognata prospettiva, che, dopo le due ultime encicliche pontificie, non potrà più permettere percorsi auto referenziali di singole personalità, gruppi o partitini.

 

Dalle tavole rotonde di questa seconda giornata credo si possa dire che è confermata la fase di  progressiva scomposizione delle attuali forze politiche e la comune condivisione che gli orientamenti essenziali indicati dalle ultime encicliche pontificie possono costituire il collante di una possibile costruzione di un soggetto politico centrale di cui il Paese avrebbe bisogno, con lo sfaldamento progressivo del M5S, il dibattito apertosi nel partito dominante del centro destra, la Lega, e una sinistra ancora in crisi di identità.

 

Si attende quello che l’amico on Giorgio Merlo ha indicato come “il federatore”, indispensabile per far scattare, come un catalizzatore, questa reazione chimica. Ci auguriamo che dagli interventi di domani, quello annunciato e atteso del presidente del consiglio, Giuseppe Conte e quello finale dell’On Gianfranco Rotondi, se ne possa sapere di più. Il seme, in ogni caso, a St Vincent è stato gettato.

 

Ettore Bonalberti

St Vincent, 10  Ottobre 2020

 

 


La prima giornata di St Vincent

 

Pronti a sfidare il Covid 19 e nonostante alcuni forfait di relatori e invitati meno temerari, oltre cento persone provenienti da varie parti d’Italia si sono riunite a St Vincent per discutere del tema: “Laudato SI, la Politica cristiana dal bianco al verde. L’enciclica di Papa Francesco assunta come elemento propulsore e unificante di un rinnovato impegno politico nel XXI secolo. Un’enciclica straordinaria dal punto di vista etico, dell’ecologia integrale e ispiratrice della dottrina sociale per l’umanità che, come ha recitato il Pontefice nella preghiera per la pandemia in San Pietro il 27 Marzo 2020: si è resa conto di “trovarsi nella stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma allo stesso tempo importanti e necessari. Tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confrontarci a vicenda.   Su questa barca ci siamo tutti, tutti”.

 

Come ai tempi migliori degli incontri di St Vincent, quelli organizzati dal compianto Carlo Donat Cattin per la sinistra sociale della DC, Gianfranco Rotondi ha pensato di partire dalla più sconvolgente realtà odierna per riflettere sulle possibili traduzioni operative sul piano politico, economico e sociale alla luce della dottrina sociale cristiana.

 

Impegno raccolto dai partecipanti alla numerosa tavola rotonda del primo pomeriggio sul tema: Laudato SI, cinque anni dopo, la cura del creato, nuova frontiera dell’impegno politico dei cattolici. Importanti le indicazioni dei relatori  esperti nelle diverse materie, dalla teologia, all’economia e finanza, dall’esperienza svolta da alcuni imprenditori direttamente sul campo, al ruolo che la politica può e intende assumere in questa fase straordinaria della vicenda umana in Italia e nel mondo.

 

L’On Angelo Bonelli, coordinatore del movimento partito dei Verdi italiani, di formazione cattolica e studi compiuti presso i Gesuiti, ha saputo cogliere la dimensione etica, l’ecologia integrale e i principi di un’etica ecologica  dell’enciclica di Papa Francesco, considerata uno dei documenti più importanti del nostro secolo sul piano della dottrina sociale, indicatrice della necessità di assumere comportanti individuali e collettivi, accanto a scelte politiche e istituzionali fondate sul valore dell’equilibrio e della sostenibilità tra gli umani e il creato.

 

All’apertura del confronto al dialogo espressa da Bonelli una prima importante risposta è giunta dall’On Giorgio Merlo, cattolico democratico e cristiano sociale, uno degli allievi prediletti di Donat Cattin, che proprio qui a St Vincent, conobbe negli anni’80, quel giovane irpino, Rotondi, allievo dell’On Gerardo Bianco, che da diverso tempo continua l’esperienza formativa e politico culturale dello scomparso leader piemontese. Ascoltando l’intervento appassionato dell’On Merlo non potuto evidenziare a Rotondi al quale, a debita distanza di sicurezza, stavo seduto accanto, che da quella scuola forzanovista sono usciti “allievi” di forte caratura. Merlo ha indicato ai cattolici l’esigenza di tradurre nella “città dell’uomo” le indicazioni pastorali dell’enciclica “Laudato Si” e dell’ultima “Fratelli tutti”, secondo un soggetto politico nuovo e centrale (come “centrale” era stata la connotazione che Bonelli aveva dato al fenomeno dei Grünen tedeschi, vincenti in Germania, leader nel länder del Baden Württenberg), che assuma i caratteri diversi dai tentativi fallimentari sino ad ora compiuti con risposte di tipo nostalgico o identario, entrambe insufficienti a far decollare un progetto di rinnovamento all’altezza dei bisogni della società italiana nel tempo della globalizzazione e per i problemi drammatici che la pandemia pone all’intera umanità.

A conclusione dei lavori il presidente del comitato scientifico della fondazione Sullo-DC, prof Antonino Giannone ha presentato un‘ottima sintesi raccolta in alcune schede dalle quali emerge la necessità di assumere un rigorosa responsabilità etica e sociale, economica e culturale se vogliamo salvare la Terra dal disastro dell’aumento della temperatura globale, decidendo, finalmente, quale tipo di  mondo vogliamo trasmettere a chi verrà dopo di noi, in un secolo in cui assisteremo non a cento anni di progresso, ma, più probabilmente a 20.000 anni di progresso.

Emergerà davvero una politica cristiana dal bianco al verde? Lo accerteremo meglio nel prosieguo del dibattito tra oggi e domani.

 

Ettore Bonalberti

St Vincent, 10 Ottobre 2020

 


Tutti al centro

 

Grande è il movimento al centro e, soprattutto, nella nostra area politica di riferimento. Si è mosso per primo il movimento raccolto attorno al “Manifesto  Zamagni” che ieri, 4 ottobre, si è costituito in partito, assumendo il nome di INSIEME, corrispondente a quanto, da socio fondatore, suggerii al gruppo guidato da Tarolli, “Costruire Insieme”, ricordando l’associazione politico culturale veneta, INSIEME, nata nel 2008 a Venezia, il cui sito: www.insiemeweb.net è da me diretto. Ho augurato un sincero benvenuto a questo partito, considerato che: “tutto ciò che va nella direzione della ricomposizione dell'area politica cattolico democratica e cristiano sociale va salutato positivamente”.

 

Seguirà tra pochi giorni il convegno di St Vincent (9-10-11 Ottobre) dove Gianfranco Rotondi, commentando l’avvio di INSIEME, ha dichiarato:” Cercheremo di dialogare, ma il nostro progetto a Saint Vincent, venerdì prossimo, si darà un orizzonte più ampio del segmento neo dc che fin qui abbiamo rappresentato. Serve una nuova iniziativa politica capace di dare compimento alle domande che il Santo Padre pone a laici e cattolici". Quello che partirà da Saint Vincent "è un percorso che inizia e non si propone di dar vita a un partito, piuttosto a un’area trasversale capace di contendere coi sovranisti e la sinistra alle prossime elezioni politiche - prosegue Rotondi - Se il tentativo nascerà’ e crescerà, naturalmente Zamagni sarà un interlocutore ma allo stato non sappiamo che accoglienza avranno le nostre ipotesi".

 

La preoccupazione espressa dall’amico Lucio D’Ubaldo su Il Domani d’Italia (www.ildomaniditalia.eu - “ Il Centro, tra Conte e Zamagni”)  per l’annunciata partecipazione a St Vincent del presidente del consiglio, Giuseppe Conte, foriera “dell’ennesima invenzione di un partito personale” espressione del peggior trasformismo politico rispetto a quello stesso depretisiano avviato nel 1861, mi sembra eccessiva. Considero da qualche tempo Conte una risorsa e non una criticità e tanto più emergerà il collegamento della sua formazione culturale e sensibilità politica alla nostra, ogni passo compiuto nel segno della collaborazione io credo sarà positivo.

 

Il 20 Ottobre, terzo tassello, è convocata l’assemblea generale della Federazione Popolare dei DC, coordinata dall’On Giuseppe Gargani, per decidere la sua trasformazione in partito, nel quale confluiranno i soci delle oltre quaranta associazioni, movimenti e gruppi che hanno condiviso il patto federativo.

 

All’interno di Rete Bianca (una delle parti raccolte attorno al manifesto Zamagni),poi,va ricordata l’esperienza di “Base Italia”, evocatrice di quella che fu per decenni la corrente di sinistra politica della DC, mentre continua, dopo quasi dieci anni, l’impegno dei “DC non pentiti”, sotto la guida di Renato Grassi nel tentativo di ricostruzione politica della DC (www.democraziacristiana.cloud), partito “mai sciolto giuridicamente”. Un percorso ricco di passione e, ahimè, lastricato di infelici e sciagurate controversie giudiziarie che hanno attraversato tutta la lunga stagione della diaspora DC, da me ampiamente analizzata nel recente libro: DEMODISSEA.

 

Giustamente Giorgio Merlo, nel suo ultimo editoriale su “ Il Domani d’Italia” (“ Cattolici, serve un federatore”)(www.ildomaniditalia.eu), scrivendo che finalmente qualcosa si muove nell’area politica cattolica, auspica l’avvento di un “federatore”, capace di condurre all’unità questo vasto fermento presente al centro. Ovviamente la conditio sine qua non perché il progetto possa avanzare è l’adozione per le prossime elezioni politiche di una legge elettorale proporzionale, senza la quale, permanendo il “rosatellum” o un’altra legge maggioritaria, nessuna unione al centro sarebbe possibile. Va, in ogni caso, tenuto presente il ruolo frenante, se non distruttivo, di quella stupida italica regola aurea per la quale: tutti vogliono coordinare, ma nessuno vuol essere coordinato. Personalmente, democristiano da sempre e che resterà tale sino alla fine, vedo con molto interesse il progetto di una più vasta unione al centro ipotizzata da Rotondi, e mi auguro che, dopo St Vincent, si possa avviare un dialogo per federare le diverse iniziative e, soprattutto, che qualcosa di nuovo si muova anche a livello parlamentare dove, come ha scritto anche la sen. Paola Binetti è in atto “ un grande fermento”. Si tratta di concorrere tutti insieme a ricomporre in un grande mosaico i diversi tasselli che si stanno organizzando in quest’autunno ricco di interessanti cantieri politico culturali. E’ importante rammentare che la nuova leadership cattolico democratica e cristiano sociale del soggetto politico nuovo di centro in costruzione, non si potrà decidere dall’alto (metodo top down), ma seguendo un corretta procedura bottom up, dal basso verso l’alto; dopo che, anche grazie alla spinta di un gruppo parlamentare coeso in fieri, partendo dalle realtà territoriali locali, si potrà organizzare una grande assemblea costituente di un vasto movimento ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano capace di rappresentare, come nella migliore storia della DC, e con una rinnovata classe dirigente, gli interessi del terzo stato produttivo e delle classi popolari, oggi prive di una rappresentanza politica e largamente rifugiatesi nell’astensionismo e nel rifiuto dei riti del tristissimo teatrino di questa ormai esausta terza repubblica.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 5 Ottobre 2020

 



Riceviamo e volentieri pubblichiamo la notizia di questo evento di Saint Vincent dove la corrente dei Democristiani di Carlo Donat Cattin aveva la tradizione di riunirsi dopo l’estate per fare il punto sulla situazione politica”


Saint Vincent 9-10-11 Ottobre: Gianfranco Rotondi, Presidente della Fondazione Democrazia Cristiana, presenta un’anticipazione sul Convegno di Saint Vincent:

LAUDATO SÌ: LA POLITICA CRISTIANA DAL BIANCO AL VERDE

“La mia Dc ha avuto respiro perché aveva alle spalle Silvio Berlusconi, leader del Ppe, e Fi e il Pdl con percentuali simili a quelle della vecchia Dc.

Eravamo lievito in una torta grande dell’elettorato.

Oggi Fi è alle percentuali della mia Dc, noi in proporzione stiamo un po’ meglio,ma è un riavvicinamento in discesa dei numeri.

Serve una nuova proposta politica dei cattolici,e a Saint Vincent proveremo a gettare le basi,con molta umiltà e senza avere francamente soluzioni già ideate

Ci auguriamo che a Saint Vincent, con il contributo di numerosi Intellettuali e Politici che parteciperanno alla Tavola Rotonda sulla Laudato Sì e al dibattito sulla Politica, (Annamaria Bernini, Paola Binetti, Angelo Bonelli, Ettore Bonalberti, Vito Bonsignore, Renato Brunetta, , Rocco Buttiglione, Lorenzo Cesa, Gerardo Maria Cinelli, Achille Colombo Clerici, Marco Frittella, Don Gianni Giacomelli, Guido Crosetto, Antonino Giannone, Virginia Kaladich, Roberto La Galla, Giuseppe Lavitola, Ubaldo Livolsi, Lucia Lo Palo, Biagio Maimone, Davide Maraffino, Giorgio Merlo, Rossella Panzeri, Alfonso Pecoraro Scanio, Alfonso Puorro, Saverio Romano, Ettore Rosato, Vincenzo Sanasi d’Arpe, Christian Solinas, Renato Schifani, Bruno Tabacci, Mario Tassone, Claudio Vivona, concluderà Maria Stella Gelmini) si avvierà un Work in Progress per concorrere, a breve, alla realizzazione di un Polo di Centro Moderato, di Cattolici, di Popolari, di Democratici Cristiani, di Liberali e di Amici dell’Associazionismo Sociale e di Volontariato per riequilibrare il sistema politico attuale dei due poli estremi  di Sinistra e di Destra, per poter Costruire Insieme il Futuro del Paese, con il Piano del Recovery Fund, come seppe fare la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, con il Piano Marshall.

Dopo un decennio l’Italia raggiunse il traguardo di VI^ Potenza Industriale.

Il Convegno che si svolgerà a Saint Vincent nei giorni 9-11 Ottobre è organizzato dalla Fondazione Fiorentino Sullo Democrazia Cristiana e da La Discussione^

 

 

 

 

Vogliamo smetterla con gli esperimenti e costruire l’unità possibile?

 

Caro Giorgio, è proprio vero quello che tu scrivi oggi su Il domani d’Italia: “troppi esperimenti cancellano il patrimonio”. In realtà, allo stato degli atti, i tentativi più interessanti di ricomposizione dell’area  cattolico democratica e cristiano sociale, dopo la lunga stagione della diaspora (1994-2020) di cui ho scritto nel mio recente libro DEMODISSEA, sono quelli della Federazione Popolare DC e dei diversi movimenti raccolti attorno al manifesto Zamagni: Rete Bianca, Politica Insieme e Costruire Insieme. Nel mio libro termino proprio, come peraltro sollecito da qualche tempo, che serve impegnarsi a costruire, innanzi tutto, l’unità possibile tra questi due importanti processi-progetto di ricomposizione, facilitata dalla condivisione dell’esigenza di costruire un soggetto politico nuovo di centro, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, inserito a pieno tiolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo al populismo e al sovranismo della destra a dominanza salviniana e della Meloni e alla sinistra senza identità.

 

Qualcuno continua a mantenere, per la verità con assai scarsa se non nulla attendibilità e coerenza, una sorta d’idiosincrasia verso tutto ciò che richiama alla DC, di cui pure è un figlio legittimo, arrogandosi come un finto avatar l’identità di un artificioso nuovismo rispetto a coetanei additati come il vecchio deteriore e impresentabile. Condividendo l’idea che a tutti noi della quarta generazione DC competa nient’altro che il ruolo di dare dei buoni consigli, tenendo conto che non siamo nemmeno più in condizione di offrire dei cattivi esempi, dovremmo impegnarci a far crescere una nuova generazione di popolari pronti a tradurre nella città dell’uomo gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa.

 

Ciò che con il prof Zamagni da qualche tempo descrivo come il superamento del NOMA ( Non Overlapping Magisteria), ossia il rovesciamento del rapporto tra etica, politica ed economia, con la finanza che la fa da padrone subordinando al ruolo ancillare e servente l’economia reale e la stessa politica ( insomma quello che oggi connotiamo come turbo capitalismo finanziario) è stato ampiamente descritto e definito ( quasi in maniera solitaria) dalle encicliche sociali della Chiesa Cattolica: dalla Centesimus Annus di Papa San Giovanni Paolo II, alla Caritas in veritate di Papa Benedetto XVI e alla Laudato SI di Papa Francesco.

 

Tutto ciò assegna a noi popolari un compito straordinario e non più eludibile, anche tenendo  presente che, nella cultura cosiddetta “liberal”, difficilmente si può trovare un’interpretazione altrettanto rigorosa e critica. Difficoltà di un confronto teorico da un lato, per assenza di interlocutori con testi aggiornati ( siamo ancora fermi a Keynes da un lato o alle tesi monetariste di Milton Friedman dall'altro) e assenza/criticità di interpreti politico partitici dei due campi ( intendo quello cattolico democratico e quello liberal riformista) sono le condizioni effettuali difficili nelle quali ci troviamo a operare. Tutti noi dovremmo essere  impegnati a concorrere alla ricomposizione della nostra area politico culturale già democratico cristiana e popolare, e a St Vincent con l’On Rotondi, ritengo si tenterà proprio di favorire un processo di costruzione di un soggetto politico nuovo di centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, come quello che descrivo ampiamente come un mantra nel mio libro.

 

Senza la replica dell’incontro storico tra cattolicesimo politico e riformismo liberale, repubblicano e socialista, come nelle migliori stagioni della nostra storia, in Italia non c’è futuro. Premessa indispensabile perché ciò possa avvenire è il tipo di legge elettorale che alla fine sarà utilizzata alle prossime elezioni politiche. L’idea di un centro politico, infatti, deve fare i conti con la legge elettorale: senza la proporzionale, meglio alla tedesca, con preferenze e sfiducia costruttiva, permanendo il “rosatellum” o altra formula maggioritaria, nessun centro ( tanto meno quello di area cattolica) potrà nascere, dato che il bipolarismo forzato che il maggioritario tende a realizzare, ci porterebbe alla divisione vissuta dal 1994 in poi tra coloro che resteranno con la destra a dominanza prima berlusconiana e oggi salviniana-meloniana e gli altri, con la sinistra guidata dal PD.

Credo sia l’ora di dire stop alle divisioni e di impegnarci tutti alla costruzione dell’unità possibile.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 29 Settembre 2020

 

 

Ricordo di Ferdinando Ranzato

 

Ci ha lasciato Nando Ranzato, un amico e un fratello di tante battaglie politiche e sociali. Ci siamo conosciuti alla fine degli anni’70 e, da allora, sono stati più di cinquant’anni di una comune esperienza politica da democratici cristiani attivi, sino alla fine politica del partito (1994) e, poi, da “ DC non pentiti”, ultimi dei mohicani  sempre legati ai valori dei cristiano democratici e cristiano sociali.

 

Con Nando scompare una delle personalità più generose da me conosciute all’interno della DC veneziana, sempre pronta ad aiutare chi si fosse rivolto a lui per qualunque necessità, e sul piano della totale disponibilità gratuita e immediata. Scelto a capo della segreteria dell’On  Gianfranco Rocelli, fu una delle colonne portanti della nostra corrente di sinistra sociale DC ( Forze Nuove) a Venezia, sia nelle frequenti occasioni di impegni congressuali, che nell’attività di governo, nella quale l’On. Rocelli lo ebbe come fedele addetto di segreteria nei diversi ministeri da Rocelli gestiti da sottosegretario.

 

Molto positiva, poi, la nostra comune esperienza vissuta nell’amministrazione provinciale di Venezia, nella giunta della quale, Nando Ranzato assunse il ruolo di assessore prima, e, in seguito, di presidente dell’Istituto di Santa Maria della Pietà. In qualunque ruolo e funzione ricoperte, Nando seppe sempre esprimere il meglio della propria innata generosità e competenza, ispirate dai valori della solidarietà e sussidiarietà che lo portarono, anche sul piano sociale, a ricoprire per molti anni la presidenza del Movimento Cristiano Lavoratori provinciale e regionale. La dimostrazione  di un impegno politico, sociale e culturale sempre coerente sino alla fine.

 

Caro Nando non sentirò più la tua voce sempre pronta a rispondere alla chiamata e per affrontare i diversi impegni ai quali la politica o la testimonianza civile ci sollecitava. Una tristissima malattia ti aveva colpito, distruggendo progressivamente la tua forza e volontà di vivere sino alla morte. Tutti noi che ti abbiamo voluto bene piangiamo la tua scomparsa, orfani di un amico e di un fratello di cui sentiremo dolorosamente la mancanza. Preghiamo per la tua anima bella e resterai per sempre nel nostro ricordo. Sino alla fine.

 

Ettore Bonalberti

 

Venezia, 28 Settembre 2020

 

 




Quell’idea di Bisaglia

 

Eravamo agli inizi degli anni’80 e nella DC veneta non ci si capacitava del fenomeno leghista che, da alcuni anni, era apparso in molte realtà della fascia pedemontana, quella in cui la DC aveva sempre ottenuto consensi  con oltre il 50 % dei votanti. Responsabile dell’ufficio programma del partito regionale e direttore del giornale “ Il Popolo del Veneto”, organizzai il primo incontro informale tra DC e Liga veneta, con i fondatori  Achille Tramarin e Franco Rocchetta nella sede regionale padovana del partito. Erano due giovani appassionati della storia e della lingua veneta, che mi offrirono una lezione della storia risorgimentale e del plebiscito con cui il Veneto fu annesso all’Italia, totalmente alternativa a quella da tutti noi studiata nei corsi regolari della scuola italiana. Accanto a questa rivendicazione della lingua, della storia e dell’autonomia territoriale del Veneto, giungeva forte e chiara la voce del leader nazionale leghista, Umberto Bossi che, invece, parlava esplicitamente di ”secessione della Padania” e di guerra a “ Roma ladrona”. Un tema, quest’ultimo, che toccava la sensibilità e il portafoglio di quel ceto medio produttivo su cui la DC veneta aveva raccolto largamente il consenso, ma che era stanco di un sempre più stretto controllo dopo decenni di grande libertà fiscale. Con Bisaglia e il segretario regionale Francesco Guidolin decidemmo di costituire un gruppo di studio, di cui assunsi il coordinamento, con gli amici Proff. Enrico Berti, Ulderico Bernardi e Ferruccio Bresolin, per tentare di comprendere le ragioni principali che stavano alla base del nuovo orientamento elettorale dei veneti.

Da quel gruppo di lavoro emersero chiaramente le ragioni culturali e strutturali di quella nuova realtà politica: difesa della storia della Serenissima e della lingua popolare veneta, valore dell’autonomia locale e sofferenza patita per un’imposizione e controllo fiscale insopportabile dopo anni di “allegra fiscalità” e, soprattutto, sfiducia in un partito, forte nel consenso territoriale, ma debole nella rappresentanza governativa centrale nella quale poter far valere le ragioni del “popolo veneto”. Fu allora che il sen Antonio Bisaglia avanzò l’idea di un’organizzazione su base diversa e federale della DC, con la DC veneta che avrebbe potuto assumere le caratteristiche proprie della CSU bavarese, quella con cui Carlo Bernini teneva ottimi rapporti con il Presidente Franz Josef Strauss.

Ho fatto questa digressione storica per rilevare come l’idea di un “partito veneto”, in qualche maniera distinto e distante da quello centrale, fosse maturata, almeno tra i vertici della DC, quarant’anni fa. I travolgenti risultati nelle ultime elezioni regionali, che hanno assegnato al presidente Luca Zaia un’affermazione plebiscitaria che non ha eguali nella storia politica regionale veneta, m’inducono a riprendere questa riflessione su quell’idea di Bisaglia, che già alcuni anni fa con l’amico Domenico Menorello tentammo di riprendere in un seminario organizzato ad hoc con Flavio Tosi, allora sindaco leghista di Verona, astro nascente del partito guidato dal “Senatur”.

Mi ha favorevolmente colpito la risposta data a caldo da Zaia, a un giornalista che lo intervistava, chiedendogli come avrebbe potuto conciliare la pretesa di autonomia veneta con il superamento del divario esistente tra Nord e Sud. Zaia ha  risposto prontamente ripetendo una frase di don Lugi Sturzo: sono unitario, ma federalista impenitente.

Alla fine, come ho sempre creduto ragionando sul caso veneto della Lega, è emerso il riferimento valoriale e culturale alle radici cristiano sociali di larga parte del personale politico dirigente di questo partito. Radici che, come nella DC, sono ben piantate sui valori dell’autonomia, della solidarietà e della sussidiarietà, ossia nella centralità della persona e dei gruppi intermedi, propri della dottrina sociale cristiana.

Una cultura che, oltre alla tradizione sturziana e degasperiana e di tutta la storia della DC veneta, è stata confermata anche da noi popolari e DC veneti quando, negli anni scorsi, sempre con l’amico Menorello e l’avv. Ivone Cacciavillani, giurista e storico cultore della nostra migliore tradizione storico politica, abbiamo avanzato l’idea della macroregione del Nord-Est o Triveneto, sul modello istituzionale indicato dal compianto prof Miglio, già docente alla Cattolica di Milano. Tenuto presente che nel voto regionale, in assenza di una nostra lista e, dunque, senza alcun punto di riferimento di diretta espressione cattolico democratica e cristiano sociale, i nostri elettori sono rimasti liberi di esprimere il loro voto secondo coscienza, ritengo, che la maggior parte di essi abbiano votato largamente per la  lista Zaia.

Al di là di questa che, allo stato degli atti, potrebbe essere solo un’ ipotesi di studio, dal voto emerge un fatto politico di straordinario valore: il Veneto si è affidato alla persona di Zaia, ancor più che al suo partito, per il buon governo dimostrato e, soprattutto, per la sua volontà di autonomia, che resta una delle colonne portanti della nostra stessa cultura politica.

Di qui il ritorno di quel vecchio progetto del sen. Antonio Bisaglia,  enunciato poco prima della sua prematura scomparsa. L’idea di una DC ridisegnata sul modello autonomistico della CSU bavarese. Un partito, cioè, forte dei suoi valori di riferimento e collegato strettamente alla sua realtà territoriale. Convinto come sono della diversità esistente tra l’impostazione politico culturale di Zaia e quella di Salvini (come ho scritto in un  mio recente articolo  della Lega”), dopo aver condiviso col Presidente leghista del consiglio regionale, Ciambetti  e i referenti provinciali della Lega nelle sette province venete, la comune adesione ai valori costituzionali, battendoci insieme per il NO alla “deforma costituzionale renziana”,  ritengo che oggi il Veneto rappresenti una straordinaria risorsa per il Paese e con l’affermazione elettorale di Zaia si potrebbe sviluppare proprio qui un’esperienza politico culturale speciale sul modello della CSU bavarese, con un governatore di importanza e autorevolezza pari a quella del capo del governo nazionale. La vasta area cattolico democratica e cristiano sociale, oggi senza rappresentanza politica e istituzionale in regione e a livello centrale, potrebbe ritrovarsi ampiamente in un progetto politico di tale portata. Perché non provare a tradurre nella realtà questa che fu l’idea di Bisaglia?

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF (Associazione Liberi e Forti)

Venezia, 23 Settembre 2020

 

 

 

Due giovani candidati  Popolari per il Comune di Venezia

 

La Federazione Popolare dei DC veneti per il rinnovo del consiglio comunale di Venezia sostiene la lista “ Venezia è tua” per Baretta Sindaco. E’ una scelta derivante dalla delusione vissuta, dopo che nel 2015 avevamo sostenuto la lista dell’amico Renato Boraso, già democratico cristiano, oggi divenuto organico nella lista fucsia del sindaco uscente. Un sindaco che, durante tutta la passata amministrazione, non ci ha degnato di alcuna attenzione non rispondendo mai alle nostre richieste su temi importanti della cultura e della promozione della città e senza attivare alcuna iniziativa tra quelle indicate nella nostra “ Idea di Venezia”, la proposta programmatica della Lista Boraso, disattesa subito dopo il voto.

Abbiamo fatto una scelta a sostegno della candidatura di due giovani veneziani: Clark Manwar e Giuseppe Vadalà. Siamo convinti, infatti, che la politica e l’amministrazione della nostra città, abbia bisogno di “vino nuovo in otri nuovi” e i due candidati della nostra Federazione possiedono queste caratteristiche.

Clark Manwar, nato a Dhaka (Bangladesh), ma cittadino italiano, è l’esempio della perfetta integrazione nella nostra comunità sino a diventare un imprenditore nel settore alberghiero nel centro storico di Venezia.

Su di lui crediamo si possano ritrovare molti esponenti del terzo stato produttivo turistico alberghiero e gli amici italiani delle vaste comunità di immigrati di cui  i Popolari intendono favorire l’integrazione, secondo quello spirito di apertura al mondo che è iscritto nella migliore storia della Serenissima.

Giuseppe Vadalà, dal canto suo, opera da molti anni nel settore dell’immobiliare e dell’intermediazione come consulente Real Estate. E’ membro benemerito dell’Accademia Costantina e dell’Associzione nazionale Carabinieri . Una garanzia di serietà professionale e di profonda conoscenza dei  temi urbanistici di Venezia.

Due risorse giovani e  qualificate in grado di garantire tanta passione civile e amore per la nostra città, impegnate a tradurre sul piano amministrativo i valori dei Popolari e gli interessi dei ceti medi produttivi e delle classi popolari.

 

Ettore Bonalberti e Pasquale Ruga

Federazione Popolare dei DC di Venezia

 

Venezia, 8 Settembre 2020

 



Le alleanze non sono un pallottoliere, ma serve un centro nuovo

 

E’ vero, come sostiene Merlo nel suo articolo su Il Domani d’Italia che “le alleanze non sono un pallottoliere” tanto a sinistra quanto a destra degli schieramenti. E lo sono soprattutto per il PD, sin qui necessitato a un’alleanza con “il vero partito populista, antiparlamentare, demagogico e qualunquista della politica italiana”, che è il M5S. Se, però a destra ogni questione dirimente tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, alla vigilia di ogni scadenza elettorale, è risolta disinvoltamente con la formazione di liste unitarie, è a sinistra che, perdurando il sistema elettorale del “rosatellum”, al PD non resta che l’alleanza forzata e innaturale con il M5S o l’isolamento minoritario nelle istituzioni.

 

Se a destra, con facilità, si superano questioni strategiche di fondo sul piano degli schieramenti europei, tra Forza Italia, componente non irrilevante del PPE, Fratelli d’Italia tra i conservatori europei, e la Lega unita alla destra estrema con i partiti anti europei e dell’area Visegrad, è nell’area del centro sinistra che il PD non riesce a sottrarsi all’abbraccio soffocante e innaturale col M5S, per la semplice ragione che un centro democratico, popolare, liberale e riformista non esiste. E non esisterà mai, permanendo un sistema elettorale che dal “mattarellum” al “rosatellum” ha sempre puntato a facilitare un bipolarismo forzato che non rientra nella storia e nella cultura politica italiana. I partiti di programma nati col Partito socialista italiano e con il PPI tra il XIX e il XX secolo poterono superare la lunga stagione del trasformismo depretisiano e giolittiano, grazie all’introduzione del suffragio allargato e del sistema proporzionale; un sistema che permise ai partiti del patto costituzionale di garantire l’assetto democratico pluralista del Paese sino alla fine della Prima Repubblica (1947-1993).

 

Ecco perché continuiamo a sostenere la scelta del sistema elettorale tedesco ( il “germanicus”): proporzionale con preferenze, sbarramento al 4-5% e sfiducia costruttiva; un sistema, cioè, in grado di garantire, con la rappresentazione reale delle forze in campo, la governabilità del Paese. Si vedrà, dopo il prossimo voto referendario, se questa sarà la scelta che, almeno sin qui, da Di Maio a Renzi sembra essere sostenuta, mentre nel PD continuano le antiche chimere delle elezioni a doppio turno alla francese. Ennesimo tentativo di piegare in senso forzatamente bipolare una realtà più composita come quella italiana di interessi e di valori che, solo il proporzionale è in grado di rappresentare, così come avviene in Germania, la cui evoluzione storico politica e persino socio economica e istituzionale è assai più simile a quella italiana. Oltre e ancor prima,però, della scelta del sistema elettorale esiste, quello dell’incapacità sin qui colpevolmente sperimentata di dare concreta espressione a quell’area politico culturale cattolico democratica e cristiano sociale senza la quale resta esclusa dalle istituzioni la componente che, storicamente, insieme alle culture di ispirazione laica, liberale, repubblicana, socialista riformista e comunista, ha saputo garantire, con l’avvento del patto costituzionale la democrazia della nostra Repubblica.

 

Con chi si potrebbe alleare un PD, permanendo questo vuoto di rappresentanza politica del centro di ispirazione cattolica e popolare, se non con chi, dal 2018, il M5S, rappresenta come ben ha descritto Merlo  le istanze della protesta e del populismo qualunquista e antiparlamentare presente  pesantemente almeno in quel 50% di elettori che continuano a votare? Ecco perché il tema torna alla questione che nel mio ultimo saggio, che intendo presentare al prossimo convegno di St Vincent (9-10-11 Ottobre) intitolato: “ DOMODISSEA- Il travaglio di un “Don Chisciotte” nella lunga stagione della diaspora DC (1993-2020)” ho esaminato in tutti i suoi passaggi. La storia di traversie, di avvenimenti infausti e ingloriosi, che, ahimè, ci hanno perseguitato e non sono ancora cessati dalle elezioni politiche del 2018, alle europee del 2019 e persino alle prossime regionali settembrine. Da “medico scalzo” e senza alcuna autorità se non quella di un anonimo “osservatore partecipante” senza ambizioni, ho fatto appello diverse volte agli amici della Federazione Popolare DC, cui appartengo, e a quelli raccolti attorno al “manifesto Zamagni”: Rete bianca, Politica Insieme e Costruire Insieme, affinché si possano incontrare e trovare le convergenze per l’unità possibile di tutta l’area cattolico democratica e cristiano sociale. Sino a oggi nessuna risposta. Mi auguro che il prossimo Convegno di St Vincent (9-10-11 Ottobre) felicemente programmato dall’amico Rotondi  ( proprio in quella sede valdostana, molti anni fa, esordì da giovane esponente DC avellinese amico di Sullo e di Gerardo Bianco), sia proprio l’occasione per un tale avvio di unità.

 

Solo se sapremo concorrere alla nascita di  un soggetto politico nuovo che, come un mantra, continuo a definire: popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori DC, alternativo alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e alla sinistra comunista; un soggetto impegnato ad attuare integralmente la Costituzione con politiche fondate sui principi dell’economia civile e su quelli della solidarietà e sussidiarietà, si potrà dare risposta reale all’esigenza posta dall’amico Merlo. Non si giocheranno più le alleanze sul piano del pallottoliere, ma su scelte fondate sulla rappresentazione reale di interessi e valori che, attualmente, gonfiano la rete dei renitenti al voto. Gli interessi e i valori, soprattutto, dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, quelli ai quali la DC seppe sempre garantire storicamente la più alta mediazione sul piano politico e istituzionale. E dovremo non solo superare i limiti che hanno sin qui impedito di costruire la nostra unità, ma anche dei segnali di disponibilità provenienti sia da Forza Italia che nello stesso M5S e nel PD. Solo se nasce un centro nuovo finisce il tempo del pallottoliere.

 

Ettore Bonalberti

Federazione Popolare DC

Venezia, 7 Settembre 2020

 

 

Ho commentato un articolo assai critico di Dino Bertocco pubblicato su www-geecco.it ( 21 Settembre: “Un Veneto senza guida”) con la nota: “Della Lega veneta”, che allego. E' la testimonianza di un democratico cristiano veneto che conobbe i protagonisti originari della Liga veneta, Achille Tramarin e Franco Rocchetta, e che distingue nettamente la Lega del Veneto oggi sotto la leadership di Luca Zaia da quella muscolare di Salvini.


Della Lega veneta

 

Caro Dino ho letto con interesse il tuo j’accuse profetico post elettorale del voto veneto di Settembre. Il medesimo interesse con cui seguo il tuo appassionato impegno per un coinvolgimento diretto civico,  sin qui risultato scarso se non inesistente.

Confesso che larga parte della tua diagnosi sul caso del dominio di Zaia nella politica veneta è condivisibile, anche se, a mio parere, insufficiente per collocare nella giusta dimensione storico politica la realtà  della Lega veneta sorta agli inizi degli anni’80.

Quando da responsabile del programma della DC veneta ebbi i primi contatti con Achille Tramarin e Franco Rocchetta, antesignani di un fenomeno politico allo “statu nascenti”, che dovette ben presto fare i conti e soccombere nei confronti della Lega lombarda guidata da Umberto Bossi, sino al sacrificio successivo dello stesso Comencini, dal gruppo di studio che la DC pensò di istruire ( composto, tra gli altri, dagli amici prof. Ulderico Bernardi, il compianto prof. Ferrucio Bresolin, dal prof. Enrico Berti e dal sottoscritto) compresi che si trattava di un progetto politico culturale che originava dalle radici profonde del tessuto popolare della nostra terra. Basta ricordare come, senza risorse e con una comunicazione basata sull’utilizzo di manifesti murali fatti a mano o da scritte improvvisate sui muri o sui cavalcavia autostradali, quel movimento spontaneo finisse col penetrare progressivamente nei nostri comuni, soprattutto quelli della fascia pedemontana veneta, anche in quelli nei quali la DC segnava punte di consenso elettorale oltre il 50-60%.  Si trattò del più vasto smottamento del consenso democratico cristiano di tutta la storia repubblicana.

Non si può, dunque, analizzare il fenomeno leghista veneto se non si riconosce quest’origine autenticamente popolare, radicata nell’autonomismo locale che è stata la cifra anche della condizione di egemonia vissuta dalla DC veneta dal 1947-48 e per quasi cinquant’anni.

Certo un movimento-partito quello della Lega, che non si alimentava della nostra cultura cattolico democratica e cristiano sociale, ma, in origine, sull’idea del valore dell’antica supremazia Serenissima e, poi, su quelli bossiani della “Padania”, come terra promessa distinta e distante da “Roma ladrona” da cui ci si augurava il distacco, anche quando il ministero degli Interni, espressione massima del valore dello Stato unitario, fu affidato alla guida del segretario pro tempore leghista, Roberto Maroni.

Questo carattere popolare forte del valore dell’autonomismo locale è sempre stato alla base della Lega veneta che, proprio dal consenso e dal potere assunto democraticamente negli enti locali, ha saputo costruire la sua egemonia, sino al dominio attuale del potere di Luca Zaia.

Intatti i valori di riferimento essenziali della democrazia parlamentare e costituzionali, come furono egregiamente dimostrati dalla netta scelta compiuta dalla Lega a favore del NO nel referendum contro la “deforma costituzionale” renziana. Non dimenticherò mai l’apporto straordinario che il presidente Ciambetti, con i più autorevoli esponenti leghisti delle sette province venete, assicurò al nostro comitato dei Popolari per il NO. Un accordo anche con i riformisti di sinistra che seppe garantire la netta vittoria del NO nel Veneto a quel voto referendario del 4 dicembre 2016.

Certo il passaggio dalla guida forza leghista a conduzione Galan della Regione a quella lega-forzista di Zaia è un momento politico amministrativo delicatissimo, cui tu da tempo dedichi la giusta attenzione. Il tempo degli “homini novis” che ebbero in gran dispitto quelli che, come molti di noi, erano stati e sono espressione della sempre più rivalutata Prima Repubblica. Homini novis, e pure qualche donna, czarina della prima ora, i quali procedettero alle purghe di tipo staliniano di cui fui personalmente vittima.

Credo, insomma, che tutti questi elementi andrebbero considerati, insieme a quelli più fortemente critici da te evidenziati, se sulla Lega veneta vogliamo svolgere una riflessione più

rigorosa, sia sul piano storico che su quello politico culturale.

Quanto al voto di Settembre e lo faccio non come previsione a futura memoria,  ma come realistica costatazione di un dato effettuale, ciò che credo andrebbe evidenziato sia: da un lato, l’ennesimo reiterato tentativo lombardo messo in campo stavolta da Salvini, di stoppare il voto alla lista Zaia per impedirne il sorpasso su quella ufficiale della Lega, riconfermando l’antica volontà di supremazia lombarda su quella veneta. Una supremazia che, stavolta,  rischia di mettere in gioco la stessa leadership di un partito non più padano, ma nazionale, tra “il Tecoppa meneghino” e la figura più moderata e istituzionale di Zaia. Dall’altra, la realtà di una competizione dov’è totalmente scomparsa la presenza di una forza organizzata dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.  Di ciò ho scritto nel saggio che presenterò a St Vincent, al convegno che si terrà il 9-10-11 Ottobre p.v. che ho titolato: DEMODISSEA, Il travaglio di “Don Chisciotte” nella lunga stagione della diaspora DC (1993-2020).

 

Ettore Bonalberti

Federazione Popolare DC

 

Venezia, 5 Settembre 2020

 

 



Referendum e conseguenze del voto

 

A poche settimane dal referendum sul taglio dei parlamentari si moltiplicano le prese di posizione a favore del SI e del NO. Un tema che ha diviso anche la vasta schiera dei costituzionalisti, la stragrande maggioranza dei quali ha espresso  motivate ragioni di ordine costituzionale a sostegno del NO, mentre il prof Vittorio Onida, ex presidente della Consulta, si è caratterizzato come una voce fuori del coro con l’articolo pubblicato su Repubblica.

Quanto a me, come gli amici della Federazione Popolare DC, voterò NO condividendo le ragioni indicate con chiarezza dall’amico Follini nel suo articolo pubblicato sulla rivista “Formiche” (“Vi spiego i tre difetti del referendum”) e da autorevoli amici come D’Ubaldo, Davicino, Dellai su “Il domani d’Italia”.

 

Questa infelice verifica referendaria, com’è noto, rappresenta uno dei fiori all’occhiello della strategia del M5S, coerente con la loro idea di “democrazia diretta”, sostanzialmente sostituita nella prassi quotidiana di quel partito che, piattaforma Rousseau più o meno scevra da condizionamenti, resta eterodiretto dall’esterno, vuoi per il ruolo dominante del fondatore Beppe Grillo che da quello molto più pressante e costoso della Casaleggio e C. Di qui l’impegno del M5S a sostenere le ragioni del SI, con il leader di turno Di Maio che è giunto ad affermare: L’establishment è per il NO, gli italiani per il SI”. Il giovanotto di Pomigliano, assurto miracolosamente al ruolo di ministro degli esteri, sembra dimenticare che il M5S fa parte a pieno titolo della nuova dirigenza al governo, anche se, ahinoi, con molte incompetenze e contraddizioni.

 

E’ evidente che, se vincesse il SI, il M5S assumerebbe il risultato come la dimostrazione del valore della loro tesi suffragata dal consenso popolare. Sappiamo bene che, dopo la lunga narrazione populistica avviata dopo la fine della prima repubblica, con  Berlusconi, Bossi sino a Renzi e al M5S, esista una netta propensione anti casta e anti politica pronta a sostenere le ragioni del SI. A tale condizione oggettiva si aggiunge l’ambigua e difficile posizione del PD diviso tra coloro che, come Bonaccini e Del Rio sono per il SI, coerentemente con la posizione che il partito in passato ha sempre avuto sul taglio dei parlamentari e con un occhio vigile sulla tenuta del governo, e quelli che, come Orfini e molti della base, sono schierati, invece, a favore del NO. Zingaretti, incerto sul da farsi, affida alla già convocata direzione nazionale il compito di sciogliere il nodo, chiedendo all’alleato di governo di rispettare gli accordi: il PD potrà votare SI solo se congiuntamente si approverà una nuova legge elettorale e la modifica dei regolamenti parlamentari.

 

Il voto settembrino, che riguarda alcune importanti realtà regionali e comunali, appesantito da quello referendario, rischia così di assumere connotazioni politiche rilevanti, tali da riversare i propri effetti sulla tenuta del governo Conte 2, tenendo anche conto della difficile situazione economica, sociale del Paese, squassato dalla crisi pandemica. Un autunno che si annuncia particolarmente caldo e dagli esiti sociali e politici imprevedibili.

 

Se tentassimo di valutare ciò che comporterà l’esito del voto, anche rispetto ai tempi e ai modi in cui stiamo faticosamente cercando di concorrere a ricomporre politicamente l’area cattolico  democratica e cristiano sociale, mi sembra che si potrebbe concludere così:

a)    una crisi di governo con elezioni anticipate è l’ultima delle situazioni per noi auspicabili avendo necessità di più tempo disponibile;

b)   se vincesse il SI, sarebbe necessario por mano alla nuova legge elettorale e alla modifica dei collegi elettorali, posto che assai difficilmente potranno farsi tali approvazioni in parlamento prima del 20 settembre come richiesto da Zingaretti. Una spinta, dunque, al prolungamento della vita del governo.

c)     Se vincesse il NO, difficile prevedere le conseguenze sul governo, dopo una sconfessione evidente della strategia istituzionale grillina. Una crisi possibile che potrebbe condurre o a un nuovo governo, magari guidato dalla seconda carica dello Stato con il compito di indire nuove elezioni, o direttamente a elezioni anticipate .

 

Se è vero che la tenuta del governo è molto legata alla scadenza e successiva elezione del Presidente della Repubblica, termine ultimo di garanzia per la sopravvivenza della maggioranza rosso verde, è altrettanto evidente che il nostro progetto è molto collegato al tipo di legge elettorale che alla fine, prima o dopo il voto settembrino, sarà scelto per le prossime elezioni politiche. Rimanesse l’attuale “rosatellum”, il nostro progetto sarebbe destinato al naufragio, con un bipolarismo forzato tra centro destra a dominanza salviniana e centro sinistra a dominanza PD e M5S, che finirebbe col dividere le già frammentate parti di area cattolico popolare. Come nella migliore tradizione sturziana e degasperiana noi possiamo costruire il soggetto politico nuovo di centro ispirato dai valori della dottrina sociale cristiana, solo se sarà adottata la legge elettorale proporzionale, meglio se “alla tedesca”, con preferenze e sbarramento al 4-5% e introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva. Una legge in grado di garantire, con il massimo di rappresentanza delle reali forze in campo, la stabilità di governo.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 26 Agosto 2020

E’ poco il tempo, usiamolo per l’unità

 

Le scelte autolesioniste del M5S nelle Marche e in Puglia fanno emergere una spaccatura nella maggioranza di governo che, se punita dal voto di Settembre, potrà avere conseguenze letali per il Conte 2. Non che si giunga necessariamente al voto anticipato, ma sicuramente a un governo a probabile guida della seconda carica dello Stato per preparare le elezioni nella primavera 2021.

 

Lasciando al PD e al M5S il compito di meditare sulle loro decisioni, è in casa nostra che dovremmo seriamente riflettere e accelerare il processo avviato con la Federazione Popolare DC di ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale italiana. Un progetto che interessa anche agli amici raccolti attorno al “manifesto Zamagni”, ossia quelli di Rete Bianca, Costruire Insieme e Politica Insieme, con i quali sarà indispensabile trovare un’intesa politico programmatica unitaria.

