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Editoriale


Due giovani candidati  Popolari per il Comune di Venezia

 

La Federazione Popolare dei DC veneti per il rinnovo del consiglio comunale di Venezia sostiene la lista “ Venezia è tua” per Baretta Sindaco. E’ una scelta derivante dalla delusione vissuta, dopo che nel 2015 avevamo sostenuto la lista dell’amico Renato Boraso, già democratico cristiano, oggi divenuto organico nella lista fucsia del sindaco uscente. Un sindaco che, durante tutta la passata amministrazione, non ci ha degnato di alcuna attenzione non rispondendo mai alle nostre richieste su temi importanti della cultura e della promozione della città e senza attivare alcuna iniziativa tra quelle indicate nella nostra “ Idea di Venezia”, la proposta programmatica della Lista Boraso, disattesa subito dopo il voto.

Abbiamo fatto una scelta a sostegno della candidatura di due giovani veneziani: Clark Manwar e Giuseppe Vadalà. Siamo convinti, infatti, che la politica e l’amministrazione della nostra città, abbia bisogno di “vino nuovo in otri nuovi” e i due candidati della nostra Federazione possiedono queste caratteristiche.

Clark Manwar, nato a Dhaka (Bangladesh), ma cittadino italiano, è l’esempio della perfetta integrazione nella nostra comunità sino a diventare un imprenditore nel settore alberghiero nel centro storico di Venezia.

Su di lui crediamo si possano ritrovare molti esponenti del terzo stato produttivo turistico alberghiero e gli amici italiani delle vaste comunità di immigrati di cui  i Popolari intendono favorire l’integrazione, secondo quello spirito di apertura al mondo che è iscritto nella migliore storia della Serenissima.

Giuseppe Vadalà, dal canto suo, opera da molti anni nel settore dell’immobiliare e dell’intermediazione come consulente Real Estate. E’ membro benemerito dell’Accademia Costantina e dell’Associzione nazionale Carabinieri . Una garanzia di serietà professionale e di profonda conoscenza dei  temi urbanistici di Venezia.

Due risorse giovani e  qualificate in grado di garantire tanta passione civile e amore per la nostra città, impegnate a tradurre sul piano amministrativo i valori dei Popolari e gli interessi dei ceti medi produttivi e delle classi popolari.

 

Ettore Bonalberti e Pasquale Ruga

Federazione Popolare dei DC di Venezia

 

Venezia, 8 Settembre 2020

 



Le alleanze non sono un pallottoliere, ma serve un centro nuovo

 

E’ vero, come sostiene Merlo nel suo articolo su Il Domani d’Italia che “le alleanze non sono un pallottoliere” tanto a sinistra quanto a destra degli schieramenti. E lo sono soprattutto per il PD, sin qui necessitato a un’alleanza con “il vero partito populista, antiparlamentare, demagogico e qualunquista della politica italiana”, che è il M5S. Se, però a destra ogni questione dirimente tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, alla vigilia di ogni scadenza elettorale, è risolta disinvoltamente con la formazione di liste unitarie, è a sinistra che, perdurando il sistema elettorale del “rosatellum”, al PD non resta che l’alleanza forzata e innaturale con il M5S o l’isolamento minoritario nelle istituzioni.

 

Se a destra, con facilità, si superano questioni strategiche di fondo sul piano degli schieramenti europei, tra Forza Italia, componente non irrilevante del PPE, Fratelli d’Italia tra i conservatori europei, e la Lega unita alla destra estrema con i partiti anti europei e dell’area Visegrad, è nell’area del centro sinistra che il PD non riesce a sottrarsi all’abbraccio soffocante e innaturale col M5S, per la semplice ragione che un centro democratico, popolare, liberale e riformista non esiste. E non esisterà mai, permanendo un sistema elettorale che dal “mattarellum” al “rosatellum” ha sempre puntato a facilitare un bipolarismo forzato che non rientra nella storia e nella cultura politica italiana. I partiti di programma nati col Partito socialista italiano e con il PPI tra il XIX e il XX secolo poterono superare la lunga stagione del trasformismo depretisiano e giolittiano, grazie all’introduzione del suffragio allargato e del sistema proporzionale; un sistema che permise ai partiti del patto costituzionale di garantire l’assetto democratico pluralista del Paese sino alla fine della Prima Repubblica (1947-1993).

 

Ecco perché continuiamo a sostenere la scelta del sistema elettorale tedesco ( il “germanicus”): proporzionale con preferenze, sbarramento al 4-5% e sfiducia costruttiva; un sistema, cioè, in grado di garantire, con la rappresentazione reale delle forze in campo, la governabilità del Paese. Si vedrà, dopo il prossimo voto referendario, se questa sarà la scelta che, almeno sin qui, da Di Maio a Renzi sembra essere sostenuta, mentre nel PD continuano le antiche chimere delle elezioni a doppio turno alla francese. Ennesimo tentativo di piegare in senso forzatamente bipolare una realtà più composita come quella italiana di interessi e di valori che, solo il proporzionale è in grado di rappresentare, così come avviene in Germania, la cui evoluzione storico politica e persino socio economica e istituzionale è assai più simile a quella italiana. Oltre e ancor prima,però, della scelta del sistema elettorale esiste, quello dell’incapacità sin qui colpevolmente sperimentata di dare concreta espressione a quell’area politico culturale cattolico democratica e cristiano sociale senza la quale resta esclusa dalle istituzioni la componente che, storicamente, insieme alle culture di ispirazione laica, liberale, repubblicana, socialista riformista e comunista, ha saputo garantire, con l’avvento del patto costituzionale la democrazia della nostra Repubblica.

 

Con chi si potrebbe alleare un PD, permanendo questo vuoto di rappresentanza politica del centro di ispirazione cattolica e popolare, se non con chi, dal 2018, il M5S, rappresenta come ben ha descritto Merlo  le istanze della protesta e del populismo qualunquista e antiparlamentare presente  pesantemente almeno in quel 50% di elettori che continuano a votare? Ecco perché il tema torna alla questione che nel mio ultimo saggio, che intendo presentare al prossimo convegno di St Vincent (9-10-11 Ottobre) intitolato: “ DOMODISSEA- Il travaglio di un “Don Chisciotte” nella lunga stagione della diaspora DC (1993-2020)” ho esaminato in tutti i suoi passaggi. La storia di traversie, di avvenimenti infausti e ingloriosi, che, ahimè, ci hanno perseguitato e non sono ancora cessati dalle elezioni politiche del 2018, alle europee del 2019 e persino alle prossime regionali settembrine. Da “medico scalzo” e senza alcuna autorità se non quella di un anonimo “osservatore partecipante” senza ambizioni, ho fatto appello diverse volte agli amici della Federazione Popolare DC, cui appartengo, e a quelli raccolti attorno al “manifesto Zamagni”: Rete bianca, Politica Insieme e Costruire Insieme, affinché si possano incontrare e trovare le convergenze per l’unità possibile di tutta l’area cattolico democratica e cristiano sociale. Sino a oggi nessuna risposta. Mi auguro che il prossimo Convegno di St Vincent (9-10-11 Ottobre) felicemente programmato dall’amico Rotondi  ( proprio in quella sede valdostana, molti anni fa, esordì da giovane esponente DC avellinese amico di Sullo e di Gerardo Bianco), sia proprio l’occasione per un tale avvio di unità.

 