 

Nel mio ultimo editoriale ho scritto: né col centrodestra né a sinistra, convinto che, prima delle alleanze, serve costruire l’unità al centro per costruire il soggetto politico nuovo in grado di superare il tripolarismo: Destra-M5S-PD, dimostratosi in grado produrre solo governi di necessità sostenuti  dal trasformismo parlamentare. E’ evidente che il soggetto politico nuovo di centro potrà nascere solo se la legge elettorale, che alla fine sarà adottata per le prossime elezioni politiche, sarà di tipo proporzionale; meglio se “alla tedesca”, con sbarramento al 4-5% e introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva, col quale si garantiranno una rappresentanza reale delle forze in campo e, insieme, la stabilità dell’esecutivo. In caso di legge maggioritaria, invece, anche il vasto fiume carsico dell’area cattolico democratica e cristiano sociale,  sollecitato dall’esigenza di sopravvivenza dei pochi parlamentari uscenti, non potrà che dividersi tra quanti si accaseranno nella coalizione di centro destra a dominanza salviniana o in quelle di sinistra a dominanza  PD o M5S.

 

Premessa per un confronto serio con le diverse anime a sostegno del manifesto Zamagni sarà la condivisione di una proposta di programma per l’Italia che, partendo dai problemi urgenti del post pandemia, sappia offrire risposte adeguate ai ceti medi produttivi e alle classi popolari, supportate dai principi della dottrina sociale cristiana: personalismo, solidarietà e sussidiarietà.

 

Non siamo riusciti anche questa volta a realizzare nelle diverse realtà regionali interessate al voto di Settembre i propositi che avevamo indicato nell’assemblea della Federazione del 2 Luglio scorso. Guai se, però, non fossimo in grado di rimuovere gli ostacoli, soprattutto di tipo personale dei soliti noti, che si sono dimostrati macigni fin qui insuperabili, e ci limitassimo a gridare agli ennesimi “tradimenti” come quelli alle politiche del 2018 e alle europee del 2019.

 

Dopo il voto del referendum sul taglio dei parlamentari, ultimo attacco al sistema della democrazia rappresentativa e parlamentare portato avanti dai fautori della cosiddetta illusoria “democrazia diretta” e dell’utopica “decrescita felice”, voto nel quale noi Popolari e DC voteremo NO, il parlamento, nel caso prevalesse il SI,  sarebbe inevitabilmente impegnato,, alla modifica dei collegi elettorali e alla scelta della nuova legge elettorale.

 

Un tempo, mi auguro, sufficiente per permettere alla Federazione Popolare DC e alle componenti del Manifesto Zamagni di trovare l’ubi consistam, indispensabile per realizzare il progetto del soggetto politico nuovo di un centro popolare, democratico, popolare, liberale , riformista, europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano. Un centro nuovo inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla destra nazionalista e populista a dominanza salviniana e alla sinistra senza più identità. Il tempo davanti a noi è molto poco, ma guai se non lo utilizzassimo al meglio per la nostra unità.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 21 Agosto 2020

 

 

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l'articolo del Prof Giuseppe Pace sulla situazione scolastica del Veneto



A settembre in Veneto la scuola è peggio di prima senza scuole libere o con l’autonomia.


Prof. Giuseppe Pace V.Seg. Prov. Partito Pensionati Padova con delega al decentramento regionale per la scuola.


In Germania ed altri Paesi d’oltralpe, la scuola è regionalizzata da decenni e molti servizi pubblici vengono erogati con più elevata qualità dei nostri. Da noi, soprattutto non pochi docenti, non vogliono cambiare il servizio e la qualità della scuola statale e non capisco bene il movente. Se il loro timore fosse inerente la perdita o riduzione dell’imparzialità del docente regionalizzato, lo capirei e condividerei. Invece hanno paura del demonio del privato e preferiscono lo stato padronale, che li massifica, li sottopaga ma non ne controlla la qualità. A mio parere, ma anche di tanti miei connazionali e residenti in Veneto, la scuola bisogna affidarla alla libertà d’impresa, tipica dell’ambiente non collettivista, viceversa c’è  lo statalismo padronale? Credo di si. E’ su questa base concettuale che bisogna iniziare o meno la regionalizzazione del sistema scolastico, non altro. Bisogna mettere in competizione sana le scuole e le università statali e libere. A queste seconde, bisogna dare dignità di essere sullo stesso piano di partenza. La Regione paghi le rette-in tutto o in parte a seconda del reddito e le capacità dei discenti- a chi si iscrive e riscrive non alle scuole di stato, ma alle scuole regionalizzate. Queste ultime se medie superiori devono costare molto di più dei circa 100 euro soltanto d’iscrizione. Chi controllerà le scuole libere? L’utenza. Le scuole libere non devono essere solo confessionali, come oggi in gran parte. Le Università libere devono garantire prestiti agli iscritti che lo chiedono, da restituire nei primi anni di lavoro, la Regione se ne fa garante con le banche. Sia pure con un margine d’approssimazione minimo, se dividiamo gli oltre 50 miliardi annui spesi dallo Stato per garantire la scuola a circa 8 milioni di studenti, ne risulta che ogni studente costa al contribuente italiano più di 6mila euro, pari a 500 euro mensili, tolto il periodo delle vacanze. Per la Regione è facile fare il conto di quanto può chiedere per il servizio che poi dovrà regolamentare a distanza, non da vicino come una sorta di nuovi feudi elettorali di personale scolastico (75 mila in Veneto, con stipendi regionalizzati dunque più elevati) ma lasciare libertà di gestione a genitori e studenti maggiorenni che controlleranno la libertà di scelta del docente, della presidenza con contratti brevi, del comitato di gestione (dove ci potranno essere, sia a livello provinciale che regionale, anche due prof. universitari di area umanistica e tecnico-scientifica in veste di osservatori delle presidenze e un Magistrato che garantisca la legalità). Nelle aule dei saperi, in Regione Veneto, a settembre, devono entrare 586 mila discenti e oltre 110 mila studenti iscritti nei 4 atenei veneti con prevalenza nella storica università di Padova che ha superato, da sola, i 70 mila iscritti. Il servizio scuola italiana costa più di 50 miliardi annui al contribuente tartassato dallo Stato, l’imposizione fiscale è oltre il 44%, e l’ attuale Governo, a me pare, esuberi di potere con i continui decreti del Premier e le minacce di carcerare chi non ottempera la prevenzione obbligata per la pandemia del ministro Speranza. Bisognerebbe ribadire sia a Conte dei 5Stelle che a Speranza, della Sinistra più a Sinistra del Pd, che la nostra Repubblica è basata su tre poteri: parlamentare, governativo e della Magistratura che applica le leggi e sanziona i cittadini disonesti, fossero anche parlamentari, premier e ministri. Uno studente costa allo Stato, fino alla maturità liceale, oltre 100 mila euro, nel Veneto con il 65% di scuole non statali fino a 6 anni, invece, lo Stato risparmia 500 milioni l’anno. La Ministro dell’Istruzione dice: “Vogliamo fare scuola anche fuori dalla scuola: portiamo gli studenti nei cinema, nei teatri, nei musei, facciamo in modo che respirino la cultura di cui hanno bisogno. Portiamo anche i più piccoli al parco quando il tempo lo consente a fare lezione”. E per farlo, ha detto la ministra, “è chiaro che abbiamo bisogno di più spazi”. Conte dice: ”vogliamo una scola più sicura, moderna e inclusiva”, parole di circostanza prive di contenuto reale. I media incensano i nostri peggiori politici e oscurano i migliori in nome del popolo sovrano che li ha delegati con il voto. Vogliamo leggere anche altri media superpartes e per il popolo reale e non solo i media chiaramente orientati sull’elettorato di centrosinistra. Gli oltre 50 miliardi spesi annualmente per aprire le aule a 8 milioni di studenti e a 800 mila docenti non bastano più per mantenere l’attuale sistema statale e statalista di uno Stato vassallo che tratta il cittadino ancora come un suddito imponendo una scuola pubblica ad oltre il 90% dei suoi sudditi pecoroni. Secondo i media nazionali servono altri miliardi fino al 4,5% del Pil come in altri paesi europei. Così scrivono valenti opinionisti dell’intellighenzia di moda corrente, ma nemmeno una parola per marcare le differenze di qualità dei diversi sistemi scolastici esistenti in Francia, Olanda, Svezia, Gran Bretagna e Germania. In nessun Paese c’è il primato, incontrato, di una scuola che vieta i diritti basilari degli studenti come il poter scegliere il docente disciplinare come si sceglie il medico generico della mutua o lo specialista. In Veneto la scuola dell’infanzia fino a 6 anni è per il 65% privata o libera (afferma l’animatrice dell’Associazione “Veneto Vivo”), quella obbligatoria e medie superiori era al 17% non statale, poi ridottasi a circa 10% con la crisi del 2008 e col covid19. Nel 2017 più di 2 milioni di veneti hanno deciso di dare il loro sì al referendum che la chiedeva. Nonostante questo, tutto appare ancora confuso e poco chiaro, dice anche “Veneto Vivo” che aggiunge: ”Ma cosa significa davvero l’autonomia? Cosa manca per attuarla? Perché desta così tanto dibattito”, direi soprattutto per la scuola? Le nuove disposizioni del Ministero dell’Istruzione sono riuscite a far rimanere tutti scontenti. A cominciare dai docenti, passando per i dirigenti scolastici, quinti il personale delle scuole, e per finire ai genitori. Sulla ripartenza delle lezioni, infatti, i conti non tornano e così anche nel prossimo anno scolastico la didattica a distanza sarà inevitabile, questo lo scrive come se fosse un male. E non pochi dei media secolarizzati, o indifferenti ai diritti degli studenti, gli danno man forte scrivendo: ”Difficile appare dunque il reperimento degli spazi per creare nuovi ambienti didattici, con gli enti comunali e le Province che dovranno fornire alle stesse istituzioni scolastiche altre strutture, come musei, parchi o addirittura ville all’aperto. Inoltre, se gli ambienti aumentano, occorrerà aumentare anche il numero dei docenti”. Un editoriale di Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera lancia un’idea controcorrente che la classe dirigente privata deve smettere di lamentarsi e assumersi le proprie responsabilità pubbliche. In pratica, auspica che una decina di grandi capitalisti italiani illuminati – la borghesia – si prenda la responsabilità di rilanciare il Paese dopo una crisi che dura dal 2008 da cui non si riesce a uscire. Nel discorso di de Bortoli è implicita una critica a quel capitalismo assistito italiano che, più che prendersi responsabilità, sa solo chiedere soldi allo Stato. Nello specifico afferma che questi 10 capitalisti, grandi borghesi, dovrebbero intervenire prioritariamente nell’istruzione che nel nostro Paese è carente. Dare semplicemente più soldi alla scuola e all’università, come si è sempre fatto sia pure con elemosina, nelle condizioni in cui sono non avrebbe effetti positivi. Andrebbero a vantaggio di persone che godono di rendite di posizione più o meno modeste e non sono disposte a cambiare nulla. Lo si è visto con il rifiuto delle innovazioni timidamente introdotte con la “Buona Scuola” qualche anno fa. Se si aumentano i finanziamenti alla scuola, i sindacati faranno di tutto perché siano semplicemente aumentati gli stipendi e stabilizzate le posizioni di quasi un milione di insegnanti in una struttura rigida e inefficace. Se si aumentano i fondi all’università, da una parte succederebbe lo stesso, dall’altra non ne beneficerebbe sostanzialmente nemmeno la ricerca la cui qualità non può migliorare con soli più soldi. Per non parlare del clientelismo e di un sistema di valutazione autoreferenziale e burocratizzato. De Bortoli fa una proposta sollecitando alla responsabilità sociale della grande impresa che nel lungo termine comporta vantaggi anche economici. Più di qualcuno teme che non si renda conto che sta chiedendo a un asino di andare al galoppo. La scuola ripartirà peggio di prima? Ci sono tutti i presupposti più la paura pandemica. In Veneto lo scorso anno scolastico qualcosa di più si è fatto: almeno il 10% degli studenti ha potuto recarsi a scuola e non tutti in vacanza come nelle altre regioni italiche. “Purtroppo non è stato possibile concedere a ragazzi e insegnanti di ritrovarsi in classe nemmeno per un giorno, a fine anno scolastico. Ma così si rischia di arrivare impreparati anche a settembre”. Su questi presupposti l’assessore regionale all’istruzione e alla formazione, ha convocato il tavolo regionale per progettare la ripartenza della scuola. Obiettivo del confronto, che ha coinvolto Ufficio scolastico regionale, Anci, Upi, organizzazioni sindacali, Associazione nazionale presidi, FormaVeneto, Associazione dei genitori delle scuole cattoliche, Assessorato regionale alla sanità e al sociale e Assessorato regionale ai trasporti, è la costituzione di un coordinamento operativo regionale che elabori “linee guida” per il rientro in classe a settembre dei circa 700 mila utenti di scuola e università, in 28 mila classi.

 

 

Né col centro destra né a sinistra

 

L’avvicinamento strategico di PD e M5S è stato oggetto di alcuni interessanti commenti politici ferragostani. Natale Forlani, con la sua rigorosa analisi socio politica, ha scritto un’interessante nota con cui si chiede se l’alleanza organica PD-M5S sia una naturale evoluzione o un progetto contro natura, considerate le molte contraddizioni che hanno attraversato e attraversano i due partiti. E’ seguita una nota ANSA della sen. Paola Binetti, UDC, inserita organicamente nell’area del centro destra, con la quale la senatrice romana prende atto che: “ Il mondo politico torna a strutturarsi in senso bipolare e l'appello all'unita' rilanciato ieri da Berlusconi al Centro-destra è la risposta concreta al bisogno di alleanza Pd-M5S, reso possibile dalla conferma della Piattaforma Rousseau.” Quella nota continua così: “ Nel Centro-Destra la sfida per l’unità richiama prepotentemente il bisogno di ricreare un asse più orientato al centro. E' necessario offrire al Paese una visione politica che abbia almeno queste tre dimensioni: liberale in economia, socialmente competente nell'arte del buon governo, laicamente cattolica nei valori che propone".

A questa affermazione della Binetti replica con grande lucidità Giancarlo Infante con la nota odierna pubblicata su www.politicainsieme.com  : “ Liberiamoci della logica del “bipolarismo” e puntiamo su nuovi equilibri politici”.

Quanto indicato da Infante rientra a pieno titolo nel dibattito sin qui appena avviato anche nella Federazione Popolare dei DC, dove, alle posizioni di Cesa e della Binetti filo centro destra, sono presenti altre idee, come quelle che da tempo vado sostenendo, che partono dalla premessa dell’esigenza di ricercare l’unità tra i sottoscrittori del patto federativo e di quanti si ritrovano sulle posizioni del “manifesto Zamagni”. Senza o contro l’unità delle componenti che si richiamano alla cultura politica cattolico democratica e cristiano sociale, non può nascere, infatti, un “soggetto politico nuovo” connotato come: democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e della Meloni, e alla sinistra senza più identità.

Un centro che potrà e dovrà nascere se, come ci auguriamo, dopo il voto settembrino delle regionali e quello referendario, si potrà scegliere una legge elettorale proporzionale, che è la conditio sine qua non per superare il bipolarismo forzato e muscolare che ci portiamo dietro dall’infausto referendum Segni del 1991.

Un centro che potrà nascere, altresì, non solo in linea con le questioni aperte a livello internazionale esposte da Infante, dal Mediterraneo al quadro più generale europeo e occidentale, ma se sarà capace di indicare soluzioni di politica economica all’altezza delle due grandi questioni presenti nella realtà italiana: quella del divario Nord-Sud, che si esprime nelle cosiddette questioni: meridionale e settentrionale, e quella, non meno complessa, generazionale, con tutte le implicazioni di carattere economico, sociale, previdenziale che questa comporta. Né l’equilibrio forzato del governo giallo-verde, né quello in atto giallo-rosso, seppur rafforzato dall’annunciato patto strategico PD-M5S, tutto da verificare, sono le soluzioni politiche e istituzionali in grado di affrontare i temi suddetti.

Serve il ritorno in campo della migliore cultura cattolico democratica e cristiano sociale ispirata dalle ultime encicliche sociali di Papa Benedetto XVI e Papa Francesco; un ritorno che reclama come non più rinviabile l’unità dei due tentativi di ricomposizione politica organizzativa più importanti, quello della Federazione Popolare DC e degli amici di Rete Bianca, Politica Insieme e Costruire Insieme, con le molte associazioni, movimenti e gruppi di area cattolica che essi sono riusciti sin qui ad associare. Dividerci adesso, come auspica la Binetti, tra sostenitori del centro-destra o, come fanno altri, di questa sinistra, sarebbe non solo sbagliato politicamente, ma un autentico suicidio politico.

Mi auguro che a Ottobre, a St Vincent, con l’amico Rotondi di questo progetto se ne possa discutere con tutti gli attori interessati.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 17 agosto 2020

 

 

Oltre il “particulare” dei soliti noti

 

La difficile strada della ricomposizione dell’area politica cattolico democratica e cristiano sociale, devastata dalla lunga stagione suicida della diaspora (1993-2020), è resa ancor più complicata dalle prossime scelte elettorali regionali e locali.

Succede a ogni scadenza di voto. Fu così nel 2018 (elezioni politiche) e nel 2019 (elezioni europee): dopo tanti seminari, incontri, documenti sottoscritti, giunti alla formazione delle liste hanno sempre finito col prevalere gli interessi e le ambizioni di pochi, alcuni dei quali prenotati da sempre alla salvaguardia del personale “particulare”, rispetto al progetto più generale dell’unità politica dell’area cattolica e popolare.

Dimentichi degli insegnamenti degasperiani, morotei e fanfaniani, abbiamo dato priorità alle formule di alleanza rispetto alla ricerca dell’unità sul programma, scontata la condivisione sui valori di riferimento essenziali.

E tale prevalente scelta di schieramento sui contenuti si sta replicando, non solo nella diversa valutazione sostenuta da alcuni esponenti della Federazione popolare DC e tra quelli raccolti attorno al “manifesto Zamagni”, ma, nel caso della Federazione Popolare, anche all’interno di essa.

Tali divaricazioni discendono in larga parte dai condizionamenti esercitati dalle diverse leggi  elettorali regionali, le quali, quasi tutte prescrivono pesanti impegni di raccolta delle firme a liste non collegate con partiti o gruppi consiliari uscenti, accanto a quelli più generali di orientamento aperto alla sinistra o alla destra. Questi ultimi, sono derivazioni antiche, collegate anche a quella che fu la divisione scaturita nella DC del dopo Moro, all’interno della sinistra sociale e politica tra preambolisti e anti preambolisti. Una divisione dura a morire, anche in una fase storico politica come l’attuale, dove il permanere di essa appare del tutto anacronistica e insensata.

Fermo restando l’esigenza di rendere più espliciti oggi i concetti di destra e di sinistra, tema altre volte da me affrontato, per il quale suggerirei di assumere come attuale nella sua permanente validità la concezione espressa da Norberto Bobbio (“ i partiti di sinistra si distinguono di solito dai partiti di destra e dai partiti conservatori proprio perché vogliono trasformare la società. I conservatori sono quelli che vogliono conservare quello che c'è: i partiti di sinistra vogliono trasformare. Per trasformare bisogna farlo in base a principi, in base a degli ideali che giustifichino la trasformazione: bisogna giustificare la trasformazione. La differenza fra il conservatore e il riformatore è che il conservatore non ha bisogno di giustificare la conservazione, invece colui che vuole riformare la società deve giustificare, deve giustificare perché la vuole; e non può giustificarlo se non ricorrendo a dei grandi principi: e questo è Giustizia e Libertà”) credo che, per quanto più direttamente ci riguarda, sarebbe molto utile rifarci, come altre volte suggerito, a ciò che la Federazione popolare dei DC ha scritto nel patto federativo, e a quanto è contenuto nel “manifesto Zamagni”, cui si rifanno i movimenti di “Rete bianca”, “ Politica Insieme “ e “ Costruire Insieme”.

Una lettura non ideologica, ossia socialmente condizionata, dei due documenti, mostra l’esistenza maggioritaria di elementi condivisi e unificanti rispetto a quelli contrastanti  e divisivi . Ho tentato, sin qui senza riscontri efficaci, di proporre come elemento unificante progettuale quello della costruzione di un soggetto politico nuovo di centro, ampio, plurale, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e meloniana, e alla sinistra senza più identità. E’ evidente che per condividere tale obiettivo è indispensabile redigere una proposta di programma politico ed economico sociale per il Paese, sostenuto dai principi fondanti della dottrina sociale cristiana: personalismo, solidarismo e sussidiarietà.

Ecco perché per approfondire questi due temi, da diverso tempo sollecito un incontro tra i dirigenti della Federazione popolare DC e degli amici raccolti attorno al “Manifesto Zamagni”; un incontro da tenersi entro il mese di Agosto-Settembre, che serva a superare gli ultimi ostacoli ancora esistenti, frutto, nella maggior parte dei casi, del prevalere di quei comportamenti di alcuni, “soliti noti,” più interessati al proprio “particulare” che al progetto più generale di ricomposizione del centro politico nuovo, di cui l’Italia ha assoluta necessità.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 10 Agosto 2020

 

 

 

 

Ritorno al progetto  della macroregione triveneta


Alla vigilia del voto regionale di Settembre un tema di confronto serio con la Lega veneta e il Presidente Zaia è quello dell’autonomia regionale, su cui partito della Lega e governatore si sono molto impegnati sino a promuovere e largamente a vincere il referendum popolare del 22 Ottobre 2017. Dopo quella data, e pur alla presenza di un governo a forte partecipazione leghista come quello giallo-verde, nessun passo avanti è stato compiuto e Luca Zaia, in costante crescita di consenso nei sondaggi, sul tema sembra molto isolato anche nella Lega. Cambiata, infatti, la pelle del partito che, dall’impostazione padana originaria di Bossi, con una forte crescita di consenso, Salvini l’ha connotata sempre più come quella di un partito nazionale a tutto tondo, temi come la “secessione del Nord” o quelli dell’ ”autonomia differenziata” sembrano scomparsi dal vocabolario ufficiale leghista.


Dopo i ripetuti conflitti istituzionali emersi durante la crisi della pandemia, nella quale tutti i limiti e le contraddizioni delle modifiche costituzionali al Titolo V sono esplosi nella congerie di competenze esclusive e concorrenti tra Stato e Regioni, si è riaperto il dibattito sull’autonomia regionale. Un tema ripreso autorevolmente dal Presidente Mattarella nel recente incontro con i presidenti delle regioni italiane, durante quale il Capo dello Stato ha confermato essere “l’autonomia delle Regioni il fondamento della democrazia”.

Da democratico cristiano e popolare con l’amico Domenico Menorello e l’assistenza autorevole dell’avv. Ivone Cacciavillani, negli anni scorsi avevamo proposto la tesi della macroregione triveneta come soluzione al caso dell’autonomia veneta e per il superamento del differenziale non più tollerabile di competenze, risorse e funzioni, tra le regioni del Nord-Est già facenti parte della gloriosa Repubblica Serenissima. Quel progetto del Triveneto o macroregione del Nord-Est, gli amici della Federazione Popolare dei DC intendono ripresentarlo come uno dei temi su cui orientare la strategia politica regionale per i prossimi cinque anni. Un ruolo essenziale competerà alla Lega che, in questa fase storico-politica, guida con la Regione, larga parte delle realtà comunali venete, parti fondamentali per l’esercizio dell’art 132 della Costituzione che è lo strumento a suo tempo indicato per raggiungere l’obiettivo dell’autonomia della macroregione triveneta o del Nord-Est. Scrivevo il 16 Febbraio 2019 una nota che ripropongo dato che, credo, mantenga una  sua attualità: L’introduzione delle “materie concorrenti” tra Stato e Regioni,  ha dato vita a una serie infinita di contenziosi, mentre permane la situazione non più sostenibile delle differenze esistenti tra Regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario, che, vanamente, almeno sin qui,  noi popolari veneti abbiamo tentato di superare. Se alcune tra le regioni trainanti dello sviluppo italiano: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna sono giunte a proporre la via d’uscita, prevista in Costituzione, di un’autonomia differenziata, è perché l’attuale assetto istituzionale del nostro Paese non regge più, aggravato dalla condizione complessiva di anomia politico istituzionale ed economico sociale in cui versa l’Italia. Credo si debba partire da quest’oggettiva constatazione di crisi del nostro sistema istituzionale, resa ancor più difficile dalla situazione critica all’interno dell’Unione europea e nei nuovi assetti e rapporti internazionali; questi ultimi in continua modificazione nell’età della globalizzazione.


 Ricordo al riguardo che, nel Febbraio 1997, sono usciti per la collana "il nocciolo" di Laterza, due saggi sull'Europa, che meritano la nostra attenzione. Il primo, in ristampa dopo la prima edizione del 1996, di Piero Bassetti ("L'Italia si é rotta? Un federalismo per l'Europa" )  ed il secondo, in prima edizione 1997, di Ralf Dahrendorf ("Perché l'Europa? Riflessioni di un europeista scettico") che affrontavano, da due diverse prospettive,  il tema dell'Europa 

Bassetti é, per quelli della mia generazione, il non dimenticato paladino del regionalismo degli anni '70, il primo Presidente della giunta regionale della Lombardia, il sommo teorico italiano del “glocalismo” (presidente della fondazione Globus et Locus). Ralf Dahrendorf, di origine tedesca, essendo nato ad Amburgo, è stato sino al 1983, il direttore della prestigiosa London School of economics, ed è stato membro della Camera dei Lords inglese e già Commissario inglese dell'Unione europea. E’ morto a Colonia il 17 Giugno 2009. Essi rappresentano, tuttora, due voci autorevoli di una stessa generazione di uomini politici e di cultura, le quali esprimono due diverse concezioni dell'Europa e del federalismo, dopo sessant’anni dalla nascita della CEE . Il primo, kennedianamente un "ottimista senza illusioni", preoccupato della pericolosissima china cui é giunta l'Italia collassata nella sua struttura statuale ed al limite del rischio della secessione, ritiene che: " se il Paese si rompe sotto la pressione  europea, usiamo proprio la colla europea per aggiustarlo e farcelo entrare politicamente unito". Per Bassetti, insomma, la difesa dell'Unità nazionale ed il superamento del rischio secessione può solo avvenire attraverso la Costituzione europea. Ma andare in Europa uniti per Bassetti "non vuol necessariamente dire volere cavare dall'Europa una sola cosa da fare, noi, tutti insieme secondo il classico approccio da governo centrale. Andare nell'Europa pluralista con un'Italia pluralista vuol dire poter chiedere cose diverse alle diverse realtà del Paese facendolo però insieme e con una visione di insieme".

       E' netta in Bassetti l'idea del superamento della concezione dello Stato nazionale così come ereditata dal Risorgimento e, dunque, la consapevolezza che "una nuova politica di Unità nazionale dovrà essere costruita non attorno a una rivendicazione di indipendenza e separazione dagli altri Stati europei come all'epoca del Risorgimento, ma, al contrario, deve essere tesa a inserire in Europa gli interessi globali del nostro Paese, partendo dalle sue differenze e articolazioni, nel tentativo di far giocare tali differenze come un surplus geopolitico che l'Europa ha in passato sempre mostrato di apprezzare." Sfiducia totale nella tradizionale concezione dello Stato nazionale così come concretamente si é realizzato in Italia, e totale adesione all'idea di un'Europa delle Regioni in cui il collante fondamentale dovrebbe essere costituito dal "sistema delle imprese". Superamento della vecchia idea del Principe-Stato e centralità dell'impresa "la quale non rappresenta più solo l'unità elementare di produzione, ma é anche il principale motore dell'innovazione". Non più, dunque,  un sistema fondato sull'alleanza tra Stati e superamento del centro come momento unificante dei particolarismi, quanto la realizzazione di un sistema a rete tra realtà regionali dell'Europa, istituzionali e d'impresa, che realizzano un nuovo patto federativo per il prossimo secolo, quale unico vero antidoto possibile contro i rischi non effimeri di disintegrazione socio politica del nostro Paese. Questo tema è stato ripreso con la stessa determinazione e nuovi accenti da Piero Bassetti, grazie a un articolo pubblicato su “ Il Foglio”, Mercoledì 13 Febbraio a firma di Maurizio Crippa, intitolato: “Il Risorgimento. Parte due”.  Da esso emerge come il voto del 4 marzo  2018 abbia rivelato l’esistenza di due Italie difficilmente riconducibili e interpretabili da una cultura unitaria e condivisa e da una gestione dello stato di tipo centralizzato. La mancata unità nazionale su basi federaliste secondo la concezione di Carlo Cattaneo con l’alleanza tra borghesia del Nord , monarchia sabauda ed esercito, ha fatto nascere uno Stato, ma non ha risolto il problema lucidamente posto da Massimo D’Azeglio: “fatta l’Italia, facciamo gli italiani”. Di qui l’espressione di Bassetti della fine del primo risorgimento, proponendo una seria riflessione sulle riforme istituzionali possibili e compatibili e la riproposizione di  una lettura del caso Italia  secondo la stessa idea del prof Miglio : macroregioni e selezione di una nuova classe dirigente dal basso, partendo dalle realtà locali, considerando insufficiente e inadeguata la stessa soluzione dell’autonomia differenziata richiesta dalle tre regioni del Nord (Lombardia, Veneto, Emilia e Romagna) che è  alla firma del governo. 

                        

Totalmente diversa la posizione espressa da Ralf Dahrendorf, che in quel saggio si autodefinì "un europeista scettico" e che nello stesso espose, sostanzialmente assai bene, la posizione prevalente degli inglesi, già allora, in materia di costruzione europea. Teorico inflessibile dello Stato nazionale da lui ampiamente difeso contro le ricorrenti utopie dei federalismi regionali (v. il suo bel saggio su Micromega ,n.5/94,pagg.61-73) per Lord Dahrendorf: "la peggiore delle  prospettive é la cosiddetta Europa delle regioni, in cui unità sub nazionali omogenee, e quindi intolleranti, si uniscono con una formazione sovrannazionale  retorica e debole. Contro una prospettiva del genere , lo Stato nazionale eterogeneo é l'unico bastione". 

Ne risulta una concezione totalmente opposta a quella di Bassetti,  che si basa su un'idea pessimistica delle realtà territoriali regionali portatrici, nella visione di Dahrendorf, di intrinseci rischi di frantumazione degli Stati, unici garanti delle regole di libertà per i cittadini. Insomma per Dahrendorf il binomio"società e democrazia" è più importante di "Europa e democrazia", mentre non manca il timore, così diffuso in molta parte della cultura anglosassone ed europea, espresso dal seguente interrogativo: "non può essere forse che in bocca tedesca "Europa" sia in realtà la parola in codice per il nuovo nazionalismo tedesco?".

Tutto il suo saggio é permeato da approfondite riflessioni in ordine ai rischi, se non addirittura all'inutilità, di considerare l'Unione monetaria che, come dibattito sull’euro, é oggi al centro del dibattito politico, economico e finanziario in molti  Paesi europei, Italia in testa, come il tema essenziale per la costruzione europea. Per Dahrendorf non solo tale questione non serve a risolvere i grandi problemi storico-politici presenti all'attualità dell'Europa di oggi, ma, probabilmente potrebbe contribuire a ritardarne addirittura la soluzione, riducendosi alla costruzione di un mero "francomarco" a netta egemonia tedesca. Una profezia che si è in larga parte auto adempiuta. Insomma per Dahrendorf non vale la pena di morire per Maastricht, mentre più saggio sarebbe puntare alla costruzione di una più stretta unione delle nazioni europee, "partendo dall'Unione europea così come esiste realmente nella sua attuale articolazione di Stati nazionali." Ridotte così al "nocciolo" le tesi dei due autori  alla fine del secolo scorso, credo siano tuttora di grande interesse nell'attuale dibattito apertosi in Italia e nell'Unione europea.


Qualche anno dopo la pubblicazione di quel saggio (1997), nel 2014, l’allora primo ministro francese, Manuel Valls, propose  di "ridurre della metà il numero delle regioni" entro il 2017 e di sopprimere i consigli dipartimentali (province) "entro il 2021".Le Regioni francesi sarebbero passate dalle attuali 22 a 12, con un risparmio di spesa  annuo previsto tra i 12 e i 15 miliardi di €: una robustissima riduzione di spesa pubblica. Quello stesso anno Beppe Grillo, il leader del M5S, il 7 Marzo sul suo blog definiva l’Italia: "un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme" e per questo insisteva sull’urgenza di dividere il territorio nazionale in macroregioni.

Quella  iniziata nel 1861, scriveva Grillo, è “una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa  da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati (?) dello  Stato. Quale Stato? La parola ‘Stato’ di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti”. E se domani, proseguiva il post, “i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all’interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant’anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore di pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all’estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche”. Secondo Grillo per fare funzionare l’Italia, che “non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti”, “è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera, dell’autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d’Aosta e dellAlto Adige alla Francia e allAustria? Ci sarebbe un plebiscito  per andarsene”.

Considerazioni cui replicò Matteo Salvini così: “Non vorrei che essendo in difficoltà, Grillo inseguisse la Lega”. Ma se da lui non ci saranno “solo parole” fra M5S e Carroccio “sarà una battaglia comune”. “Se è coerente – disse Salvini – Grillo sosterrà subito il referendum per l’indipendenza del Veneto e quando in Lombardia chiederemo lo statuto speciale ci sosterrà”. Per questo Salvini si aspettava che “non rimanessero solo parole, perché a parole i grillini erano contro l’immigrazione clandestina e poi hanno votato contro il reato, a parole erano contro l’euro poi è rimasta solo la Lega: se non saranno solo parole sarà una battaglia comune – concludeva – perché è certo che se mettiamo insieme le forze da questo punto di vista non ce n’è per nessuno”.


Parole profetiche pronunciate dai due leader quattro anni prima del “contratto di governo” giallo verde, anche se, oggi, continuavo in quel mio articolo,  giunti alla vigilia della firma degli accordi sottoscritti dalla ministra Stefani con i tre governatori di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, i grillini si stanno tirando indietro, preoccupati di offrire all’alleato-competitor di governo, Salvini, un vantaggio sicuro rispetto alla prossima scadenza elettorale per il rinnovo del parlamento europeo. Ho citato queste idee di Grillo e di Salvini datate 2014, per evidenziare come i temi dell’autonomia regionale possano assumere nel tempo forme e declinazioni diverse, così come l’abbiamo sperimentato anche noi popolari veneti che, dalla fine del 2015, abbiamo avviato una grande campagna per la nascita della macroregione del Nord Est o del Triveneto, secondo le vie previste dalla Costituzione. Sostenitori della tesi del  prof Miglio, da anni, infatti,  proponiamo in Italia  il passaggio dalle attuali 20 regioni a 5- 6 macroregioni. 


Proprio alla fine del 2015 e per tutto il 2016 e 2017, con molti autorevoli amici veneti, abbiamo condiviso l’idea della macroregione del Nord-Est, convinti che:esiste, ed è costituzionalmente previsto, un meccanismo, mai esplorato, per arrivare alla macroregione “speciale” triveneta, con Trentino e Friuli Venezia Giulia, omogenee per cultura, storia, caratteristiche economiche e tessuto sociale, a costo “zero” per lo Stato. Attraverso, cioè, l’applicazione dell’art. 132, comma 1, della Costituzione, ovvero promuovendo la richiesta di fusione delle tre regioni venete da parte di tanti consigli comunali quanti rappresentino 1/3 della popolazione complessiva (circa metà del Veneto), si determinerebbe la convocazione di un referendum, che, se avesse esito positivo obbligherebbe le camere a discutere una legge costituzionale di accorpamento del Triveneto.


Fondere due regioni speciali con una ordinaria comporterà necessariamente la creazione di una macroregione speciale, in cui vi sarà una diversa modulazione, anche mantenendole invariate, delle attuali risorse dello Stato per il medesimo territorio, altresì potendo l’itero triveneto beneficiare della autonomia fiscale ora riconosciuta solo a TTAA e FVA. Inoltre, sul piano strategico una macroregione del nordest, cuore e crocevia degli assi nord/sud ed est/ovest dell’Europa, appare uno straordinario strumento di attrazione di investimenti, nonché di interlocuzione autorevole con le istituzioni italiane ed europee a immediato beneficio della crescita dell’intero territorio. La proposta potrebbe nascere da alcuni Sindaci di importanti città venete, sotto l’egida di autorevoli riferimenti veneti nel mondo del diritto, delle professioni, dell’economia, della cultura, dell’editoria.


Quella nostra indicazione, ahimè, non fu raccolta dalle forze politiche presenti nel Consiglio regionale del Veneto e cadde tra i “ wishful thinkings” (pensieri vaghi) impotenti e insoddisfatti. Peccato, perché sarebbero bastati i pronunciamenti dei consigli comunali dei sette comuni capoluoghi del Veneto per far scattare quel referendum. La Lega e il Presidente Zaia, con la maggioranza del consiglio regionale veneto, hanno deciso diversamente, proponendo la strada di un referendum consultivo che  ha ottenuto il via libera dalla Corte Costituzionale. La forte partecipazione al referendum svoltosi  il 22 Ottobre 2017 e un voto pressoché plebiscitario a sostegno di una maggiore autonomia della nostra Regione, sono state le precondizioni politiche, nel Veneto e in Lombardia, per aprire un confronto con il governo centrale non più rinviabile. 50 miliardi di fondi versati da Lombardia e Veneto al governo centrale, sottratti dall’imposizione fiscale dei lombardo-veneti sono una cifra enorme non più sostenibile. L’Emilia e Romagna senza referendum optò da subito per l’apertura di una trattativa diretta col governo, sulla  base di  una proposta di accordo votata all’unanimità dal consiglio regionale emiliano. Resta il fatto che nessun passo avanti è stato compiuto dall’esito referendario e dell’autonomia veneta se ne parla solo nel documento che Zaia  giustamente chiede di sottoscrivere ai partiti che intendono sostenerne la candidatura per il terzo mandato.


Va assicurato che, noi DC e Popolari veneti, non intendiamo sottrarci ai doveri della solidarietà a favore delle regioni italiane meno fortunate, ma onestamente non si possono più accettare gli sprechi e il malgoverno di realtà istituzionali come quelle che reggono la sanità campana o laziale e lo sfregio a ogni logica elementare di buona amministrazione cui è stata condotta la Regione Sicilia. Da molto tempo sosteniamo, con l’insegnamento del compianto prof. Miglio, l’idea di un’Italia federale organizzata sulla  base di cinque o sei macroregioni, ma, ahimè, sin qui le nostre sono state inutili “grida nel deserto”, in un Paese centralista che non si rende conto, così com’è attualmente organizzato, di essere destinato al fallimento.

La nostra proposta non intendeva e non chiede di ridurre il grado di autonomia conquistato dalle consorelle realtà regionali friulane e trentino-altoatesine, ma, semmai, di aumentare quello ora garantito al Veneto come regione a statuto ordinario. E lo facciamo indicando in Venezia e nella migliore tradizione storico  politica della Repubblica Serenissima, il punto di riferimento centrale della nostra proposta. Nessuna velleità scissionistica, ma il riconoscimento di una specifica autonomia nel quadro di ciò che prevede la nostra Costituzione repubblicana.


Che esista una questione settentrionale, lo ha ben descritto l’amico Achille Colombo Clerici in un suo recente saggio,  che ripropone quanto da lui esposto in una conferenza tenuta a Zurigo all’Istituto svizzero per i rapporti culturali ed economici  con l’Italia nel giugno 2008.In estrema sintesi Colombo Clerici fa presente quanto segue: Se la questione meridionale italiana da quasi un secolo è al centro del dibattito storiografico e politico nel nostro Paese, scarsa attenzione viene data alla questione lombarda che si inserisce, più in generale, nella questione settentrionale, il cui confine è tracciato dal perimetro delle cosiddette regioni a residuo fiscale negativo: cioè di quelle regioni che allo Stato danno in tasse più di quanto ricevono in servizi.


Si delinea un'area geografica comprendente le regioni del Nord, un'area entro la quale si riscontra una certa omogeneità storico cultural-sociale ed economica. Anche se dobbiamo dire che, grazie a Milano, la Lombardia è la Regione che più assomiglia a uno stato autonomo, nel quale esiste in modo inequivocabile un vero riconoscibile polo di potere socio-economico-amministrativo a reggerne la vita. La questione settentrionale potrebbe oggi, per grandi linee, affacciarsi nei termini problematici del compito e della responsabilità, maturati sul piano storico, delle Regioni del Nord di tenere agganciato il Paese al mondo internazionale, mentre le risorse per consentire questo compito non sono per niente definite. Anzi, non se ne parla nemmeno. L’assistenzialismo centralistico verso le regioni del Sud ha dato luogo a ingenti trasferimenti finanziari alle famiglie senza la contestuale creazione di nuovi posti di lavoro. Si è in tal modo sviluppato un modello di società dei consumi senza una corrispondente produzione.  Lo Stato Italiano ha sottratto ingenti risorse finanziarie agli investimenti in infrastrutture di servizio, tanto al Nord, quanto al Sud; dove peraltro gli investimenti realizzati non hanno dato i risultati ipotizzati.



La soluzione? Alcuni sostengono un’idea più avanzata sul piano del “federalismo”, soprattutto in campo fiscale; altri più sfumatamente parlano di “regionalismo”, in aderenza sostanzialmente all’idea di una maggiore autonomia dell’ente locale. Ma poi inevitabilmente nelle risposte degli uni e degli altri emergono tutte le tematiche del dibattito generale: dai principi di interdipendenza, di sussidiarietà, di solidarietà, al policentrismo ed al cosmopolitismo. Il tutto inquadrato in un sistema che sia in grado di conciliare le esigenze di autogoverno–partecipazione locale, con la salvaguardia del principio di unità-solidarietà nazionale. Temi da declinare oggi con la disponibilità di risorse consistenti messe a disposizione dell’Unione europea all’Italia per la crisi post pandemica.


La strada da noi indicata della macroregione triveneta è nelle mani di chi governerà il Veneto nella prossima legislatura regionale e nella maggioranza della popolazione rappresentata nei comuni veneti. Vogliamo tentare di percorrerla insieme?

Ettore  Bonalberti

Comitato provvisorio Federazione Popolare dei DC

Venezia, 6 Agosto 2020

 

 

La questione morale, quali rimedi?

 

Ottimo l’articolo di Giorgio Merlo sul “ritorno della questione morale” scritto sulla rivista www.ildomaniditalia.eu  . Nel merito proporrei alcune idee: attuare finalmente per tutti i partiti l’art. 49 della Costituzione e selezionare la classe dirigente “ con metodo democratico” sulla base dell’accettazione da parte degli interessati di due codici etici essenziali. Il primo, l’epitaffio pronunciato da Pericle dopo i primi morti della guerra del Peloponneso, citati da Tucidide che riporto:

 

"Noi abbiamo una forma di governo che non guarda con invidia le costituzioni dei vicini, e non solo non imitiamo altri, ma anzi siamo noi stessi di esempio a qualcuno. Quanto al nome, essa è chiamata democrazia, poichè è amministrata non già per il bene di poche persone, bensì di una cerchia più vasta: di fronte alle leggi, però, tutti, nelle private controversie, godono di uguale trattamento; e secondo la considerazione di cui uno gode, poichè in qualche campo si distingue, non tanto per il suo partito, quanto per il suo merito viene preferito nelle cariche pubbliche; nè, d'altra parte, la povertà, se uno è in grado di fare qualcosa di utile alla città, gli è di impedimento per l'oscura sua posizione sociale.

 Come in piena libertà viviamo nella vita pubblica così in quel vicendevole sorvegliarsi che si verifica nelle azioni di ogni giorno, noi non ci sentiamo urtati se uno si comporta a suo gradimento, nè gli infliggiamo con il nostro corruccio una molestia che, se non è un castigo vero e proprio, è pur sempre qualche cosa di poco gradito.

 Noi che serenamente trattiamo i nostri affari privati, quando si tratta degli interessi pubblici abbiamo un'incredibile paura di scendere nell'illegalità: siamo obbedienti a quanti si succedono al governo, ossequienti alle leggi e tra esse in modo speciale a quelle che sono a tutela di chi subisce ingiustizia e a quelle che, pur non trovandosi scritte in alcuna tavola, portano per universale consenso il disonore a chi non le rispetta."........

  

(TUCIDIDE:"La guerra del Peloponneso")

 

(Dal discorso funebre di Pericle per la celebrazione dei primi caduti della guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta- fatto in Atene durante i primi anni della guerra (431-429 a.C.)

 

Il secondo, molto più vicino a noi, e scritto con la chiarezza e semplicità disarmanti di don Luigi Sturzo, che definirei: il “decalogo sturziano del buon politico”, che recita così:

-  essere sincero e onesto;
– promettere poco e realizzare molto;
– se ami molto il denaro non fare il politico;
– non andare contro la legge per un presunto vantaggio politico;
– non circondarti di adulatori, fanno male all’anima ed eccitano la vanità;
– se pensi di essere indispensabile, farai molti errori;
– spesso il no è più utile del si;
– occorre avere pazienza e non disperare mai;
– i tuoi collaboratori al governo siano degli amici mai dei favoriti;
– ascolta le donne che fanno politica, sono più sagge degli uomini;
– è una buona abitudine fare ogni sera l’esame di coscienza.

Assumiamo questi codici etico culturali  e costruiamo partendo da essi il programma dei cattolici democratici e dei cristiano sociali del 2000.

Ettore Bonalberti

1 Agosto 2020

RICORDO DI DINO DE POLI


Dino De Poli ci ha lasciati e con lui scompare una delle figure più importanti della DC trevigiana e veneta. Leader della corrente di Base, fin dalla fine degni anni’60 ho potuto godere dei suoi insegnamenti culturali e politici. Ammiratori entrambi di Gianni Brera, era per me piacevole seguire Dino che scriveva sull’agenzia basista RADAR, edizione veneta, con lo stile del grande giornalista pavese, introducendo per la politica neologismi espressione della sua grande cultura umanistica e delle genti venete. Nei suoi interventi nel comitato regionale della DC mi colpivano i costanti riferimenti di natura etica e della migliore cultura della tradizione cattolico democratica. I toni che egli usava, anche nei dibattiti più accesi, erano sempre accompagnati da una piacevole e convincente ironia, che non trascendeva mai oltre i limiti della pur franca dialettica politica.

A Treviso, nella DC, rappresentò il capofila di un’autentica scuola che produsse alcune delle più autorevoli figure, come quella di Carlo Bernini, futuro presidente della Regione Veneto e di Piero Pignata che assunse la guida del Movimento giovanile della DC.

Ci fu una lunga stagione di democratica alternativa della sinistra DC ai dorotei, anche qui temperata nei toni, che Dino sintetizzò nella celebre frase: “ Sior Toni ( Bisaglia) paron, a nu le pene a ti al capon”, cui seguì l’ultima di aperta collaborazione, che portò alla presidenza della regione del suo ex allievo Bernini.

Anche dopo la fine politica della DC ( 1993), assunto in quegli anni il ruolo che svolse con estrema capacità della Presidenza di Cassa Marca, Dino De Poli mi offrì sempre generosamente i suoi preziosi suggerimenti, mantenendo ben distinta la sua nuova funzione dalla quale derivarono tante iniziative preziose sul piano culturale e degli interventi ambientali che, grazie alla sua sensibilità, potemmo avviare anche in campo forestale e ambientale.

Treviso e il Veneto con la scomparsa di Dino De Poli perdono una delle ultime figure della grande storia democratico cristiana; una storia che era il risultato di una combinazione di interessi e valori di un blocco sociale che è stato alla base della rinascita di una Regione da terra di emigrazione a terra di sviluppo e di relazione aperta al mondo. Un mondo nel quale De Poli volle soprattutto evidenziare con dovizia il ruolo svolto dall’umanesimo latino.

Caro Dino, mi mancheranno i tuoi consigli ora che il Signore ti ha chiamato a sé. Adesso troverai in Paradiso gli amici di un tempo: Marcora, Donat Cattin, Bisaglia, Degan, Tina Anselmi, Marino Corder, Bepi Marton, Toni Marta e i veneziani: Gagliardi ( indimenticabile il tuo discorso funebre sulla bara dell’amico vittima di un drammatico incidente stradale) e Zanini, con i quali continuerai a discutere con la compostezza e l’ironia di un tempo di cose più preziose. Grazie per il tuo insegnamento e per i valori che mi hai indicato, tra i quali l’orgoglio di essere un democratico cristiano.

 

ETTORE BONALBERTI

 

22 Luglio 2020

Il dialogo è aperto

 

Ringrazio l’amico Giancarlo Infante per l’attenzione prestata al mio articolo: “ Alla ricerca del centro perduto” e alla rivista “ Il domani d’Italia” che ci permette di sviluppare un dialogo tra le diverse componenti dell’area politica cattolico popolare.

 

E’ vero che non possiedo molte informazioni sugli sviluppi nei e tra i diversi gruppi che si ritrovano attorno alle linee indicate nel “manifesto Zamagni”, anche se del gruppo “Costruire Insieme” sono stato uno dei soci fondatori e con “ Rete bianca” mantengo ottimi rapporti consolidati da un’antica amicizia con Giorgio Merlo e una positiva interlocuzione con Lucio D’Ubaldo. Mi era sembrato che l’idea di ritrovarsi in un luogo comune di appartenenza identificato come “parte bianca” fosse uno degli obiettivi di questi amici.  Apprendo ora da Infante che si sta lavorando “all’organizzazione di un’Assemblea costituente cui parteciperà gente nuova” confortati dalla circostanza che, anche se “ ci manca un leader”, “ crediamo in una leadership allargata”.

 

Il punto di difficoltà nei rapporti con la Federazione Popolare dei DC , secondo Infante, sarebbe nell’impegno annunciato di andare  verso le elezioni regionali pensando a liste che finiranno per schierarsi in alcune regioni nel centrodestra  o in altre a sinistra. Scottati dalle precedenti esperienze fallimentari delle politiche del 2018 e delle europee del 2019, per il prevalere dei particolarismi dei soliti noti, non nascondo che anche in questa tornata elettorale regionale non manchino le difficoltà, tanto sono complicate le traduzioni di accordi assunti nella Federazione al vaglio delle realtà concrete territoriali, condizionate non solo dalle diverse leggi elettorali regionali, ma dalle cristallizzate casematte delle diverse esperienze di appartenenza.

 

Ottimo l’augurio di Infante  secondo cui: “La vera “federazione” che abbiamo in mente di realizzare è quella della ricostruzione nella società del raccordo con e tra le tante espressioni vitali del tessuto civile, imprenditoriale, del mondo del lavoro, di chi lavora nel digitale e nel campo della formazione scolastica e universitaria. Realtà oggi comunque operanti, ma in completa disconnessione con le forze che compongono l’attuale quadro politico. Non ci si può presentare al loro cospetto con accordi precostituiti e con metodi definitivamente seppelliti nel corso del crepuscolo di precedenti esperienze vissute in politica dai cattolici.”

 

Ho appena terminato di scrivere il mio ultimo saggio: “ Sarò sempre democristiano- Il travaglio di “ Don Chisciotte” nella lunga stagione della diaspora DC ( 1993-2020)”, nel quale descrivo le tante iniziative assunte nei ventisette anni della diaspora suicida e, se gli amici del “manifesto Zamagni” compissero il miracolo annunciato da Infante non potrei che esserne soddisfatto. Mi si consenta, però, di essere un po’ più scettico visti i precedenti e, come lo sono per le prossime esperienze elettorali regionali, altrettanto lo sono per l’idea di un’assemblea costituente capace di superare miracolosamente quanto sin qui è disgregato e che un tempo costituiva il blocco sociale e culturale a sostegno della DC.

 

Credo che, come ho scritto nella mia “ Lettera agli amici del manifesto Zamagni” del Gennaio scorso, sarebbe opportuno facessimo nostro il messaggio inviato da Papa Francesco al cardinale Peter K.A. Turkson: “ Dialogare è difficile, bisogna essere pronti a dare e anche a ricevere, a non partire dal presupposto che l’altro sbaglia ma, a partire dalle nostre differenze, cercare, senza negoziare, il bene di tutti e, trovato infine un accordo, mantenerlo fermamente”-

 

In quella lettera oltre a evidenziare le ragioni convergenti tra le due più importanti, se non esclusive, iniziative politiche in atto, ho cercato di offrire alcune indicazioni programmatiche dalle quali si potrebbe partire se vogliamo presentare una proposta al Paese, in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo, ispirato ai valori della Dottrina sociale cristiana.

Credo, inoltre, che quella lettera (che mi permetto di rinviare agli amici di Politica Insieme), possa costituire un’opportunità di dialogo e di confronto positivo libero da condizionamenti ideologici basati su apriorismi socialmente e culturalmente condizionati.

 

Infine, a Infante, vorrei fraternamente suggerire che nessuno di noi intende porsi come i riciclati buoni per tutte le ore e comune è la volontà di consegnare il testimone della nostra migliore tradizione politica a una nuova classe dirigente. Un rischio da evitare è quello che corriamo quando abbiamo la presunzione di rappresentare “ l’usato sicuro di garanzia”, oppure quando, da consumati arnesi della prima repubblica, pretendiamo di porci come “ il nuovo che avanza”. Un po’ più di umiltà e di tolleranza sia sempre alla base dei nostri rapporti e, se “il Domani d’Italia” vorrà porsi come strumento per questo dialogo, mi auguro che altri, più autorevoli amici, intervengano accomunati tutti dall’obiettivo di concorrere insieme alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale di cui il Paese avrebbe grande necessità.

 

Ettore Bonalberti

Comitato provvisorio Federazione Popolare dei DC

Venezia, 20 Luglio 2020

 

 

 

 

Alla ricerca del centro perduto

 

Aveva iniziato Berlusconi nel Novembre scorso, quando annunciò l’avvio dell’esperimento di “ Altra Italia”, una federazione di forze moderate e centriste. Il progetto era ed è strettamente collegato al tipo di legge elettorale con cui, alla fine, si andrà a votare alle prossime elezioni politiche. La scelta compiuta in quei mesi dell’azzeramento dei coordinatori di Forza Italia, provocò la scissione di Giovanni Toti e le ire di Mara Carfagna, e la fibrillazione costante e progressiva dei gruppi parlamentari e in periferia di quel partito.

 

Si era così avviato un processo di ricomposizione dell’area centrale al quale anche noi “ DC non pentiti” siamo da molto tempo interessati, tanto da esserci battuti per ricomporre i diversi partiti, associazioni, movimenti e gruppi nella Federazione Popolare dei DC, costituita con atto notarile nello stesso mese di Novembre 2019. Nella recente assemblea della Federazione tenutasi il 2 Luglio, si è unanimemente concordato sia il nome e il simbolo della Federazione, sia di presentarci con liste unitarie alle elezioni regionali e comunali di Settembre, con lo scudo crociato e il nome di “Unione Democratici Cristiani”.

 

In parallelo i gruppi de la “ Rete bianca”, “Costruire Insieme” e “Politica Insieme”, che avevano condiviso “il manifesto Zamagni”, sono interessati a dar vita a la “Parte bianca” . Trattasi di due progetti, il nostro e il loro, che contengono molti elementi in comune, non solo per il riferimento alle medesime radici politico culturali di ispirazione popolare e democratico cristiana e alla netta alternatività alla deriva nazionalista sovranista e antieuropea del duo Salvini-Meloni, ma dalla volontà di attuare integralmente la Costituzione repubblicana e di adottare politiche economico e sociali ispirate dalla dottrina sociale cristiana. Un tema quest’ultimo divenuto tanto più decisivo dopo che il governo giallo-rosso sta portando all’approvazione finale il progetto di legge Zan-Scalfarotto sul contrasto all’”omotransfobia”, contro cui l’opposizione del mondo cattolico è intransigente e totale.

 

Il gap, tuttavia, tra le aspirazioni etico culturali e politiche dell’area cattolica, unita nella difesa dei “valori non negoziabili”, e la concreta realtà organizzativa della stessa, tuttora in preda alle conseguenze della suicida diaspora democratico cristiana( 1994-2020), rende palese la condizione di assoluta minoranza dei cattolici in un Paese dominato dalla cultura ispirata dai principi del relativismo etico, e di irrilevanza sul piano politico istituzionale. Una condizione che, non vigesse la “maledizione di Moro”, pronunciata dal leader pugliese dal carcere delle BR sui suoi successori, accompagnata, ahimè, dalle molte stupidità di noi indegni suoi eredi, dovrebbe immediatamente impegnarci nella ricomposizione politica di un’area di centro laica, democratica, popolare, liberale, riformista, europeista, inserita a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, unita nell’attuazione piena della Carta costituzionale.

 

Non sarà, infatti, Di Maio con la sua annunciata volontà di “fare il partito dei moderati” , ossia il progetto di una svolta politica netta rispetto all'anno scorso, quando volava in Francia per incontrare i leader dei gilet gialli in compagnia di Alessandro Di Battista. Un’esperienza politica, quella di Di Maio e del M5S, sorta dalla cultura grillina del “vaffa…”, che non può essere quella su cui può nascere un centro politico credibile a livello nazionale ed europeo. Una sede quest’ultima dove sono ben presenti le grandi culture: popolare, socialista e liberale, che furono alla base della fondazione dell’Unione Europea.

 

L’Italia ha bisogno di ritrovare un partito di ispirazione cristiana impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” le indicazioni delle ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica, che rappresentano la risposta più approfondita e avanzata ai grandi problemi della globalizzazione. Ecco perché rivolgo un nuovo pressante appello agli amici della “parte bianca” affinché si compia un passo importante nella direzione dell’unità con la Federazione Popolare dei DC, premessa indispensabile per dar vita, prima delle prossime elezioni politiche, al soggetto politico nuovo con cui presentarci INSIEME alla scadenza elettorale.

 

Ettore Bonalberti

 

Comitato provvisorio Federazione Popolare dei DC

Venezia, 16 Luglio 2020

 

Con lo sguardo in avanti

 

Io continuo a pensare che abbia ragione Zingaretti”, scrive l’amico Giorgio Merlo su Il Domani d’Italia, con accenti che sembrano più quelli di un membro di quel partito che di un “osservatore partecipante”. Uscito con gli amici ex popolari dal PD, soprattutto a seguito della sbandata della leadership renziana, Giorgio Merlo ha concorso alla nascita de “ la Rete Bianca” che, con gli amici di Costruire Insieme e Politica Insieme, si ritrova attorno alle indicazioni politico-culturali del “ manifesto Zamagni”.

Trattasi di un progetto che ha suscitato grande interesse non solo al sottoscritto, ma anche a molti amici che partecipano al progetto della Federazione popolare dei DC.


Sono più volte intervenuto evidenziando come tra le indicazioni del nostro patto federativo e quelle del “ manifesto Zamagni” non ci siano differenze strategiche incompatibili, non sottacendo il peso di quella pregiudiziale assai ben reiterata, soprattutto negli interventi dell’On Dellai, di “un partito di centro che guarda a sinistra”. Una pregiudiziale che si vorrebbe far risalire a una dichiarazione resa da De Gasperi, con riferimento alla DC, in un contesto incomparabilmente diverso  da  quello che stiamo vivendo oggi.


Da parte nostra, come Federazione popolare dei DC, abbiamo nettamente e unitariamente condiviso la scelta per un nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da ricondurre ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e alla sinistra radicale e senza identità.

Passi avanti sulla strada di una possibile ricomposizione, prima di tutto al centro, tra noi della Federazione Popolare dei DC e gli amici della cosiddetta “parte bianca”, almeno sino ad oggi, non mi sembrano che se ne siano compiuti di significativi.


Anche la nota di Merlo sembra ancora sintonizzata verso il PD che, se non è più il proprio partito, appare come l’interlocutore privilegiato se non esclusivo del suo ( e debbo ritenere anche degli amici di “rete bianca”)  interesse politico.

Cerchiamo, dunque, di valutare come stiano esattamente le cose allo stato degli atti.

Esiste una maggioranza di governo giallo rossa, frutto dell’emergenza seguita alla crisi salviniana del Papeete (agosto 2019), ossia di una coalizione di altrettanta necessità di governo, quella giallo-verde, risultante dal voto del 4 Marzo 2018 che non aveva indicato una maggioranza autonoma vincente.


In tal modo si è perpetuata una situazione parlamentare in cui, come nell’intera seconda repubblica, domina un trasformismo politico parlamentare mai visto prima, nemmeno ai tempi di De Pretis e di Giolitti. Una transumanza permanente di deputati e senatori, in gran parte “nominati” dai capi di partiti, molti dei quali senza storia e cultura politica, quando non addirittura etero guidati da una società commerciale srl come il M5S,  il partito premiato dal voto maggioritario relativo dei votanti nel 2018.

Come ha ben evidenziato Giorgio Merlo, trattasi di una maggioranza “anomala e innaturale” quella tra PD e M5S, nella quale, tra l’altro, farebbe parte a mezzo servizio e più con la funzione di sabotatore seriale, il partito dello scasso e dell’incasso di Matteo Renzi.

Qui cari amici della “rete bianca” non si tratta di un’alleanza nella quale il M5S, preoccupato soprattutto di non squagliarsi, litiga sulle cose da fare al governo e non intende concorrere a consolidarsi sul territorio, ma di un ircocervo di partiti e partitini che, come nel caso del prossimo voto in Puglia, finiscono tafazzianamente di concorrere al loro suicidio politico.


In Puglia stiamo assistendo, infatti, al “capolavoro” de “ il Bomba” che, pur di fare del male al presidente PD Emiliano, presenta niente di meno che il candidato Ivan Scalfarotto, uno degli esponenti più autorevoli di quella cultura alternativa ai valori non negoziabili dei cattolici ai quali Renzi e la Boschi, in molte occasioni, hanno pure assicurato di fare riferimento.

Unico risultato concreto sarà quello di aprire un’autostrada al centro destra e al mio caro amico Raffaele Fitto, che avrà così modo di rivalersi delle sconfitte patite nella sua amata terra pugliese.


Chiedo a voi amici della “rete bianca” se, perseguendo questa pregiudiziale a favore di “un centro che guarda a sinistra” finite col dover accettare questa condizione permanente di ricatto tra le necessità dell’emergenza e quello più indigesto del partito renziano, non sarebbe ora di ripensare globalmente la vostra strategia?

Noi della Federazione popolare dei DC intendiamo collegarci al PPE, voi della “rete bianca”, che vi considerate eredi della tradizione popolare dei cattolici democratici, potete restare ancorati a un PD che, nella migliore delle ipotesi vi riporterebbe in seno al PSE a livello europeo, e, intanto, al  costante ricatto renziano sino a giungere all’offerta di quello stravagante  coniglio magico, estratto all’ultima ora del candidato Scalfarotto catapultato sconsideratamente nella terra di Aldo Moro?


Ritengo che meglio, molto meglio sarebbe costruire insieme un grande centro politico con riferimento alla migliore tradizione dei cattolici democratici e dei cristiano sociali, nettamente distinto e distante dalla destra nazionalista e populista e dalla sinistra senza più identità, direttamente collegato al PPE, disponibili tutti a collaborare sia in campo nazionale e locale con quanti sono interessati a un grande progetto riformatore: l’attuazione completa della carta costituzionale. E non si potrebbe sperimentare questa iniziativa proprio partendo  dalle prossime elezioni regionali e locali assumendo tutti, finalmente, uno sguardo volto in avanti?

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it )

 

Venezia, 25 Giugno 2020

 

Adelante amigos, con juicio !

 

Ho seguito con interesse il dibattito svoltosi ieri in streaming tra gli amici D’Ubaldo e Follini sul tema: “Ci manca la DC? “. L’impressione ricevuta è quella di un disincanto che, in Follini sfocia in una sorta di pessimismo dissolvente, sino all’idea che nulla può essere compiuto da questa generazione ex DC, appesantita dai tanti errori commessi, i più importanti dei quali sono stati:

a)    il non aver saputo adempiere il disegno moroteo del compimento della democrazia in Italia, ossia la garanzia dell’alternanza col superamento della conventio ad excludendum verso il PCI;

b)   il peccato originale del debito pubblico che, partito negli anni’80, certo con la complicità di molti, ebbe nella DC uno dei responsabili più diretti.

 

Di qui l’idea che solo da una rinascita dal basso, dalle diverse realtà territoriali di una nuova classe dirigente potrà esserci una rinascita. Più ottimistica la visione di Lucio D’Ubaldo il quale, analizzate le ragioni del fallimento dell’esperienza da entrambi vissuta nel PD, soprattutto a causa del “populismo di potere o di governo” renziano, durante la segreteria del giovane fiorentino, ritiene che si potrebbe avviare un nuovo percorso a partire dai rinnovi delle prossime elezioni nelle grandi città, come quelle di Roma, purché si tratti, ha ricordato D’Ubaldo, di una rinascita di “ un partito dalle robuste radici sociali, dotato di un forte senso delle istituzioni”; un partito in grado di intercettare e inverare nella politica le grandi novità espresse dagli orientamenti della dottrina sociale cristiana di Papa Francesco.

 

Diverso anche il giudizio sul caso del presidente del consiglio Conte che, per Follini, non si potrà mai considerare un campione della rinascita del pensiero cattolico democratico. Un politico che è stato capace di passare senza indugi da un’alleanza con la Lega a quella del PD con estrema disinvoltura, ha sostenuto Follini, è incomparabilmente diverso della storia della DC che, per passare dall’alleanza con i liberali a quella di centro sinistra col PSI, ci mise dieci anni. Più possibilista D’Ubaldo che riconosce all’avvocato fiorentino la formazione cattolico sociale, alla quale, però, andrebbe associata anche una capacità innovativa e di  forte discontinuità, ricordando l’intuizione degasperiana all’atto della fondazione della DC in casa Falck, con Malvestiti e gli amici neoguelfi lombardi, dove anziché perpetuare il vecchio PPI decisero la costruzione del nuovo partito.

 

In entrambi, infine,  e nemmeno malcelata o sotto traccia, permane l’irrisolta polemica verso quella scelta del “preambolo che, nel Febbraio 1980 mise fine al disegno moroteo della “solidarietà nazionale”. Con Sandro Fontana e Emerenzio Barbieri, ho avuto l’onore di essere accanto a Carlo Donat Cattin la mattina del 16 Febbraio di quell’anno, quando sul vecchio altare sconsacrato del convento della Minerva a Roma, il leader di Forze Nuove scrisse il testo del preambolo. Il documento che determinò il  cambiamento strategico di quel Congresso e permise di riannodare i fili del rapporto con i socialisti della linea craxiana, risultata vincente in quel partito. Sono passati quarant’anni e il giudizio sul “preambolo” divide tuttora gli storici e soprattutto i cattolici impegnati in politica. Secondo  quella sinistra democristiana che si richiamava alla corrente di  “Base”(De Mita, Galloni, Martinazzoli) fu l’inizio del via alla presidenza Craxi con tutte le conseguenze negative che portarono alla liquidazione della prima Repubblica. Al contrario, per la sinistra sociale della DC, ossia la nostra di Forze Nuove, come per Forlani e Piccoli, fu la fine di quella “solidarietà nazionale” che rischiava di rendere subalterno il partito dei cattolici alla “egemonia gramsciana” ed alla forza organizzativa e alla macchina elettorale dei comunisti.

 

A me pare che continuare a perpetuare quella divisione non faciliti alcun progetto di ricomposizione dell’area  cattolico democratica e cristiano sociale. Ha ragione Guido Bodrato, secondo la citazione dell’amico Merlo, secondo cui: la “Dc era come un vetro infrangibile. Quando si è rotto è andato in mille frantumi e, pertanto, non è più ricomponibile”. Una difficoltà di ricomposizione che è resa ancor più complicata dalla vasta e complessa realtà politico sociale e culturale cattolica, dove, secondo l’infausta regola aurea italica: “ tutti vorrebbero coordinare, ma nessuno vuol essere coordinato”. Nel saggio che ho appena concluso sul travaglio politico del cattolicesimo italiano, approfondisco le ragioni di queste difficoltà, tanto sul piano della situazione interna alla Chiesa e alla CEI, quanto nell’insieme delle realtà sociali e politico culturali di quel grande fiume carsico dell’area cattolica. A Follini e a D’Ubaldo, come agli altri amici che a diverso titolo si ritrovano sulle indicazioni strategiche del “manifesto Zamagni” e intendono costruite la cosiddetta “parte bianca”, ricordo quanto ebbi modo di scrivere loro nel Gennaio di quest’anno: “Vorrei che facessimo nostro il messaggio inviato da Papa Francesco al cardinale Peter K.A. Turkson: “ Dialogare è difficile, bisogna essere pronti a dare e anche a ricevere, a non partire dal presupposto che l’altro sbaglia ma, a partire dalle nostre differenze, cercare, senza negoziare, il bene di tutti e, trovato infine un accordo, mantenerlo fermamente”-

Ho letto attentamente il nostro patto federativo e il manifesto Zamagni e sono convinto che non esistano motivi di scontro o di contrapposizione tra di noi. Proveniamo tutti dalla stessa esperienza politico della DC storica, nella quale il momento di divisione e più serio scontro fu quello che divise i “ preambolisti” dell’accordo con i socialisti, come noi di Forze Nuove, e gli anti preambolisti, per il confronto e l’alleanza con il PCI, dell’area ZAC. Una divisione che si è protratta oltre la fine politica della DC (1994) e che, temo, permanga in qualcuno di noi.

Non esistono più le condizioni al tempo del preambolo ed è netta la scelta fatta anche dalla Federazione Popolare dei DC di “alternativa alla deriva nazionalista e populista a dominanza salvinian-meloniana”. A me sembra che sia questo il presupposto strategico che ci può unire, ma, aggiungo, che, con il sistema elettorale proporzionale, che sembra e/o speriamo sarà adottato, sia del tutto fuori luogo discutere sulle alleanze, prima ancora di esserci confrontati sui contenuti di un possibile programma di governo per il partito dei cattolici democratici e cristiano sociali. Prima, allora,  impegniamoci alla costruzione del partito che non potrà che essere un partito di centro, democratico, popolare, riformista, europeista, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla deriva nazionalista di destra, poi, e solo dopo, concordato il programma, affronteremo il tema delle alleanze che, data la premessa strategica condivisa, si svilupperà con le forze riformatrici che intendono con noi attuare la principale delle riforme: la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione”.  Adelante, dunque, amigos, con juicio!

 

Ettore Bonalberti

Comitato provvisorio Federazione Popolare dei DC

Venezia, 11 Giugno 2020

 

 

 

 



Crisi sociale e crisi di sistema

 

In soli due mesi di pandemia:  + 300.000  disoccupati e + 750.000 inattivi, persone cioè che non cercano nemmeno più un’occupazione e, tra poco, ci sarà il via libera ai licenziamenti per ora bloccati. Dalla crisi sanitaria ci infiliamo in una crisi sociale dai caratteri simili a quella del secondo dopoguerra. Già nel Giugno dell’anno scorso avevo scritto di questo tema che, con la pandemia non ancora conclusa, si sta terribilmente aggravando. Quando sarà finita l’emergenza, infatti, i governi di tutto il mondo dovranno affrontare il tema drammatico del disagio sociale. Un disagio tanto più grave in Italia che, accanto ai fenomeni di natura sociale ed economica, dovrà affrontare anche quelli di ordine istituzionale. Dopo il potere legislativo e quello esecutivo, con quanto è accaduto nel CSM e nella magistratura, siamo alla crisi di sistema.

 

Il Legislativo vive la condizione malferma di un parlamento espressione di una metà dell’elettorato e risultato di una legge elettorale incapace di garantire una maggioranza stabile di governo. L’esecutivo, come quello sorto dopo il voto del 4 Marzo 2018, figlio  della situazione di cui sopra, sostanzialmente era l’espressione di un “contratto necessitato”, che ha comportato l’avvio di un’alleanza di tipo trasformistico tra due partiti, M5S e Lega, portatori di interessi e di valori diversi e per molti aspetti alternativi. Un’alleanza andata in crisi nell’agosto scorso, sostituita da quella rosso-verde M5S-PD-LeU-ItaliaViva, anch’essa espressione di una condizione politica di emergenza e di necessità.

 

Lo sfascio che sta vivendo il CSM, infine, è il segnale drammatico di una crisi della giustizia con la quale appare in tutta la sua evidenza, la crisi di sistema dell’Italia. Si aggiunga (risultato delle politiche maldestre del governo giallo verde) il più forte isolamento internazionale patito dall’Italia nell’Europa, della cui Unione il nostro Paese è socio fondatore, per una politica estera ondivaga tra le rituali ubbidienze alle tradizionali alleanze occidentali e le pericolose aperture leghiste verso la Russia di Putin e pentastellate verso la Cina di Xi Jinping. Un isolamento che, solo con le nomine successive, dopo le elezioni europee, alla presidenza del Parlamento europeo di Sassoli e nella Commissione UE di Gentiloni e la paziente azione svolta dal premier Conte, si è potuto superare in Europa.

 

Anche sul fronte degli enti locali, dopo l’infausto riforma del Titolo V° della Costituzione, si vive con forti  e diverse preoccupazioni l’irrisolto tema della  maggiore autonomia delle regioni del Nord e dell’eterna questione meridionale. Continua la crisi strutturale dei bilanci di molti comuni italiani,  la confusa situazione della chiusura-non chiusura delle province con tutti i problemi di attribuzione delle competenze tra le stesse province, i  comuni capoluogo  e le città metropolitane nate, sin qui, solo sulla carta . Una  situazione di difficoltà e di crisi evidenziatasi ancor di più nella complessa gestione sanitaria della pandemia, con la confusione derivata dalle competenze esclusive e concorrenti tra Stato e Regioni. Ha sopperito sin qui la volontà di collaborazione che, tanto i responsabili dei governi regionali che la presidenza del Consiglio hanno saputo mettere in campo, pur con qualche distinguo e voglia di protagonismo, soprattutto per taluni, in funzione pre elettorale.

 

Se osserviamo anche la condizione della società civile, utilizzando la mia teoria euristica dei quattro stati: la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo, il quarto non stato, ciò che emerge è il prevalere di una condizione di anomia morale, culturale, sociale, economica e finanziaria, caratterizzata dal prevalere di una scarsissima solidarietà di tipo meccanico funzionale, dal venir meno delle comunità, da una diffusa condizione di frustrazione premessa di possibili fenomeni di rivolta sociale, sin qui sotto traccia.

Al dramma sanitario vissuto dal Paese, si aggiungono le prospettive per alcuni versi ancora più ampie delle ricadute economiche e sociali. Il disagio sociale è caratterizzato da un’accentuazione sia delle diseguaglianze territoriali, che quelle tra i cittadini con l’ulteriore erosione del ceto medio e la divaricazione più severa tra ricchi e poveri. Il disagio sociale rischia contemporaneamente di ampliare il bacino di reclutamento della criminalità e di accentuare le spinte separatiste delle aree più sviluppate del Paese. Parimenti si stanno rafforzando le tendenze di forte contestazione alle politiche comunitarie, fino a un potenziale allontanamento dall’Unione europea, alimentate da culture sovraniste che, proprio nel dramma della pandemia, hanno rivelato la loro sostanziale inconsistenza e incompetenza di fronte a fenomeni globali che reclamano soluzioni di forte cooperazione internazionale. Se non si riprende il terzo stato produttivo già provato prima del Covid19 e adesso totalmente in ginocchio, la crisi rischia di diventare irreversibile.

 

Quali sono oggi gli interessi e i valori prevalenti? Interessi “particulari”, innanzi tutto,  e “bene comune” ridotto a un oggetto misterioso per lo più dimenticato. Sul piano dei valori sono più diffusi quelli di natura egoistica, di esclusione e di chiusura alla comprensione e all’ascolto. Di qui la riduzione della politica a slogans di immediata e facile comprensione, con la comunicazione prevalente e diffusa dei social media e la politica ridotta a tweet e a scambi spesso irripetibili su facebook e instagram. La pandemia ha fatto, tuttavia, riscoprire valori di solidarietà e comunità di straordinario impatto sociale. Immediata la reazione di segno contrario quella emersa dalla manifestazione della destra e dei “pappalardini” del 2 Giugno a Roma.

 

Col venir meno dei  riferimenti politico  culturali  tradizionali, quelli che sono stati alla base della nascita della Repubblica e del patto costituzionale, nell’attuale deserto delle culture politiche, lo strumento essenziale per offrire la soluzione storico politica all’ esigenza dell’equilibrio tra interessi e valori, ossia al ruolo proprio  della politica, risulta inesistente e/o incapace di dare risposte,  si ricorre a sporadici e occasionali mezzucci, più in linea con le tecniche di propaganda che con soluzioni e proposte di ampio respiro e di lungo periodo.

 

In questa condizione di crisi di sistema, la maggioranza giallo rossa al governo, ahimè, con la crisi della sinistra e l’assenza di un centro democratico, popolare e liberale credibile, sembra non avere alternative concrete; salvo quella  di un’alleanza di estrema destra, tra Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia con la Lega,  a netta dominanza salviniana. Una maggioranza quest’ultima che, se prevalesse, darebbe, dopo settant’anni di vita della Repubblica, la guida del Paese alla destra estrema e porterebbe al più grave isolamento dell’Italia in Europa.

 

Per uscire da questa grave crisi di sistema servirebbe un profondo mutamento spirituale e culturale, prima ancora che politico e organizzativo, senza il quale, temo, sarebbe impossibile affrontare le tre questioni essenziali del caso italiano:

a)     la questione antropologica, che attiene ai valori fondamentali della vita:

b)    la questione ambientale, su cui si gioca il destino dell’umanità e del pianeta                       Terra;

c)      la questione del nostro stare insieme nell’Unione europea, collegato al tema della sovranità monetaria e della sovranità popolare da cui dipendono tutte le altre riforme per garantire lavoro, pace e sicurezza al nostro Paese e alla quale sono strettamente connesse tutte le gravi conseguenze economiche e sociali post pandemiche.

 

Quanto al primo tema si tratta di testimoniare e tradurre sul piano istituzionale le indicazioni della dottrina sociale cristiana: dall’”Humanae Vitae” di San Papa Paolo VI a quelle di Papa Francesco. Quanto al tema ambientale, si tratta di impegnarci a tradurre sul piano politico istituzionale quanto indicato da Papa Francesco nella sua straordinaria enciclica “ Laudato Si”. Insomma serve rimettere in campo la cultura del popolarismo, unica in grado di offrire risposte convincenti ispirate dai valori della solidarietà e della sussidiarietà nell’età della globalizzazione.

 

Sul terzo tema, come vado scrivendo da molto tempo, si tratta di ripristinare la legge bancaria del 1936: tornare al controllo pubblico di Banca d’Italia e, nell’Unione europea, della BCE e reintrodurre la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. I provvedimenti suddetti sono necessari per una ripresa di sovranità monetaria e popolare, pur nel rispetto dei limiti consentiti dalla nostra appartenenza all’UE e sarebbero in linea con la migliore tradizione della DC in materia di politica bancaria e finanziaria da essa sostenuta con Guido Carli, sino all’infausto decreto Barucci-Amato del 1992, che determinò il superamento della legge bancaria del 1936.

 

Il sottosegretario al ministero del Tesoro e finanze, On Alessio Villarosa, che ben conosce questi temi, potrebbe/dovrebbe farsi carico urgentemente di queste indicazioni, trascinando il M5S dalla fase delle proteste a quello delle proposte di riforma reali per il bene del Paese. Senza questa riforma di struttura finanziaria, anche “il Piano di rinascita” annunciato ieri dal premier Conte rischia, altrimenti, di tradursi nell’ennesimo libro dei sogni.

 

Ettore Bonalberti

4 Giugno 2020

 


Una legge regionale scandalosa

 

Tutti pensavamo che la pandemia ci avrebbe insegnato qualcosa  e, invece, quelli della “casta” ancora una volta sono tornati all’antico, oltrepassando il segno della decenza. Il consiglio regionale della Calabria, su proposta del consigliere UDC, Giuseppe Graziano, sottoscritta da tutti i capigruppo dei partiti presenti in quel consesso, ha approvato in novanta secondi netti, all’unanimità, una legge che “aggiusta” quella del vitalizio semplicemente cambiandole il nome. Non si tratta più di “vitalizio”, ma di “pensione”. La precedente legge stabiliva che per avere diritto al vitalizio necessitavano cinque anni di servizio e sessant’anni per ottenere quel “diritto”. Con l’”aggiustatina” introdotta, tutti i partiti e tutti i consiglieri regionali presenti hanno deciso, con una velocità più forte di quella della luce, che anche i consiglieri più sfortunati che non riuscissero a completare i cinque anni del mandato a causa di un accidente legale, annullamento dell’elezione dal Tar o per qualunque altra causa, come quella di una cattiva congiuntura politica (legislatura sciolta anticipatamente o, peggio, una sciagura giudiziaria, compreso il caso di un arresto improvviso) potranno godere  di quel “diritto”- privilegio.

 

Insomma mentre tutto il Paese, e la Calabria in particolare, stanno soffrendo le pene di una pandemia che riduce molta parte dei “diversamente tutelati” alla fame e alla disoccupazione, quelli della “casta” si muovono senza ritegno a consolidare i loro privilegi. E pensare che un carissimo amico ci  aveva parlato della signora Santelli come di una brava persona degna di ogni considerazione. Mi chiedo: come ha potuto tacere la guida del governo calabrese e di fatto a condividere questa iniziativa assunta da un consigliere UDC, il quale ha deciso di assumere in prima persona questa immonda iniziativa, immediatamente sostenuta da tutti i capigruppo dei partiti presenti in Consiglio regionale?

 

Patetico poi il tentativo dell’ex candidato del centro sinistra alla presidenza di giunta, Callipo, di giustificarsi ex post, sostenendo che non aveva ben compreso cosa gli avessero fatto firmare. Se si osserva il video su youtube di quella  seduta tragicomica, al fianco del presidente che invita il primo firmatario, Graziano, a illustrare il provvedimento, quest’ultimo risponde con un lapidario: “ la norma si illustra da sé”. Una signora alla destra del presidente sorride maliziosa e soddisfatta di come stanno procedendo le cose, senza alcuna voce critica di dissenso. Quando si tratta di votare un proprio privilegio ( “ non si sa mai”), il particulare guicciardiniano prevale sempre sull’ideale del “bene comune”.

 

E che dire di un UDC, erede del partito di Sturzo e di De Gasperi, che pubblicamente dimostra di operare esattamente al contrario dell’insegnamento di quei nobili padri: servendosi della politica per fini personali e non per servire la politica ? Noi democratici cristiani, componenti della Federazione popolare dei DC, denunciamo pubblicamente questo comportamento oltraggioso dell’istituzione regionale calabrese e offensivo della condizione che sta vivendo l’intera comunità della Calabria e italiana: da quella della vasta area dei “diversamente tutelati” a quella dei terzo stato produttivo. Si rimedi immediatamente, annullando questa legge oscena e l’elettorato calabrese si ricordi di quanti, maggioranza di centro destra e minoranza PD-M5S , si sono resi responsabili di questo scempio politico  amministrativo.

 

Ettore Bonalberti

Pasquale Ruga

Componenti della Federazione Popolare dei DC

Venezia, 31 Maggio 2020

 



Il miglior “fico del bigoncio”….. del governo

 

Ci sono amici dell’area DC che, novelli Farinata, sembrano tenere “in gran dispitto”  il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, quasi ancor di più del suo governo giallo rosso. Forti delle ricorrenti note del prof Cassese l’accusano di ogni nefandezza costituzionale per aver assunto “ pieni poteri” in questa fase delicata della pandemia da Corona virus 19. E’ vero, ci sono state limitazioni di molte nostre libertà e assunto decisioni mai sperimentate prima nella storia repubblicana, atteso che “ l’avvocato degli italiani” ha dovuto interpretare un ruolo nelle condizioni che non erano mai accadute ad alcuno dei suoi predecessori dal 1948 in poi.

 

Da parte mia continuo a considerare Giuseppe Conte, catapultato dal M5S alla guida di due governi, quello giallo verde prima e quello attuale con il PD di Zingaretti, Italia Viva di Renzi e la LeU di Speranza e Bersani, come “ il miglior fico del bigoncio” del governo; un superlativo relativo e non assoluto che, pure, ci starebbe se rapportassimo l’avvocato fiorentino con i Casalino, Azzolina, Patuanelli e il fortunato “Giggino da Pomigliano d’arco”.

 

A me pare, e non solo a me, ma alla maggioranza degli italiani secondo i sondaggi, che il Presidente del Consiglio abbia sin qui svolto con estrema diligenza il suo ruolo. Ieri, tra l’altro, con il provvedimento varato  per la seconda fase pandemica, ha, di fatto, introdotto nella costituzione materiale del Paese quella autonomia differenziata regionale auspicata da tanto tempo anche anche da molti  di noi “ DC non pentiti”. A parte il solito dissenziente De Luca.

 

Certo, sui rapporti Stato-Regioni qualcosa si dovrà pur rivedere, dopo l’esperienza di questi ultimi mesi; soprattutto le criticità verificate a seguito della pasticciata riforma del Titolo V tra competenze concorrenti ed esclusive, causa di continui contenziosi, che, durante la pandemia, si sono potuti risolvere solo grazie alla continua mediazione tra Presidenza del Consiglio e governatori delle Regioni.

 

Qualche amico DC mi accusa di una malcelata simpatia verso il politico fiorentino, pari almeno alla mia avversione più volte espressa nei confronti del suo concittadino, sen Renzi, croce e delizia del governo rosso verde.

 

Confesso che, prima di pensare al caso di Giuseppe Conte, sono preoccupato e impegnato a concorrere al processo di ricomposizione dell’area cattolico democratica  e cristiano sociale. Un progetto che, con alcuni amici, perseguiamo, con enormi difficoltà, disillusioni e cadute dal 2011 ad oggi.

 

Conte ha dimostrato capacità di guida e di mediazione politica migliori di quelle di diversi suoi predecessori a Palazzo Chigi e, in ogni caso, se nell’Unione europea abbiamo ottenuto alcune delle disponibilità offerteci, come quelle del superamento dei vincoli di bilancio, del MES soft e senza condizioni, del recovery fund in corso di contrattazione, molto si deve al lavoro discreto e puntuale svolto da Conte con Gualtieri, Gentiloni e Sassoli.

 

Mi chiedo cosa sarebbe accaduto all’Italia qualora a capo del governo ci fosse stato il duo di destra Salvini-Melloni, anti europeisti omogenei alle posizioni estremiste dell’ungherese Orban e dei leader di governo polacchi?

 

E’ la domanda, sin qui senza risposta che, alle critiche dei mie amici DC “ duri e puri”, rivolgo a loro, insieme all’indicazione di una loro proposta politica alternativa credibile al governo Conte.  Al di là di un ricorso immediato, ancorché alquanto improbabile alle urne, magari unificate con quelle dei prossimi rinnovi regionali, cosa prospettano di diverso e alternativo?

 

Elezioni anticipate nella situazione pandemica tuttora in corso, con un debito pubblico che sfiorerà il 160% del PIL e le conseguenti tensioni sul piano economico e sociale, ritengo siano alquanto improbabili a brevissimo tempo.

 

Di una cosa, però, sono certo: in assenza di una modifica della legge elettorale, che sarà assai difficile possa essere approvata in tempo utile, permanendo l’attuale rosatellum, quindi con alleanze pre elettorali obbligate, in uno scontro probabile Conte-Salvini, da che parte staranno gli esponenti dell’area politica cattolico democratica e cristiano sociale?

 

Personalmente  resto fedele a quanto abbiamo condiviso e sottoscritto nel patto della Federazione popolare dei DC e, cioè, che: si debba con urgenza costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali”.

 

Senza precipitare le cose, intanto impegniamoci a ricomporre l’area politico culturale di nostro riferimento, e dopo, solo dopo, ci porremo il tema delle alleanze.  Accordi che, in ogni caso, si faranno con quanti saranno interessati a difendere e attuare integralmente la Costituzione. Non so se Giuseppe Conte, finita questa sua seconda esperienza di capo del governo, deciderà di continuare il suo impegno nella vita politica, ma, se così fosse: chi vivrà vedrà e se son rose, fioriranno.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 18 Maggio 2020




ll 16 Maggio 1970  veniva approvata la Legge n.281 “ Provvedimenti finanziari per l’attuazione delle Regioni a statuto ordinario”  (GU n.127 del 22.5.1970). Domani cade, dunque, il 50° anniversario dell’avvio delle Regioni a statuto ordinario. Come Democrazia Cristiana del Veneto avremmo voluto organizzare un seminario ad hoc per ricordare il ruolo svolto dalla DC a livello nazionale e regionale per tale obiettivo. La pandemia ha impedito che si potesse svolgere questo evento. Colgo l’occasione per editare due riflessioni svolte sul tema dall’amico sen Paolo Giaretta, già sindaco di Padova, e dal sottoscritto. Lo dobbiamo al ricordo di quanti ci hanno lasciato e a coloro che, ancora tra di noi, di quella lunga e vitale stagione politica furono attori protagonisti degni della nostra massima stima.

 

Buona lettura

 

Ettore Bonalberti

 

 

Una idea di popolo veneto: la scommessa regionalistica della Democrazia Cristiana

Paolo Giaretta

 

Cinquant’anni dalla nascita delle Regioni. Cinquant’anni sono molti. E la pandemia impedisce di celebrare adeguatamente questo anniversario. Probabilmente con qualche sollievo per chi avrebbe dovuto paragonare quella stagione realmente creativa alla presente.

Quando il 7 e 8 giugno 1970 i veneti si recano alle urne per la prima volta per eleggere il Consiglio Regionale non hanno incertezze. Si affidano in massa alla Democrazia cristiana. Sono 1.287.167 gli elettori che segnano sulla scheda lo scudo crociato. La maggioranza assoluta, per la precisione il 51,9%, con la punta massima del 64,2% della provincia di Vicenza, la “sacrestia d’Italia” come veniva definita, e con quattro province su sette in cui la DC supera la soglia del 50%. Nessun altro partito da allora ad oggi ha superato questo livello di consenso.

Rinvio una analisi più dettagliata ad un mio saggio in corso di pubblicazione in un volume curato dal prof. Filiberto Agostini, dedicato ad Angelo Tomelleri, primo presidente della Regione Veneto. Qui desidero evidenziare due aspetti:

-       l’attuazione della riforma regionale, rimasta inattuata per 22 anni è una consapevole risposta politica elaborata dalla DC, con presidente del Consiglio il veneto Mariano Rumor, di fronte ad un passaggio arduo per il nostro paese, che vedeva forti tensioni sociali, problemi economici, l’emergere del terrorismo come deviazione della lotta politica;

-       la DC veneta visse questa attuazione come una occasione importante per una elaborazione culturale e politica coerente con i propri valori e una spiccata visione autonomistica dei rapporti istituzionali, come già ha ricordato nel suo contributo Ettore Bonalberti.

 

Il disegno di una risposta riformatrice alle tensioni sociali

Dobbiamo riandare con la memoria all’esordio di quel decennio degli anni Settanta per capire la difficoltà nel reggere il timone del Governo. L’autunno caldo lascia in eredità una elevata conflittualità sociale, l’inflazione erode il potere d’acquisto (il bilancio del 1974 è una inflazione al 25%), si affaccia drammaticamente la strategia della tensione. Nel 1969 l’esordio con la strage di Piazza Fontana il 12 dicembre. L’eversione nera colpisce ancora: dalla rivolta di Reggio Calabria (1970), al tentato colpo di stato di Junio Valerio Borghese (1971), alla bomba alla Questura di Milano con quattro morti (1973), alla bomba di Brescia in piazza della Loggia (maggio 1974, con 8 vittime), fino all’attentato dell’agosto successivo al treno Italicus (12 vittime). Si sviluppa il terrorismo rosso: nel Veneto le BR colpiscono a Padova il 17 giugno 1974, assassinando Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci nella sede del Movimento Sociale; poche settimane dopo, il 4 settembre, sempre a Padova viene assassinato l’agente della Polizia Stradale Antonio Niedda. Lo abbiamo dimenticato, ma il Veneto deve fare i conti in quegli anni con una diffusa attività criminale dell’eversione rossa e nera.

 I governi di centrosinistra organizzano una risposta alle rivendicazioni operaie e studentesche con nuovi strumenti legislativi (lo Statuto dei lavoratori), con una politica di espansione della spesa pubblica, con un uso attivo delle Partecipazioni Statali per difendere i livelli occupazionali, con provvedimenti sociali, con l’introduzione delle pensioni minime e di un trattamento pensionistico più generoso, l’attuazione delle Regioni, norme sul referendum, la riforma sanitaria, il divorzio ed il nuovo diritto di famiglia, l’abbassamento a 18 anni del diritto di voto, ecc.

 

Il regionalismo per aprire una nuova fase nella vita pubblica italiana

L’attuazione della riforma regionale è parte di una consapevole risposta politica. Lo afferma chiaramente il presidente del Consiglio Mariano Rumor a chiusura del dibattito parlamentare alla vigilia del primo voto sulle istituzioni regionali: “La riforma corrisponde ad un impegno essenzialmente rivolto ad ampliare ed arricchire la vita democratica e quindi a creare le condizioni per una libera espressione di ceti e forze non partecipanti per decenni alla responsabilità della vita sociale e politica del paese…[le regioni dovranno costituirsi] in modo da non essere punti di disarticolazione e di ritardo nel rapporto tra il cittadino e le istituzioni pubbliche, ma elementi di raccordo, premesse per un generale riordinamento dello Stato e degli enti locali…questa grande riforma istituzionale e civile chiede la continuità dell'azione di Governo, e il legame tra politica di programmazione e politica delle istituzioni, di cui ho parlato, costituisce veramente l'occasione per realizzare un nuovo tipo di efficienza dell'azione pubblica” .

Due punti molto discussi e non condivisi da tutti: allargamento della base democratica e valore delle autonomie. Allargamento della base democratica voleva dire consentire al Pci di amministrare le regioni rosse, non era una scelta da poco. Ma vi era alla base una capacità lungimirante di lettura della società italiana. Valore delle autonomie era lo sviluppo coerente di un pensiero che era stato alla base del disegno sturziano di rientro dei cattolici nella vita pubblica italiana, contro impostazione centralistiche.

 

L’autogoverno del popolo veneto: un ambizioso disegno

La Dc veneta forte di un largo mandato che era politico, sociale e culturale non si limita ad una applicazione burocratica della riforma regionale. La prepara per tempo con il Comitato regionale per la programmazione economica del Veneto presieduta dal prof. Innocenzo Gasparini, in cui coinvolge tutto il sistema delle autonomie e delle rappresentanze sociali. Ne è un prodotto eccellente il primo Piano di Sviluppo economico regionale 1966-1970 che costruisce per la prima volta una rappresentazione del Veneto e della sua struttura economica sociale: sono le idee, anche contestate, di un Veneto policentrico, di una moderna infrastrutturazione, ecc. Un impianto culturale con cui non riuscì per molti anni a misurarsi il principale partito di opposizione, il Pci, attardato su analisi insufficienti.

È frutto di un solido impianto culturale la redazione dello Statuto. Mi limito anch’io a sottolineare la portata dell’art. 2 dello Statuto regionale: “L'autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia”. È l’unico statuo regionale che introduce il concetto di autogoverno legato alla realtà di un popolo. Nulla a che fare naturalmente con gli schematismi di “prima i Veneti”. E’ un filone di pensiero legato al personalismo comunitario, all’autonomismo sturziano, ecc.

 

Non solo amministrazione del potere

Come riesce la Democrazia cristiana a mantenere fino a metà degli anni ’80 sostanzialmente intatto un ampio consenso in una società così rapidamente mutata e soggetta ad un processo di secolarizzazione intenso?

Innanzitutto il capitale sociale accumulato per decenni che non viene eroso con la stessa velocità con cui si realizza il cambiamento antropologico. Pur in un contesto diverso, con aspettative differenziate, con stili di vita cambiati, resta il fatto che nella società veneta degli anni ’70 vi è una base valoriale ancora condivisa (il valore della famiglia, della piccola comunità, lo spirito di iniziativa, ecc.) e restano intatti i luoghi in cui si forma prevalentemente il vissuto sociale dei veneti: i patronati, le società sportive, le scuole materne, le sagre, le casse rurali, ecc. tutta una rete di comunità che conserva l’imprinting cattolico e riconduce sul piano politico al consenso verso la Democrazia cristiana

Ancora per tutti gli anni ’70 è vigorosa l’attività di formazione dei quadri dirigenti, con una organizzazione piramidale che parte dai corsi zonali, a quelli provinciali, regionali, fino a quelli nazionali alla scuola della Camilluccia (l’equivalente della scuola nazionale del Pci alle Frattocchie). Uno strumento per formare quadri nuovi, selezionare i migliori, costruire orientamenti e competenze da condividere nel territorio.

Naturalmente c’è un controllo capillare del potere che giustifica il permanere di un consenso elevato. Ancora nel decennio’70 la Dc veneta mantiene ruoli di assoluto rilievo nel governo nazionale. Sono 5 i governi presieduti in quelle legislature da Mariano Rumor, con presenze significative di ministri veneti in dicasteri decisivi. Nel periodo 1968 - 1979 si succedono ben quattordici governi guidati sempre da un esponente della Dc, di cui cinque sono i governi di Mariano Rumor, che del resto era stato potente segretario nazionale della Dc tra il 1964 e il 1969; per 44 volte un dicastero è occupato da un ministro veneto e per 45 volte da un sottosegretario di stato.

A ciò va aggiunto il presidio di altri settori importanti nella intermediazione degli interessi e nella formazione degli orientamenti dell’opinione pubblica, pensiamo al settore creditizio con banche popolari, casse rurali, banche di origine cattolica, o al ruolo svolto dal quotidiano Il Gazzettino, con il sostanziale monopolio dell’informazione fino alla fine del decennio e la presenza massiccia dei settimanali diocesani, che pur con un progressivo distacco comunque ancora fiancheggiavano il mondo democristiano.

Bisogna però aggiungere altro: Sindaci, amministratori, consiglieri regionali, parlamentari non erano espressione autoreferenziale del mondo politico democristiano in senso stretto, ma provenivano largamente dai mondi vitali in cui si organizzava la società veneta. Tutta la fase di fondazione della Regione, del reclutamento dei quadri, della costruzione dei rapporti con il territorio, con le organizzazioni sociali, con le altre istituzioni viene gestita e mediata esclusivamente dalla Democrazia cristiana. Presidenze del Consiglio regionale e delle Commissioni Consiliari sono pure affidate ad esponenti democristiani. Del resto basta scorrere l’elenco dei componenti del gruppo consiliare regionale della Dc nelle prime due legislature per rilevare una robusta presenza tra gli eletti di esponenti dei ceti produttivi, del mondo agricolo, dell’artigianato, del commercio, del sindacato accanto ad esperienze maturate nell’amministrazione locale. E la gestione degli assessorati rilevanti per la gestione dei settori economici viene affidata ad esponenti di quei mondi.

Questo impianto culturale prima che organizzativo, valoriale prima che di controllo del potere consente alla Dc veneta di durare a lungo. Ancora nelle ultime elezioni regionali in cui si presenta il simbolo della Dc, quelle del 1990, i democristiani si attestano al 42,3%

 

Bisaglia aveva capito cosa si preparava

Tuttavia le crepe di un sistema così robusto partono da lontano. Non sempre le premesse culturali hanno saputo tradursi in azione politica. E naturalmente ritardi, pigrizie, convenienze hanno appesantito un disegno riformatore. A partire dalla elefantiasi regionale, in contrasto con il disegno iniziale di una Regione leggera, più dedita alla programmazione che alla amministrazione.

E’ significativo leggere oggi la lunga intervista che Antonio Bisaglia rilasciò nel 1975 a Giampaolo Pansa, allora inviato di punta di Repubblica. Con giudizi preoccupati e lucidi sulla situazione nazionale: “La Dc, restando al governo per trent’anni, si era convinta che non esistesse una alternativa a sé stessa (e forse qualche democristiano è ancora convinto di questo, io no) […] ad un certo momento la Dc e i democristiani hanno incominciato a pensare di essere insostituibili: noi invece siamo sostituibili”; con una analisi crudele sulla crisi del centrosinistra: “in certi momenti il centro sinistra sembra un morto che viene portato in giro affermando che è vivo. E tutti stiamo a questo gioco […] il paese ha una immagine stanca di noi, e l’immagine della Dc ha stancato il paese”.

È interessante soprattutto la collocazione che Bisaglia vede per la Dc nel nuovo contesto di un paese laicizzato: “La Dc ha vissuto per un lungo periodo avendo una sorta di rappresentanza istituzionale del mondo cattolico. Il mondo cattolico era la nostra polizza di assicurazione […] Oggi non esiste più una polizza di assicurazione, oggi la Dc è un partito che si guadagna il consenso e lo perde a seconda della sua credibilità. Quindi quando io parlo di rifondare la Dc credo che sia possibile ridare una credibilità ad una Dc che sia capace di interpretare la società nei suoi limiti e governarla”. Appare chiara la nuova dimensione che Bisaglia intravede per il partito, pensando anche al suo Veneto: “credo che la Dc sia un partito popolare, di ceti medi, e quindi anche di interessi, non solo di valori […] sono prevalentemente gli interessi del ceto medio e dei lavoratori dipendenti. Questa è la fascia sociale naturale per la Dc. L’impiegato, l’artigiano, il coltivatore diretto, l’insegnante, il libero professionista, il commerciante, l’assicuratore e poi il piccolo e medio imprenditore industriale”.

C’è una domanda di Pansa: “e se i ceti medi dovessero cambiare, e accettassero quello che a voi sembra un capovolgimento di valori?” ed una risposta di Bisaglia senza incertezze: “vuol dire che abbiamo esaurito il nostro ruolo. Un partito non è eterno, la fede è eterna, la Chiesa per me, ma un partito no. Uno deve pensarci prima”.

Di Bisaglia abbiamo l’immagine di un uomo di potere. E certamente lo fu. E tuttavia come si vede c’era una capacità acuto di leggere i fenomeni sociali e di pensare a possibili risposte.

 

Una delle tante eredità di una stagione riformatrice

Oggi la sanità è tornata al centro della agenda politica. Si discute sulle diversità del modello veneto e di quello lombardo. Possiamo evidenziare due fatti. Non è un caso che fu una donna, la veneta Tina Anselmi, a portare in porto come ministro della sanità la riforma, non senza critiche e resistenze. Ma appunto guardando lontano: un servizio universale, con una partnership tra lo Stato e le autonomie regionali. Siamo nel 1978, tanti vani discorsi odierni sul federalismo, anch’essi schiacciati sulla propaganda del presente, appaiono meschini di fronte alla incisività di un vero disegno riformatore quale fu quello della sanità italiana: universalismo e federalismo. Nei fatti non a parole.

Il Veneto ha affrontato meglio la pandemia per tanti motivi. Non è casuale. Qui non c’è stata la privatizzazione selvaggia che ha caratterizzato la politica sanitaria lombarda, e c’è stato un altro aspetto. In Veneto fin dall’inizio grazie agli assessori democristiani alla sanità e alle politiche sociali che si sono succeduti, da Antonio Prezioso, a Gianbattista Melotto, a Francesco Guidolin vi è sempre stata una stretta integrazione tra le politiche sociali e quelle sanitarie, i presidi territoriali e quelli ospedalieri. Un lascito prezioso in questo tempo disagiato, è stata la risorsa consolidata che ha consentito di gestire meglio la pandemia. Da non dimenticare

 

 

 

 

1970-2020: cinquant’anni delle Regioni a statuto ordinario

Ettore Bonalberti

 

Il 16 Maggio 1970, veniva approvata la Legge n.281 “ Provvedimenti finanziari per l’attuazione delle Regioni a statuto ordinario”  (GU n.127 del 22.5.1970) . Il 16 Maggio prossimo cade, dunque, il cinquantesimo anniversario dell’avvento delle Regioni a statuto ordinario.

 

Da una sollecitazione dell’avv. Ivone Cacciavillani, il 3 Gennaio scorso, con un gruppo di amici veneti “DC non pentiti”, avevamo concordato di organizzare un seminario di studio, con il quale intendevamo approfondire il ruolo svolto dalla DC veneta nella costruzione istituzionale e nella gestione del potere regionale nei primi venticinque anni di governo (1970-1995).

 

La pandemia in corso, con tutte le sue restrizioni, ci impedisce di realizzare quell’idea che riprenderemo nel prossimo autunno, Covid19 permettendo.

 

Sarà compito dell’attuale governo regionale, con le sue competenze istituzionali, trovare tempi e modi per ricordare quest’anniversario, anche tenendo presente che i venticinque anni succeduti alla guida della  DC ( 1975-2020) sono stati quelli caratterizzati dal “quindicennio forzaleghista” di Giancarlo Galan ( 1995-2010) e dal “decennio legaforzista” di Luca Zaia (2010-2020) vigente.

 

Ecco perché, in assenza del nostro seminario alla data rituale, credo sia opportuno esporre alcune considerazioni su quanto la DC veneta ha saputo apportare all’opera di avvio e di costruzione della  nostra realtà istituzionale, al fine di non perdere la memoria di ciò che è e siamo stati, e per consegnare alle nuove generazioni il testimone della nostra tradizione politica e culturale.

 

Dopo ben ventidue anni dal 1948, solo nel 1970, il terzo governo presieduto dal vicentino DC Mariano Rumor, con il senatore DC veneziano  Eugenio Gatto, ministro incaricato per l’attuazione delle regioni a statuto ordinario,  si dava pratica attuazione alle norme del  dettato costituzionale in materia di autonomia regionale; norme  che, in sede costituente, erano state sostenute soprattutto dai parlamentari democratico cristiani.

 

L’avv. Cacciavillani, nell’introduzione del suo recente saggio “ Un nuovo Veneto”, scrive: “Tra le quindici Regioni Italiane a “statuto ordinario” riconosciute dalla Costituzione del 1948, la Regione Veneto ha talune peculiarità qualificanti; a cominciare dal suo stesso Statuto approvato dal Parlamento Nazionale con legge 22 maggio 1971, n. 340, del seguente testuale tenore: “l’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia”. Ben superfluo ricordare che la formula “autogoverno del popolo veneto” -e prima ancora l’individuazione a livello legislativo- dell’individualità del “popolo veneto, pur nel più vasto contesto del popolo italiano, sono peculiarità specialissime della Regione Veneto nel quadro delle altre Regioni italiane (a tacere ovviamente delle cinque a statuto speciale), anche se purtroppo i suoi stessi Amministratori non hanno mai dato l’impressione di essersene accorti. “

 

Non posso che concordare con la lucida impietosa conclusione di Cacciavillani, considerando che avevamo tutti condiviso e sperato di attivare un’istituzione che avrebbe dovuto “programmare e controllare”, fedeli alla nostra migliore tradizione autonomistica che, come ci ricordava il compianto Antonio Mazzarolli, era ed è fondata sul principio di sussidiarietà verticale e orizzontale, assegnando il compito della gestione all’ente territoriale  più vicino ai bisogni del cittadino: al Comune in via sussidiaria, e ai corpi intermedi, mentre alla Regione sarebbe dovuto spettare quello esclusivo della programmazione e del controllo. Come siano andate diversamente  le cose è sotto gli occhi di tutti.

Alla fine degli anni’60 e in preparazione dell’avvento della nuova Regione, nella DC e nei gruppi, correnti e movimenti che ne caratterizzavano la sua vita politica,  ferveva un serio dibattito al quale, come ci ha ricordato Cristiano Zironi, partecipò tra i primi, la fondazione della Associazione Veneta di Studi Regionali, di cui il ministro Luigi Gui fu presidente e Zironi segretario generale. Si organizzarono alcuni convegni di un certo spessore e la pubblicazione dei loro atti in volumetti ancor oggi reperibili in qualche biblioteca privata. E, infine, la pubblicazione del periodico “Veneto Nuovo”, diretto dallo stesso Zironi e da Lucio Casotto.

La A.V.S.R. , soprattutto,  cercò di promuovere la conoscenza e le funzioni del nuovo istituto regionale, con il coinvolgimento di molti amici prestigiosi a livello nazionale, come Feliciano Benvenuti, Petrilli, Erminero, De Marzi, Romanato,  e locale, molti dei quali poi divenuti consiglieri o assessori regionali: per tutti i padovani Prezioso e Zoccarato, Rampi e Gasperini.I convegni della associazione riguardarono varie tematiche, come “Europa e Regioni”, “Agricoltura e Regione”, “Sanità e Regione”.

La DC alle prime elezioni regionali del 7-8 Giugno 1970 ottenne il 51,98% dei voti e 28 Consiglieri regionali su 50, ossia, la maggioranza assoluta, con il diritto-dovere di formulare l’asse portante dello statuto regionale. Fu affidato all’amico Marino Cortese il compito di presiedere la Commissione regionale per lo statuto. Egli fu coadiuvato da un gruppo di esperti, tra i quali, essenziale fu il ruolo svolto dall’avv. Feliciano Benvenuti.

Molto intenso anche il dibattito all’interno del partito regionale, alle prese sia con le nuove norme statutarie della Regione che con il primo documento di programmazione economica ( “ Il Veneto terra di relazioni”). Un  documento che, ricordo, ci impegnò in varie sedute del comitato regionale, nelle quali discutevamo le bozze di quel programma, tra  le quali, la grande incompiuta del progetto di “ Venezia Sud”, caldeggiato da Toni Bisaglia e portato avanti con grande determinazione dal segretario regionale della DC, Giovanni Bisson. Un progetto  ostacolato dagli amici della sinistra sociale e politica del partito. Come scrive Paolo Giaretta nel suo bel saggio” Identità e rappresentanza politica nel Veneto del secondo Novecento” (contributo di Giaretta al libro: “ Il Veneto nel secondo Novecento”-Politica e Istituzioni- autore Filiberto Agostini e altri- Edizione Franco Angeli-2015) : “ risale al periodo immediatamente antecedente l’avvio dell’esperienza regionale con le elezioni del 1970 il primo tentativo di offrire una lettura coerente dell’economia e della società veneta, delle sue prospettive e quindi dei suoi aspetti identitari, attraverso la predisposizione del “Piano di Sviluppo Economico Regionale1966/1970”[1] ad opera del Comitato Regionale per la programmazione Economica del Veneto. Il Comitato, composto dai rappresentanti delle principali istituzioni locali venete affida ad un gruppo di lavoro coordinato dal prof. Innocenzo Gasperini la redazione del Piano, che costituirà una prima chiave di lettura delle necessità del Veneto per guidare la sua evoluzione e si incominciò a teorizzare quel concetto di un Veneto policentrico che era espressione insieme di un pensiero interpretativo originale (appunto per costruire una nuova narrazione identitaria) ma anche dell’incapacità della politica, infragilita da molteplici localismi, di dare un ordine ed una gerarchia ai territori “. Trattasi di un contributo destinato a caratterizzare l’intera politica economica veneta nella lunga gestione del potere DC.

Il permanente vivace e talora duro scontro tra la maggioranza dorotea ( Rumor-Bisaglia) e la sinistra interna ( morotei, Forze Nuove, basisti) con il gruppo fanfaniano, forte soprattutto nella DC di Treviso, guidati dal sen Fabbri e dall’On Corder quasi sempre  in maggioranza con i dorotei (almeno a livello regionale), caratterizzerà tutta la lunga stagione di egemonia-dominio del potere DC nel Veneto. Una stagione che vide quattro giunte presiedute da Angelo Tomelleri, con la breve parentesi della Giunta Feltrin nella prima legislatura ( 1970-1975); due giunte Tomelleri nella seconda Legislatura (1975-1980), la lunga e ininterrotta stagione della giunta di Carlo Bernini nella terza legislatura ( 1980-1985), sino ai quattro anni della quarta legislatura ( dal 30 Luglio 1985 all’8 agosto 1989), con il subentro, alla fine della quarta, del presidente Franco Cremonese.

Sarà la Quinta legislatura (1990-1995) quella che accompagnerà la stagione del declino progressivo dell’egemonia DC, nel Veneto come in Italia, con il susseguirsi di crisi: dalla Giunta Cremonese a quelle presiedute da Franco Frigo, Giuseppe Pupillo e l’ultima a guida democratico cristiana di Aldo Bottin.

Un’analisi dettagliata sulle vicende regionali è quella scritta da Filiberto Agostini nel suo saggio: “ La Regione del Veneto a quarant’anni dalla sua istituzione-Storia, politica, diritto”, edita da Franco-Angeli-2013, ma a me preme evidenziare il contributo offerto dalla DC sul piano della valorizzazione del principio dell’autonomia che, soprattutto con Carlo Bernini  si esprimerà nel modo più significativo.

Ricordo per diretta esperienza e responsabilità di conduzione che, nel 1985, alla vigilia delle elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale, quelle che portarono all’elezione di Carlo Bernini alla guida del governo regionale, quale incaricato del programma del partito, con il segretario regionale della DC, Francesco Guidolin, avviammo una straordinaria campagna elettorale sotto il motto: VENETO E DC INSIEME. In un libretto, che conservo gelosamente nella mia biblioteca : INCONTRO VENETO E DC- “ Programma” E’ un patto che si rinnova, a firma congiunta con il segretario Guidolin scrivevamo: “Dopo oltre quaranta incontri con “ i mondi vitali” della società veneta e le due convenzioni programmatiche con i protagonisti dello  sviluppo economico, sociale, produttivo e culturale del Veneto, il comitato regionale del partito, nella riunione del 9 Marzo 1985 svoltasi a Rovigo nella forma di una convenzione aperta a tutte le realtà esterne, ha approvato all’unanimità il programma allegato”. Seguivano le indicazioni di programma che, dopo le elezioni del 12-13 Maggio 1985 (nelle quali la DC raccolse  il 45,91 % dei voti e l’elezione di 30 Consiglieri regionali - la metà esatta dei  60 componenti del Consiglio), furono quelle che caratterizzarono la stagione berniniana, considerata sino ad oggi la migliore stagione politica di tutta la storia regionale del Veneto.

Chiusa quell’esperienza subentrò il decennio forzaleghista a guida di Giancarlo Galan, la cui ingloriosa fine politica (caso MOSE) ha segnato una delle pagine più vergognose della lunga storia politica veneta. Resta il decennio legaforzista di Luca Zaia, che sarà campito degli storici analizzare, mentre da parte mia, lascio solo ai veneti, almeno a quelli che hanno avuto la possibilità di farne esperienza,  di mettere a confronto i primi venticinque anni di guida regionale veneta della DC e i restanti venticinque alternati tra leadership forzista prima e l’attuale della Lega.

Nel Settembre 1995, con la DC già finita politicamente da oltre tre anni (Assemblea costituente DC verso il PPI del 26 Luglio 1993 a Roma) per conto del gruppo consiliare regionale del CDU (Cristiani Democratici Uniti) ho redatto una raccolta di saggi ed articoli sul tema: Federalismo o stato Regionale. ( copia di quel documento lo conservo nel mio archivio e dovrebbe trovarsi anche nella biblioteca del consiglio regionale).

Nel 1992 il dibattito sul regionalismo e il federalismo nel nostro Paese, sebbene fosse iniziato molti anni prima, e, per la verità con esiti concreti assai limitati, aveva assunto un'intensità forte tra quasi tutte le forze politiche.

 

Alla stagione del centralismo sembrava, infatti, che fosse finalmente subentrata quella in cui avrebbe dovuto prevalere la consapevolezza di una ristrutturazione in senso federalista del nostro sistema politico, quale precondizione indispensabile per qualsiasi riforma veramente innovativa del Paese.

 

Insomma la "Grande riforma" di cui si parlò alla metà degli anni '80, in un quadro politico, come quello di avvio dei ‘90, profondamente mutato, sembrava dovesse assumere sempre più le sembianze del cambiamento istituzionale del Paese, nel senso di un riequilibrio delle competenze, funzioni e risorse tra Stato e autonomie locali, tra Regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario, e tra le stesse Regioni e le autonomie locali rappresentate dalle Province, Comuni, Comunità montane.

 

Ora come allora, almeno tra i cultori dell’autonomia, il tema dirimente era quello che divideva i sostenitori di uno Stato Federale da quelli che proponevano uno Stato Regionale. Oggi, ahimè, coloro che un tempo furono fautori di uno Stato Federale alla Miglio, sotto la leadership di Matteo Salvini, sono i propugnatori delle tesi più radicali sovraniste e nazionaliste, in linea con quelle scioviniste alla Orban, leader ungherese e delle destre estreme europee, ben lontane da quelle che il vecchio leader Umberto Bossi proponeva al suo movimento ancora in via di consolidamento.

 

Durante la guida politica regionale di Carlo Bernini prese corpo e si diffuse anche a livello europeo l'idea innovativa dell'"Europa delle Regioni", quale risposta di fine secolo al superamento dei vecchi stati nazionali derivati dalle rivoluzioni del XVIII e XIX secolo e, dopo il crollo del muro di Berlino e del precario equilibrio EST-OVEST garantito da quasi quarant'anni di guerra fredda, il ritorno dei fantasmi nazionalistici e localistici più tradizionali; origini di guerre e di violenze che continuavano a insanguinare molte parti dell'Europa centro-orientale e meridionale, in quegli ultimi anni che ci separavano dalla fine del secondo millennio.

 

La Giunta regionale Bernini e il gruppo consigliare DC del Veneto sviluppava, tanto a livello regionale che a quello nazionale ed internazionale un’intensa iniziativa politica.

AlpeAdria, da un lato, che assunse un ruolo sempre più efficace e attivo tanto da far assurgere il presidente del Veneto alla guida della Conferenza dei presidenti delle regioni d'Europa, e le proposte di legge che si susseguirono sul tema del nuovo regionalismo, furono le tappe più rilevanti di questa intensa stagione politica.

Ricorderemo, in proposito, che la prima proposta di legge statale da trasmettere al parlamento nazionale, ai sensi dell'art.121 della Costituzione, fu quella approvata all'unanimità dal Consiglio regionale, nella seduta del 26 Marzo 1985, su iniziativa della Giunta regionale relativa a:" revisione degli artt. 116,117,118,119,129 e 133 della Costituzione". Relatore fu il consigliere Camillo Cimenti, rappresentante della DC in prima Commissione. Trattavasi, come recita il titolo, di un primo serio tentativo di riforma costituzionale teso a riaffermare il nuovo regionalismo, alla luce dei risultati negativi sino allora verificatisi nel rapporto Stato-Regioni. Tentativo, in ogni caso, naufragato nell'impotenza complessiva di un Parlamento incapace, dalla commissione Bozzi in poi, di affrontare e risolvere anche le più timide proposte e che finirà con il dimostrare tutta la propria impotenza, financo sul piano della riforma elettorale. Infatti, solo dopo il referendum del Giugno'93 si giungerà a quella pasticciata soluzione del matarrellum, ossia la nuova legge elettorale, vera pietra tombale semi-aperta della Prima Repubblica.

Naturalmente ogni ritardo e ogni successivo indugio sul piano del nuovo regionalismo, finiva con l'ingrossare le fila, in termini di consenso e la stessa credibilità delle proposte neo federaliste, ancorché disordinate e provocatorie e per molti versi velleitarie della Liga Veneta; dapprima assai confuse, sul piano di un  autonomismo spinto di una auspicata  "Repubblica Veneta", e, quindi, sempre meglio precisate sino alla proposta di legge statale d'iniziativa del Consigliere dell'Union del Popolo Veneto (gruppo leghista staccatosi dalla casa madre di Rocchetta) Ettore BEGGIATO, dal significativo titolo: "Statuto speciale della regione Autonoma del Veneto", presentata alla presidenza del Consiglio il 18 Giugno 1990.

 

Volendo esaminare le proposte che si sono succedute in quel tempo in Consiglio regionale, vorremmo evidenziare come il 23 Febbraio 1990 la Giunta regionale del Veneto presentava in Consiglio l'ennesima proposta di legge statale, da trasmettere al Parlamento nazionale ai sensi dell'art.121 della Costituzione, intitolata: "Nuove norme sull'ordinamento delle regioni a statuto ordinario".

Era, anche questo, un tentativo di riorganizzazione complessiva dei rapporti Stato-Regione che, tenendo conto delle difficoltà sino ad allora riscontrate in sede parlamentare, puntava al raggiungimento di un possibile compromesso tra il neocentralismo imperante e le sacrosante ragioni di autonomia proprie delle realtà regionali.

E di lì a pochi mesi, il 25 Gennaio 1991, sempre su iniziativa della Giunta Regionale, veniva presentata una nuova proposta di legge statale di pari titolo: "Nuove norme sull'ordinamento delle regioni a statuto ordinario"

Ed ancora il Consigliere Beggiato il 2 Gennaio 1992 presentava in Consiglio regionale  la sua seconda proposta di legge statale, questa volta intitolata significativamente: "Costituzione della Repubblica Federale Italiana".

Appare qui in tutta evidenza la distinzione politico-culturale tra le posizioni espresse dalla DC e dalla maggioranza sostanzialmente del vecchio centro-sinistra raccolta attorno ad essa e che puntava a un profondo rinnovamento del regionalismo che avrebbe dovuto regolare in maniera diversa e più rispettosa dell'autonomia le Regioni e gli enti locali, specie per quanto concerne l'autonomia finanziaria e fiscale, e quella del variegato movimento leghista che, almeno nella sua espressione  più culturalmente approfondita, poneva sino in fondo la questione del riordinamento in senso federale dello Stato.

Alcuni mesi più tardi, proprio Ettore Beggiato, nel frattempo nominato assessore nella Giunta di ampie convergenze guidata dal Presidente Pupillo, pubblicava un saggio indicativo del gruppo “Union del Popolo Veneto”, dal titolo: "L’idea federalista nel Veneto", nel quale, accanto alla riproposta di alcuni dei più autorevoli scritti in materia federalista da parte di autori veneti, da Daniele Manin a Nicolo Tommaseo, Eugenio Alberi, Alberto Mario, Ferruccio Macola, era inserito  il testo del progetto di costituzione federalista di Silvio Trentin del 1943.

 

 Sarà proprio nel nuovo clima di diffusa condivisione dei temi concernenti il nuovo regionalismo che prenderà corpo l'iniziativa, questa volta di quasi tutte le forze politiche presenti in Consiglio regionale,  della nuova proposta di legge statale di iniziativa regionale, presentata in Consiglio, primo firmatario il Presidente del Consiglio regionale Carraro, con i consiglieri Prà (DC), Tanzarella (PDS), Corazzin (DC), Rossi (Verdi), Veronese (Capogruppo DC), Vanni (PDS), Crema (PSI), Boato (Verdi), Frigo(DC), Vesce (Antiproibizionisti), Ceccarelli (Indipendente di sinistra), Belcaro (PDS) e Berlato (Caccia e Pesca) relativa a :"MODIFICA DI NORME COSTITUZIONALI CONCERNENTI L'ORDINAMENTO DSELLE REGIONI".

 

Esaurita la stagione dell'egemonia politico-culturale della DC veneta da un lato, e con una Liga veneta più impegnata sul piano del consolidamento del consenso elettorale che dell'elaborazione sistematica di concreti progetti di legge (eccezion fatta per l'ala dissidente rappresentata da Beggiato con la sua Union del Popolo Veneto) questo documento-proposta di larghissima maggioranza consiliare rappresenta quanto di più condiviso sia stato espresso in quella Legislatura regionale.

 

Venute meno le funzioni dirigenti dei due più autorevoli esponenti, rispettivamente della DC veneta e del PSI veneto degli anni '80, Bernini e De Michelis, toccò infatti al Consiglio regionale ed al suo presidente Umberto Carraro riprendere e portare avanti la battaglia del nuovo regionalismo che, da almeno dieci anni era stato uno dei vessilli caratterizzanti l'azione della DC veneta. E quella proposta che seguiva un documento di intenti votato dal Consiglio regionale del Veneto il 20 Dicembre 1991, frutto, altresì, del dibattito che si era sviluppato in sede dell'Assise nazionale dei Consigli regionali tenutasi a Venezia nell'ottobre del 1991 (proprio su iniziativa del Consiglio regionale del Veneto) veniva approvata a larghissima maggioranza (38 presenti e 36 votanti- con 31 voti favorevoli, 5 contrari e due astenuti) il 23 Luglio 1992.

 

Era uno degli ultimi atti solenni di decisione politica assunti in sede consiliare cui, non corrispose, purtroppo analoga capacità di iniziativa e decisione di un Parlamento che, appena ricostituitosi dopo le elezioni anticipate del Maggio 1992, travolto dal ciclone di Tangentopoli e dal Referendum sulla legge elettorale, doveva naufragare di lì a pochi mesi e con lui, la stessa commissione De Mita che, riprendendo ed aggiornando il lavoro della precedente commissione presieduta dall'On Bozzi, non seppe produrre atti significativi e giuridicamente cogenti sul piano legislativo.

 

E dopo il voto del 1994 comincia un'altra storia con nuovi e diversi protagonisti politici.

Al crepuscolo della precedente legislatura, sarà il Consigliere regionale antiproibizionista Emilio Vesce a presentare una nuova proposta di legge statale di "parziale revisione costituzionale dell'ordinamento regionale". Era il 14 Ottobre 1993.

Dopo pochi mesi ci sarebbero state le elezioni del Marzo'94 e la fine di un'intera stagione della cosiddetta Prima Repubblica. E dopo il voto del 1994 comincia un'altra storia con nuovi e diversi protagonisti politici.

 

Di cosa sia stato prodotto dopo quella data, dalla pasticciata riforma del Titolo V  parte II della Costituzione(Legge cost. 3 del 2001), i cui limiti e contraddizioni tra competenze esclusive e concorrenti di Stato e Regioni sono venuti tutti alla luce durante la vigente drammatica esperienza della pandemia, non ci sono tracce significative sino alle recenti iniziative delle giunte presiedute da Luca Zaia. Con gli amici popolari del Veneto confortati dalla competenza giuridica costituzionale e amministrativa dell’Avv. Caciavillani e dell’On Domenico Menorello avanzammo, invano, la proposta della macroregione del Nord-Est, con cui intendevamo attribuire al Veneto le stesse competenze e funzioni delle confinanti regioni a statuto speciale del Friuli V.Giulia e Trentino Alto Adige, mentre i ripetuti e sin qui inefficaci tentativi portati avanti dal Presidente Zaia, costituiscono materia dell’attuale dibattito politico che esula dagli obiettivi che, come democratici cristiani veneti, vorremmo assegnare al prossimo seminario  al quale , in ogni caso, non intendiamo rinunciare.

Lo dobbiamo al ricordo di quanti ci hanno lasciato e a coloro che, ancora tra di noi, di quella lunga e vitale stagione politica furono attori protagonisti degni della nostra massima stima.

Una cosa è certa: l’attuale assetto istituzionale dell’Italia non può continuare e una seria riforma ispirata dal progetto del prof Miglio di un Paese federale dal forte potere centrale e strutturato localmente da cinque o al massimo sei macroregioni potrebbe essere la soluzione percorribile anche da noi democratici cristiani e popolari, purché ispirata ai valori della sussidiarietà e solidarietà da sempre a fondamento della nostra visione autonomistica della società e dello Stato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Comitato Regionale per la programmazione economica del Veneto, Piano di sviluppo economico regionale 1966/1970, Feltre 1968





E’ finito il tempo delle divisioni, ora serve l’unità

 

E’ vero quanto scrive l’amico Merlo “ non di sole messe si vive” e per i cattolici è tempo di tradurre sul piano operativo il tema della loro partecipazione attiva alla politica in Italia e in Europa.

 

Basta seguire la messa mattutina a Santa Marta di Papa Francesco, per ricevere dalle sue omelie la costante esortazione a tradurre nella nostra vita e “nella città dell’uomo”, gli insegnamenti evangelici e della dottrina sociale cristiana.

 

Vorrei confermare a Merlo che, tranne qualche bizzarro personaggio che ama autoproclamarsi a giorni alterni segretario di questa o quella DC, noi che abbiamo deciso di riunirci nella Federazione popolare dei Democratici Cristiani, intendiamo costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali. Ci proponiamo di avviare un processo culturale di coinvolgimento territoriale, che abbia come obiettivo rendere possibile la formazione di una grande area, ricca che si faccia carico di esperienze e tradizioni diverse e che condivida l'urgenza di partecipare alla competizione politica; pertanto ci impegniamo, sin da subito, a cercare le opportune intese, da proporre già alle prossime elezioni comunali, provinciali e regionali.

 

Aver federato esperienze come quelle della DC, ricostituitasi politicamente dal 2012 in poi, oggi guidata da Renato Grassi, con l’UDC di Cesa, il NCDU di Tassone, il movimento raccolto attorno all’On Rotondi, e oltre trenta associazioni, movimenti e gruppi di area cattolica e popolare, credo rappresenti oggi il più importante sforzo organizzativo di ricomposizione dell’area cattolica e popolare, il cui coordinamento l’abbiamo affidato a Giuseppe Gargani, esponente di rilievo e trait d’union tra la terza e la quarta generazione DC.

 

A questa nostra iniziativa si accompagnano parallelamente quelle degli amici, come voi di Rete Bianca, raccolti attorno al manifesto Zamagni, quelli di Costruire Insieme e di Politica Insieme, interessati a dar  vita alla “ Cosa Bianca”.

 

Questo è ciò che realisticamente si sta costruendo con molta fatica all’interno della vasta e articolata galassia dell’area cattolica e popolare, nella quale, come accade di norma tra gli italiani: tutti vogliono coordinare e nessuno vuol essere coordinato.

 

Condividendo con Merlo che: “non deve ritornare il tema stantio e anche un po’ datato sull’ennesimo partitino cattolico che campeggia un giorno su qualche giornale e poi, puntualmente, si scioglie come neve al sole. La vera sfida, semmai, consiste nel coraggio di riproporre una cultura politica, un sistema di valori e una classe dirigente – che esiste, basta solo farla emergere – che sono ancora in grado di dare un contributo di qualità politica e programmatica e di risorsa etica alquanto decisivi per la stessa tenuta democratica e sociale del nostro sistema”, aggiungo che non si debba nemmeno ogni volta ripartire da zero.

 

Meglio sarà cercare di far maturare i processi realmente in atto, come quelli da me descritti, consapevoli che il ritorno sul piano politico istituzionale della cultura cattolico democratica e cristiano sociali, alla quale tutti quei movimenti citati fanno riferimento, è indispensabile per concorrere alla costruzione della nuovo vivere civile sociale, politico e istituzionale del dopo pandemia. Un mondo nuovo che: o sarà fondato sui principi della solidarietà e della sussidiarietà  propri della dottrina sociale cristiana, o non sarà.

 

E questo processo lo dovremo far maturare fedeli al monito di Alcide De Gasperi: solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“. In questo tempo di crisi e di drammatica pandemia, non possiamo più dividerci, ma, come ci ha ammonito Papa Francesco stamattina,  operare tutti per l’ unità.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF

Direzione nazionale DC

Comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC

 

Venezia, 2 Maggio 2020

 

 


Alternativa di governo o rimpasto?

 

L’opposizione di Salvini-Meloni continua perdurante e inefficace nella contestazione dell’operato del premier Conte in questa delicatissima fase pandemica, mentre scricchiolii sempre più forti si sentono nella maggioranza di governo .

 

Con l’ intervento di ieri di Matteo Renzi al Senato, che ha chiamato infelicemente a supporto delle sue tesi persino “ i morti di Brescia e Bergamo”,  il giovane leader annuncia il suo ultimatum al governo, dopo che nei giorni scorsi aveva incassato con profitto le nomine in diversi enti e strutture statali.

 

Mentre si è in guerra non si cambia la linea di comando, abbiamo scritto ripetutamente in questi giorni, e vale il principio: “right or wrong my country”. Certo, se nella fase 1 di piena emergenza tale regola era valida in assoluto., ora che si devono affrontare con le questioni sanitarie ( il controllo dovrà rimanere rigoroso) quelle non meno gravi dell’economia, è fisiologico che la politica riprenda il suo normale corso.

 

La figura del “giovin signore fiorentino  fortemente ridimensionata dall’esito del referendum del 4 Dicembre 2016, che ne determinò il crollo politico, non migliora con le costanti docce fredde  che Matteo Renzi promuove, prima nel suo ex partito, il PD, e, adesso, con il suo permanente stare con una gamba dentro e una fuori del governo.

 

Forte di una rappresentanza parlamentare, decisiva al Senato, sproporzionata rispetto al peso reale che i sondaggi oggi assegnano al suo partito “ Italia viva”, l’ex boy scout di Rignano sull’Arno si permette un’azione di costante sabotaggio al governo di cui fa  parte,  destinata a sviluppi del tutto imprevedibili del quadro politico nazionale.

 

Berlusconi che, dopo tanti anni di vita politica, ha saputo aggiungere alle sue doti di esperto navigatore imprenditoriale quelle di un politico smaliziato nelle questioni interne e internazionali, con un partito in rapida decadenza, coglie l’occasione della distruttiva azione renziana, per sottrarsi dal pesante condizionamento del duo Salvini-Meloni nel  centro destra, e inviare segnali di fumo al premier Conte.

 

Crisi di governo per un’alternativa a Conte o rimpasto è il tema che sembra profilarsi per questa seconda fase della pandemia, nella quale si dovranno affrontare temi di natura economica, finanziaria e sociali di estrema rilevanza; insieme alle verificate necessità di riforma anche sul piano istituzionale, come quelle del rapporto Stato-regioni e politico amministrative: riforma burocratica e semplificazione delle procedure ai diversi livelli.

 

Non credo alla possibilità di elezioni anticipate a breve, atteso che non sarebbero nell’interesse degli attuali partiti di maggioranza; in primis M5S e Italia Viva, né all’idea di un governo di unità nazionale a guida di Draghi, come indicato da taluni ( come potrebbe funzionare un governo da Zingaretti a Salvini, con PD, M5S, Lega, FI, FdI ?), mentre mi sembra più probabile un possibile rimpasto di governo con l’ingresso a pieno titolo nell’esecutivo di alcuni esponenti di Forza Italia.

 

La partecipazione importante di quel partito e di Berlusconi e Taiani in primis nel PPE, offrirebbe altre e più solide garanzie a quel ruolo che l’Italia dovrà svolgere in seno all’Unione europea, oggi sostenute soprattutto dal PD con gli esponenti di punta Sassoli, Gentiloni e Gualtieri.

Anche gli amici ex DC presenti al Senato con quello che, a mio parere, è “ il miglior fico del bigoncio”, Gianfranco Rotondi, non stanno a guardare e da tempo puntano le loro fiches sul premier Conte, al quale il loro aiuto potrebbe risultare, con quello di Forza Italia, indispensabile.

 

Viviamo una fase delicatissima sul piano economico e sociale, nella quale lo stipendio ai dipendenti pubblici e il pagamento delle pensioni è un problema reale che potrebbe diventare drammaticamente serio. Tutte le categorie colpite dagli effetti economici della pandemia chiedono soldi al governo. Venendo meno le entrate fiscali programmate e permanendo i costi fissi della PA, senza una Banca centrale prestatore di ultima istanza che può emettere denaro e con un’Unione europea altrettanto priva di tale strumento ( cosa che invece funziona perfettamente negli USA dotati, inoltre, di un’ottima Costituzione federale), come si potrà evitare un’assai probabile rivolta sociale dei ceti e delle classi più toccate dalla pandemia? Pensare di aprire una crisi di governo in queste condizioni o, peggio, rischiare di consegnare il governo del Paese a una deriva di destra nazionalista, populista e anti europea, sarebbe suicida.

 

Mai come in queste condizioni servirà invece il massimo di compattezza interno possibile e la capacità di contrattare nell’Unione europea le più opportune soluzioni per corrispondere con rapidità, efficienza ed efficacia alle questioni economiche e sociali create dal Covid 19.

 

Un possibile rimpasto di governo a me pare, dunque, più probabile all’orizzonte, con il governo che potrebbe liberarsi in tal modo del permanente ricatto renziano.  Un passaggio che, altresì, offrirebbe anche a noi “ DC non pentiti” e membri della Federazione popolare dei DC di assumere, dall’assemblea convocata il prossimo 20 maggio, le più opportune iniziative per preparare il Partito del popolo italiano e dei democratici cristiani alle prossime scadenze elettorali.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 1 Maggio 2020

 

 

 


Ricordo  di Marino Cortese

 

E’ morto  il sen Marino Cortese, uno dei leader della sinistra DC veneziana. Scompare con lui la persona che la Democrazia Cristiana veneta volle alla guida della Commissione per lo statuto regionale, alla quale dedicò le migliori energie, con l’aiuto del Prof Feliciano Benvenuti.

 

Nacque dalla loro collaborazione uno Statuto che l’avv. Ivone Cacciavillani, nell’introduzione del suo recente saggio “ Un nuovo Veneto”, definisce così : “Tra le quindici Regioni Italiane a “statuto ordinario” riconosciute dalla Costituzione del 1948, la Regione Veneto ha talune peculiarità qualificanti; a cominciare dal suo stesso Statuto approvato dal Parlamento Nazionale con legge 22 maggio 1971, n. 340, del seguente testuale tenore: “l’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia”. Ben superfluo ricordare che la formula “autogoverno del popolo veneto” -e prima ancora l’individuazione a livello legislativo- dell’individualità del “popolo veneto, pur nel più vasto contesto del popolo italiano, sono peculiarità specialissime della Regione Veneto nel quadro delle altre Regioni italiane (a tacere ovviamente delle cinque a statuto speciale), anche se purtroppo i suoi stessi Amministratori non hanno mai dato l’impressione di essersene accorti”. Questo dello Statuto è certamente uno dei più preziosi lasciti della lunga esperienza politica vissuta da Cortese nella nostra Regione.

 

Con Vincenzo Gagliardi, Alfeo Zanini, Giorgio Longo, Luigi Tartari, Gianfranco Rocelli e  Mariano Baldo, Marino Cortese rappresentò per molti della mia generazione un punto di riferimento politico culturale importante della nostra formazione politica. Una cultura che in Marino Cortese era il risultato della sua formazione giovanile nell’azione cattolica prima e nell’Intesa universitaria, di cui fu dirigente nazionale e dalla sua precocissima iscrizione al Movimento giovanile della DC.

 

Quante battaglie democratiche abbiamo compiuto insieme all’interno del comitato regionale della DC, per molti anni nella stessa corrente della sinistra sociale di Forze Nuove a fianco di Carlo Donat Cattin, e, poi, su posizioni diverse; dopo la scelta del preambolo e la sua collocazione a fianco di Guido Bodrato nella cosiddetta “area Zaccagnini”.

 

Il confronto talora duro e serrato fu sempre caratterizzato dal grande rispetto nei confronti di un amico competente, serio e culturalmente onesto, fermissimo nelle sue convinzioni, che seppe sempre difendere con estrema determinazione. Il suo linguaggio calmo, misurato, mai oltre le righe, lo rendeva autorevole e degno di rispetto da parte di amici e avversari politici. Competente nelle materie istituzionali e in quelle economiche, dopo la sua lunga esperienza di ricercatore, contribuì alla stesura di quel Piano di programmazione economica del Veneto redatto sotto la guida dal Presidente Carlo Bernini, che connotammo come quello del “ Veneto terra di relazione”.

 

La politica veneziana, veneta e italiana perde con Marino un altro esponente di quella Prima Repubblica dalla quale molti insegnamenti si dovrebbero trarre, in una fase nella quale molte delle dirigenze nazionali e locali sono caratterizzate da scarsissima cultura e tanta incompetenza. Caro Marino ti ricorderemo nelle nostre preghiere conservando una preziosa memoria del lungo tratto di strada compiuto insieme.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 28 Aprile 2020


Giovanni di Turi ci ha lasciati

 

Giovanni Di Turi ci ha lasciati. Perdiamo uno degli amici più generosi e sinceri fra quanti, “ DC non pentiti” veneziani, avevano in cuore l’amore per i valori fondanti della dottrina scoiale cristiana e ferma la volontà di concorrere alla ricomposizione dell’unità dei cattolici democratici e cristiano sociali a Venezia, nel Veneto e in Italia.

 

Da sempre impegnato nel sociale, Giovanni è stato uno dei primi a Mestre a rendersi conto del fenomeno importante dell’immigrazione e, forte della sua esperienza acquisita nel settore della cooperazione, aveva dato vita a numerose associazioni e movimenti di immigrati per i quali ha svolto una preziosa attività di raccordo tra i bisogni delle persone e le diverse autorità istituzionali.

 

Egli ha sempre considerato l’attività nel sociale come la precondizione indispensabile per dare significato all’impegno sul piano politico e amministrativo.

 

Una competenza straordinaria nel settore amministrativo della pubblica amministrazione, acquisito negli anni della sua attività  professionale pubblica e privata, la dimostrò quando, predisponendo il programma dei popolari veneziani nell’ultima campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale di Venezia, seppe predisporre un’analitica e rigorosa analisi delle aziende municipalizzate o a diversa partecipazione comunale; una delle posizioni di rendita del consenso alle amministrazioni di sinistra succedutesi negli ultimi decenni a Venezia.

 

Quante volte bussò agli assessorati competenti per ottenere la concessione di un luogo disponibile, quale sede per lo svolgimento delle attività delle sue numerose associazioni no profit. Mai una risposta positiva da un’amministrazione comunale dimostratasi sempre sorda alle richieste di un uomo buono, mite,  ma inflessibile nella fedeltà ai valori cristiani su cui aveva informato tutta la sua vita.

 

A ogni sollecitazione fattagli per la ricostruzione politica dell’area popolare e democratico cristiana, sin dal 2012, Giovanni ha sempre risposto di SI, sino alla sua ultima conferma di adesione alla Federazione popolare dei DC.

 

Veramente Giovanni Di Turi è stato una figura esemplare di “democristiano non pentito,” che è vissuto per tutta la sua vita nell’Italia del dopoguerra, da fedele interprete, nel campo sociale e nell’impegno politico, della migliore tradizione sturziana e degasperiana.

 

Personalmente perdo un amico al quale ricorrevo ogni volta che sentivo l’esigenza di una parola di sostegno e di conforto, sempre pronto a richiamarmi al dovere della testimonianza senza tentennamenti.

 

Grazie Giovanni per i tuoi insegnamenti e per il tuo  esemplare stile di vita. Tutti noi DC e popolari veneziani ti siamo riconoscenti.

 

 Il Signore   riceva la tua anima candida tra le sue braccia misericordiose e sul tuo corpo ti sia lieve la terra.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF

Direzione nazionale DC

Componente comitato provvisorio della Federazione Popolare dei DC

Venezia, 22 Aprile 2020

 

LETTERA APERTA AGLI AMICI DELLA FEDERAZIONE POPOLARE DEI DC


Cari amici,

in queste settimane di  doverosa clausura domestica ho cercato di analizzare lo stato dell’arte della nostra Federazione popolare dei DC. A me sembra che, al di là della netta disponibilità espressa dagli amici Gargani, Grassi, Tassone e Rotondi e di molti responsabili di movimenti e associazioni che hanno condiviso il nostro patto federativo, permangano le perplessità e i distinguo di Cesa e  di alcuni dei suoi amici dell’UDC, i quali, forti della loro attuale disponibilità nell’utilizzo del simbolo dello scudo crociato, vorrebbero che quanto sin qui concordato, si concludesse semplicemente con l’ingresso di tutti nel loro partito.

Un ‘operazione fuori della realtà che non tiene conto:

a)    delle pendenze esistenti nel merito della proprietà e gestione dello scudo crociato, di cui noi DC rivendichiamo a pieno la titolarità;

b)   dell’esigenza di dar vita a un nuovo soggetto politico, risultato della partecipazione di tutti i firmatari del patto, così come indicato nel documento sottoscritto.

 

Ho sperimentato direttamente l’impraticabilità di un accordo con gli amici  UDC, o meglio con colui che ne rivendica la rappresentanza nel Veneto, il sen Antonio De Poli, il quale, sollecitato a incontrarsi ben prima dello scoppio della pandemia, non ha ritenuto nemmeno opportuno rispondere.

 

E’ evidente che, il permanere di De Poli in un’area molto più affine a ciò che rimane di Forza Italia ( fu uno dei più fedeli alleati di  governo di Giancarlo Galan, colui che si è reso   responsabile del più grave scandalo politico della storia veneta- caso MOSE)  e il suo probabilmente oggettivo peso interno all’UDC nazionale, si combina con le riluttanze di Cesa ad assumere finalmente una posizione autonoma dal centro destra a guida salviniana. Tutto ciò costituisce un vulnus gravissimo al nostro progetto politico.

 

Noi intendiamo concorrere alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale e intendiamo farlo avviando un nuovo soggetto politico: laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista populista a dominanza salviniana, e alla sinistra senza identità, pronti a collaborare con quanti intendono attuare integralmente la Costituzione repubblicana. Un progetto che vorremmo sviluppare insieme anche ad altri amici, come quelli impegnati attorno al manifesto Zamagni  alla Rete Bianca e  Costruire Insieme.

 

Un soggetto politico ampio, plurale e nuovo. Non ci interessa  con quale nome e  simbolo ci presenteremo; nome che, col simbolo e il programma politico,  decideremo insieme nella prossima assemblea costituente nella quale si dovrà dare ampio spazio ai giovani e a una nuova classe dirigente che assuma la guida del nostro progetto politico. Un’assemblea che, come più volte discusso, dovrebbe essere preceduta da incontri a livello regionale e provinciale tra i rappresentanti di tutti i sottoscrittori del patto federativo.

 

A Cesa chiediamo ancora una volta se è disponibile a varcare il Rubicone per costruire insieme a tutti noi il nuovo soggetto politico.

Noi tutti ci auguriamo di sì, ma, se ciò non fosse possibile, non potremo più aspettare, ma dovremo procedere inevitabilmente  con chi ci sta, corrispondendo così,   anche alle attese che, come ci assicura l’amico Hermann Teusch, sono presenti negli organi dirigenti della CDU e della CSU tedesca, pronti a collaborare con il nuovo soggetto politico aderente al PPE per concorrere tutti Insieme a offrire una risposta ai gravissimi problemi dell’Europa post pandemia. Una risposta  ispirata ai valori della migliore tradizione cristiano sociale e popolare europea.

 

Cordiali saluti

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF ( www.alefpopolaritaliani.it )

 

Venezia, 17 Aprile 2020

 

 





A proposito di Conte e del compromesso all’eurogruppo

 

Il compromesso raggiunto Giovedì scorso dall’Eurogruppo ha suscitato molte polemiche non solo fra maggioranza e opposizione, ma anche tra  alcuni nostri amici, specie in relazione al giudizio che personalmente ho espresso sull’operato del Presidente del consiglio, Giuseppe Conte.

 

Quanto a quest’ultimo, mi limito a ripetere: chi vivrà vedrà. Reputo Giuseppe Conte, l’avvocato fiorentino catapultato dal M5S a guidare un esecutivo che si è trovato ad affrontare una situazione mai accaduta prima in tutta la storia repubblicana, come quello che, almeno a  me, appare il migliore tra quanti calcano in questo momento la scena politica italiana.

 

Certo si tratta non di un superlativo assoluto, ma relativo, e anche chi non condivide il mio giudizio, sino  ad oggi non ha saputo proporre altra soluzione che quella di Draghi; ottima risorsa repubblicana, legata, come  lo è stato già Mario Monti, con i poteri finanziari che controllano, con le banche centrali dei Paesi europei, la stessa BCE. Chi come me, e spero anche tutti noi della Federazione popolare dei DC, si batte per il ripristino del NOMA ( Non overlapping Magisteria) ossia alla politica che guida il progetto, con l’economia reale e la finanza a supporto, e, dunque,  concretamente, al controllo pubblico di Banca d’Italia e della BCE e alla netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria ( Legge Glass-Steagall USA e Legge bancaria italiana del 1936 abrogata, ahimè, dal decreto Barucci-Amato del  1992) sarebbe come cadere dalla padella nelle brace.

 

Al di là, tuttavia, di questo giudizio del tutto mio personale e opinabilissimo, resta  il fatto che mentre si combatte questa guerra impari col virus, il comandante alla guida non si cambia, anche se, come nell’ultima intervista televisiva si è fatto prendere dall’irritazione per le accuse false e infamanti che da giorni gli erano state rivolte da Salvini e dalla Meloni.

 

“ Right or wrong my country”  ( “ Giusto o sbagliato è il mio Paese”) dicono gli americani e anche noi in questa drammatica fase dovremmo seguirne il principio.

 

Nel merito della vicenda europea dobbiamo invece evidenziare quanto segue:

 

Dopo giorni di tensione, dibattiti e scontri, dall'Eurogruppo escono due buoni risultati che dobbiamo valorizzare e che nessuna astiosa propaganda potrà negare.
In primo luogo c’è il varo di un ventaglio di iniziative mai viste prima per quantità di risorse attivate: fino a 500 miliardi, dal Programma per la disoccupazione (SURE) ai Fondi BEI e al Fondo salva-stati SENZA CONDIZIONI per le spese dirette e indirette della sanità;
In secondo luogo, ed è la vera novità, la decisione di un Piano per la ripresa (RECOVERY PLAN) per altri 500 miliardi da sostenere con nuovi strumenti finanziari.
Questo era ed è il nostro obiettivo: un "Piano per la ricostruzione" che veda lo sforzo congiunto di tutta l'Europa. Ora questa proposta è stata messa sul tavolo del prossimo Consiglio europeo e lì Italia, Francia e Spagna e gli altri paesi favorevoli dovranno battersi per renderlo effettivo rapidamente.
Ed è chiaro a tutti, anche a quei paesi che non li hanno voluti nominare espressamente, che questi nuovi strumenti finanziari non potranno che essere dei BOND, o garantiti dal bilancio europeo rafforzato o dai singoli Stati, ma comunque EMISSIONI DI DEBITO COMUNE, indispensabili per mobilitare i finanziamenti che saranno necessari a tutti gli Stati europei per superare il rischio di recessione.

 

Oggi anche Der Spiegel invita la cancelliera Merkel a cambiare registro sugli eurobond, considerati lo strumento inevitabile se si vuol salvare l’Unione europea.

Confidiamo che Angela Merkel sappia essere all’altezza del suo mentore Helmut Khol e fedele alla migliore tradizione della CDU e CSU tedesca. Unica condizione per preservare il ruolo di guida del Partito Popolare europeo. Non scattasse questo elementare principio di solidarietà sarebbe la fine dell’Unione e le conseguenze sarebbero ancor più tragiche per tutti.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it)

Direzione nazionale DC

Componente del comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC

 

Venezia, 12 Aprile 2020


Un’idea per niente stravagante

il domani è ancora tutto da costruire e da scrivere”:  conclude così il suo articolo l’amico Giorgio Merlo su: “ Conte, la DC e i cattolici”, denunciando “  la simpatica iscrizione d’ufficio, da parte di alcuni commentatori ed opinionisti, del premier Conte alla tradizione della DC ”.

Osservazione intelligente che proviene da un membro di “ Rete  bianca” che, da quanto ho potuto capire sino ad oggi, firmando il Manifesto Zamagni, è anch’essa un’associazione/movimento alla ricerca di un nuovo soggetto politico, in grado di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana.

Se non ho mal compreso, gli amici di “Rete bianca”, rifuggono da ogni tentativo, come quello che abbiamo portato avanti e su cui ancora stiamo impegnandoci, noi che partecipiamo alla Federazione popolare dei DC, spinti dalla volontà di concorrere alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale del Paese, partecipante al progetto di costruzione del nuovo soggetto politico.

Continuare, però, ad attribuire a noi della Federazione l’idea anacronistica di “voler rifare la DC” non è solo un errore, ma anche un insulto alla nostra intelligenza, essendo tutti noi ben consapevoli dell’impossibilità di far tornare in vita ciò che storicamente e politicamente si è concluso, nonostante le modalità di quella chiusura, tuttora sottoposte alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”.

Fa poi specie che queste obiezioni siano portate avanti da chi ha già sperimentato altre casematte dei partiti, da cui non molto tempo fa ha deciso di uscire, stanco della confusione imperante in un soggetto politico come il PD, nato da una miscela rivelatasi impossibile di culture politiche, trasformatosi in un ircocervo privo di un’identità definita e riconoscibile.

Siamo tutti d’accordo che un nuovo soggetto politico, come scrive Merlo, debba avere  come ingredienti costitutivi il pensiero, la cultura, il progetto e il programma. Oltre ad una classe dirigente. “ Quanto al pensiero e alla cultura, abbiamo più volte evidenziato che vale per tutti noi, non solo quanto abbiamo conservato della migliore tradizione popolare e della DC, ma, soprattutto, quanto ci è indicato dalla dottrina sociale cristiana, con le ultime encicliche pontificie, che sono una delle letture più approfondite di quest’età della globalizzazione e del dominio del turbo capitalismo finanziario.

Per il progetto, se assumessimo, come più volte scritto, la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione, ritengo che ogni altra residua polemica  sul “guardare a sinistra”, come partito di centro, dovrebbe essere razionalmente superata, assunta  l’alternatività alla deriva nazionalista e populista alla base tanto del Manifesto Zamagni che del patto della Federazione Popolare dei DC.

A quel punto sorge il problema della classe dirigente. Sono sempre contrariato ogni volta che vecchi arnesi della politica della Prima Repubblica, come molti o quasi tutti di noi siamo, si ergono a giudici implacabili di amici che in quella stagione, furono esponenti di rilievo spesso alla pari di coloro che oggi assumono il ruolo di giustizieri. La verità è che quasi nessuno della nostra generazione, la quarta della DC, ha più i titoli e l’attendibilità di porsi come espressioni credibili di leadership di un nuovo soggetto politico, per il quale serve una nuova classe dirigente.

Concordato il programma, spetterà all’assemblea costituente del nuovo soggetto politico decidere il gruppo dirigente che, ci auguriamo sia composto soprattutto da una nuova generazione di leader politici.

Credo, tuttavia, che non sia blasfemo ritenere che in un nuovo soggetto politico di centro: laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista, e alla sinistra senza identità,  una persona come Giuseppe Conte, possa svolgere un ruolo positivo, come sembra emergere anche dal giudizio che molti cittadini ed elettori stanno esprimendo nei confronti di questo giovane avvocato fiorentino, catapultato in politica e costretto ad affrontare problemi mai affrontati prima d’ora da alcun leader della Repubblica, dal tempo di De Gasperi. Un capo di governo, che, nella “debolezza” complessiva,  tranne qualche eccezione,  dei componenti del governo, appare ogni giorno di più come “ il miglior fico del bigoncio”.

Nessuno vuole iscriverlo alla storia gloriosa e/o sic et simpliciter alla tradizione della DC, operazione illogica e impossibile, ma ritenerlo adeguato a concorrere con tutti noi nella costruzione di un nuovo soggetto politico del tipo di quello connotato, a me sembra un’idea per niente stravagante, anzi da coltivare con attenzione.

Ettore Bonalberti 

Venezia, 4 Aprile 2020

 


Il popolarismo è la proposta per una nuova speranza del Paese

 

Confesso che ho sempre letto gli editoriali del prof Angelo Panebianco con  molto interesse e frequente condivisione della sua coerente posizione laico liberale, ma non posso esimermi dal contestare la caduta laicistica della sua ultima nota sul Corriere del 27 Marzo scorso.

 

Ragionando sulle prospettive del “dopoguerra” della pandemia del Coronavirus, Panebianco evidenzia nella “zavorra burocratica e nell’ideologia pauperista” le “magagne” che contrasteranno l’auspicata ripresa. Tra le zavorre dell’ideologia pauperista Panebianco, riproponendo una tesi cara a un vecchio liberalismo d’antan, colloca le “ pulsioni di un certo cattolicesimo politico”.

 

E’ una tesi che ogni tanto ritorna, come ci insegnava il compianto Sandro Fontana, quella secondo cui i cattolici hanno rappresentato una sorta di incidente della storia, che avrebbe impedito il libero dispiegarsi delle idee liberali che, da Cavour e Minghetti, si infransero con la fine dell’età giolittiana e l’avvento del fascismo.

 

Mal sopportarono quei laicisti alla fine della seconda guerra mondiale: “L’avvento di De Gasperi” ( titolo dell’ultimo saggio di Leo Valiani), ossia dell’assunzione da parte del partito espressione dell’unità politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali, della guida dell’Italia.

 

Lucio D’Ubaldo con un bell’articolo sulla rivista on line “Formiche”, ha replicato con molto equilibrio ed efficacia, rivendicando il ruolo che i cattolici democratici hanno esercitato con la DC negli oltre quarant’anni di egemonia politica in Italia.

 

Da parte mia, tra gli eredi della migliore tradizione cristiano sociale, quella che da Miglioli, Pastore, Labor  e Donat Cattin, ha costituito la componente storica della sinistra sociale della Democrazia Cristiana, rivendico interamente il ruolo che abbiamo svolto nella difesa del lavoro e  dei lavoratori in particolare, in conformità ai principi di solidarietà e sussidiarietà della dottrina sociale cristiana, cui abbiamo ispirato la nostra  azione politica. Non a caso lo statuto dei lavoratori è frutto dell’impegno del socialista Brodolini prima e di Carlo Donat Cattin.

 

Vorrei chiedere al prof Panebianco, anche alla luce di quanto stiamo verificando in questi giorni di drammatica pandemia, che ha mostrato tutti limiti e gli errori accumulati in molti anni della politica italiana, come pensa possa essere  ricostruito un nuovo credibile assetto del sistema italiano, nell’attuale deserto delle culture politiche?

 

Nell’età della globalizzazione, quella in cui, come scrive il Prof Zamagni, è stato rovesciato il principio del NOMA ( Non Overlapping Magisteria) e la finanza è diventata il fine subordinando ad essa l’economia reale e la politica, ridotte al ruolo ancillare ed esecutivo  della finanza che persegue un unico obiettivo : il profitto, quale pensa possa essere la risposta ai problemi drammatici che ci troveremo ad affrontare all’indomani di questa tragica guerra pandemica?

 

Fallita l’utopia di una cultura liberista che, nella realtà presente è sfociata nel trionfo del turbo capitalismo finanziario; distrutta l’antitesi utopica e profetica del comunismo, alla fine ridottosi nelle attuali formule dittatoriali cinesi e autoritarie delle oligarchie russe, la risposta più avanzata e credibile ancora una volta ai problemi della globalizzazione viene dalla dottrina sociale cristiana. Come per i nostri padri: Sturzo, De Gasperi, La Pira, Moro, Fanfani, Donat Cattin e Marcora e molti altri, furono la “ Rerum Novarum” di Leone XIII e la “ Quadragesimo Anno” di Pio XI, le stelle polari della loro azione politica, così per la nostra generazione formata dal Concilio Vaticano II, dalle encicliche giovannee ( Mater et Magistra e Pacem in Terris) e di San Paolo VI ( Humanae Vitae e Populorum Progressio),  così ancora per noi e per le nuove generazioni dei cattolici, viene ancora dalla dottrina sociale della Chiesa il supporto per inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali in essa indicati.

 

Nell’attuale deserto delle culture politiche, mentre altri navigano a vista senza orientamento, la nostra bussola che ci indica la strada, la troviamo negli insegnamenti degli ultimi pontefici. Dalla Centesimus Annus di San Papa Giovanni Paolo II, alla Caritas in veritate di Benedetto XVI, alle ultime: Evangelii Gaudium e  Laudato Si di Papa Francesco.

 

Condivido la constatazione dell’assenza di un centro oggi in Italia e, come ripeto da qualche tempo,  anche per noi eredi della sinistra sociale DC l’obiettivo è il come tradurre i principi della dottrina sociale cristiana nella realtà politica  e istituzionale, al fine di realizzare quell’equilibrio tra interessi e valori, che è il compito primo della politica, “ la più alta forma di carità” secondo il Santo Padre Paolo VI.

 

Tanto nella Federazione Popolare dei DC, che tra gli amici raccolti attorno al Manifesto Zamagni; tra quelli di Costruire Insieme e quelli di Politica Insieme, oltre alle numerose associazioni, gruppi e movimenti della vasta galassia cattolico popolare, credo sia comune la volontà di concorrere alla costruzione di un nuovo soggetto politico di centro:  laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori della dottrina sociale cristiana, inserita a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori DC e popolari: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra senza identità. Massima disponibilità a collaborare con chi assuma come programma: la difesa e la completa attuazione della carta costituzionale, compresi quanti di area liberale e riformista si riconoscono crocianamente nei  valori dell’umanesimo cristiano.

 

E questo è l’obiettivo che la mia generazione intende consegnare ai giovani dell’area cattolica, che intendano assumere il testimone della migliore tradizione politica e culturale del popolarismo italiano, offrendosi come nuova classe dirigente credibile al Paese per una nuova speranza.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 30 Marzo 2020

 

 

E’ finita la tregua?

 

Ruyard Kipling  sul carattere degli italiani scriveva: Un italiano: un bel tipo. Due italiani: un litigio. Tre italiani: tre commissioni costituenti”. Scoppiata la pandemia, in realtà, il comportamento di tutto il Paese è stato encomiabile, così come continua ad esserlo, non solo al fronte ospedaliero, dove operano persone al limite del sacrificio estremo, ma anche da parte della stragrande maggioranza della popolazione.

 

Anche le forze politiche, per quasi un mese, hanno dimostrato un elevato senso di appartenenza, sforzandosi di assumere comportamenti di forte unità di intenti rispetto all’avversario comune, rappresentato da un nemico subdolo, largamente sconosciuto, sfuggente e capace di colpire in silenzio senza possibilità di catturarlo.

 

Viviamo una condizione già istituzionalmente precaria, con una maggioranza frutto del trasformismo politico che ha caratterizzato tutta la legislatura, dopo il voto dell’ 4 Marzo 2018, vista l‘impossibilità di costruire un governo espressione del voto popolare. Una condizione  aggravata dalla “crisi del Papeete” aperta da Salvini, da cui si è usciti con una diversa coalizione di governo, l’attuale giallo-rossa a guida dello stesso presidente del Consiglio Conte, votato dal parlamento, al di fuori di una legittimazione di voto popolare che, per il suo ruolo, come è noto, non è previsto dalla nostra carta costituzionale.

 

Era prevedibile che, dopo un mese di informali e ufficiali comunicazioni e  incontri tra il capo del governo e il trio del centro-destra Salvini-Meloni-Berlusconi/Taiani, alla fine qualcosa si sarebbe incrinato; anche per la pressione che al governo veniva dai governatori delle Regioni del Nord a guida leghista, come quelle di Lombardia, Veneto e Friuli V.Giulia , insieme alle restanti regioni padane, quali il Piemonte e l’Emilia Romagna, ossia quelle più colpite dal virus pandemico.

 

Non sono mancati nel governo: ritardi, irresponsabili fughe di notizie e un sistema di comunicazione complessivamente inefficiente, che hanno raggiunto il culmine l’altra notte con la dichiarazione alla TV resa da Conte sul decreto in atto da oggi, sulla chiusura in campo nazionale delle attività produttive non collegate/bili ai quattro grandi settori strategici del Paese: agro-alimentare, farmaceutico-sanitario, energia e trasporti. I settori che ci garantiscono di non mettere a terra completamente l’Italia. Una comunicazione anticipata su facebook, ripresa da un canale TV straniero, riversata in Italia, prima ancora che il decreto fosse stato formalmente redatto nella sua versione definitiva.

 

Matteo Salvini, d’altronde, che da ministro si era reso responsabile con i suoi atteggiamenti e comportamenti del più grave isolamento dell’Italia in campo europeo, sin dai primi provvedimenti del governo , smessa  la felpa di circostanza, ora sempre in abito scuro, camicia e cravatta, da aspirante premier, abbandonati i toni truculenti d’antan, è diventato “ il signor più uno”. Qualunque cosa decida il governo, lui ne spara sempre una  più grossa.

 

Per diversi giorni, i suoi colleghi di partito  Fontana e Zaia, quotidianamente consultati dal governo centrale, si sono comportati in linea con le decisioni di Roma, ma giunti a dover assumere le posizioni più drastiche, come da loro da sempre richieste, qualcosa si è rotto, e da questo momento rischiamo di corrispondere ai giudizi sopra citati di Kipling sugli italiani.

 

Sta avvenendo anche tra di noi DC e Popolari, all’interno dei quali, riemergono le posizioni storiche di contrapposizione tra sostenitori di politiche di centro-destra e/o di centro-sinistra.

Sin dall’inizio avevo sperato che prevalesse il buon senso e tutti rispettassimo quell’elementare regola della guerra: in corsa non si cambia il conducente, invitando gli amici a stringerci attorno al governo secondo il principio: “right or wrong my country”, mettendo innanzi tutto davanti a noi, l’esigenza di combattere insieme contro il subdolo e inafferrabile  nemico comune, rinviando alla fine della pandemia, il ritorno alla normale dialettica politica.

 

Quando si devono assumere, come accade adesso in Italia e per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, provvedimenti restrittivi delle libertà personali e persino inerenti alla sopravvivenza di intere filiere produttive, tenendo presenti, da un lato, le sacrosante ragioni di sicurezza invocate da  sindacati per i lavoratori, e, dall’altra, le altrettanto comprensibili ragioni indicate dagli imprenditori, è ovvio che risulti quanto mai difficile realizzare sintesi ragionevoli e condivise da tutti.

 

Se poi, come accade oggi, assistiamo a una divergenza di decisioni tra decreto nazionale valido per tutto il Paese e decreto regionale lombardo, rivendicato da Fontana come prevalente per il suo territorio, è evidente che è l’intero assetto istituzionale dell’Italia che è messo in discussione. Il tutto aggravato dal conflitto di competenze introdotto dalla pasticciata modifica del Titolo V della Costituzione  tra materie di competenza esclusiva e concorrente tra Stato e Regioni.

 

Si aggiunga che al conflitto apertosi tra Stato e Regione Lombardia è aperto quello tra governo e opposizione, che, in queste ore, ha richiesto udienza al presidente della Repubblica rivendicando, da un lato doverosamente, il mantenimento dell’apertura illimitata del Parlamento, luogo del confronto e del controllo democratico dell’azione di governo, e, dall’altro, un coinvolgimento diretto della stessa opposizione nelle decisioni del governo.

 

Non sono mancati coloro  che hanno chiesto un cambio della guida di governo, con l’affidamento della stessa a una coalizione unitaria di emergenza a Mario Draghi, come garanzia di maggiore efficienza ed efficacia anche sul piano internazionale.

 

A parte le difficoltà, anche solo temporali, che un cambio di governo richiederebbe, pur sfrondando le procedure dai liturgici passaggi della prassi costituzionale, io credo che quanto il governo Conte ha saputo sin qui acquisire dall’Unione europea (stante anche lo sviluppo della pandemia in tutto il continente)  ossia: fine del fiscal compact, possibilità di superare i vincoli di bilancio e, in attesa che la riunione di oggi dei vertici economico finanziari dell’UE decidano sul possibile utilizzo del MES e/o emissione di corona bond e dopo quanto ha già deciso la BCE ( “ whatever it takes”), non credo si possa pretendere di più.  Mario Draghi, semmai, servirebbe come commissario straordinario dell’UE nella gestione della crisi economica connessa alla pandemia.

 

In sintesi: resto dell’idea che mentre si è in guerra non si debba cambiare la linea di comando. Al governo e a Conte, in particolare, andrebbe consigliato di cambiare registro e  consulenti  in materia di comunicazione.  Andrebbe poi ricercata, nell’oggettiva difficoltà del pasticcio istituzionale esistente, l’unità di intenti della prima ora tra Stato e Regioni, garantendo nel contempo, come assicurato dai presidenti Casellati e Fico, il funzionamento normale delle Camere, mentre a noi cittadini il dovere di rispettare, come stiamo facendo da un mese, tutte le prescrizioni del governo.

 

Infine, rivolgo un invito l’ennesimo appello a tutti noi DC e Popolari italiani, a ritrovare il massimo di unità, tentando di dar vita a un soggetto politico nuovo di centro democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno tiolo nel PPE, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra senza identità.

 

A noi DC e Popolari, come nel 1945-48, con De Gasperi, furono quelli che garantirono a un Paese distrutto dalla guerra la guida per la ricostruzione, così, dopo le macerie che ci lascerà questa pandemia, spetterà il compito di concorrere a offrire al Paese una nuova speranza

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF

Direzione nazionale DC

Comitato provvisorio Federazione popolare DC

Venezia, 23 Marzo 2020

 

 

 

 

Perché l’area padana?

 

A un mese dallo scoppio della pandemia nel nostro Paese e ancora lontani dal raggiungimento del picco della diffusione del contagio, alla luce dei dati annunciati dal bollettino quotidiano della protezione civile, sorge spontanea una domanda: perché il virus è attecchito e si è propagato con straordinaria virulenza nell’area padana? Perché, soprattutto, la mortalità ha assunto in aree come quella bergamasca e bresciana valori elevatissimi quali non si sono riscontrati nella Cina e Corea del Sud?

 

Al primo quesito, sconosciuto il paziente zero del virus, irrisolto il rebus se sia ascrivibile a qualche uomo d’affari lombardo proveniente da un viaggio nella Cina o da un contatto di qualche operatore lombardo con qualcuno contagiato  della Baviera, dove si presume sia iniziata la diffusione del virus in Europa, sarà compito di future indagini fornire una risposta che  lasciamo alla competenza degli specialisti.

 

Quanto all’elevatissima diffusione in zone come quella bergamasca e bresciana, se è ragionevole pensare che sia legato alla particolare conformazione di quelle aree, caratterizzate da un continuum di città e paesi senza quasi soluzione di continuità, ricche di un tessuto socio economico e produttivo tra i più dotati nel mondo di piccole e medie imprese, ciò che lascia interdetti è l’elevata mortalità che in esse si riscontra, tanto che, da due giorni, abbiamo superato il numero dei morti denunciati in Cina e nella Corea del Sud.

 

Controllo sistematico della mobilità dei cinesi, ridotti da un regime autoritario alla condizione di distretto militarizzato a Hubei e nella città di Whuan, o grazie all’utilizzo di un’ applicazione informatica in dotazione alle autorità in Cina come nella più democratica Corea del Sud, in grado di controllare l’esatta posizione di ogni cittadino rispetto ai potenziali “untori”;  ossia condizioni assolutamente lontane da quelle praticabili e concretamente sin qui gradualmente attivate nell’ Italia democratica, a partire proprio dalle prime “zone  rosse” del contagio, penso che, tuttavia,  non siano ragioni sufficienti a spiegare il divario nel tasso di letalità del virus dall’estremo oriente alla Padania.

 

Valgono certamente le ragioni di una popolazione più vecchia presente in Italia rispetto alla Cina e alla Corea, con evidenti condizioni di salute peggiori degli anziani rispetto ai giovani; considerato che la percentuale più alta di deceduti è da noi nella fascia 65 anni in su , rispetto a quella dei 45 anni nelle aree orientali. Credo, però, che nell’area padana si debba tener conto anche della variabile inquinamento ambientale.

 

Non so se la cremazione immediata dei deceduti sia dovuta a ragioni oggettive sanitarie per eliminare del tutto il virus o, molto più praticamente, per le difficoltà di sepolture normali nei cimiteri e in assenza delle normali cerimonie funebri, certo è che, con quelle cremazioni si rende impossibile effettuare le autopsie solo dalle quali si potrebbero accertare le cause vere o prevalenti di quei decessi.

 

Le mancate autopsie e le conseguenti possibili errate attribuzioni delle cause di morte portano ad aumentare in maniera elevata il grado di letalità del  corona virus.

 

Si muore, com’ è appurato dagli esperti sanitari,  per mancanza di ossigenazione, accertato che uno degli effetti del virus è di intaccare i tessuti dei bronchi e dei polmoni provocando delle polmoniti virali che richiedono il ricovero in terapie intensive e l’utilizzo di apparecchiature speciali di forzata ventilazione e ossigenazione controllata. Apparecchi di cui, almeno sin qui, solo una o poche ditte in Italia sono in grado di produrre e viste le chiusure autarchiche che ciascun Paese sta facendo delle proprie aziende produttrici di questi strumenti.

 

In questo momento, posto che vi saranno  decine di migliaia di  persone ricoverate con terapia intensiva negli ospedali italiani, che comprendono  non solo i circa 3.000 intubati , ma anche tutti coloro che hanno avuto necessità di maschera facciale per l'ossigeno, che é un apparecchio mobile  che viene portato al letto del paziente con difficolta respiratorie, sappiamo che alla data del 19 marzo, dato del Ministero della Salute, solo 2.498  di queste decine di migliaia sono  anche positivi al tampone.

 

Questo proverebbe  inequivocabilmente che tutti questi ricoveri in terapia intensiva sono dovuti in prevalenza all'inquinamento ambientale. Suona molto strano poi che chi muoia  in terapia intensiva venga subito cremato. La cremazione, come detto, impedisce di effettuare la autopsia  per accertare che non avesse invece i polmoni corrosi dallo smog. E' necessario pertanto che le autorità  accertino quante persone sono ricoverate oggi in Italia non  positivi al tampone, ma con difficolta respiratorie e tosse secca;  ogni eccedenza proverebbe che si tratta di ricoveri per inquinamento ambientale. Credo che il tema delle immediate cremazioni dei cadaveri e delle mancate autopsie dovrebbe essere posto all’attenzione delle autorità competenti e non solo e non certo per mere esigenze statistiche.

 

Dati Arpa Lombardia: da 11 anni  PM 10 e benzyl sono oltre il doppio della  soglia limite  da ottobre a gennaio, con picco dell' oltre soglia a febbraio, guarda caso che coincide con il picco dei ricoveri in terapia intensiva. Studi dell'Istituto Italiano Tumori sono chiarissimi nel merito: dopo 10 anni di esposizione al catrame (respirato dall'aria inquinata da gas di scarico delle auto e degli inceneritori) i sintomi sono tosse secca persistente, febbre alta e dispnea (difficolta respiratoria), insomma gli stessi   imputati al coronavirus.  Temo che corona virus e inquinamento ambientale concorrano a determinare l’alta mortalità nella pandemia che sta sconvolgendo la vita dell’area più produttiva dell’Italia.

 

In conclusione: dobbiamo certamente osservare scrupolosamente le regole che governo e autorità locali ci impongono e combattere in tal modo il flagello virale di questo inizio secolo, ma anche riconsiderare seriamente le cause di un inquinamento ambientale di cui solo noi uomini, con i nostri comportamenti personali e sociali, siamo responsabili.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF

 

Venezia, 21 Marzo 2020


Lettera agli amici DC e Popolari

Cari amici,

quanto sta avvenendo ci impone una riflessione seria e approfondita non solo su ciò che é avvenuto e stiamo vivendo, ma anche su ciò che si dovrà affrontare quando la pandemia sarà stata superata.  Di positivo c’é la constatazione  che un microscopico virus ha messo in crisi il mondo con tutte le sue false certezze. La nostra gente ha reagito bene e sono riemersi i valori della solidarietà organica propri di una comunità.

Dovremo analizzare bene questa nuova situazione e interpretarla alla luce della dottrina sociale cristiana per proporre soluzioni adeguate interne e internazionali, degne della nostra migliore tradizione politico culturale. Intanto però concorriamo seriamente alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, premessa indispensabile per un ritorno del nostro pensiero politico nelle istituzioni. Certo servono nuovi chierici perché noi siamo ormai dei celebranti "vecchi e stantii" ( come direbbe Carlo Donat Cattin). Una lettura dell’attuale “realtà effettuale” alla luce della dottrina sociale cristiana comporta di tornare alle coordinate essenziali del nostro pensiero: dall’Humanae Vitae, alla Populorum Progrexio, dalla  Centesimus Annus, alla Caritas in veritate sino alle ultime di Papa Francesco: Evangelii gaudium e Laudato si.

Una cosa é certa, la pandemia ha distrutto ogni residua velleità sovranista e nazionalista, imponendo una visione inevitabilmente universalista del mondo. Da soli, come singole nazioni o continenti, di fronte a una pandemia non si va da nessuna parte e si rischia di assumere posizioni contraddittorie e divergenti, come quelle sino a ieri propagandate nel Regno Unito o negli stessi USA che, alla fine, hanno dovuto arrendersi alla realtà dei fatti.

Certo servirà un profondo riesame della governance mondiale a partire dall’ONU e dagli organismi ad essa collegati. Così come una profonda riforma si dovrà realizzare nel nostro continente all’interno dell’Unione europea, che dovrà sottrarsi all’attuale condizionamento dei poteri finanziari internazionali che controllano Banche centrali e BCE. L’annunciata fine del fiscal compact ( illegittimo in quanto contrastante con i Trattati europei) e il superamento della follia dell’obbligo del pareggio  di bilancio scritto in Costituzione ( frutto avvelenato del governo Monti) sono i primi passi di una riforma della governance e delle politiche economiche europee da armonizzare nei diversi Paesi per un’Europa federale degli stati, con poteri decisivi deliberanti affidati a un Parlamento europeo, unico istituto europeo di diretta elezione popolare.

Anche in Italia dovremo accelerare il progetto-processo della ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale per non lasciare le istituzioni nelle mani di improvvisati gestori, espressione della peggiore cultura qualunquistica come quella derivata dal “vaffa…” o da una sinistra senza più identità, o a una deriva nazionalista e populista, promotrice solo di divisioni interne e internazionali e di una destra nazionalista lontana da quali valori di solidarietà organica che sono riemersi prepotentemente in questi giorni di dolore e di sofferenza.

Mai come oggi é apparsa in tutta la sua verità la crisi di sistema dell’Italia: abbiamo da molti, troppi anni trascurato sanità, ricerca scientifica, cultura, scuola, università; materie che assumeranno priorità immediata. Anche la costruzione Stato-Regioni, aggravata dalla pasticciata riforma del Titolo V dovrà essere ripensata. Continuo a credere a una soluzione come quella indicata a suo tempo dal prof Miglio di un’Italia federale con forte potere centrale organizzata in quattro o cinque macro regioni. Valuto positivamente la ripresa di un rapporto di fattiva collaborazione tra sindacati dei lavoratori e associazioni degli imprenditori e credo necessario ripristinare quel corretto rapporto tra i diversi livelli di rappresentanza dei corpi sociali intermedi secondo i principi di solidarietà e sussidiarietà indicati dalla nostra cultura cattolica.

Insomma è un’ampia agenda politica, economica e sociale, nella quale, dopo questa splendida esperienza offerta dal volontariato italiano, il tema di una nuova politica per il terzo settore si imporrà per non lasciare alla solita capacità di improvvisazione italica il compito di affrontare le emergenze.

Guai se da quanto ci sta accadendo non sapessimo derivarne gli insegnamenti doverosi e pensassimo di tornare ai riti di prima nei quali le stravaganti improvvisazioni dei Renzi o dei Salvini, hanno finito con l' occupare la scena politica.E’ un compito che dovremo affrontare noi “DC non pentiti” per primi insieme a tuti gli altri amici che sono impegnati sul medesimo obiettivo, sperando che nuovi attori giovani sappiano assumere quel ruolo di protagonisti, che non spetta più a noi vecchi, che dovremo svolgere solo il compito di traghettatori e consiglieri generosi e disinteressati, scevri di qualsivoglia residua e anacronistica ambizione personale.

Mi auguro che vogliate partecipare a questo confronto e, intanto, con l’aiuto di Nostro Signore, speriamo che la pandemia finisca presto.

Un caro saluto 
Ettore Bonalberti
Venezia, 18 Marzo 2020



Pubblichiamo la lettera pubblicata su Avvenire del 16 Marzo a firma di Francesco Ognibene

 

Coronavirus. Associazioni e parlamentari cattolici: noi col Papa, vicini ai vescovi


lunedì 16 marzo 2020

 

E' una lettera aperta che esprime piena adesione ai gesti e alle parole di Francesco e appoggio alle difficili scelte dei vescovi italiani quella diffusa da 37 realtà associative e 17 politici.

È una “lettera aperta” di “semplici fedeli legati da una traccia di amicizia operosa nella Fede cristiana, impegnati in opere sociali o in un reciproco aiuto per il bene comune” quella che, con la firma di 37 associazioni cattoliche e di 17 parlamentari (in carica o ex), esprime piena unità al Papa e sostegno ai vescovi italiani per le difficili (e non sempre comprese) scelte che hanno dovuto assumere in questa emergenza per il coronavirus.

“Nella grave prova di questi giorni percossi dal contagio virale – si legge nel documento, intitolato ‘Perché sia accolta anche l’emergenza dello spirito’ - desideriamo umilmente esprimere, con ancora maggiori verità e struggimento, gratitudine e sequela al Santo Padre e alla Chiesa”. A nome proprio o delle sigle associative di differente sensibilità e fronte di impegno, i firmatari affermano che sono anzitutto di “grande aiuto il gesto di offerta dell’Italia alla Madonna del Divino Amore che papa Francesco ha voluto compiere l’11 marzo e il suo pellegrinaggio del 15 marzo per le vie di Roma per pregare la Salus Populi Romani e il Crocefisso della chiesa di San Marcello al Corso, indicandoci la possibilità di una adeguata - seppur vertiginosa- posizione umana per stare di fronte alle drammatiche circostanze attraverso cui il Mistero ci provoca”.

Evocando l’impegno di molte realtà e personalità firmatarie contro il suicidio assistito, sfociato nei mesi scorsi in iniziative e documenti pubblici, il testo ricorda che la faticosa e spesso dolorosa esperienza della crisi che stiamo attraversando richiama l’attenzione di tutti sul “valore fondamentale della vita e di quel suo senso costitutivo di appartenenza di cui ora percepiamo la mancanza fisica, ma di cui dovremmo sempre stupirci come un ‘miracolo, un effetto esclusivo della Grazia’ (Albert Camus, Il primo uomo)”.

Ma promotori e sostenitori della presa di posizione pubblica, particolarmente significativa mentre non cessano le uscite polemiche di personaggi anche assai noti nel mondo cattolico contro la presunta arrendevolezza della Chiesa alle disposizioni sanitarie delle autorità pubbliche, vogliono anche dirsi esplicitamente “vicini ai Vescovi italiani, che hanno testimoniato una non scontata assunzione di responsabilità per sostenere la lotta contro la pandemia, accettando il sacrificio più grande, la rinuncia cioè alla condivisione dell’Eucarestia, quel Gesto che rende possibile il cammino stesso della ‘nuova creatura’ rifatta dalla potenza di Dio. E ciò affinché il Sistema sanitario nazionale regga e rifugga da quella ‘globalizzazione dell’indifferenza’ da cui ci ha messo in guardia papa Francesco, ove la singola persona può divenire secondaria nell’enorme e necessario sforzo di salvare la tenuta complessiva”.

È la dimostrazione della piena consapevolezza di larga parte della base cattolica verso decisioni difficili. Che impongono duri scarifici ma che guardano all’interesse collettivo, alla salute di tutti, mostrando che la Chiesa è pronta a fare sempre la sua parte per la costruzione della città dell’uomo specie in momenti tanto angosciosi: “Dobbiamo scongiurare ogni - seppur inconsapevole - selezione dei malati, perché praticare criteri di esclusione di persone dalle cure solo per considerazioni probabilistiche -per esempio in base all’età - significherebbe considerare la vita dei più vulnerabili meno degna, escludendo nei loro confronti ogni forma di solidarietà”.

L’impegno spirituale non è secondario, anzi: “Per educarci a questa sensibilità – scrivono ancora i firmatari -, soprattutto nei drammatici momenti che viviamo, inviteremo tutti al ‘Rosario per il Paese’ convocato dalla Cei il prossimo 19 marzo e guardiamo ogni giorno con gratitudine al commovente esempio di dono di sé sia di tanti medici e infermieri sia di pastori e sacerdoti, che nelle comunità territoriali cercano - nel più rigoroso rispetto degli standard di sicurezza indicati – ‘i migliori mezzi per aiutare’ i più deboli (papa Francesco), specie coraggiosamente amministrando il conforto dei sacramenti ai malati o portando l’Eucarestia ‘a quanti sono impediti di partecipare alla celebrazione’ (Canone 918) o proponendo forme di preghiera e di vicinanza ‘a uno a uno’, anche usando mezzi telefonici e web, con ciò dando prova - per ricorrere alle categorie del Dpcm 8.3.20 - di quanto l’uomo abbia ‘necessità’ spirituali al pari di quelle materiali. Cosicché la distanza fisica cui siamo costretti non abbia a significare rottura delle relazioni e dell’appartenenza”.

L’impegno associativo, sociale e politico maturato su diverse frontiere fa sentire tutti quelli che hanno dato vita all’appello “impegnati a comprendere e accogliere quanto ci viene e ci verrà chiesto per la salute pubblica. Siamo quindi incoraggiati da questi esempi – conclude la lettera - a dare anche noi voce e coscienza pubbliche a un’emergenza parallela a quella specificatamente sanitaria, che deve diventare sempre più centrale nell’affrontare i giorni che ancora ci aspettano: l’emergenza dello spirito, spirito che, in ciascuno senza distinzione alcuna e soprattutto nella fragilità, nella malattia e ancor più nel morire, implora di non essere ‘lasciati soli’ (papa Francesco)”.


Per aderire alla lettera aperta: info@polispropersona.com

Ecco l’elenco dei firmatari, in ordine alfabetico.

Mirco Agerde (Movimento Regina dell’amore), Arturo Alberti (Ass. Il Crocevia), Stefano Bani (Forum Cultura Pace e Vita Ets), Dino Barbarossa, Andrea Mazzi (Comunità’ Papa Giovanni XXIII), Roberto Bettuolo (Ass. L’albero), Paola Binetti (senatrice, XVIII), Ettore Bonalberti (Ass. Liberi E Forti), Maurizio Borra (Ass. FamigliaSI), Paolo Botti (Ass. Amici di Lazzaro), Antonio Buonfiglio (deputato, XVI), Tonino Cantelmi (Aippc – Ass. Italiana Psicologi E Psichiatri Cattolici), Marina Casini (MPV - Movimento Per La Vita Italiano), Anna Catenaro (Avvocatura In Missione), Jacopo Coghe (Ass. Pro Vita & Famiglia), Alessandro Comola, Augusto Bagnoli e Giancarlo Infante (Ass. Politicainsieme), Marco D’Agostini (Ass. naz. Pier Giorgio Frassati), Fabio De Lillo (Ass. Cuore Azzurro), Stefano De Lillo (senatore, XVI), Emmanuele Di Leo (Ass. Steadfast Onlus), Lucio D’Ubaldo (Ass. Rete Bianca), Giovanni Falcone (deputato, XVII), Marco Ferrini (Centro internazionale Giovanni Paolo II e per il magistero sociale della Chiesa), Elena Fruganti (Ass. Esserci), Benedetto Fucci (deputato, XVII), Giovanni Gut (MCL-Movimento Cristiano Lavoratori), Sara Fumagalli (Ass. Umanitaria Padana), don Gianni Fusco (Confederazione internazionale del clero), Massimo Gandolfini (Ass. Family Day- Difendiamo I Nostri Figli), Gianluigi Gigli (deputato, XVII), Marco Invernizzi (Alleanza Cattolica), Antonella Luberti (Ass. Cerchiamo il Tuo volto), Diego Marchiori (Ass. Vivere Salendo), Mario Mauro (senatore, XVII), Domenico Menorello (deputato, XVII, Osservatorio parlamentare «Vera lex?»), Giorgio Merlo (deputato, XVI), Francesco Napolitano (Ass. Risveglio ), Alessandro Pagano (deputato, XVIII), Antonio Palmieri (deputato, XVIII) Riccardo Pedrizzi (deputato, XVI, Presidente Comitato scientifico UCID), Maurizio Perfetti (Collatio.it), Simone Pillon (senatore, XVIII), Giovanni Pirone (Ass. Etica & Democrazia), Massimo Polledri (deputato, XVI), Gaetano Quagliariello (senatore, XVIII), Carlo Ranucci (Ass. Convergenza cristiana 3.0), Eugenia Roccella (deputato, XVII), Gianluca Rospi (deputato, XVIII), Maurizio Sacconi (senatore XVII), Luisa Santolini (deputato XVI), Ivo Tarolli (senatore, XIV; Ass. Costruire Insieme), Olimpia Tarzia (Movimento Per: Politica; Etica, Responsabilità), Giorgio Zabeo (Circoli insieme), Germano Zanini (Ass. Rete Popolare), Peppino Zola (Ass. Nonni 2.0)

 

Non siamo ancora al picco

 

Hubei è una provincia centrale della Repubblica Popolare cinese di circa 60 milioni di abitanti e la città - prefettura  di Wuhan, capoluogo di Hubei, ha una popolazione di poco più di 11 milioni di abitanti.

 

Trattasi dunque di un campione numericamente simile al dato della popolazione italiana (60 milioni) e a quello delle due Regioni italiani più colpite : Lombardia e Veneto con poco meno di 13 milioni di abitanti.

 

 La Cina ha registrato una sensibile diminuzione del numero di nuovi casi. Ieri, infatti, ha registrato  22 nuovi decessi da coronavirus, livello più basso mai registrato dall'inizio della raccolta dei dati sull'epidemia avviata a gennaio. Negli ultimi aggiornamenti, la Commissione sanitaria nazionale (Nhc) ha riferito che i contagi aggiuntivi si sono attestati a 40, tutti nell'Hubei, la provincia epicentro della crisi, mentre nessuno, per il secondo giorno di fila, nel resto del Paese. I contagi sono saliti e 80.735, i morti a 3.119 e i guariti saliti al 72%, pari a 58.600 (+1.535 solo ieri). Infine, altri 4 casi di infezioni importate, per totali 67.

 

In Italia, invece, l’andamento della pandemia è in crescita e sembra ancora lontano il picco della curva di distribuzione normale. Stasera la protezione civile, alle ore 18, ha comunicato un incremento dei casi del 25% rispetto alla giornata di Domenica 8 Marzo e la curva della distribuzione normale appare tuttora in crescente salita.

 

In Cina, però, dalla mezzanotte del 12 febbraio nel distretto di Zhangwan a Shiyan è vietato per chiunque uscire di casa. Nella provincia di Hubei, dove si trova la città focolaio dell'epidemia di coronavirus, Wuhan, come nel resto nelle zone colpite del Paese, tutti gli edifici devono rimanere completamente chiusi per ridurre i movimenti delle persone e quindi i rischi di contagio. I quartieri, riferiscono i residenti, sono sorvegliati da guardie. "Non ha un grande impatto sulla nostra vita, tranne per il fatto che non ci è permesso uscire", dichiara un'abitante dell'area Xu Min. Secondo le autorità i comitati di vicinato locali distribuiscono i generi di prima necessità a orari prestabiliti e a prezzi fissi e aiutano i residenti ad acquistare medicinali se sono strettamente necessari.

 

La “guerra del popolo al coronavirus” in Cina passa anche dall’intelligenza artificiale. Dal 2017 il paese ha sensibilmente aumentato gli investimenti nelle tecnologie sanitarie, soprattutto in campo diagnostico. Da una piattaforma condivisa di imaging medico a un robot intelligente (qualificato dall’ordine dei medici cinese), sono diverse le tecnologie che sono state messe in atto per contenere l’epidemia. Tra gli altri, un software che sta aiutando grandi città come Shenzhen e Chongqing a prevedere i numeri del contagio con un grado di accuratezza di oltre il 90%.

 

In Italia, invece, come abbiamo visto dai documenti televisivi sulla movida ai Navigli di Milano o nelle vie di Napoli, continua  incontrollato l’assembramento di persone, nel totale disinteresse dei giovani dell’aperitivo, convinti di essere immuni dal contagio. I decreti del governo sembrano essere assunti come le “ grida manzoniane” al tempo della peste a Milano.

 

I nostri ospedali, dove operano instancabilmente i medici  e gli infermieri, le sale attrezzate per le cure di rianimazione, specie in Lombardia (la regione sin qui più colpita dal virus) sono al limite della capacità operativa. Si rischia davvero che il numero dei casi dei contagiati positivi con gravi sintomatologie respiratorie, non possa essere più sopportato dal sistema sanitario costretto a scegliere, come in guerra, tra chi salvare e chi lasciar morire . Unico rimedio, in assenza di farmaci e in attesa del vaccino, osservare da parte di ciascuno di noi  scrupolosamente le indicazioni previste dai decreti del governo, riducendo ai minimi le possibilità di contatto tra le persone.

 

Sino ad oggi la reazione della gente, specie nelle zone più colpite, è stata di grande responsabilità civica, mentre, soprattutto nella fascia giovanile, tanto al Nord che al Sud, sembra meno diffusa la consapevolezza della gravità e serietà della situazione. Guai se prevalessero i nostri peggiori caratteri che ci facevano apparire agli occhi di Winston Churchill, come quelli di “un popolo che perde le partite di calcio come se fossero delle guerre e perde le guerre come se fossero delle partite di calcio”.

 

Non sono mancati episodi di confusa e contraddittoria comunicazione da parte di alcuni responsabili delle autorità centrali e regionali, causa della fuga precipitosa da Milano e dalla Lombardia, di molti cittadini meridionali, verso le loro regioni nella notte di Sabato scorso; potenziali diffusori-amplificatori  del contagio del virus.

 

Qualche amico aveva già sollecitato la richiesta di dimissioni del governo, alla quale ho eccepito col detto veneziano: “  xe pezo el tacon del buso”.  Dovremmo tutti avere consapevolezza che siamo in guerra contro un nemico imprevedibile e che sfugge ai nostri controlli e della necessità che tutti i cittadini  assumano comportamenti responsabili. Guai cambiare il comando mentre si combatte. Ora serve unità e responsabilità. Ci sarà tempo per dividerci, ma ora combattiamo tutti INSIEME.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 9 Marzo 2020

 

 

 


Da Avellino il primo passo per l’unità dei DC e i Popolari

 

Sabato 7 Marzo p.v. si terrà al Centro congressi di Summonte  (Avellino) un incontro dei DC e Popolari campani sul tema: “ Il centro politico: un nuovo inizio”. Organizzato dalla Federazione popolare dei DC e dalla Fondazione Democrazia Cristiana, il convegno sarà l’occasione per riunire tutti i democratici cristiani e i popolari dei diversi partiti, associazioni, movimenti e gruppi che hanno condiviso il patto della Federazione popolare dei DC.

 

Giuseppe Gargani, coordinatore della Federazione, presenterà il suo libro:

L’identità politica-Condizione per la Democrazia”, cui seguirà un dibattito nel quale interverranno : Antonino Giannone, presidente del CTS della Fondazione, Hermann Teusch, componente della CSU, Carmine Mocerino, Giuseppe Gargani, Renato Grassi, Lorenzo Cesa, Stefano Caldoro e Gianfranco Rotondi.

 

Com’è scritto nel programma-invito: la Federazione Popolare dei Democratici Cristiani intende superare la diaspora e le divisioni che hanno compromesso in Italia una presenza culturale e politica dei Cattolici laici e dei Democratici Cristiani e intende costruire un’alternativa sia alla nuova destra, che si è sviluppata nei tempi più recenti, sia alla sinistra in crisi di identità.

Il populismo e il sovranismo si sono affermati per la mancanza di riferimenti valoriali che sono propri del popolarismo, della Dottrina Sociale della Chiesa, dei principi della Costituzione e della Carta Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).

L’obiettivo è la ricomposizione dell’area popolare laica e riformista, con i valori ai quali si ispira, per partecipare attivamente alle prossime competizioni elettorali .

 

Parte, quindi, dalla Campania il primo di una serie di incontri e seminari di studio e di confronto con tutte le realtà interessate dalle prossime elezioni regionali e amministrative della primavera, con i quali si intende favorire la ricomposizione delle diverse componenti dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

 

La costituzione, con atto notarile e statuto, della Federazione Popolare dei Democratici Cristiani alla quale hanno aderito partiti (UDC- NCDU- DC e Associazioni e Movimenti d’ispirazione Cristiana) ha l’obiettivo, infatti, di superare la diaspora e le divisioni che hanno compromesso in Italia una presenza culturale e politica dei Cattolici laici e dei Democratici Cristiani. 
In pratica s’intende costruire nel panorama politico italiano, un’alternativa sia alla nuova destra, che si è sviluppata nei tempi più recenti, sia alla sinistra in crisi di identità
Per realizzare quest’obiettivo: la ricomposizione dell’area popolare laica e riformista, in un unico soggetto politico che possa utilizzare il logo storico della Democrazia Cristiana, attualizzato ai riferimenti della casa comune dei Popolari del PPE, crediamo sarebbe opportuno che il Comitato di coordinamento della Federazione Popolare dei Democratici Cristiani  affiancasse la Direzione dell’UDC, per redigere un regolamento di convocazione di un’Assemblea Costituente da approvare in sede congressuale dell'UDC e degli altri Partiti della Federazione. Tutto ciò con l’obiettivo di partecipare attivamente alle elezioni politiche nazionali con un unico soggetto politico e con lo stesso simbolo. Nel frattempo per le competizioni  elettorali regionali i partiti e le associazioni della Federazione dovrebbero designare il proprio delegato che con gli altri definiranno la migliore composizione e scelta di candidati per la lista unica  più consona a quella Regione. 

 

Ci auguriamo che da Avellino giunga un segnale forte a favore dell’unità di tutti i DC e i Popolari italiani, anche per favorire la ricomposizione in realtà come la nostra del Veneto, nella quale, è mancata sin qui una risposta all’offerta di dialogo da noi DC inviata  al maggior esponente dell’UDC locale, il sen Antonio De Poli.

 

Ritengo che la firma fatta dall’amico Lorenzo Cesa, leader dell’UDC, al patto costitutivo della Federazione popolare, costituisca titolo impegnativo per tutto il suo partito  nelle diverse realtà territoriali italiane, compresa quella del Veneto. Una realtà  che, per tradizione e storia politica, ha rappresentato e può ancora rappresentare un fattore importante per la ricomposizione dell’area cattolico popolare.

 

Il nostro impegno, infine, non è solo rivolto all’interno dell’area dell’ex diaspora DC, ma anche verso gli amici che hanno aderito al “ manifesto Zamagni” con i quali intendiamo sviluppare un dialogo proficuo e costruttivo per dar vita a un nuovo soggetto politico unitario di centro: laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato dalla dottrina sociale cristiana, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità.

 

Ettore Bonalberti

 

Venezia, 4 Marzo 2020

 

 

 

La rivista " Il domani d'Italia" (www.ildomaniditalia.eu) ha positivamente avviato il dibattito sulla ricomposizione dell'area  DC e popolare. Al commento della rivista sul mio articolo : " Oltre  la pregiudiziale vecchia e stantia", rispondo con la nota seguente da me inviata all'amico sen Lucio D'Ubaldo, direttore della rivista " Il domani dtalia":


Partiamo dal programma

 

Caro Lucio,

sono molto contento che la rivista da te diretta abbia avviato questo sereno confronto al quale mi auguro possano partecipare altre voci delle nostre due esperienze politiche, convinto come sono che quelle avviate  dagli amici della Federazione popolare dei DC e dagli amici de “ il Manifesto Zamagni” siano, non solo le più importanti attivate sin qui, ma anche quelle che dovranno trovare un momento di sintesi se, come entrambe sostengono, sono interessate alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

 

Confesso di aver usato due attributi forti : “vecchia e stantia”, volendo commentare il vostro reiterato richiamo alla frase degasperiana, spesso citata a sostegno dell’apertura all’alleanza dei DC con la sinistra.

 

A quel “vecchia e stantia” sono legato dal 1964, essendo state  due parole scolpite nella mia memoria. Parole assai contrastate dai numerosi dorotei che affollavano il palazzo dei congressi di Roma, al congresso della DC, quelle  che Carlo Donat Cattin pronunciò in avvio del suo intervento in opposizione alla relazione del segretario politico dell’epoca, Mariano Rumor.

 

Ero diciannovenne, iscritto già da quattro anni alla DC, partecipante per la prima volta da semplice spettatore a un congresso del partito. Fu il mio battesimo democristiano che, proprio in quel congresso in cui il partito vide nascere le correnti. La  sinistra politica della Base, con Forze sociali e il Movimento Giovanile DC avviarono l’esperienza di Forze Nuove e quella fu la mia corrente per sempre.

 

L’ho, mi auguro, degnamente rappresentata per oltre cinquant’anni: nel consiglio nazionale del MG DC prima e in  quello del partito, poi e sino alla traumatica seduta del 18 Gennaio 1994 che  decretò la fine politica della DC.

 

Vorrei ricordare che l’espressione degasperiana da voi citata fu pronunciata dal leader trentino in un discorso a Predazzo (val di Fiemme), dove il "guardare a sinistra" non era inteso come alleanze con i partiti di sinistra (De Gasperi fu sempre un centrista, e a sinistra aveva il fronte social-comunista sottomesso all'URSS), ma come un indirizzo politico di attenzione ai ceti popolari e alla giustizia sociale. Utilizzarlo in un contesto storico politico molto diverso mi sembra anacronistico e improprio. Quanto poi alla coerenza andreottiana da te citata su tale scelta, credo che non avrai dimenticato le altalenanti incursioni del nostro Giulio a destra ( governo con Malagodi) e le disinvolte acquisizioni di voti in area missina, sino alla colpevole azione dei franchi tiratori contro l’elezione di Arnaldo Forlani alla presidenza della Repubblica, col bel risultato del settennato Scalfaro di dolorosa memoria per tutti noi.

 

Se vogliamo progredire nel dialogo, continuo a pensare che, come nella migliore tradizione DC, dovremmo partire dai contenuti e non dalle alleanze, facilitati dalla premessa comune e condivisa della nostra alternatività alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e meloniana. Le basi del popolarismo non stanno nella scelta pregiudiziale a sinistra, semmai, nell’assumere come ho proposto alla Federazione popolare dei DC, gli undici principi sturziani alla base del comportamento dei cattolici che intendono “servire la politica e non servirsi della politica”, insieme alla volontà di tradurre nella “città dell’uomo” gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa.

 

Questo e non altro è ciò che fece Sturzo rispetto ai principi indicati dalla Rerum Novarum di Leone XIII e questo è quello che dovremmo fare noi, se vogliamo tradurre in politica le indicazioni pastorali delle ultime encicliche sociali della Chiesa: dalla Centesimus Annus, alla Caritas in veritate e alle ultime di Papa Francesco: Evangelii Gaudium e Laudato Si.

 

Nella “Lettera agli amici del Manifesto Zamagni” che mi auguro tu possa esaminare, ho indicato alcune proposte sui tre temi prioritari della politica italiana ed europea.

 

Credo che sulla questione antropologica esistano le maggiori difficoltà della nostra possibile mediazione politica tra i nostri valori non negoziabili e il laicismo radicale prevalente nel PD, come ha potuto sperimentare il prof Zamagni nel caso delle recenti elezioni regionali emiliano romagnole  e con la successiva formazione di quella giunta regionale..

 

In quel caso, ad esempio, meglio sarebbe stato se avessimo potuto presentare una lista unitaria di ispirazione popolare e di centro, aperta alla collaborazione con chi proponesse soluzioni programmatiche coerenti con i nostri valori e con gli interessi dei ceti popolari e produttivi che intendiamo rappresentare. E’ evidente che, fatte le scelte di schieramento citate, anch’io, in assenza di una tale lista, avrei sostenuto, come voi amici de la rete Bianca avete fatto, Bonaccini in alternativa alla Borgonzoni.

 

Analogamente, sulla questione ambientale, ho avanzato alcune idee che, a mio parere, potrebbero costituire una valida traduzione sul piano politico istituzionale delle indicazioni pastorali della Laudato SI; così come sulla questione, a mio parere, principale e dirimente di una reale collocazione riformatrice e progressista, in materia di rapporti tra sovranità monetaria e sovranità popolare e di come stare in Europa in alternativa al prevalere del dominio dei poteri finanziari, ho indicato una serie di riforme, la più importante delle quali è il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Italia e la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria.

 

Perché non ci confrontiamo su questi temi e solo dopo aver raggiunto una condivisione tra noi ci apriamo alla collaborazione con chi intende condividere con noi la nostra proposta?

 

Infine, caro Lucio, continuare a proporre come premessa l’idea di “un centro che muove verso sinistra”, posto che entrambi non intendiamo volgere lo sguardo a destra, da parte di chi, come voi, quell’esperienza l’ha già vissuta dall’interno del PD, non ti sembra quanto meno contraddittorio e una sorta di autolesionismo masochista? Continuo a pensare che meglio, molto meglio, sia costruire prima un rinnovato e forte centro ispirato ai valori del popolarismo e dopo, solo dopo, porci il tema delle alleanze.

 

Tutto ciò, poi, in stretta relazione con la legge elettorale che, alla fine, il Parlamento adotterà, che, sia nel caso fosse di tipo proporzionale, o, peggio, di un permanente maggioritario, richiederà la presenza di un centro popolare forte, pronto alle collaborazioni possibili per non cadere nella iugulatoria dicotomia del bipolarismo: Salvini o Zingaretti.  Servirà un centro popolare che per essere tale richiede che le nostre energie e sin qui scarse risorse siano congiunte, come nella migliore tradizione della DC, secondo l’insegnamento di De Gasperi: “ solo se saremo uniti saremo forti, sole se saremo forti saremo liberi”.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 22 Febbraio 2020

 



Agli amici della rivista “ Il Domani d’Italia” che il 15 Febbraio scorso hanno correttamente riportato il comunicato della Federazione Popolare dei DC ( sotto il titolo:"Fine della diaspora DC?") redatto a seguito dell’assemblea generale dei soci del 13 Febbraio, facendolo precedere da questo preambolo:


Riportiamo questo comunicato della Federazione dei democratici cristiani apponendo un punto interrogativo al titolo originale.
Non è in discussione la buona volontà dei proponenti, ma la logica della proposta. In realtà, la diaspora non si supera mettendo insieme chi stava già insieme, ricomponendo le forme un po’ frastagliate di una comune appartenenza al centro-destra.
Se si volesse fare sul serio, il progetto neo-centrista dovrebbe muovere da un riesame severo del lungo ciclo berlusconiano, portando alla luce la prima necessità di questa operazione anti-diaspora: rimettere in auge il richiamo di De Gasperi al “partito di centro che muove verso sinistra”.
Ciò significa pertanto che la chiusura a destra – in primis contro Salvini – non deve limitarsi a un auspicio astratto e sfuggente.
Fuori da un contesto politico chiaro, ogni proclama di rinascita della Dc s’inabissa nel maremagnum di ambigue pretese.
Il testo del comunicato non rimuove nessuna delle obiezioni qui sollevate.

Ho inviato la seguente nota:

Oltre la pregiudiziale vecchia e stantia

 

Matteo Renzi ha svolto il suo compitino da Bruno Vespa, ieri sera  a Porta a Porta.

Risultato: continua la doccia scozzese sul governo Conte e via al rilancio di una vecchia tesi di

Mariotto Segni: l’elezione diretta del premier, sul modello di quella dei sindaci.

 

Immediata risposta negativa di Salvini che sa bene come sarebbe difficile per lui, in quel caso

prevalere. Del tutto impervia, poi, quella strada, sarebbe anche per il giovane leader di “Italia Viva”, molto più attrattivo alla sua pattuglia di transumanti parlamentari che alla più ampia platea degli elettori.

 

La proposta di modifica costituzionale indicata, oltre a tutto, richiederebbe tempi talmente lunghi, di fatto incompatibili con quelli che il presidente Conte si augura per la sua compagine in costante surplace, ossia, fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2023.

 

Sino a oggi è rimasta ferma anche l’idea di dar vita a un gruppo parlamentare di centro interessato a far sopravvivere Conte, foriero di possibili evoluzioni dello scenario politico italiano. Un progetto al quale anche molti DC e popolari sarebbero interessati.

 

I due processi politici più rilevanti nell’area vasta del cattolicesimo politico democratico e cristiano sociale sono quelli dell’avviata Federazione popolare dei DC, che vede come protagonisti gli amici Gargani, Cesa, Rotondi, Grassi, Tassone e Paola Binetti con i responsabili di oltre quaranta associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolica, e  degli amici che hanno condiviso “il manifesto Zamagni”, tra i quali, quelli già facenti parte del PD, oggi riuniti nella “Rete bianca”, coordinata dall’amico Lucio D’Ubaldo.

 

Sulle colonne de “ Il domani d’Italia” è aperto il confronto tra queste due aree, con gli amici del “manifesto Zamagni” che continuano a esprimere una pregiudiziale di schieramento nei confronti della Federazione popolare DC, con la riproposizione del loro riferimento degasperiano al “partito di centro che muove verso sinistra”.

 

A parte l’evidente contraddizione di questi amici che, proprio sulla base dell’infelice esperienza vissuta, prima nel PD, hanno deciso di uscire da quel partito, avendo patito sulla propria pelle la condizione di assoluta irrilevanza in quell’ambito, hanno, poi, ricevuto la controprova nelle recenti elezioni regionali emiliano romagnole, come ha immediatamente sottolineato il prof Zamagni, dopo quel voto e l’elezione della nuova giunta Bonaccini, con la sua intervista del 16 Febbraio a “ Il resto del Carlino”-

 

Il prof. Zamagni, dopo quell’infelice esperienza, propone ai cattolici nel 2021 di “correre da soli”. Replicare come fa la redazione de “ Il domani d’Italia” a Zamagni, liquidando quell’intervista come “ uno sconfinamento nell’improvvisazione”, a me pare , sia la conferma semmai della posizione contraddittoria degli amici della rivista.

 

Vorrei fare alcune domande all’amico D’Ubaldo, sperando che ci consentano di chiarire meglio le nostre rispettive posizioni e di aprirci a un confronto che possa favorire il processo di ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale che, credo, sia negli obiettivi reciproci.

 

Con due precedenti note: la “ Lettera agli amici del manifesto Zamagni” del 23 Gennaio scorso, senza risposta, e “Commento a una nota di Lucio D’Ubaldo” del 27 Gennaio correttamente riportata dalla rivista, avevo indicato alcune proposte di programma sulle quali ritenevo e ritengo fosse e sia prioritario confrontarci, prima di anteporre le questioni di schieramento come pregiudiziali, considerato, poi, che su queste, è ben netta la posizione della Federazione popolare di  alternativa alla deriva nazionalista e populista a trazione salviniana-meloniana.

 

Come ho avuto modo di chiarire con l’amico Giorgio Merlo, che nella sua ultima nota pubblicata sulla rivista, sembra riaprire un discorso rivolto soprattutto agli amici del Partito Democratico: “Nessuno di noi é tanto sciocco dal pensare di riproporre la DC ( fatto ovviamente storico compiuto e non riproducibile come un qualsiasi artifatto)  e come ho avuto modo di esprimere più volte, non è un sentimento nostalgico che guida la nostra iniziativa, ma la consapevolezza che tra la deriva nazionalista a dominanza salviniana e una sinistra che ha perduto ogni identità culturale, nell’età della globalizzazione è solo dal popolarismo, ossia da una cultura politica ispirata dalla dottrina sociale della Chiesa, che può venire l’indicazione di valori e principi in grado di offrire una nuova speranza al terzo stato produttivo e ai ceti popolari. Questa è semmai la funzione storica del partito dei cattolici democratici e  cristiano sociali, ossia, proprio quella di aver saputo saldare gli interessi e i valori di questi ceti sociali e popolari.

Mi auguro che anche voi de “ la rete Bianca”, come ho ribadito a Merlo, non vogliate liquidare il nostro tentativo, che pone fine a una lunga e suicida stagione della diaspora DC, a una mera operazione nostalgica di un progetto senza futuro. A partire dalle prossime elezioni regionali e locali noi presenteremo liste unitarie in ciascuna sede interessata e verificheremo con una rinnovata classe dirigente, se esiste ancora uno spazio politico per un partito di centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità.

 

Prima ricostruiamo insieme un centro credibile di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale, espressione della migliore cultura del popolarismo; confrontiamoci sui contenuti di programma sulle tre grandi questioni del nostro tempo: antropologica, ambientale, della sovranità monetaria e popolare e sul nostro modo di restare nell’Unione europea nell’età della globalizzazione ( proposte analiticamente evidenziate nella mia lettera del 23 Gennaio scorso), e dopo, solo dopo, discuteremo di alleanze che si faranno con coloro che considereremo più omogeni ai nostri valori e agli interessi che intendiamo rappresentare.

 

Continuare con la formula pregiudiziale, “vecchia e stantia” del “partito di centro che muove verso sinistra”, non ci aiuta a far passi avanti, nel comune nobile tentativo di riportare il popolarismo sulla scena politica italiana, dopo la lunga, tormentata, disastrosa stagione della diaspora.

 

Ettore Bonalberti

 

Componente del comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC

 

 Venezia, 20 Febbraio 2020

 

 

 

 

GLI ONOREVOLI  GARGANI, CESA, GRASSI, ROTONDI, TASSONE HANNO PARTECIPATO ALLA RIUNIONE DEL 13 FEBBRAIO DELLA FEDERAZIONE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI CHE HA APPROVATO ALL’UNANIMITÀ IL SEGUENTE COMUNICATO:

 

“RINASCE IL CENTRO POLITICO FINE DELLA DIASPORA”

I Partiti e le Associazioni che hanno sottoscritto l’Atto Costitutivo della  “Federazione Popolare dei Democratici Cristiani” si sono riuniti a Roma il per dar vita in maniera concreta ed effettiva ad una fase costituente, consapevoli di essere punto di riferimento culturale e politico per tutti quelli che si ispirano ai valori del popolarismo, italiano ed europeo, e all’umanesimo cristiano. Questa assunzione di comune responsabilità pone fine alla diaspora politica che è seguita alla crisi dei partiti degli anni ‘90 e garantisce un impegno unitario e rinnovato.
A tal fine la Federazione decide di adottare un logo e un simbolo comuni che sarà presentato alla stampa nei prossimi giorni, per essere utilizzato nelle prossime competizioni elettorali ed essere individuato unitariamente in una lista unica con proposte che costituiscono la sintesi delle varie espressioni presenti anche in periferia.
È stato detto e constatato che negli ultimi anni le “estreme“ hanno consenso ma non sono in grado di governare e il “centro“ che ha vocazione di governo è debole, e ha quindi bisogno di essere rafforzato e allargato.  Per questo l’ impegno della federazione è quello di rafforzare questa area centrale invitando tutti quelli che si riconoscono nella  comune linea politica a mettere da parte il personalismo che ha avvilito la politica e far prevalere la collegialità che rappresenta forza culturale e organizzativa.
 È urgente questo nostro impegno perché la crisi sociale come conseguenza anche della crisi economica sta alterando le fondamenta della democrazia e indebolendo l’unità politica e istituzionale del nostro paese, e quindi la cultura popolare rappresenta l’unico argine contro il populismo e l’estremismo di qualunque tendenza

 Per poter caratterizzare e rappresentare ancor più la nostra funzione siamo in attesa di una legge elettorale proporzionale che rispetti il pluralismo e ristabilisca il principio costituzionale della “rappresentanza” e favorisca la crescita di una nuova classe dirigente.

Roma, 14 Febbraio 2020



Commento a una nota di Lucio D’Ubaldo

 

Caro Lucio,

ho letto la tua ultima nota su “ Il Domani d’Italia” e sul sito internet Formiche.net ( “Dove muove il centro?) nella quale, commentando l’intervento di Lillo Mannino al convegno romano della Federazione Popolare dei DC e della Fondazione DC del 18 Gennaio scorso, scrivi: Purtroppo anche il discorso di Mannino può prestare il fianco ad un’ambiguità di fondo: “Ora credo che noi ci si debba rivolgere – ha infatti detto l’ex ministro – al mondo rappresentato dalla Lega per superare la Lega. Questa la funzione di un nuovo Partito popolare”. In realtà è un’affermazione assai sfuggente. Come avverrebbe questo superamento? Con chi e perché? Per tenere la Lega all’opposizione o per farne ex novo, dopo un eventuale suo ridimensionamento, l’alleato irrinunciabile?

 

Presente a quel convegno confesso che, onestamente, non ricordo un passaggio della relazione Mannino come da te citato,  ma, posto che mi fosse sfuggito, non vedo dove stia la contraddizione anche per un partito che, come anche tu continui a richiamare dovrà essere in linea con la tradizione degasperiana di “ un partito di centro che guarda a sinistra”.

 

Ti ricordo che la Federazione popolare dei DC nel patto federativo, condiviso anche da Mannino, ha scritto: i firmatari “ ritengono che nel ricordo di un monito a tutti noto di Alcide De Gasperi “ solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“, si debba con urgenza costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali”.

 

A me pare che continuare a ricercare un distinguo tra voi e noi, discendenti dalla stessa tradizione DC, poiché condividiamo la stessa premessa di alternatività alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana, non serva a promuovere quella ricomposizione politica che la nostra area cattolico  democratica e cristiano sociale richiede. Tanto più in una fase come quella che si sta mostrando, dopo il voto di domenica scorsa in Emilia e in Calabria, nel quale si sta riconfermando una tendenza al bipolarismo, sempre più rappresentato dal prevalere dei due maggiori partiti quali il PD e la Lega salviniana.

 

Un bipolarismo che potrebbe far coincidere l’interesse del PD e della Lega ad abbandonare la scelta per il sistema elettorale proporzionale e a optare per un ritorno al mattarellum o alla conservazione dello stesso rosatellum. Una scelta che, se avvenisse, costringerebbe tutti a una inevitabile decisione: di qua col PD o di là con la Lega, tertium non datur. Una scelta obbligata non solo per un eventuale partito unitario dei popolari,  ma anche per gli spezzoni ex PD di Renzi e Calenda.

 

Sarebbe una situazione quanto meno “stravagante”, non credi?, specie per chi come voi, amici della Rete Bianca, avete da poco compiuto la scelta di uscire dal PD per le diverse ragioni addotte e riconducibili alle difficoltà sin qui riscontrate per una permanenza non effimera o ancillare in quel partito.

 

Quanto alle alleanze, stante la premessa che anche noi della Federazione popolare abbiamo condiviso e da me su riportata, credo che le conseguenze sarebbero quelle che vi ho già ampiamente esposte nella mia recente lettera, alla quale non ho ricevuto sin qui riscontro.

 

Faccio riferimento a quella lettera nella quale ho avanzato diverse proposte di natura programmatica, convinto come sono che, al di là e prima ancora del sistema delle alleanze, il nostro confronto dovrebbe svilupparsi sulle tre  grandi questioni urgenti della politica interna e internazionale:

 

1)  la questione antropologica;

2)  la questione ambientale;

3) la questione della sovranità monetaria e della sovranità popolare e il nostro modo di

restare nell’Unione europea nell’età della globalizzazione .

 

Questo dovrebbe essere il terreno su cui incontrarci per tentare di costruire un nuovo soggetto politico di ispirazione cattolico democratica, popolare e cristiano sociale capace di farci uscire dall’irrilevanza nella quale siamo finiti, dopo la lunga stagione della diaspora ex DC.

 

Noi della Federazione popolare siamo pronti e attendiamo fiduciosamente una vostra risposta: chiara sul piano delle alleanze e costruttiva su quello dei contenuti.

 

Un caro saluto

Ettore Bonalberti

Direzione nazionale DC

Comitato provvisorio Federazione popolare dei DC

Venezia, 27 Gennaio 2020

 

 

 

 

 

Lettera agli amici del “ manifesto Zamagni”

 

Il dialogo apertosi con l’amico Giorgio Merlo de “ La rete Bianca” con gli ultimi due interventi su “ Il Domani d’Italia”, ci permette di sviluppare un confronto a più ampio raggio tra chi, come me, partecipa al progetto della Federazione popolare dei DC e gli amici che hanno sottoscritto il “ manifesto Zamagni”.

 

Vorrei che facessimo nostro il messaggio inviato da Papa Francesco al cardinale Peter K.A. Turkson: “ Dialogare è difficile, bisogna essere pronti a dare e anche a ricevere, a non partire dal presupposto che l’altro sbaglia ma, a partire dalle nostre differenze, cercare, senza negoziare, il bene di tutti e, trovato infine un accordo, mantenerlo fermamente”-

 

Ho letto attentamente il nostro patto federativo e il manifesto Zamagni e sono convinto che non esistono motivi di scontro o di contrapposizione tra di noi. Proveniamo tutti dalla stessa esperienza politico della DC storica, nella quale il momento di divisione e più serio scontro fu quello che divise i “ preambolisti” dell’accordo con i socialisti, come noi di Forze Nuove, e gli anti preambolisti, per il confronto e l’alleanza con il PCI, dell’area ZAC. Una divisione che si è protratta oltre la fine politica della DC (1994) e che, temo, permanga in qualcuno di noi.

 

Giorgio Merlo, compagno di molte battaglie forzanoviste, sino alla divisione lacerante sul tema di cui sopra, torna sul concetto degasperiano di “un partito di centro che guarda a sinistra”, che, onestamente, rischia, di essere fuorviante nella stagione politica che stiamo vivendo.

 

Non esistono più le condizioni al tempo del preambolo ed è netta la scelta fatta anche dalla Federazione Popolare dei DC di “alternativa alla deriva nazionalista e populista a dominanza salvinian-meloniana”. A me sembra che sia questo il presupposto strategico che ci può unire, ma, aggiungo, che, con il sistema elettorale proporzionale, che sembra sarà adottato, sia del tutto fuori luogo discutere sulle alleanze, prima ancora di esserci confrontati sui contenuti di un possibile programma di governo per il partito dei cattolici democratici e cristiano sociali.

 

Come ho scritto nel mio precedente articolo, prima impegniamoci alla costruzione del partito che non potrà che essere un partito di centro, democratico, popolare, riformista, europeista, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla deriva nazionalista di destra, poi, e solo dopo, concordato il programma, affronteremo il tema delle alleanze che, data la premessa strategica condivisa, si svilupperà con le forze riformatrici che intendono con noi attuare la principale delle riforme: la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione. Per far questo, però, è indispensabile confrontarci sul piano programmatico.

 

Al riguardo mi permetto inviarvi alcune note di programma che ho redatto per gli amici della Federazione popolare dei DC e che mi auguro possano costituire elementi utili a un confronto costruttivo tra di noi. Mi dispiace per la prolissità della proposta, ma, credo, sia opportuno confrontarci a tutto campo.

 

Tre sono le questioni rilevanti del nostro tempo:

1)   la questione antropologica

2)   la questione ambientale

3)   la questione della sovranità monetaria e della sovranità popolare e il nostro modo di restare nell’Unione europea nell’età della globalizzazione

 

Quattro i capisaldi di programma: la difesa della persona e della  famiglia e dei “valori non negoziabili”, la garanzia della sanità efficiente, la salvaguardia delle pensioni e del risparmio familiare. A essi vanno aggiunti: la sicurezza e il riconoscimento del valore delle autonomie locali, precondizioni indispensabili per superare  le due grandi fratture determinatesi nel Paese: quella territoriale tra Nord e Sud  e quella generazionale, che costituiscono i fattori di rischio per la stessa  unità dell’Italia.

 

Per ridare fiducia al 50% degli elettori renitenti al voto si deve ricomporre la saldatura tra classi popolari e ceti medi produttivi, che è stata distrutta da una politica subordinata agli interessi dei poteri finanziari dominanti, di cui il trasformismo politico attuale è indiretta e colpevole espressione.

 

Sulla questione antropologica intendiamo riaffermare nella fedeltà alla dottrina sociale cristiana ( dall’Humanae Vitae di san Paolo VI in poi)  il valore della persona umana dal concepimento alla morte naturale e l’inseparabilità dei principi non negoziabili in materia di aborto, fecondazione artificiale, fine vita, convinti come siamo da cattolici che vita e famiglia sono indissolubilmente legati: simul stabunt, simul cadent.

 

Su quella ambientale siamo impegnati a tradurre nella “città dell’uomo” le indicazioni pastorali della “ Laudato SI”  nella consapevolezza che: cambiamenti climatici, perdita biodiversità, crisi economica, stanno determinando il futuro dell’umanità, dopo la crescita. La crisi in corso imporrà cambiamenti alle nostre vite. Molte cose saranno necessarie per adattarsi e preparare un futuro vivibile, ma tutto sarà inutile, se non saremo capaci di salvaguardare il funzionamento della biosfera. Anche la lotta al cambiamento climatico non può prescindere dalla protezione della biosfera, un campo in cui anche azioni di livello locale e nazionale, possono dare risultati rapidi e consistenti. Una civiltà senza petrolio è difficile, ma senza biodiversità, fertilità e acqua dolce, la stessa vita umana è impossibile.

 

Il nostro impegno sarà di attivare politiche tese a ribaltare l’idea di un’Italia “ paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”, proponendo una grande piano nazionale di difesa idrogeologica capace di coinvolgere tecnici  e ditte specializzate, giovani e anziani, servizi territoriali di protezione civile a salvaguardia della montagna, delle foreste, delle nostre coste.

 

Premessa indispensabile del nostro documento di programma è il testo del patto/statuto costitutivo della Federazione Popolare dei DC che riportiamo integralmente:

 

I sottoscritti

 

consapevoli della particolare situazione politica che attraversa il paese dopo la costituzione di un governo di emergenza tra due gruppi politici non omogenei il PD e cinque stelle e della esigenza di superare il “nazionalismo” e l’antieuropeismo che si erano affermati dopo le elezioni del 2018;

 consapevoli che la scomposizione dell’ attuale assetto politico possa portare alla costituzione di nuovi soggetti politici capaci di superare le incertezze e le patologie che abbiamo patito in questi anni;

consapevoli che la novità in Italia e in altri paesi europei vi è la presenza di una destra eversiva e xenofoba che si è sviluppata per la crisi del centro e della sinistra;

 consapevoli che per queste ragioni è urgente superare le attuali formazioni politiche che si richiamano alle posizioni di centro politico per una nuova aggregazione e quindi un nuovo soggetto politico

 

RITENGONO

che nel ricordo di un monito a tutti noto di Alcide De Gasperi “ solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“, si debba con urgenza costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali;

invitano tutti coloro che si riconoscono in questi principi e in questi valori ad aderire al costituendo “Polo di Centro” per dar vita con urgenza ad un patto federativo e per seguire una comune linea politica che sarà indicata dagli organi della federazione;

propongono di avviare un processo culturale di coinvolgimento territoriale, che abbia come obiettivo rendere possibile la formazione di una grande area, ricca che si faccia carico di esperienze e tradizioni diverse e che condivida l'urgenza di partecipare alla competizione politica; pertanto si impegnano, sin da subito , a cercare le opportune intese, da proporre già alle prossime elezioni comunali, provinciali e regionali.

propongono che le associazioni e i partiti politici, che aderiscono alla federazione, possano conservare per intanto la loro attuale individualità giuridica e politica, restando vincolati dal comune impegno a rispettare le norme contenute nel patto federativo e da quelle che saranno approvate dai costituenti organi della Federazione;

propongono che le singole associazioni e singoli partiti politici siano rappresentati, all’interno della federazione, dai propri segretari politici e responsabili delle associazioni, o loro delegati, capaci di esprimere, in seno all’organismo comune, la volontà del proprio gruppo;

propongono in occasione della prima riunione del consiglio della federazione, che i singoli aderenti esprimano la loro proposta per la formazione di un simbolo unitario da adottare a maggioranza qualificata e da presentare alle prossime elezioni comunali regionali e nazionali nel quale tutti si possano riconoscere;

auspicano che venga approvata una legge elettorale proporzionale unica legge democratica, che chiuderebbe la lunga fase di transizione che ebbe inizio negli anni 90 con la legge cosiddetta “mattarellum”, e che oggi impone di ridare identità ai gruppi politici e protagonismo all’elettore.

 

UN PROGETTO DI VALORI

Il nostro progetto nasce su cinque punti che devono essere i caposaldi del programma e delle azioni che andremo a proporre, condividere e a compiere sul territorio :

1.     La nostra Costituzione repubblicana, carta di principi e di valori da salvaguardare con fedeltà, non chiusi aprioristicamente a ogni eventuale possibilità di affinamento, ma lontani da quella frenesia inconsulta che ha portato a rivedere negli anni recenti il suo Titolo V, con una superficialità che testimonia, accanto a intenzioni illusorie, l’inadeguatezza di una classe politica incapace di cogliere la grandezza dei padri costituenti e di custodirla migliorandola: anche attraverso una nuova fase costituente che, riteniamo necessaria per adeguare la sua seconda parte ai profondi cambiamenti intervenuti sul piano istituzionale europeo e nazionale, ribadendo le motivazioni che abbiamo sostenuto nell’azione del comitato dei Popolari per il NO nel referendum contro la “deforma costituzionale renziana”.

2. Uno Stato snello e partecipato, efficiente sul piano nazionale, arricchito da autonomie territoriali in chiave di sussidiarietà e non di dissociazione pseudofederalista; garantito da un inter controllo democratico senza retoriche di
autonomismo fine a se stesso, spesso corrotto non meno di quanto esso stesso
abbia rimproverato allo Stato centrale; e, quasi sempre, colpevolmente incapace di utilizzare persino le cospicue risorse economiche messe a sua disposizione
dall’Europa.

3. La valorizzazione permanente e dinamica dell’immenso patrimonio culturale e
ambientale affidatole dai padri e dalla Provvidenza: almeno la metà dei beni culturali di cui l’umanità dispone è incredibilmente concentrata nel nostro Paese, e questo solo fatto costituisce per noi “una missione nella missione” e quasi una vocazione profetica.

4. Una cura gelosa della culla in cui nascono e si formano le nuove generazioni, cioè la famiglia, attraverso la dedizione di uno Stato solerte nel favorirne solidità e serenità, soprattutto con gli strumenti propri della sua missione formativa, dell’attivo supporto alle generazioni che declinano, affinché tale fisiologico crepuscolo non diventi mai emarginazione né accantoni il tesoro della esperienza che si trasmette; uno Stato che sappia garantire la sicurezza di un lavoro dignitoso per tutte le persone che raggiungono l’età adulta e si apprestano ad assumere, della famiglia, la responsabilità più diretta.

5. Il governo sagace di un’ economia che ha oggettivamente potenzialità enormi,
e che anche nella presente crisi conferma di possedere nella creatività dei singoli e
nel tessuto della piccola e media impresa la sua linfa più vitale.

Con quali linee di orientamento pensiamo sia articolabile un simile progetto?

Realizzare le riforme se servono e in quanto servono, ma non le adoriamo come idoli, e le sottoponiamo costantemente a verifica perché restino effettivamente al servizio dei valori che le ispirano.
Preferiamo parlare piuttosto di “gestione evolutiva” trasparente e condivisa, capace cioè di governare dinamicamente le esigenze di miglioramento permanente delle cose, senza rinviare ai tempi spesso deresponsabilizzanti di maturazione delle “riforme”: queste, quando davvero occorrono, devono essere consapevoli, ponderate, impegnative di coerente attuazione, e non mito autoreferenziale.

Vogliamo, un partito giuridicamente riconosciuto, persona giuridica e perciò sottoposto a controllo pubblico nella sua trasparenza di gestione. In realtà i partiti politici operanti oggi hanno, via via, ignorato questo spirito costituzionale per accentuare invece elementi crescenti di chiusura oligarchica, ben poco democratica e partecipativa. Contro le forme attuali degenerative di partiti etero guidati affermiamo la necessità della non più rinviabile attuazione dell’art.49 della Costituzione da sollecitare con una forte iniziativa popolare.

Le ombre della corruzione e del clientelismo, quasi i partiti stessi e i loro uomini fossero appunto fini e non mezzi, hanno realizzato, da ultimo, quel nefasto distacco dei cittadini dalla politica che oggi enfatizza la sua gravità attraverso una legge elettorale che chiude del tutto i partiti dentro se stessi quali forme autoreferenziali di gestione del potere.

Con quale metodo pensiamo dunque di lavorare?

I punti di partenza per noi sono certi: la Costituzione, la cittadinanza, la persona.

IL FONDAMENTO DEL LAVORO - LA DIGNITA’ DELL’IMPRESA - LA SOLIDARIETA’ DELL’ECONOMIA

Subito dopo la cittadinanza, è il lavoro a costituire prioritario fondamento della
repubblica. Tale lo definisce la carta costituzionale, e si riferisce al lavoro in tutte le sue forme, dipendente o autonomo o imprenditoriale che sia, manuale o intellettuale. Non sono invece fondamento della repubblica la rendita, né l’attività speculativa. Siamo qui in un campo che, fin dal medioevo, la Chiesa ha chiarissimamente presente. La pura rendita e la pura speculazione sono un male, sono illecite moralmente, e per noi questo principio comporta conseguenze coerenti sul piano delle politiche attive, anche di redistribuzione reddituale e, ad esempio, di carico fiscale.
La ricchezza nazionale resta essenzialmente frutto del lavoro e il lavoro, diritto e
dovere dell’uomo, è, per la Democrazia Cristiana, oggetto privilegiato di ogni politica economica. Per tale motivo un punto caratterizzante il nostro “progetto per l’Italia” non può non essere costituito dalla revisione dell’istituto del collocamento, che ci pare da trasformare in istituto dell’accompagnamento attivo nel lavoro.
Né vuol dire, questo, che il mercato del lavoro debba essere governato dal solo collocamento pubblico; tutt’altro: esso si accompagna liberamente al movimento spontaneo della domanda e della offerta che sul mercato si confrontano: il collocamento pubblico opera invece, attivamente, su richiesta dei singoli lavoratori che vogliano ricorrervi. Il fatto è che non c’è dignità della persona se non viene attuato per essa il diritto a un lavoro riconosciuto, remunerato e produttivo.
Vi è un ulteriore profilo di giustizia distributiva, e alla fine anche di efficienza
economica, che non ci sembra più possibile trascurare. Una visione distorta del libero mercato, storicamente prevalente in tutto il mondo, riguarda la totale inesistenza di limiti alle più atroci disparità reddituali generate all’interno delle stesse imprese.
Prevalgono anche in Italia, sia pure in dimensioni complessivamente meno abnormi, parametri esasperati fino all’iniquità, e assolutamente ingiustificabili da tutti i punti di vista, compresa una reale efficienza economica di lungo andare delle imprese medesime e del sistema.
Noi non assumeremo come nostro programma l’idea, che pure ci viene da uno dei massimi maestri di economia dell’impresa efficiente e a un tempo equa, e cioè Adriano Olivetti, laddove affermava che tra lui, massimo vertice della sua azienda, e l’ultimo dei suoi operai, il divario di reddito equo reputava essere da uno a cinque. Nel mondo assistiamo a rapporti inconcepibili, persino di uno a quattrocento e oltre, e in Italia non mancano forbici di uno a cinquanta e oltre, ci sentiamo in mezzo a una situazione alla lunga insostenibile, per la quale assumiamo un duplice chiaro riferimento: da un lato il principio che i parametri retributivi siano parte di una politica trasparente e perciò siano noti pubblicamente; dall’altro che venga, con gradualità, ma con inizio immediato, stabilito un primo limite: ad esempio, che non possa essere superata la forbice di uno a venticinque.
Costruire un’ economia sociale e civile di mercato che passo dopo passo, anno dopo anno, sarà in grado di creare le condizioni di serenità per calibrare con il consenso sociale più ampio la misura equa, senza mai far pensare che puntiamo a logiche di egualitarismo puro e semplice. Si evidenzia che stiamo parlando di reddito personale, non di reddito d’impresa,
sul quale andranno invece considerate con intelligente accortezza le dimensioni legate alle  esigenze di espansione e innovazione più proprie della impresa stessa, che del resto sono benedette per tutti: lavoratori ed azionisti, persone e comunità. In particolare attraverso una riduzione dell’attuale pressione tributaria per abbattere il cuneo fiscale e stimolare ricerca e investimenti.

La Democrazia Cristiana unita è comunque contraria, nello stesso tempo e per lo stesso
spirito, anche a forme di garanzia del reddito che siano scisse da una corrispondente responsabilità di lavoro produttivo. Non cassa integrazione, dunque, e neanche gli istituti innovativi definiti in tal senso dal “reddito di cittadinanza”, ma piuttosto lavori utili in logica sostanzialmente e modernamente keynesiana, si intendono per lavori utili gli investimenti in tutto ciò che possa essere bene comune effettivo.
Nulla dunque ha da vedere, tutto questo approccio, con forme di assistenzialismo, verso le quali nutriamo sostanziali dubbi tutte le volte che esse vogliano supplire a una politica di giusta reciprocità fra cittadino e comunità. La dignità del lavoro, espressione di una sostanziale parità nella cittadinanza responsabile, potrà in tal modo accompagnarsi anche con una sostanziale parità di condizione fiscale e previdenziale senza distinzioni fra categorie: come senza distinzioni ci pare debba essere, in linea di tendenza, il diritto ad accedere a tutto il campo del lavoro, compreso quello delle libere professioni, attraverso meccanismi semplificati e trasparenti rispetto a prassi ancora piuttosto chiuse e per alcuni aspetti vetuste.
Certo è comunque l’impresa che, per la consistenza oggettiva della sua dimensione produttrice di ricchezza complessiva, resta il soggetto centrale per l’ elaborazione di una attiva politica del lavoro. Inestimabile valore di una economia dinamica e partecipata, l’impresa deve essere, in questo senso, non solo protetta ma sostenuta e incentivata nel suo naturale impulso di sviluppo. Punto cardine di una tale politica ci sembra lo snellimento della burocrazia relativa alle autorizzazioni e ai controlli.
Se questo è il lato normativo-burocratico della vita d’impresa, sul versante economico ve n’è uno non meno pregnante: l’impresa si sostiene e cresce con il duplice strumento dell’auto investimento e del credito bancario, come è noto. Anche sulla politica creditizia finalizzata allo sviluppo d’impresa vi è un particolare elemento centrale nella cultura democratico-cristiana, che mentre non può, secondo noi, essere trascurato: è quello costituito dalla idea del risparmio collettivo (dei lavoratori ma anche degli utenti).
Come è evidente dalle riflessioni che stiamo dipanando, non possiamo nascondere
il nostro interesse privilegiato per la diffusione di politiche favorevoli ai modelli di partecipazione dei lavoratori nell’impresa, conformemente alla costante tradizione, ancora una volta, della Dottrina Sociale della Chiesa, ma anche a tantissime esperienze consolidate nei paesi più avanzati d’Europa, e al dettato dell’articolo 46 della nostra Costituzione.
A tale riconoscimento del fattore lavoro fa riscontro il dovere ugualmente stringente del lavoratore, di adempiere con senso di responsabilità il proprio ruolo produttivo. Ed è evidente, in questo quadro, come anche l’esperienza sindacale costituisca un valore imprescindibile delle politiche del lavoro, quando naturalmente si tratti di sindacalismo libero e pluralistico, come quello realizzatosi tipicamente nella esperienza della Cisl italiana e ormai caratteristico di tutto il nostro sindacalismo confederale.
E’ questa dinamica che consente alla legge stessa di farsi carico con maggiore competenza di quella garanzia di reddito vitale di dignità per ogni cittadino e per ogni famiglia, che è da sempre nelle nostre aspirazioni. Non si tratta

di una richiesta avulsa dalle condizioni concrete della ricchezza prodotta dal Paese: nessun paese può infatti
distribuire più ricchezza di quella che produce. Si tratta invece di un’azione costantemente attenta a calibrare il triplice contestuale strumento della politica occupazionale, della forbice massima fra redditi di lavoro, della partecipazione dei lavoratori dell’impresa.

Vissuta con tale orizzonte, l’economia complessiva è veramente “amministrazione
della casa comune” finalizzata al “bene comune”: che del resto può assumere diversificate gerarchie in funzione della natura di ogni singolo bene e di ogni singola persona. Vi sono ad esempio dei beni la cui natura appare anche al buon senso come collettiva o pubblica e perciò dotata di una legittima aspettativa di fruizione sostanzialmente paritaria da parte dei cittadini: tali sono ad esempio l’acqua, l’ambiente, la sicurezza. Tali beni sono essenziali e primari per la qualità della vita e per essi la presenza della mano pubblica, sia essa quella dello Stato o quella degli enti intermedi, non può non essere diversa da quella riservata a tutti gli altri beni, lasciati all’autoregolazione semplice del mercato.
Questa parola, chiara e ferma, ci è doverosa per il ristabilimento di una visione che
è stata resa ambigua e infine controproducente da una tendenza superficiale di questi lunghi venti anni e oltre, favorevole a una semplicistica linea di privatizzazioni, condotta con indiscriminatezza pari a quella che a suo tempo aveva presieduto agli eccessi opposti delle statalizzazioni, o regionalizzazioni, o municipalizzazioni.
Il concetto che dobbiamo piuttosto avere sempre presente è quello della distinzione chiara fra privatizzazione e liberalizzazione: quando si tratta di beni primari liberalizzare è tendenzialmente un bene, privatizzare è tendenzialmente un male. La liberalizzazione salvaguarda e stimola anche l’intervento privato, la semplice privatizzazione può tendere a generare monopoli a fini di lucro, tanto più negativi quanto più riguardino beni appunto essenziali e primari per la dignità della persona.

ISTITUZIONI: LO STATO SNELLO PER LA PARTECIPAZIONE SOCIALE

Oggi è essenziale sul piano burocratico che il concetto di “Stato snello” compia passi coraggiosi. E’ infatti valutazione condivisa senza incertezze che il nostro apparato- Stato abbia raggiunto una dimensione elefantiaca fonte a un tempo di sprechi e di inefficienze in alcuni casi intollerabili.

La ragione profonda che presiede a queste considerazioni è semplicemente, ancora
una volta, quella che concepisce lo Stato come la organizzazione con la missione di servire la persona e la comunità ai fini della loro crescente autorealizzazione (art. 2 della Costituzione). Ed è questa chiave interpretativa che illumina anche le politiche relative alle articolazioni intermedie non territoriali attraverso le quali si svolge la vita sociale. Per questo  la Dc tutela la costituzione e la partecipazione dei cittadini a forme associative e imprenditive nel campo del lavoro come nei campi della cultura, dei servizi, delle iniziative di cittadinanza, delle tutele dei diritti, e così via: con l’obiettivo di realizzare quel vivace reticolo di vita sociale che possa andare a coprire la più vasta area possibile della domanda di servizi avanzata dai cittadini in questi settori. È nella cultura personalistica e comunitaria, connaturata con la storia del nostro partito, l’incoraggiamento attivo di quel “terzo settore”, che può costituire la grande “infrastruttura sociale” nella quale possono trovare risposta meno burocratica e più densa di motivazioni e calore umano le domande e i bisogni meno considerati e protetti dalle istituzioni.
Un approccio solidaristico che si esplicita anche in senso geopolitico, con l’Europa che resta un riferimento che ci aiuta a tenere largo ed aperto l’orizzonte, ed anche un forte laboratorio di buone pratiche. Un’Europa che oggi pone la necessità di un ritorno allo spirito dei suoi padri fondatori, affinché sia di nuovo, innanzitutto, un ideale di fraternità con l’economia che segue. Un approccio globale e solidaristico l’Europa deve rivolgere anche verso il Mediterraneo . Il mare delle tre religioni monoteiste, civiltà antiche che, intersecandosi, e non ignorandosi, hanno dato al mondo gran parte della civiltà che oggi lo unisce.

PASSATO, PRESENTE, FUTURO: IL POPOLARISMO CHE VIVE

Le considerazioni svolte sollecitano la politica, i partiti ad una tensione morale e
culturale superiore a quella attuale, e che possa alimentare anche le loro modalità interne di organizzazione e di democrazia partecipativa.
Anche il problema del finanziamento dei partiti si pone ormai con evidente urgenza morale. Nacque nel cuore degli anni 1970 con l’obiettivo dichiarato di consentire ai partiti di “non essere costretti a farsi corrompere”, come si disse allora. L’intenzione era buona, ma l’esito non fu felice ed è venuto peggiorando nel tempo.
E’ saggio tornare al puro e semplice sistema di “nessun finanziamento” che deriva dall’ esborso di denaro pubblico, ma si deve assicurare una normativa semplice, trasparente e facilitata, attraverso la quale ogni cittadino possa liberamente partecipare al finanziamento del partito nel cui programma si riconosce.


Sul tema dell’immigrazione che ha costituito uno degli elementi su cui si è consolidata la deriva nazionalista la nostra posizione da assumere è quella indicata lucidamente dall’amico Natale Forlani, ex segretario CISL:

Manifesto per una buona politica per l’immigrazione

 

LA NOSTRA NAZIONE E’ DIVENTATA UN  GRANDE PAESE DI ACCOGLIENZA DEGLI IMMIGRATI

 

Nel corso dei venti anni recenti l’ Italia , superando  i  5 mln di immigrati residenti , è diventato il terzo paese per numero di cittadini di origine straniera accolti nell’ambito delle nazioni aderenti alla Unione Europea.

Una popolazione composita  , distribuita su numerosissime comunità di origine con caratteristiche eterogenee  per estrazione : linguistica , culturale e religiosa .  Frutto  di una crescita rapida ,  concentrata soprattutto negli anni 2000 , e che si sta incrementando anche  in ragione  del consolidamento territoriale delle singole comunità di origine,   e dei nuclei familiari di appartenenza , e per effetto di una forte natalità e delle  ricongiunzioni familiari .

NEL MERCATO DEL LAVORO ITALIANO

Gli immigrati rappresentano circa il 12% della popolazione attiva , l’ 11% di quella occupata  , il 15% di quella in cerca di lavoro .

 Sono in larghissima parte ,  circa il 90%,  lavoratori  dipendenti   impiegati in lavori manuali ed esecutivi , territorialmente concentrati nel nord e  nel centro Italia , con un peso rilevante  nel lavoro domestico , nelle costruzioni ,  nell’agricoltura  e assai  significativo nell’industria manifatturiera  nei settori  alberghiero e della ristorazione  ,   nelle fasce più giovani della popolazione attiva , con una particolare incidenza in quella degli  under 30.

La crescita della occupazione immigrata , che ha superato la cifra dei 2,4 milioni di unità lavorative ( distinte in circa 1,6 mln di extracomunitari  e 800 ml comunitari ) è stata costante anche durante gli  anni della crisi economica  compensando , in modo significativo , la rilevante perdita di occupati italiani.

Secondo le stime dell’ Istat,  tra il 2007 e il 2014  , a fronte di una diminuzione  di circa 1,5 mln di occupati autoctoni , il numero degli immigrati occupati si è incrementato di oltre 850 ml unità. Un fortissimo contributo alla crescita dell’occupazione immigrata è stato offerto dalla libera circolazione dei lavoratori neo comunitari, in particolare quella per i lavoratori rumeni , e dall ‘aumento dell’occupazione femminile nel settore dei servizi per le famiglie. 

Nel contempo è aumentato  sensibilmente anche  il numero degli immigrati cerca di lavoro , che ha raggiunto il picco delle 450ml unità , e quello delle persone inattive , attualmente stimate in 1,2 mln di persone  come conseguenza  del  rilevante incremento della popolazione residente ( circa il 40% ) , e di quella in età di lavoro, nel periodo preso in considerazione ,  per effetto di nuove nascite e di ricongiunzioni familiari  e per via del contributo significativo offerto dall incremento dei cittadini neo comunitari favoriti dal regime di libera circolazione .

La crescita concomitante della occupazione , della disoccupazione e della inattività degli immigrati in Italia , rappresenta un caso unico nel panorama dei grandi paesi di accoglienza europei.

 Come diretta conseguenza, il tasso di occupazione è diminuito di oltre il 10%  per la componente dei cittadini extracomunitari , e del  7% per quella dei neo  comunitari.

Nonostante la significativa ripresa dell’occupazione avvenuta nei tre anni recenti , alimentata soprattutto dalla crescita degli occupati italiani , la crisi economica ha prodotto effetti negativi   sui salari dei lavoratori immigrati ,  e sul reddito delle famiglie di riferimento . La media dei salari è diminuita  del 20% .  L’ incidenza dei nuclei familiari senza redditi da lavoro o da pensione ,sul totale dei gruppi di riferimento,  è di entità doppia  rispetto a quella dei nuclei familiari composti da italiani (  14 % rispetto al 7% )  con punte  superiori al 20% per le comunità di origine tunisina , marocchina , pakistana e egiziana.

ABBIAMO BISOGNO  DI PIU’ IMMIGRATI ?

Molte fonti , anche autorevoli , sostengono l’esigenza di programmare annualmente un flusso d’ingresso di nuovi immigrati    per la doppia finalità  di rigenerare la popolazione attiva italiana , destinata a comprimersi per via dell’invecchiamento della popolazione e della diminuzione delle nascite , e  per rendere sostenibile  ,con la crescita degli occupati immigrati , il finanziamento delle prestazioni sociali ,a partire da quelle pensionistiche .

La decrescita demografica , e il contributo degli occupati di origine straniera al finanziamento delle prestazioni sociali sono elementi oggettivi della realtà italiana  .

 Ma  i dati disponibili , quelli  relativi alle tendenze del mercato del  lavoro e del reddito degli immigrati, e quelli forniti dall’osservatorio statistico dell’Inps  , che palesano  una concentrazione dei  contribuenti nelle fasce  esenti dal prelievo fiscale e nei settori a bassa contribuzione previdenziale ,  mettono in evidenza un drammatico problema di sostenibilità della immigrazione residente  ed ,  in particolare,  di quella di origine extra comunitaria .

Nonostante la ripresa dell’economia  e dell’occupazione  , rimane l’esigenza di riassorbire un bacino di circa 3 mln di disoccupati ,  tra i quali vengono ricompresi circa   430 ml immigrati  e buona parte dei 2, 4 mln di giovani che non studiano e non lavorano , composto in prevalenza da persone con bassa qualificazione .

Giova ricordare che il tasso di occupazione della popolazione italiana, attualmente al 58%, è assai distante dalle medie europee e lontano dal garantire livelli di sostenibilità per il sistema delle prestazioni sociali.

Pur ritenendo fondata la relazione esistente tra la crescita degli occupati immigrati e la scarsa propensione dei giovani italiani a svolgere determinate mansioni , risulta altrettanto difficile negare come la crescita di una popolazione scarsamente remunerata  , e che  in molti ambiti settoriali e territoriali sconfina con il lavoro sommerso  , finisca essa stessa per ostacolare una rivalutazione del lavoro manuale e un cambiamento delle aspettative delle persone in cerca di lavoro. 

Queste  dinamiche   contributo in modo significativo  alla bassa crescita dei  salari e dei livelli di produttività che caratterizza l’economia italiana .

 

I NUOVI FLUSSI D’INGRESSO DI  MIGRANTI   IRREGOLARI  :  FENOMENO STRUTTURALE  O IL  PRODOTTO DI POLITICHE INADEGUATE  ?

Dal secondo semestre 2014 ha preso corpo un sistematico flusso di ingresso di immigrati irregolari in Italia proveniente , in grande prevalenza , dal territorio libico .

La natura di questi flussi migratori  ,  rimane costantemente caratterizzata da una grande prevalenza di emigranti per motivi economici ,provenienti in grande prevalenza dai paesi del centro africa e del sud sahara ,   e che ,da una narrazione di parte , viene erroneamente identificata con i profughi in fuga da conflitti bellici .

Un flusso di  migranti irregolari   in buona parte  non identificati   e che ,  soprattutto nel corso del 2014 e 2015 , sono  rifluiti , verso altre nazioni del centro nord  Europa . 

I numeri , più delle parole , danno evidenza della quantità e della qualità del fenomeno : oltre 550 ml persone sbarcate nel territorio italiani , di cui solo 170 ml presenti nelle strutture di accoglienza , circa 200 ml domande di asilo .  Tra quelle che hanno ottenuto un riscontro dalle commissioni di esame ,  solo meno del 10% ha ottenuto tale riconoscimento . Un ulteriore 30% hanno ricevuto un  permesso per motivi umanitari o di protezione sussidiaria   , mentre il  60% sono state  respinte  per totale insussistenza di requisiti di protezione internazionale .

La scelta di effettuare a ridosso delle acque territoriali libiche le operazioni di salvataggio in mare , operata dal governo in carica nella seconda parte del 2014, ha oggettivamente favorito la crescita   di una rilevante bolla di emigranti per motivi economici nel territorio libico , senza peraltro ridurre il numero dei  decessi in mare  . Per i trafficanti di uomini era  diventata una consuetudine  caricare numeri abnormi di persone in modo improvvisato e su mezzi sempre meno adeguati.

 I ritardi delle Istituzioni Europee in materia di politiche per l’immigrazione  , legati alle indisponibilità di alcuni paesi a farsi carico delle nuove emergenze sono evidenti  .  Ma , altrettanto , è difficile negare che la distanza tra la rappresentazione  dei fenomeni , offerta anche dalle nostre  Autorità di governo, e le dinamiche reali  ,  abbia seriamente compromesso la credibilità e  l’autorevolezza delle proposte italiane .

Nonostante il  cambiamento di approccio culturale e politico  , operato dal governo in carica , Italia si ritrova ad aver cumulato una notevole mole di ritardi , di approccio culturale , nella revisione delle procedure di identificazione e espulsione , nelle modalità di gestione dell’accoglienza e di integrazione dei migranti  che hanno ottenuto il permesso di soggiorno per motivi di protezione internazionale , sul versante degli accordi internazionali  con i paesi di origine dei migranti .

Questi ritardi hanno  riflessi  economici  e sociali che vanno ben oltre i costi dedicati alla accoglienza dei migranti irregolari .  Essi sono visibili nel degrado delle periferie urbane laddove si concentrano nuclei di immigrati con e senza permesso di soggiorno , nell’aumento del lavoro sommerso , nella crescente concorrenza nell’accesso alle misure assistenziali , che sono dotate di risorse limitate e che , con tutta probabilità , arriverà al culmine nell’occasione della emanazione dei bandi per l’accesso alle prestazioni economiche rivolte al contrasto della povertà.

 

AIUTARLI A CASA LORO ?  MOLTI ITALIANI LO STANNO GIA’ FACENDO

Nel mentre si è aperto uno stucchevole dibattito politico sulla opportunità di aiutare le popolazioni nei paesi poveri , o in via di sviluppo,  nell’ambito di uno scambio con i paesi di origine dei migranti che preveda un  reciproco controllo sugli esodi irregolari.

In una parte significativa del ceto politico, la migrazione viene letta come fenomeno ineluttabile e come via privilegiata per contrastare l ‘impoverimento delle popolazioni  , per attenuare gli effetti dell’incremento demografico del continente africano , e compensare quelli legati all ’invecchiamento della popolazione nei paesi europei.

Le migrazioni possono certamente rispondere alle aspettative delle persone che aspirano ad un destino migliore , dare un contributo allo sviluppo dei paesi di origine tramite le rimesse dei migranti e le esperienze di lavoro  per quelli che rientrano , ed , altrettanto , a contenere il declino demografico dei paesi sviluppati .

  Ma autorevoli studi internazionali dimostrano che l’uscita dalle condizioni di povertà assoluta  di circa 1 mld di persone , nel corso degli ultimi venti anni ,  è avvenuta per effetto dello sviluppo locale dei paesi emergenti , che il contributo delle rimesse  non di rado è compensato in negativo da un esodo di risorse umane fondamentale per la crescita di un ceto  medio produttivo, che i tassi di natalità dei migranti si adeguano rapidamente a quelli delle popolazioni dei paesi di accoglienza.

Nel contempo vengono sottovalutate le iniziative promosse nei paesi poveri e in via di sviluppo , da importanti ordini religiosi negli ambiti della formazione professionale, della sanità e della assistenza  , le iniziative di gruppi e associazioni  volte a promuovere progetti di sviluppo locale , le adozioni a distanza delle famiglie  , stimate , per l’Italia ,in oltre un milione di erogazioni  l’anno da parte delle famiglie .

Iniziative corpose ma che non riscontrano l’attenzione di  istituzioni ,prevalentemente assorbite  nel promuovere programmi di cooperazione onerosi e di dubbia efficacia riservati a gruppi ristretti di  organizzazioni non governative , e che , diversamente potrebbero  diventare il perno di una nuova politica di cooperazione internazionale sostenuta anche dalle istituzioni Europee

LA CITTADINANZA DEVE ESSERE IL RISULTATO DI UN PERCORSO DI INTEGRAZIONE

Un ramo del Parlamento ha recentemente approvato il testo di un disegno di legge che si propone di riconoscere il diritto di cittadinanza ai minori stranieri residenti , nati in Italia o ricongiunti , che abbiano portato a compimento ameno un  ciclo scolastico , con la finalità , a detta dei sostenitori , di rimediare una discriminazione nei confronti dei loro coetanei italiani, in quanto attualmente  costretti ad avanzare questa richiesta al raggiungimento della maggiore età.

E’ doveroso evidenziare  che i minori stranieri , accompagnati e non, beneficiano già degli stessi diritti sociali ed economici dei minori italiani e che alcuni diritti collegati alla acquisizione della cittadinanza , come quello di voto e di libera circolazione verso altri paesi , non sono disponibili per l’intera platea dei minori.

Tutto questo premesso , va altrettanto ricordato che nell’ordinamento italiano la richiesta della cittadinanza al raggiungimento della maggiore età , è un’opzione subordinata rispetto alla possibilità del minore di avere anticipatamente il riconoscimento  , come conseguenza della acquisizione della cittadinanza da parte di un genitore, dopo 10 anni di regolare residenza nel nostro paese.

Infatti oltre il 40% dei delle nuove cittadinanze rilasciate nel corso del 2015 e 2016 , circa 380ml complessive , è stato assegnato a minori stranieri .

Sul piano pratico l’effetto della innovazione normativa proposta non è significativo.  I dieci anni di regolare soggiorno del genitore di solito coincidono con i tempi della frequenza dei  cicli scolastici da parte dei figli.

Ma è sconvolgente dal punto di vista culturale . Non solo si sottrae ai genitori il  diritto -dovere e la responsabilità di guidare i figli nel percorso di educazione e formazione, ma tende a produrre una singolare scomposizione dei nuclei familiari con effetti indesiderabili . Si pensi ad esempio alle possibili implicazioni sulle scelte delle famiglie riguardanti  la loro mobilità e ad un possibile rientro nei paesi di origine , dato che bel 64 paesi , da cui provengono la metà dei migranti residenti in Italia , non ammettono la doppia cittadinanza.

Pertanto , se si ritiene opportuno operare una manutenzione di una legge che sta comunque producendo buoni risultati , al fine di accelerare i tempi di acquisizione della cittadinanza  la via migliore è quella di premiare le persone e i nuclei familiari sulla base di una valutazione dei comportamenti attuati in ambito civile , scolastico e lavorativo. In questo modo si produrrebbero anche nuovi stimoli per accelerare i percorsi di integrazione.

PER UNA BUONA POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE :  ALCUNE PREMESSE CULTURALI 

La natura di flussi migratori è cambiata radicalmente parallelamente alla rapida integrazione dei sistemi produttivi su scala globale e ai mutamenti tecnologici  nel campo della comunicazione e dei trasporti che hanno accelerato l’accesso alle informazioni e gli spostamenti delle persone.

In forte crescita sono i flussi migratori all’interno dei paesi sviluppati e tra questi con quelli in rapido sviluppo  nell’ambito dei quali una particolare incidenza è stata prodotta dalla libera circolazione dei cittadini dei paesi aderenti alla UE.  Nuove dinamiche  che concorrono  alla rapida formazione di un mercato del lavoro internazionale sulla spinta della internazionalizzazione delle imprese e dall’esigenza di formare adeguatamente le risorse umane per presidiare mercati , tecnologie e organizzazioni produttive .

E’ in questo ambito che si stanno formando le classi dirigenti , e quelli che potremmo definire  “i ceti esperti “ fondamentali per assicurare lo sviluppo economico e sociale di ogni territorio , anche attraverso la capacità di attrarre risorse umane qualificate analogamente a quanto avviene nel movimento dei capitali e delle imprese . Questa evoluzione ci interroga sul posizionamento del nostro paese , sulla sua capacità di attrarre risorse umane qualificate , e di garantire ai nostri giovani la possibilità di fare esperienze formative e lavorative in altri paesi in condizione di reciprocità  con gli stessi.

Le migrazioni dai paesi poveri , o in via di sviluppo , verso quelli più sviluppati continueranno ad avere un peso rilevante sui flussi migratori , ma rimane importante contingentarle , per motivi si sostenibilità generale e delle stesse persone coinvolte , agli effettivi  fabbisogni  del mercato del lavoro locale.

Pertanto è doveroso mantenere la distinzione  tra i doveri di accoglienza verso i profughi , sulla base del diritto internazionale e degli effettivi requisiti delle persone , e i migranti per motivi economici  per i quali gli stati devono mantenere la prerogativa di autorizzare gli ingressi , e il mantenimento della residenza in ragione delle opportunità di inserimento nel mercato del lavoro e di sostenibilità del reddito delle persone e dei nuclei familiari.

Infine  è doveroso porsi il problema di come concorrere al potenziamento delle iniziative delle istituzioni internazionali  per rafforzare gli interventi verso le persone in fuga da conflitti bellici o da gravi calamità naturali , in forte aumento, e che per la stragrande parte rifluiscono verso i paesi limitrofi altrettanto poveri.

Questi flussi migratori sono estremamente  diversificati al loro interno  , come  diverse sono le possibili soluzioni che vanno ponderate al fine di  valorizzarne  le potenzialità e di limitare i costi sociali , adottando analisi corrette e  avendo una chiara percezione del posizionamento del proprio Paese nelle dinamiche migratorie.

Consideriamo un grave errore approcciare questi problemi  con  gli  atteggiamenti  semplicistici , pro o contro i migranti  , che purtroppo  stanno dominando la scena politica .

 

 

 

LE INNOVAZIONI POSSIBILI

Nella consapevolezza che , per le ragioni evidenziate , sia necessario innovare profondamente le politiche per l’immigrazione sinora adottate in Italia e in Europa , vogliamo indicare quelli che , a nostro avviso , dovrebbero essere i capisaldi di una nuova politica sul tema.

REVISIONE DELLE MODALITA’ DI AUTORIZZAZIONE  DEGLI INGRESSI PER MOTIVI DI LAVORO

L ‘attuale  sistema di programmazione annuale degli ingressi per profili generici, ormai obsoleto e inutilizzabile ,va sostituito con uno più flessibile , basato sul rilascio alle imprese o ad intermediari accreditati, di una pre autorizzazione per la selezione di personale qualificato , previa verifica della  effettiva carenza di offerta disponibile nel territorio. Tale pre autorizzazione  deve essere  trasformabile in un permesso di soggiorno  provvisorio per motivi di  lavoro ,dopo l’accertamento delle condizioni di sussistenza della qualifica professionale , l’assenza di reati a carico , l ‘iscrizione a un corso per l’apprendimento della lingua italiana, la disponibilità di una abitazione.

CONDIZIONE DI PERMANENZA NEL TERRITORIO ITALIANO E DI RICONGIUNGIMENTO PER I FAMILIARI

Mantenimento del requisito minimo di reddito ovvero  obbligo di partecipare ai programmi di reinserimento lavorativo per i disoccupati . Verifica delle condizioni di apprendimento della lingua e della partecipazione ai percorsi scolastici obbligatori da parte dei figli . Definizione di un programma rivolto a contrastare i livelli di impoverimento dei nuclei familiari rigorosamente ancorato all’inserimento lavorativo e alla frequenza scolastica dei figli.

 

ACCELERAZIONE DELLE PROCEDURE E DEI TEMPI DI ACQUISIZIONE DELLA CITTADINANZA ITALIANA

Definizione di criteri , che possono dar luogo anche a punteggi, che consentano di anticipare i tempi di acquisizione della cittadinanza ( con un minimo di permanenza di 8 anni per almeno un genitore) , anche per figli nati in Italia o ricongiunti, sulla base della valutazione dei comportamenti delle persone e dei nuclei familiari negli ambiti : civile, scolastico, lavorativo.

POLITICHE PER L’ACCOGLIENZA DEI PROFUGHI ,  IN ITALIA E IN EUROPA , E DI SOSTEGNO AI PROGRAMMI DI COOPERAZIONE

-       Promuovere la costituzione di una forte  Polizia di Frontiera Europea , da impegnare nelle aree di elevata criticità dei flussi irregolari d’ingresso di migranti , sulla base di decisioni assunte nell’ambito del Consiglio dei Ministri della UE .  l’azione della Polizia di frontiera UE dovrà caratterizzarsi come supporto organico agli Stati aderenti più esposti nelle attività di contrasto, identificazione , espulsione dei migranti che non hanno i requisiti di protezione , trasferimento degli stessi in altri territori UE ;

-       Predisposizione di piani di distribuzione dei migranti che hanno il requisito di protezione, nell’ambito dei paesi aderenti alla UE verificando le condizioni di sostenibilità dei mercati del lavoro locali e finanziando i programmi di integrazione;

-       Definizione di un programma pluriennale di sostegno alla definizione di accordi bilaterali o multilaterali tra paesi aderenti con quelli di origine dei flussi migratori . Inserimento , nelle linee di intervento dei fondi sociali , dei programmi di sostegno alla mobilità circolare dei migranti per favorire esperienze formative e di lavoro con la prospettiva del rientro nei paesi di origine;

-       Revisione delle modalità e dei tempi di gestione dei ricorsi avversi ai pronunciamenti negativi delle commissioni di esame delle richieste di protezione internazionale,. Istituzione di un ramo della magistratura dedicata alla gestione di tali ricorsi , e riduzione , sino all’annullamento dei rimborsi per gli avvocati d’ ufficio nel caso di ricorsi palesemente infondati;

-       Istituzione di un albo dei soggetti accreditati a partecipare ai bandi per la gestione dei centri di accoglienza e di una attività di ispettorato permanente per la verifica delle attività svolte;

-       Distribuzione concordata con le regioni e con gli enti locali dei migranti che hanno richiesto il permesso di asilo ;

-       Definizione di un programma nazionale  di inserimento lavorativo , cofinanziato con fondi europei , nazionali e  regionali , per i profughi riconosciuti ,  basato su  un codice dei diritti e dei doveri del migrante , e avvalendosi delle agenzie del lavoro accreditate per sviluppare progetti di inserimento personalizzati remunerati sulla base dei risultati ottenuti;

-       Mobilitazione delle risorse nazionali destinate al sostegno dei programmi di cooperazione per la finalità di potenziare gli interventi delle associazioni , delle imprese , delle famiglie  nei paesi in via di sviluppo ritenuti di interesse strategico per l’Italia.

La Questione meridionale oggi

 

Il quadro che emerge dalle anticipazioni del rapporto Svimez (Associazione per lo Sviluppo Industriale del Mezzogiorno) segna una tendenza di abbandono del Mezzogiorno, dove la ripresa dei flussi migratori è “la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”. Negativa anche la proiezione del Pil per il Sud che “nel 2019 calerà dello 0,3% mentre il resto del paese crescerà dello 0,3% aumentando la divaricazione che, “all’interno di un paese fermo porta il Mezzogiorno in recessione. Un paese spaccato, un Sud svuotato dall’emigrazione di migliaia di giovani e laureati.

 

Il rapporto della Svimez, già nel 2015  riportava all’onore delle cronache i problemi, le forti insufficienze, i ritardi e le specificità che affliggono il Sud Italia.

Al momento dell’unificazione politica, infatti, le necessità di bilancio spinsero il Governo a preferire tra i vari ordinamenti fiscali il più redditizio, e, il più gravoso: quello del Regno di Sardegna, esteso da un giorno all’altro a tutta l’Italia, in aperto contrasto, specialmente, con quello del Regno di Napoli che, d’un tratto, si trovò a passare da un’imposizione fiscale leggera, ad una insopportabilmente pesante. Dogane leggere e tasse pesanti dunque, tutto il contrario di quello che serviva alla fragile e povera economia meridionale.

L’unificazione fu considerata, dunque, alla stregua di un affare coloniale, con l’esplicita alleanza tra il capitale degli invasori e il patrimonio dei possidenti colonizzati. Alleanza che continuerà purtroppo sotto altre forme e con altri protagonisti anche negli anni della Repubblica.

Ma ciò che emerge con assoluta chiarezza dal dopoguerra ad oggi (ma si potrebbe tranquillamente dire dall’unità ad oggi) è il fatto che le sorti del nostro Mezzogiorno sono sì indissolubilmente intrecciate con quelle del paese, ma che, paradossalmente, del Mezzogiorno non si tiene conto a sufficienza quando si prendono le grandi decisioni nazionali: dalla scelta europea, all’abolizione delle gabbie salariali, dello statuto dei lavoratori, all’ingresso nello Sme, a Maastricht. In altri termini, le scelte strategiche di modernizzazione del paese finiscono, immancabilmente, per trasformarsi in insopportabili forzature per l’economia del Sud, in mancanza di un’adeguata società civile.

 

Tra le tante Italia esistenti, due normalmente, sono quelle che vengono messe a confronto: il Mezzogiorno e il Centro Nord, e sono, entrambe, due mere invenzioni statistiche, con forti disomogeneità al loro interno. Ebbene, nonostante la semplificazione e l’appiattimento delle medie queste due «Italie», dopo oltre quarant’anni di intervento straordinario e a centotrentacinque dall’unificazione, sono ancora molto distanti, quasi due mondi, con molto poco in comune.

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 Se le diversità esistono e sembrano persistenti, tuttavia dal dopoguerra ad oggi molto è anche cambiato: il Pil per abitante è più che quadruplicato; l’incidenza degli occupati in agricoltura discesa dal 56% al 15%. E anche se l’incidenza degli occupati nell’industria in senso stretto è rimasta ferma al 13%, gli addetti alle unità locali superiori alle cento unità sono triplicati e la produttività media è oggi otto volte quella del 1951.

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 La rete stradale è più che raddoppiata, e la sua qualità è enormemente migliorata. La disponibilità giornaliera di acqua per abitante è passata da ottanta a trecentoquaranta litri. Il numero di abitanti per stanza è diminuito da quasi due a meno di uno. Sono scomparse le abitazioni prive di servizi igienici e di elettricità, La mortalità infantile è scesa da ottanta a dieci per mille nati vivi. Gli scritti alla scuola dell’obbligo che, nel 1951 erano il 70% degli obbligati, oggi sono il 100%. Gli iscritti alla secondaria superiore, che nel 1951 erano meno del 10% dei ragazzi di quattordici diciotto anni, oggi sono il 60% (Cafiero, 1992); in quasi ogni provincia del Sud oggi esiste una sede universitaria.

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 Traguardi importanti, ma non sufficienti a spezzare la patologica dipendenza economica dell’area, dai consumi tendenzialmente convergenti con il Nord, ma supportati da attività economiche in gran parte protette dalla concorrenza nazionale e internazionale e condizionate da appalti e forniture assegnati, più o meno legalmente, con criteri diversi da quelli del confronto concorrenziale. Area, dicevamo, la cui domanda è soddisfatta da un ingente ammontare di importazioni nette, finanziate in gran parte attraverso l’eccedenza della spesa pubblica sui prelievi, e con un patologico eccesso di risparmio non impiegato in loco, a causa dell’inefficienza del sistema bancario locale e, al solito, della mancanza di buona imprenditorialità.

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 Certo il Sud consuma di più di quanto produce, ma questo era vero anche per il passato. Ma perché ora la cosa sembra insopportabile a tanta parte dell’opinione pubblica? Forse perché per molti anni i ritorni che il Nord ha tratto dalla spesa pubblica a favore del Mezzogiorno sono stati superiori ai maggiori oneri fiscali sostenuti per finanziarla.

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 Ma quando il processo di integrazione europea ha reso i vincoli finanziari più stringenti e più acute le esigenze di investimenti intensivi a difesa della competitività delle nostre produzioni la dipendenza economica del Mezzogiorno è divenuta sempre meno sostenibile per il resto del paese . Ecco perché il Nord non accetta più né la politica meridionalistica, ormai considerata come una spesa peggio che improduttiva, né il meridionalismo, che tale politica richiede: e sembra talvolta disposto a rifiutare la stessa unità nazionale, pur di sottrarsi all’onere della politica meridionalistica”.

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 Minor prodotto pro capite (intorno al 60% di quello del Centro Nord), fragilità delle strutture produttive (nel Sud è localizzato solo il 15% della capacità produttiva manifatturiera del paese), con prevalenza invece di settori non concorrenziali e maturi, carenza endemica di infrastrutture, malavita organizzata dilagante, bassa qualità della vita, ma consumi tendenzialmente più vicini al resto del paese all’80%, con conseguente dipendenza economica in ragione della minor ricchezza prodotta, dipendenza finanziata dai trasferimenti e dalla spesa pubblica in disavanzo: questi, come abbiamo visto, i caratteri fondamentali del sottosviluppo e dell’arretratezza del Sud.

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Ma dal quadro, per capirci qualcosa, manca ancora dell’altro: manca la ricostruzione analitica dei modelli di riproduzione perversa del capitale umano nel suo ciclo di vita (individuale e sociale), mancano le ragioni della persistenza del sottosviluppo, dell’arretratezza e della dipendenza e, perché no, le ragioni del piagnonismo e del vittimismo.

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 Per troppo tempo si è concentrata genericamente l’attenzione sulla disoccupazione meridionale, sui suoi livelli e sulle sue dinamiche, senza mettere in relazione questo pur grave fenomeno con la qualità dell’occupazione e con il tipo di regole del vivere associato prevalenti nella società meridionale. Forse, solo mettendo insieme capitale umano e regolatori sociali, sarà possibile individuare i codici genetici che riproducono e perpetuano il sottosviluppo al Sud, nonostante gli sforzi di investimento compiuti dal dopoguerra ad oggi.

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 Il fatto che il mercato del lavoro nel Sud non funzioni, o funzioni male, con disoccupazione al triplo rispetto al resto del paese, con una gran quantità di lavoro sommersa e irregolare, non è solo il prodotto dello scarso sviluppo economico, ma anche e soprattutto la reazione della società meridionale a un insieme di regole (salariali e contrattuali) e di vincoli non coerenti con quanto ritenuto naturalmente accettabile dagli agenti che operano nell’area (datori di lavoro lavoratori, istituzioni). Il mercato del lavoro, più degli altri mercati, deve essere considerato una vera e propria istituzione sociale.

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Ne segue che il funzionamento del mercato del lavoro potrebbe sostanzialmente diversificarsi da un luogo all’altro; società diverse potrebbero imporre norme differenti a datori di lavoro, lavoratori occupati, lavoratori disoccupati ed altri.  Il Sud ha bisogno di ben altro: certamente ha bisogno di colmare il suo gap infrastrutturale, ma anche questa strategia da sola non basterebbe. Servono, assieme agli investimenti, interventi di lungo periodo che plasmino i regolatori, sociali alle specifiche esigenze dell’area e politiche che migliorino, armonizzandolo, l’intero ciclo di vita del capitale umano: la scuola e la formazione professionale, la transizione scuola- formazione-lavoro, il lavoro, le carriere, il welfare.

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Ridefinire i regolatori sociali vuol dire intervenire direttamente nella società civile e nella qualità della vita: in quel complesso, cioè, di norme, comportamenti, culture, abilità, intelligenze, specializzazioni, propensioni che sono alla base di qualsiasi processo di sviluppo economico e di qualsiasi equilibrio sociale. Per troppo tempo si è ritenuta la società civile come un semplice prodotto degli investimenti infrastrutturali e produttivi, nonché dell’imposizione, burocratica e dall’alto, di regole da applicare: i fatti, nel nostro Sud, hanno dimostrato che ciò era una pia illusione.

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 Al Sud la scuola è cattiva e si studia male e, di conseguenza i tassi di abbandono, nella fascia dell’obbligo, si collocano su punte pari a più di tre volte quelli del Centro Nord.

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 Ebbene, il quadro che emerge da questa semplice analisi statistica sul funzionamento della scuola nel Sud è del tutto sconfortante: sprechi, inefficienze, carenze, scarsa qualità finiscono per produrre un capitale umano in gran parte inutilizzabile. La lezione che se ne ricava e fin troppo chiara: in una realtà come quella meridionale l’elemento strutturalmente distorsivo è rappresentato da una troppo debole e, spesso, inesistente società civile, incapace di comportamenti realmente cooperativi. Da questa debolezza derivano, poi, inesorabilmente e cumulativamente tutti gli altri circuiti perversi.

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 La cooperazione volontaria e più facile all’interno di una comunità che ha ereditato una provvista di “capitale sociale” in forma di norme di reciprocità e reti di impegno civico. Se le norme di reciprocità e le reti di impegno civico di cui parla il sociologo Putnam nel suo libro (che ha destato non poche polemiche tra gli studiosi di casa nostra) sulle tradizioni civiche delle regioni italiane altro non sono che il prodotto della società civile, il quesito che ci si deve porre è perché il nostro Sud mostri, al riguardo, storicamente e strutturalmente tanta inadeguatezza.

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 A questo punto, come nei buoni romanzi d’appendice, occorre, sempre seguendo Putnam, fare qualche passo indietro e precisamente a quella «..fusione di elementi di burocrazia greca e di feudalismo normanno, integrati in uno stato unitario..» che fu il tratto caratteristico del genio di governo di Federico II.

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 Tutta la vita economica e sociale veniva regolata dal centro e dall’alto e non dall’ interno e dal basso come nel Nord della penisola. E tutto ciò avveniva in un delicato momento di passaggio, in cui, cioè, cominciavano a manifestarsi, soprattutto in Italia del Nord, originali forme di governo autonomo, come risposta alla violenza e all’anarchia che regnavano endemiche nell’Europa medioevale.

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 Ambedue i sistemi avevano, in qualche modo, posto sotto controllo la questione sociale per eccellenza nel Medioevo: l’ordine pubblico.

 Le due soluzioni, quella gerarchica al Sud e quella cooperativa al Nord, furono, di fatto, quanto a benessere collettivo, equivalenti fino al tredicesimo secolo.

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 L’assolutismo di Federico II, efficiente, al suo tempo, nel risolvere i problemi dell’azione collettiva, si trasformò ben presto nell’autocrazia diffusa dei baroni. L’autoritarismo delle istituzioni politiche fu aggravato da una struttura sociale storicamente organizzata in modo verticale, avente in se le asimmetrie del potere, lo sfruttamento e la sottomissione, in contrasto con la tradizione  del Nord imperniata  sulle associazioni legate tra loro a formare una rete di rapporti orizzontali, una catena di solidarietà sociale tra uguali.

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L’abisso tra sudditi e signori era reso più drammatico nel Mezzogiorno dal fatto che tutte le dinastie che si succedettero furono straniere. Dal 1504 al 1860 tutta l’Italia a Sud degli stati pontifici si trovò sotto il dominio degli Asburgo e dei Borboni i quali  seminarono con sistematicità la sfiducia e la discordia tra cittadini, distruggendo tutti i legami di solidarietà orizzontale, allo scopo di rimanere a capo di un ordine gerarchico basato sullo sfruttamento e il servilismo”.

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 Ora, come abbiamo visto, la perdita di fiducia reciproca nei rapporti economici e politici altro non è che distruzione di capitale sociale immateriale, distruzione che nel Sud, nel corso dei secoli, ha fortemente indebolito la società civile. Da qui forse la chiave analitica per capire i problemi dì oggi.

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 Nei modelli di crescita endogena, sviluppati di recente nella teoria economica, la chiave del successo di una economia consiste in un circolo virtuoso tra investimento in capitale umano e sviluppo: l’accumulazione fa sì che le produttività del lavoro e del capitale fisico crescano attraverso l’innovazione e il progresso tecnico, e a loro volta le capacità produttive maggiori rendono possibili ulteriori accumuli di capitale umano. Poiché il capitale umano costruisce cultura, ossia un insieme di procedure che risulta mutualmente soddisfacente agli attori economici ingaggiati in transazioni ripetute, l’efficienza del sistema economico aumenta e migliora la qualità della vita.

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Di conseguenza le transazioni aumentano e ciò dà origine a maggiore e più soddisfacente elaborazione culturale. Una società di successo è caratterizzata da una cultura ricca e varia, da molteplici relazioni, da una forte interazione e da reciproca fiducia”. Quando un sistema, per le ragioni più varie, finisce per accumulare capitale umano in misura insufficiente, rispetto ai propri bisogni, si determina una spirale involutiva fatta di bassa innovazione e progresso tecnico, stagnante produttività dei fattori e crescente dipendenza.

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 La povertà e la mancanza di sviluppo che ne conseguono inducono la crescita di forme perverse di relazioni sociali ed economiche di tipo parassitario. Vengono così meno i rapporti di fiducia, in un rapporto di retroazione negativa sulla crescita economica.

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 Un sotto sistema povero di capitale umano non è in grado di usare i regolatori sociali formali progettati per la parte più evoluta del sistema, in cui magari il processo di accumulazione del capitale umano e nella pienezza del suo circuito virtuoso. Si forma dunque uno iato crescente tra astrattezza e inapplicabilità delle regole e crescente fragilità del complessivo tessuto economico e sociale.

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 Lo stato di diritto viene così distrutto non solo perché “nessuno è in regola”, ma soprattutto perché appare ai più (cittadini e autorità) impossibile (ma anche inutile) “mettersi in regola”. In un processo di delegittimazione crescente di tutte le istituzioni regolative. L’impossibilità (o l’inutilità) di rispettare le leggi si riflette, oltre che sui rapporti sociali, soprattutto sui rapporti economici, in quanto genera incertezza e aumenta i costi di transazione.

35

Siamo nel bel mezzo di un circuito perverso in cui la cronica debolezza dello Stato favorisce la diffusione di istituzioni ombra preposta a ristabilire, in maniera parallela, fiducia e sicurezza non generate né dalle istituzioni formali né dal civismo orizzontale.

La storia della mafia è, dunque, la storia del fallimento nello Stato nel predisporre un sistema certo e credibile di sanzioni in grado di garantire i diritti di proprietà, cosicché si e formata nel tempo una rete (istituzione) privata a sostegno delle relative relazioni di scambio.

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 “La mafia offriva protezione contro i banditi, i furti nelle campagne, gli abitanti delle città rivali, ma soprattutto contro se stessa”. “L’attività più specificatamente mafiosa consiste nel produrre e vendere una merce molto speciale, intangibile e tuttavia indispensabile nella maggioranza delle transazioni economiche. Invece che produrre automobili, birra, viti e bulloni o libri, produce e vende fiducia”.

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 Il clientelismo, la mafia, la criminalità organizzata di vario tipo (camorra, ‘ndrangheta, la recente sacra corona unita) altro non sono che le istituzioni parallele de che hanno colmato la patologica assenza di relazioni civili orizzontali di tipo cooperativo, sfruttando a loro vantaggio, progressivamente nel tempo, sia le istituzioni democratiche che le risorse finanziarie incrementali conseguenti al processo di unificazione nazionale prima, e all’intervento straordinario poi.

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L’aver voluto imporre le stesse regole del Nord evoluto a un Sud quasi privo di società civile ha, di fatto, accentuato e fatto crescere un antistato, con la sua cultura antagonistica. Non sorprende per nulla, quindi, se oggi, a centocinquantanove anni dall’unità d’Italia le cose non siano, come abbiamo visto, granché cambiate, nonostante i pur sensibili miglioramenti economici e infrastrutturali.

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L’impianto teorico che ha, sino ad ora, guidato le azioni pubbliche tendenti a combattere il sottosviluppo considera gli investimenti e i trasferimenti pubblici come fattore necessario e spesso sufficiente per generare un modo (più o meno endogeno) di investimenti privati, per l’aumento medio di produttività e, in ultima analisi, per il rafforzamento e lo sviluppo della società civile, in un processo virtuoso autopropulsivo. In questa accezione la società civile altro non è che un insieme di norme, valori e relazioni, di singoli capitali umani di network, ovvero dì quelli che potremmo chiamare beni relazionali.

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 Gli investimenti pubblici hanno l’obiettivo di favorire il funzionamento del sistema economico, in termini di efficienza ed equità, e di indurre l’accumulazione privata. Dagli investimenti pubblici e dai beni pubblici da essi prodotti e dall’accumulazione privata indotta, normalmente si fa derivare il miglioramento, la promozione e lo sviluppo della società civile e, quindi, dei beni relazionali. Dai beni relazionali dovrebbe ripartire, in una sorta di processo circolare, un nuovo impulso per lo sviluppo a carattere sempre più endogeno.

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Quindi, secondo la ricetta teorica tradizionale, più si spende per beni pubblici, più società civile si formerà, con i relativi beni relazionali.

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Applicando questo schema teorico-causale al nostro Mezzogiorno, vediamo come nonostante nell’area si sia prodotta, dal dopoguerra ad oggi, una quantità rilevante di beni pubblici,. questa produzione non sia stata in grado di generare il substrato di beni relazionali capace di attivare un processo endogeno di crescita. Diversamente dal caso dei paesi ad economia arretrata in cui, generalmente, si tratta di costruire una cultura dello sviluppo in alternativa ad un debole sistema di reti preesistente, nel Mezzogiorno, come abbiamo visto, un sistema forte di relazionalità (perversa e antagonista) già esisteva.

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Ebbene, questo sistema si è dimostrato talmente forte e strutturato non solo da non venir per nulla scalfite dall’intervento pubblico, ma anzi dall’avvantaggiarsene come una metastasi che si sviluppa sfruttando le sostanze ricostituenti che vengono somministrate ad un organismo malato.

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Una prima semplice constatazione: solo un tessuto economico sufficientemente dotato di beni relazionali è in grado di generare al proprio interno le spinte necessarie per il proprio sviluppo: mentre nei contesti sociali caratterizzati da network opposti o antagonisti, queste capacità autopropulsive risultano molto deboli, e non potranno essere semplicemente indotte da meri interventi di produzione di beni pubblici tradizionali.

 

In questi casi potrebbe diventare quindi utile una “produzione diretta” di beni relazionali, proprio per sfuggire al parassitismo del circuito perverso antagonista, in modo tale da superare la soglia critica, necessaria e sufficiente per far crescere virtuosamente un sistema relazionale forte, socialmente condiviso, e tendenzialmente maggioritario. Non più, dunque, sviluppo come semplice effetto di investimenti produttivi e infrastrutture, ma sviluppo come esatta miscela di questi con la necessaria dotazione di società civile.

.      

.        In questo quadro va recuperata la scarsa produttività del Mezzogiorno con alcune misure:

.        1) la ripresa di quel filo spezzato 25 anni fa per infrastrutturare il territorio meridionale abbattendo le diseconomie ambientali che si trasformano in un aumento dei costi aziendali;

.        2) una fiscalità di vantaggio già prevista dalla legislazione europea dal 2005;

.        3) una flessibilità salariale all’ingresso più forte dell’attuale come strumento concordato tra le parti sociali per accentuare le convenienze a investire nel Sud;

.         4) uno sforzo simile a quello che fu fatto 30 anni fa con Falcone e Borsellino per infliggere colpi mortali alla criminalità organizzata. È inutile dire, però, che tutto questo non sarà sufficiente se i politici meridionali non dovessero fare la propria parte per selezionare classe dirigente all’altezza della situazione abbandonando il nefasto familismo e l’autoritarismo dei piccoli ras locali che hanno devastato il panorama politico meridionale impedendo, tra l’altro, l’uso ottimale degli ingenti fondi europei.

.         

 Occorre un piano di sviluppo concreto definendo tempi di intervento e risorse certe tenendo conto che il mercato del lavoro organizzato in funzione della globalizzazione,  al patto di stabilità europeo e considerato che il mercato del lavoro si evolve in direzione della mobilità.
Una mobilità connessa alla qualificazione e  riqualificazione continua.
Non basta la formazione occorre l'aggiornamento. I mestieri e le  professioni si evolvono rapidamente, muoiono e ne nascono altri .Anche i mestieri tradizionali come l'agricoltore non possono fare più a meno delle tecnologie innovative. Il mercato del lavoro si riflette oggi nel cambiamento sociale, prima di chiedere lavoro si deve chiedere qualificazione. La formazione non può essere generica, dev'essere mirata e innovativa.

 Il concetto di disoccupato viene sostituito dal concetto di non qualificato, per chi è qualificato e orientato non sarà disoccupato.

Su questi concetti cambia anche la famiglia e  i rapporti tra uomo e donna. Più istruzione e meno figli consentono alle donne la qualificazione che dà loro  il diritto a un innalzamento sociale.

Questo porta a nuove evoluzioni demografiche  e sociali .In questo quadro dobbiamo collocare ogni previsione e ogni problematica sul futuro degli italiani, degli europei e del mondo arabo.

Negli ultimi anni abbiamo avuto una sostanziale stabilità nel tasso di attività totale della popolazione italiana. Tale stazionarietà a livello aggregato presenta al suo interno una evoluzione che aveva visto prima della crisi crescere l'occupazione femminile rispetto a quella maschile.

Si sono anche innalzati i tassi di scolarità per cui la variazione interessa le classi di età inferiore, lasciando immutata la situazione nelle classi centrali(50anni).
Abbiamo parlato di creare posti di lavoro, ma lo sviluppo è anzitutto capacità di produzione, competitività sui mercati e credibilità tecnologica .

Riguardo al Mezzogiorno accenneremo ad alcuni settori strategici: agricoltura, turismo, terziario avanzato, ma questi sono aspetti particolari, seppure  importanti, di un processo che va letto in termini complessivi.

Sviluppato rispetto a cosa  e a chi? Per questo parliamo di sviluppo italiano nei confronti dell'Europa e di sviluppo Mezzogiorno nei confronti del divario tra Nord e Sud.

Al concetto di sviluppo in termini di quantità(prodotto interno lordo, reddito pro capite, redditi familiari, consumi ecc.)dobbiamo aggiungere i parametri di qualità (l'istruzione , la sanità, la ricerca scientifica, il tempo libero, la produzione culturale e artistica, la vivibilità urbana, ecc. ).

Una popolazione lavorativa in crescita porta con sé fenomeni di sviluppo economico che assumono valenza di sviluppo culturale.

Ma per far crescere il lavoro nel Mezzogiorno, occorre il concorso di nuovi investimenti produttivi insieme alla qualificazione professionale.

Investire quindi in industrie moderne, in servizi.

Da quanto si è detto sul lavoro e  sui cambiamenti del mercato emerge che orientamento, formazione, qualificazione sono le strategie per accedere al mercato.

Flessibilità e mobilità del mercato del lavoro portano forme di part-time, di homework di Job sharing (divisione dei compiti) con un minor costo per unità di prodotto.

L'home-working o il telelavoro, ad esempio abbatterà i costi di trasferimento migliorerà i tempi di lavoro, consentirà una riduzione di carichi.

Lavorare meno lavorare tutti, che era  uno slogan provocatorio degli estremisti, sarà il risultato delle tecnologie avanzate.

La formazione deve quindi cambiare, per struttura, per contenuti ,per metodologie e per finalità .

Oggi dobbiamo includere la formazione nel sistema di imprese, perché la professionalità e il know how sono a pieno titolo tra i  fattori strategici della competitività sui mercati.

Secondo la stima della Svimez  il Sud perderà  nei prossimi 50 anni ben 1,2 milioni di abitanti.

Da parte mia, condivido il “decalogo” proposto da Umberto Minopoli che, intervenendo nel dibattito aperto sul tema dalla rivista on line www.formiche.net scrive:

“Le nenie della Svimez sul Mezzogiorno hanno stufato. Nel Sud si è, sino ad ora, sperimentato, in 70 anni, tutto quello che è consentito da politiche stataliste, burocratiche e straordinarie: incentivi, sgravi fiscali, sovvenzioni, misure speciali ecc. ecc.. Cioè un secolo di meridionalismo. Risultato: il sottosviluppo resta li’ e la Svimez piagnucola col fallimento, la desolazione e l’abbandono del Sud. E se, finalmente, rovesciassimo il paradigma di un secolo di meridionalismo-” piu’ stato nel Sud “- e provassimo l’opposto: “piu’ mercato nel Sud”?

Provatevi ad immaginare alcuni radicali interventi liberalizzanti. Che so?:

 

1) privatizzare la Salerno-Reggio Calabria a condizione che i privati la completino in tempi dovuti.

2) realizzare una grande infrastruttura nel Sud (di quelle che mobilitano risorse umane e capitali privati (se possono essere remunerati da tariffe): il ponte sullo Stretto.

3) realizzare una nuova rete elettrica di trasporto che renda utili gli investimenti inutili e parassitari fatti nelle rinnovabili

4) vendere in concorrenza i diritti dell’alta velocita’ da Salerno a Reggio Calabria e Bari

5) privatizzare le tratte ferroviarie morte interne alla Regioni del Sud e sulla direzione est-ovest. E che cento fiori fioriscano

6) liberalizzare i contratti di lavoro nel Sud copiando dai successi Fiat a Pomigliano, Cassino e Melfi

7) realizzare il progetto banda larga affidandolo ad una societa’ privata di operatori di rete (Enel, Telecom e altri privati) e non ad un ministero.

8) affidare ad una banca o ad un consorzio di esse la gestione dei Fondi Europei lasciando alla Regioni solo un ruolo di indirizzo e definizione degli obiettivi.

9) detassare tutto il detassabile al Sud cominciando dalla fiscalità del lavoro e dell’impresa

10) commissariare la Regione Sicilia e responsabilizzare i governatori del Sud (De Luca, Emiliano ecc) a realizzare obiettivi di sviluppo senza aggravi di spesa pubblica.

Sennò commissariare anche loro. I puristi di sinistra storceranno il naso e definiranno tatcheriano un tale programma. Se ci fosse il coraggio di attuarlo ( arricchendolo con altre decine di possibili proposte aggiuntive) basterebbe una scrollata di spalle ai puristi di sinistra. Che si lamentano sempre e propongono mai.” 

Ecco, aggiungerei, ma lo scrivo da anni non solo per il Sud: un cambiamento radicale della classe politica attuale e la formazione di nuovi soggetti politici ispirati da serie culture, oggi pressoché scomparse, a partire da noi popolari……..

 

Non mancano iniziative che proprio cooperative e società di giovani meridionali hanno attivato come quelle dei sette progetti di start up per far ripartire l’economia del Mezzogiorno, a dimostrazione di una realtà non priva di intelligenti e positive proposte come quelle di SmartIsland, Tripoow, Intertwine, Bookingbility, Ocore, Momo, Macingo.

 

 

Riassumendo:

 

La proposta di programma della  Federazione Popolare dei DC, in definitiva, potrebbe essere riassunta nel seguente “decalogo programmatico”, contenente i proponimenti dei DC riuniti per l’Italia del XXI secolo:

 

1-    La DC unita, coerente con il suo passato di responsabilità nazionale, assume come obiettivo la costruzione dell’Unità politica dell’Europa, da riformare rispetto all’ircocervo tecno burocratico attuale, la tutela della persona umana e la difesa dello Stato di diritto,. In questa fase di oggettiva crisi dell’Unione Europea la DC intende assumere come prioritari gli obiettivi di una revisione di alcuni accordi, come quello sulle competenze del TUE (trattato di fondazione della UE) e del TFUE (trattato di funzionamento della UE)  e il superamento dell’illegittimo fiscal compact, concausa rilevante delle gravi situazioni economico sociali presenti in numerosi Paesi europei e delle spinte sovraniste e anti europee diffuse in varie parti dell’Unione.

 

2-    La DC unita, mette al centro del suo impegno politico e di promozione della cultura civile la PERSONA, perché possa vivere ed operare con tutta la sua dignità e libertà secondo il dettato della Costituzione Italiana.

 

3-    La DC unita, si assume pubblicamente il compito di aprire la strada alla trasparenza gestionale e contabile della sua organizzazione, per dar vita ad una nuova stagione della politica, improntata ad un UMANESIMO SOCIALE che valorizzi la persona umana senza distinzioni di razza o diversità sociale, in attuazione degli orientamenti valoriali della dottrina sociale cristiana che la DC intende tradurre politicamente nella “città dell’uomo” sul piano dell’assoluta autonomia e laica responsabilità.

 

4-    La DC unita, consapevole delle difficoltà che il mondo globalizzato di oggi pone all’individuo per esistere e operare, s’impegna a ricostruire con le opere di previdenza una più sostanziale solidarietà sociale, attraverso la “cooperazione di comunità”, che garantisca a ogni nucleo familiare un lavoro adeguato alle esigenze della dignità civile.

 

 

5-    La DC unita, presente nella società d’oggi, offre la possibilità di stare nel partito alla pari anche ai simpatizzanti che dichiarino interesse al programma; iscrivendosi nella lista degli elettori, con la possibilità di presentare progetti e proteste d’interesse generale.

 

6-    La DC unita, ha come obiettivo fondamentale del programma una decisiva modificazione del meccanismo di localizzazione delle attività produttive del Paese, privilegiando l’intervento straordinario a favore del Mezzogiorno e delle Isole. La promozione della  cultura e la difesa del patrimonio paesaggistico, culturale e ambientale italiano sarà assunto tra le priorità delle politiche economiche del partito, strumenti essenziali per garantire lo sviluppo del turismo tra le grandi opportunità di offerta dell’Italia

 

7-    La DC unita, come nel passato con l’intervento pubblico, dovrà incoraggiare l’installazione di medie e grandi imprese industriali, anche straniere, attraverso agevolazioni fiscali, procedure burocratiche dinamiche e la messa a disposizione dei distretti industriali attrezzati per stimolare gli investimenti privati con un alto grado di efficienza tecnologica e notevoli possibilità di creare nuovi posti di lavoro. Crescita economica e sviluppo dell’occupazione saranno le priorità della politica economica DC finalizzata a saldare, come nella migliore tradizione del partito, gli interessi dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari, al Nord come al Centro e al Sud del Paese.

 

8-    La DC unita, oltre a ritenere positiva la riduzione del numero dei parlamentari, se accompagnata dai necessari riequilibri previsti dalla Costituzione, ritiene urgente il riordinamento legislativo, amministrativo e organizzativo dello Stato e delle Regioni a statuto speciale, in coerenza con la tradizionale cultura autonomistica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali.

 

9-    La DC unita, è consapevole che non esistono miracoli in economia, ma soltanto la possibilità di raggiungere obiettivi concreti attraverso scelte responsabili, e con il coinvolgimento di tutti gli imprenditori appartenenti e operanti nei settori di attività: industriale, artigianale, commerciale agricolo, della cooperazione e delle libere professioni.

 

10-La DC unita, partito di elettori di centro, non può e non vuole rappresentare interessi di nessun genere in particolare,  ma valori. Difendere valori significa operare per una cultura di libero mercato all’insegna della civiltà del lavoro. Essenziale sarà operare per garantire, come sempre ha fatto la DC storica, la mediazione di interessi e valori del ceti medi produttivi  e di quelli popolari diversamente tutelati.

 

Siamo, tuttavia, consapevoli che, mentre sul piano istituzionale possiamo assumere come obiettivo strategico prioritario e irrinunciabile la difesa e l’integrale attuazione della Carta costituzionale(a partire dall’applicazione rigorosa dell’art.49 in materia di organizzazione “ con metodo democratico” della vita interna dei partiti), per poter concorrere alle riforme strutturali sul piano economico e sociale di cui l’Italia ha bisogno è necessario assumere come obiettivo non più rinviabile il ritorno alla legge bancaria del 1936.

 

 Questo significa, da un lato, tornare al controllo pubblico di Banca d’Italia, oggi sottoposto al dominio degli hedge funds  anglo caucasici-kazari, e alla netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Nessun’ altra seria riforma economico e sociale sarà possibile se non si ripristineranno le condizioni economico finanziarie precedenti a quelle che il decreto lgs.n.481/1992 Amato-Barucci  annullò sotto la spinta dei poteri finanziari dominanti.*

 

L’unico programma politico che TECNICAMENTE consentirebbe ancora, dopo 25 anni, lo sviluppo dello STATO ITALIANO  e della Sua CLASSE MEDIA (94% della popolazione italiana) e che renderebbe tecnicamente possibile ogni altro obiettivo in qualsiasi altro settore sarebbe il seguente :  

1.    Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano  da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini,  necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992)

2.    Controllo Statale  sulla  raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative  statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini

3.    Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano  al fine che lo Stato italiano abbia,  con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82 del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per  impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.  

4.    Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n. 385/1993):

5.    SEPARAZIONE TRA BANCHE DI PRESTITO (loan bank) e BANCHE SPECULATIVE (investment bank) : abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo.

Automatica re-introduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’ Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London)  

6.    Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico

7.    Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…)  dall’attuale 85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori petroliferi kazari.

8.    Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di società italiane quotate alla borsa di Milano.

9.    Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia)

10. Conferire il potere ISPETTIVO  sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza  

11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di effettuare ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.  

12.  Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18  febbraio 1992 firmato  da Mario Draghi)

13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sul tasso 

14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito  

15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).  

16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente

17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg.  TUB 

18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà,  ad un tasso massimo pari al tasso d’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).   

19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare.

 Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle  esecuzioni immobiliari e nel custode  e nel  notaio delle esecuzioni immobiliari

20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano

21. Obbligo di almeno cinque  Parlamentari di ogni  forza politica di partecipare all’ Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute del paese

Attraverso queste essenziali riforme l’Italia potrà riprendere quel ruolo che la DC seppe garantirle in passato e uscire dalla grave crisi nella quale una classe dirigente in larga parte incompetente e  orientata su una deriva nazionalista e populista l’ha condotta in gravissimo isolamento politico e strategico europeo e internazionale.

N.B.:

* Da documenti desecretati e da rilievi matematici confermati dal Ministero dell'Economia delle Finanze sull'assetto di controllo delle banche quotate italiane ( risposta del Ministero all’interrogazione parlamentare dell’On Villarosa (M5S) nel Febbraio 2017)  maggiori azioniste di Banca d'Italia con 265 voti su 529, da parte , attraverso le SUB-DELEGHE conferite agli avvocati (avv. Cardarelli, ..) dello studio legale Trevisan di viale Maino –Milano, risultano una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/ arzebajani di antica origine tedesca (Vanguard, State Street, Northern Trust , Fidelity , Jp Morgan Trust, Black Rock , Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 MILIONE di mq di centri logistici sempre in Italia), cd ariani o KAZARI o askenazita-kazari , indagati dal 15 Gennaio 2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York per PROCURATO DISASTRO AMBIENTALE e per avere fermato lo sviluppo dell'energia solare, hedge fund e come tali, unici fondi al mondo autorizzati a compiere amorali , immorali, illegittime VENDITE ALLO SCOPERTO (presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine di farne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano , crolli della borsa di Milano infatti avvenuti ogni circa sette anni 1994, 2001, 2008 , 2016, crolli che hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro risparmi ) definiti fondi speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.

Trattasi di decreti già emessi , non disegni di legge, decreti che comprovano l'avvento in Italia dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London , proprietari della City of London, e sede fiscale nel PARADISO FISCALE del Deleware come dimostrato dalla Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti , indipendente dal 2001).

Fondi speculatori che il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk ha dimostrato che le società che essi controllano appartengono a TRUSHELFCO, DIKAPPA più un numero delle sette famiglie kazare , georgiane /arzebajane di antica origine tedesca dei Rothshild , J.P. Morgan, Warburg , Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson, convertiti all'ateismo nel 1820 per poter usufruire senza limiti e remore, con l'invenzione

della trivella, ancora del business del petrolio che era terminato in superficie nel 1400 dopo Cristo in Georgia/Arzebajan decretando la fine dell'impero KAZARO (600 avanti Cristo -1400 dopo Cristo), un impero inspiegabilmente cancellato dagli inventori kazari delle tipografie, dai libri storia occidentali, ma ben presente nei libri di storia dell'Armenia, dell'Ucraina.

 

 

 Venezia, 23 Gennaio 2020

 

 

 

 


 

Per l’unità dei Popolari

 

E’ stata una giornata di grande impegno politico culturale quella svoltasi sabato 18 gennaio 2020,  in occasione del 101 esimo anniversario dell’”appello ai liberi e forti” di Sturzo.In una sala stracolma di rappresentanti di partiti, associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, Lillo Mannino, accolto calorosamente dall’assemblea, reduce da una sentenza definitivamente assolutoria dopo oltre vent’anni vissuti dolorosamente, ha svolto una magistrale lectio storico politica sul pensiero di Sturzo e sullo sviluppo dell’idea popolare e democratico cristiana dal 1919 sino alla fine politica della DC (1994). Una fine, frutto dei nostri errori e di una ben calcolata strategia internazionale, la cui regia fu definita nell’incontro sul panfilo  “Britannia”, dove si stabilì “la saga dei vincitori e vinti” nel nostro Paese.

 

Oggi la situazione, come ha ricordato l’amico sen  Maurizio Eufemi con la sua nota uscita all’inizio dei lavori alla sala Alessandrina di lungotevere in Sassia a Roma, è caratterizzata da alcuni aspetti simili a quelli presenti al tempo di Sturzo nel 1919. Allora l’Italia era alle prese con i problemi di assetto interno con la crisi del giolittismo, che aveva esaurito la fase del trasformismo parlamentare su cui si era retto per anni, e con le conseguenze drammatiche del conflitto mondiale. Oggi siamo al culmine del più vasto trasformismo parlamentare che ha caratterizzato la stagione decadente della seconda repubblica, nella quale i partiti e i movimenti presenti a livello parlamentare sono espressione della più arida incultura politica. Regna l’incompetenza e l’improvvisazione  che hanno finito col delegittimare la politica, lasciando ampio spazio alla deriva nazionalista e populista a trazione salviniana  e della destra di Fratelli d’Italia.

 

Ecco perché Mannino ha terminato il suo intervento facendo appello ai firmatari del patto federativo popolare dei DC  e a tutti i popolari affinché non si perda l’occasione che abbiamo davanti a noi, specie dopo la sentenza della corte costituzionale di rigetto del referendum richiesto dalla Lega, e la scelta  espressa della maggioranza di governo per il sistema elettorale proporzionale simil tedesco.

 

Invito raccolto immediatamente da Gianfranco Rotondi e da Lorenzo Cesa, reduci dall’accordo appena siglato per le regionali d’Abruzzo, uniti nella scelta condivisa e sottoscritta nel patto federativo per dar vita a un nuovo soggetto politico, ispirato ai valori del popolarismo, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra radicale.

 

“Il partito del popolo italiano”, è ciò che  ha indicato Rotondi per il nuovo soggetto politico, inserito a pieno titolo nel PPE, che assume il simbolo storico della DC, lo scudo crociato e si propone come luogo della partecipazione politica dei ceti medi e delle classi popolari rimasti sin qui privi di rappresentanza, disgustati della politica urlata e renitente al voto per la quasi metà dell’elettorato italiano.

 

Certo, come hanno detto Renato Grassi, segretario nazionale della DC e da Mario Tassone, segretario nazionale del NCDU, non sarà solo un patto duale a risolvere il caso della diaspora apertasi dal 1994, anche se esso costituisce certamente una condizione necessaria, ma, appunto, non sufficiente. Serve la più ampia partecipazione aperta a quanti si riconoscono negli obietti del patto federativo.

 

Ora si tratta, di ragionare con lo sguardo rivolto in avanti, preoccupati non delle possibilità di sopravvivenza personali di qualcuno, quanto della capacità di offrire una nuova speranza al popolo italiano.

 

A chi temeva che anche dall’incontro della Federazione popolare dei  DC scaturisse l’ennesimo tentativo da aggiungere a quelli sorti consecutivamente negli ultimi vent’anni, tutti destinati al fallimento, dobbiamo assicurare che ora lo sguardo è rivolto al futuro, convinti come siamo che serva riportare in campo la nostra cultura cattolico democratico e cristiano sociale, non per un nostalgico pensiero retro, regressivo e inefficace politicamente, quanto per concorrere a costruire un grande progetto: quello di una politica al servizio e per la partecipazione di una “comunità” fondata sulla solidarietà organica tra persone, gruppi e classi sociali. Si tratta di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali delle ultime encicliche sociali di Papa san Giovanni Paolo II ( Centesimus Annus) ,  di Benedetto XVI (Caritas in veritate) e di Papa Francesco (Evangelii Gaudium e Laudato SI); gli unici documenti che hanno saputo leggere “ i tempi nuovi” che stiamo vivendo e offrire preziose indicazioni, che spetta ora a noi cattolici impegnati in politica rendere operativi sul piano istituzionale. Sono le encicliche che hanno affrontato le questioni rilevanti del nostro tempo:

 

1)       la questione antropologica e demografica particolarmente grave in Italia;

2)       la questione ambientale;

3)        la realtà nuova, complessa della globalizzazione, che per noi italiani si traduce soprattutto nel tema  della sovranità monetaria e della sovranità popolare e il nostro modo di restare nell’Unione europea, caratterizzata dal dominio della finanza sull’economia reale e sulla politica ridotta a un ruolo subordinato e ancillare ( rovesciamento del NOMA -  Non Overlapping Magisteria,  come l’ha definito il prof  Zamagni).

 

Per fare questo, però, serve l’unità più ampia possibile e, soprattutto, un partito. Serve, insomma, la ricomposizione dell’area politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali. Mettiamo, intanto, subito in rete tutti i nostri siti web per preparare i comitati locali e regionali della Federazione e prepariamo l’assemblea costituente in cui decideremo insieme: nome, simbolo, programma e sceglieremo la nuova classe dirigente del partito.

 

Come un albero antico, possiamo cambiare le foglie conservando però le radici e possiamo avanzare le nostre proposte a misura dei nuovi bisogni delle classi popolari e dei ceti medi, conservando la fedeltà ai nostri principi.

 

E’ un invito che rivolgiamo anche agli amici della “Rete bianca” e a quanti hanno sottoscritto “il manifesto Zamagni”.  Seguiamo da osservatori partecipanti il serio dibattito che si è aperto su “ il domani d’Italia” e desideriamo ricordare che é unanime tra di noi  il giudizio di alternatività alla deriva nazionalista e sovranista della destra italiana, così come anche da noi  sono condivise le indicazioni progettuali offerte dal manifesto Zamagni. Con franchezza evidenziamo che se sono comprensibili, proprio date le premesse, le scelte da voi assunte per le prossime elezioni emiliane e calabresi, del tutto sconcertante, a nostro parere, ci sembra quella di un dibattito che si svolge a senso unico e ripercorre senza soluzione di continuità la già consumata  strada di una corrente popolare interna al PD, di cui, semmai, ci si preoccupa solo del suo possibile sbandamento a sinistra.

 

Cari amici, col voto della Consulta è finita la lunga stagione del maggioritario, che riduceva i cattolici e popolari a un ruolo ancillare nella destra o nella sinistra dei partiti e si torna al proporzionale, stella polare della nostra cultura politica: il tempo del mattarellum, porcellum, italicum, rosatellum, è finito. Ora, come nel 1919 lo fu per Sturzo con risultati straordinari imprevisti, dobbiamo ragionare secondo le regole del sistema proporzionale, con lo sbarramento al 5% e ci auguriamo con le preferenze Non vi sembra una condizione più che sufficiente per mettere insieme tutte le nostre energie e sensibilità, per condividere insieme, sulla base dei nostri comuni principi  ispiratori e la strategica scelta di campo, una proposta politica programmatica all’altezza dei bisogni della società italiana ed europea? Il nuovo partito politico di cattolici, aperto alla partecipazione di altre culture compatibili, non sarà mai monolitico, come non lo furono, né il PPI sturziano, né la DC degasperiana, fanfaniana,   morotea e fino alla fine dello scontro del “preambolo”. Oggi è il tempo per il ritorno in campo della nostra cultura politica. Dopo e solo dopo aver costruito il partito, si porrà la questione delle alleanze, fermi nella nostra alternatività alla destra e alla sinistra radicale.

 

Ettore Bonalberti

Direzione nazionale DC

Comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC

Roma, 19 Gennaio 2020

 

 

 

 










 

 




Si parte finalmente

 

Sabato 18 Gennaio prossimo, 101° anniversario dell’”Appello ai Liberi e Forti” di don Luigi Sturzo, tutti i popolari e i democratici cristiani italiani, sono invitati a  partecipare al seminario organizzato dalla Federazione Popolare del Democratici cristiani e dalla Fondazione Democrazia Cristiana, sul tema: “ Popolari 101, un nuovo inizio”.

 

Con la sottoscrizione del patto federativo da parte di oltre quaranta tra gruppi, associazioni e movimenti politico culturali, i rappresentanti dei diversi partiti che hanno caratterizzato la lunga stagione della  diaspora democratico cristiana ( 1994-2019): Cesa, Fiori, Grassi, Rotondi e Tassone, apriranno una nuova stagione per il cattolicesimo democratico e cristiano sociale del nostro Paese.

 

E’ la fine di una suicida lotta apertasi con l’ultimo consiglio nazionale della DC che, proprio il 18 Gennaio 1994, con Mino Martinazzoli, segretario nazionale, decise di sciogliere il partito che aveva governato l’Italia per oltre quarant’anni. Una decisione improvvida e illegittima (dato che doveva, semmai, essere assunta solo da un congresso nazionale) dalla quale prese avvio la lunga stagione della battaglia fra i presunti eredi, cui pose fine la sentenza della suprema Corte di Cassazione a sezioni civili riunite, n.25999, del 23.12. 2010 secondo cui: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”.

 

Come è scritto nella locandina invito del seminario che si terrà a Roma nella sala Alessandrina di Lungotevere in Sassia, 3 dalle ore 10 alle 13: “ La Federazione punta, per la prima volta dopo tanti anni, a superare la diaspora e le divisioni che hanno compromesso una presenza culturale e politica e a costruire un’alternativa sia alla nuova destra che si è sviluppata nei tempi più recenti che alla sinistra in crisi di identità. Il populismo e il sovranismo si sono affermati per la mancanza di un riferimento valoriale come quello del popolarismo e della Dottrina Sociale della Chiesa che restano un “pensiero forte” legato ai principi della Costituzione, allo Stato di diritto e ai diritti fondamentali dell’uomo.

Il progetto è quello della ricomposizione dell’area popolare laica e riformista aperta alle esperienze e alle forze cristiano sociali che si ispirano alla Costituzione.

L’obiettivo è che la “Federazione Popolare dei Democratici Cristiani “, con i valori ai quali si ispira, possa misurarsi già in tutte le prossime competizioni elettorali “.

 

Con l’avvenuta costituzione della Federazione Popolare è definitivamente superato il contenzioso sul simbolo storico dello scudo crociato e sabato prossimo, sarà annunciato ufficialmente, l’avvio di un progetto per la nascita di un nuovo partito che intende rappresentare la tradizione del cattolicesimo democratico e cristiano sociale e costituirsi nella sezione italiana del PPE.

 

Un comitato provvisorio coordinato dall’On Giuseppe Gargani e di cui fanno parte: Paola Binetti, Ettore Bonalberti, Lorenzo Cesa, Publio Fiori, Giuseppe Gargani, Renato Grassi, Filiberto Palumbo, Gianfranco Rotondi, Mario Tassone, è impegnato a dar vita in tutte le regioni, le province e i comuni italiani, ai comitati della Federazione Popolare, dai quali saranno eletti i delegati all’assemblea costituente che deciderà: programma, nome e simbolo del partito e selezione democratica della classe dirigente. Un partito che “ possa misurarsi già in tutte le prossime competizioni elettorali”.

 

Nel deserto delle culture politiche dell’attuale triste fase politica italiana, il ritorno in campo di un partito ispirato dalla dottrina sociale della Chiesa, ossia della più avanzata lettura della globalizzazione mondiale, se sarà in grado di mobilitare le nuove energie che la società civile ha fatto emergere con significative manifestazioni popolari, sarà un’importante offerta alla domanda di rappresentanza che, soprattutto i ceti medi produttivi e le classi popolari hanno espresso;  dapprima, con l’appoggio a movimenti e partiti oggi in una crisi drammatica, e, poi con l’astensione dal voto, lasciando spazio aperto a una deriva nazionalista e populista che, se prevalesse, porterebbe il Paese, come già avvenuto col governo giallo-verde, al totale isolamento internazionale.

 

Abbiamo combattuto questa battaglia per la ricomposizione politica dell’area cattolico democratico e cristiano sociale sin dal momento della fine politica della DC, e siamo particolarmente lieti che, sabato prossimo, si metta la parola fine alla diaspora DC e si avvii “ un nuovo inizio” al quale invitiamo  a partecipare, soprattutto le nuove generazioni, che intendano realizzare con tutti noi la più profonda delle riforme possibili, ossia l’integrale attuazione della Costituzione repubblicana.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF

Componente del comitato provvisorio della Federazione Popolare dei DC

 

Venezia, 11 Gennaio 2020

 

 

 

 

 

 

 

18 Gennaio 2020: cogliamo l’attimo

 

Nati dall’intuizione di un comico intelligente e dalla strategia di una società di comunicazione, affidato alla guida di un giovane senz’arte né parte, il M5S è ora in balia di un saltimbanco della politica, quel Gianluigi Paragone, che sta creando un movimento di transumanti pentastellati verso la Lega, col rischio di far saltare il governo.

 

Oggi la politica italiana è rappresentata da alcune forze politiche in preda a una grande confusione culturale e strategica, espressione della deriva che si trascina dalla fine della prima repubblica e dalla scomparsa delle culture politiche che furono alla base del patto costituzionale.

 

Una crisi della politica che: nel PD fa i conti con un processo di lunga e complessa trasformazione del vecchio PCI ( PDS,DS, PD), nel quale non si è potuto realizzare quella corretta sintesi tra le aree culturali di provenienza social comunista e democratico cristiana, aggravata dal caso Renzi, alla ricerca di una leadership perduta col suo nuovo partito della secessione. Nella Lega, si è consumato  il passaggio da quella secessionista padana di Bossi, alla nuova realtà di un partito a guida solitaria del conducator Salvini, capace di acquisire consensi dal Nord al Sud dell’Italia; una destra italiana, che si compatta sempre di più attorno a Giorgia Meloni su posizioni estreme nazionaliste e antieuropee e, infine, il M5S che corre velocemente verso la sua dissoluzione.

 

Al centro è rimasta Forza Italia, guidata da una leadership consunta e sempre meno efficace del Cavaliere, in preda a un processo inarrestabile di disgregazione. Alla sinistra estrema sopravvive la LEU, in attesa di  come meglio orientarsi a misura che detterà la nuova o vecchia legge elettorale.

 

Manca in tutta questa rappresentazione l’espressione politico culturale dell’area cattolico democratica  e cristiano sociale che, dopo la lunga stagione della diaspora ( 1994-2019) è ridotta alla condizione di pressoché totale irrilevanza sul piano istituzionale. Unica eccezione, il caso del Presidente Mattarella, punto di riferimento essenziale per la nostra democrazia.

 

Non è un caso se la condizione di anomia vissuta dalla società civile e dal divario esistente tra quest’ultima e la classe dirigente del Paese, abbia preso forma e sostanza rilevante il fenomeno delle “sardine” che riempiono le piazze in tutte le più importanti città italiane. Esse sono sostenute dalla volontà di ritornare a una convivenza civile fondata sulla tolleranza e sulla solidarietà organica propria di una comunità, in alternativa alla condizione di rissa e di scontro permanente indotte dalla deriva nazionalista e populista del duo di destra Salvini-Meloni.

 

L’elemento che meglio caratterizza il caso delle “sardine” è la loro conclamata fedeltà alla Costituzione repubblicana e, al di là dei sei punti programmatici delineati nella loro recente assemblea romana (punti sicuramente condivisibili nella loro elementare semplicità, come fondamentali della convivenza civile e politica) ed  è proprio da questa loro conclamata fede costituzionale repubblicana che bisogna ripartire, per avviare un dialogo costruttivo con una nuova generazione di italiani cui guardare con interesse anche da parte di noi popolari.

 

Tornando alla situazione di casa nostra, due sono le iniziative che meglio esprimono lo stato dell’arte: quella avviata dagli amici che hanno dato vita alla Federazione popolare dei DC, che punta a ricomporre l’unità delle diverse schegge ex democratiche cristiane insieme a numerosi gruppi, associazioni e movimenti dell’area cattolico popolare e quella degli amici che hanno sottoscritto “il Manifesto Zamagni”, nel quale si riconoscono anche tutti gli amici della Federazione popolare DC.

 

Se, da un lato, abbiamo la situazione espressa dai partiti oggi rappresentati in parlamento in preda alle loro convulsioni interne e alla ricerca di un difficile equilibrio attorno a quella che sarà la prossima legge elettorale, e, dall’altro, quella di un’area cattolica e popolare in movimento che punta alla ricomposizione politica, ciò che distingue nettamente tutte le forze in campo e in qualche modo è destinata a ricomporle, è la distinzione profonda che passa tra chi si pone in alternativa sovranista e isolazionista rispetto all’Unione europea e chi, invece, come noi dell’area popolare, si batte per più Europa. Un’Europa certamente da riformare nella sua governance, per farla tornare ai principi e ai valori dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi, Monnet, Schuman, ahimè, superati dal prevalere dei valori relativistici propri del “manifesto di Ventotene” che, alla fine, sono quelli che hanno finito col prevalere nell’Unione europea.

 

Contro l’attuale confusione e frammentazione politica serve allora un colpo d’ala delle due parti più importanti di quest’area, entrambe impegnate a inverare nella città dell’uomo i principi della dottrina sociale cristiana che, con le ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica, costituiscono la fonte principale di indicazione pastorale e politico culturale in questa complessa fase della globalizzazione. Un’età, quella che stiamo vivendo, dai profondi sconvolgimenti sul piano antropologico, ambientale, economico, finanziario e sociale, che, come in quella della prima rivoluzione industriale, richiede l’impegno dei cattolici sul piano politico e istituzionale, sia in Italia, sia nel resto dell’Europa e del mondo, insieme agli altri uomini di buona volontà che credono nel valore della pace e della giustizia nella libertà.

 

Abbiamo una data importante davanti a noi: 18 Gennaio 2020. Mancano poche settimane alla celebrazione del 101 esimo anniversario dell’”Appello ai Liberi e Forti” di Luigi Sturzo e della nascita del PPI. Ritroviamoci dunque al convento della Minerva, a due passi dal luogo in cui Sturzo redasse il suo appello, e tutti insieme impegniamoci a costruire il Partito Popolare Europeo in Italia, dando fine alla lunga e suicida stagione della diaspora,  per un nuovo inizio e per dare, finalmente, una nuova speranza agli italiani.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)

Venezia, 20 Dicembre 2019



L’ amnesia del M5S

 

Avevo già scritto un editoriale, il 13 Novembre 2017, commentando il ruolo assunto da Pierferdinando Casini che, presiedendo la commissione di inchiesta sulle banche italiane, su “La Stampa” abbandonava il suo tradizionale stile alla “Fasulein” e assumeva quelli del saccente Balanzone, dichiarando perentoriamente: “ L’Italia non diventi terreno di azione della speculazione finanziaria internazionale”.

 

Adesso il M5S, sulla triste vicenda del Banco Popolare di Bari, riprende il tema, criticando anche in questo caso la mancata o insufficiente vigilanza di Banca d’Italia su quell’istituto.

 

Ma come? A seguito di mirato Q-Time ( interrogazione a risposta immediata in commissione 5-10709) della Commissione Finanze, del Mov. Cinque Stelle, formulati proprio dall’On Villarosa con altri ( Villarosa, Alberti, Pesco, Sibilia e Ruocco), allora presidente della Commissione e attualmente sottosegretario del MEF, ricevettero le conferme dal MEF e da Banca d’Italia (Mercoledì 1 marzo 2017, seduta n.751)  che:

 

1) fondi speculatori kazari  controllerebbero le  banche quotate italiane e quindi dal 1992/93 anche Banca d’Italia (risposta del MEF). Vari giornali, tra cui il Fatto Quotidiano, Il Messaggero, hanno riportato la notizia di “Mister 99%”  rappresentante di fondi speculatori stranieri;

2) ” i depositi”, utilizzati per concedere prestiti, dal 1992/93 non derivano più da attività di raccolta tra il pubblico, ma sono virtuali, “creati” digitalmente.  Banca d’Italia, con una dichiarazione epocale (in allegato),  in risposta al Question –Time della Commissione Finanze del Movimento Cinque Stelle, ha infatti confermato che i depositi della clientela non sono veri depositi, ma virtuali ,  creati  ossia da qualcuno con un clic. Questa importante asserzione costituisce implicita conferma da parte di Banca d’Italia che pertanto anche gli  importi del prestiti (dei mutui ipotecari/fondiari,…  ),  accreditati,  a titolo di tali depositi,  dal 1992/93 sui conti correnti degli italiani, sono stati a monte creati con un clic e poi illegittimamente prestati in Italia, illegittimamente in quanto le banche in Italia essendo intermediarie del credito possono solo fungere,  per la Legge italiana,  da intermediarie tra “il denaro raccolto tra il pubblico” ( e non invece creato) e prestito. 

CHI E’ QUEL QUALCUNO CHE CONTROLLA LE BANCHE  ITALIANE QUOTATE E QUINDI  PURTROPPO ANCHE BANCA d’ITALIA, SI PRESUME DAL 1992/93.

Tutte le banche italiane quotate  sono  risultate controllata nel capitale flottante (che costituisce dal 1992/93 circa l’85% del totale capitale delle banche quotate italiane ) da una  decina di fondi speculatori stranieri,  precisamente kazari,  attraverso interposte persone fisiche, in realtà avvocati dello studio legale Trevisan di Milano, delegati di circa 1900 entità finanziarie, che a loro volta è risultato che abbiano sub-delegato  ad essi fondi speculatori.  Pertanto essi fondi speculatori stranieri  controllando si presume sin dal 1992/93  Banca Intesa, Unicredit , Carisbo  Carige e BNL, unitamente alle rappresentate al voto Inps e Generali,  controllerebbero , eseguiti tutti i calcoli di sbarramento al voto, con 265 voti su 529 anche l’organo di vigilanza Bankitalia Spa,  dal 1992/93   illegittimamente, quindi in aperta violazione dell’art. 47 della Costituzione Italiana “la Repubblica controlla il credito”  e la Repubblica non sono certamente una decina di fondi speculatori stranieri, con tutte le conseguenze che sono derivate, essendo venuta improvvisamente  a mancare  la vigilanza bancaria in Italia, in termini di colossali truffe (derivati sul tasso e sulla valuta ),  costi abnormi (CMS per 270 miliardi di euro addebitate oltre ad interessi ) ed  illegittimo prestito di denaro creato con un clic .   Fondi speculatori stranieri controllanti le banche italiane  e pertanto amministratori di fatto responsabili secondo Cass. n. 25432/2012 e n. 19716/2013 , quanto le banca, in solido ed in via principale,   nel risarcimento del danno.

Questa, gentile On Villarosa, è la realtà bancaria e finanziaria italiana che Lei ben conosce e dovreste allora partire proprio da lì, non crede?  Si tratterebbe di assicurare:

1)   il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Italia;

2)   il ripristino della legge bancaria del 1936, con la separazione tra banche commerciali o di prestito e banche speculative, ri-appropriandosi in tal modo  della sovranità  monetaria,  sottratta all’Italia nel 1992/93 col d.lgs n. 481 del 14 Dicembre 1992 che abolì di soppiatto, dopo 56 anni, la separazione  bancaria,  decreto emesso da Amato e Barucci e sottratta col Provvedimento di Banca d’Italia del 31 Luglio 1992, emesso da Lamberto Dini, con cui è stata modificata inspiegabilmente all’insaputa di tutti, non essendo,  né una legge , né un decreto legge , né un decreto legislativo, la contabilità di partita doppia del sistema bancario italiano; fatto che avrebbe consentito, a questi fondi speculatori , secondo alcuni autori,  una colossale miliardaria evasione fiscale (circa 1350 miliardi di euro evasi) della quota capitale pagata dagli ignari piccoli  mutuatari italiani, denaro creato da questi fondi speculatori con un clic a Nassau, doc. desecretati dimostrano,  invece che raccolto tra il pubblico in Italia e ad essi ignari  mutuatari italiani  illecitamente prestato a partire dal 1 Gennaio1993. Questa sarebbe la riforma fondamentale da compiere senza la quale ogni altro progetto riformatore sarà vano, ma si sa, andare contro il potere dei fondi speculatori non è nelle corde di una classe dirigente disponibile a galleggiare piuttosto che a governare a sostegno del bene comune.

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF

Direzione nazionale DC

Componente del comitato provvisorio della Federazione popolare DC

Venezia, 17 Dicembre 2019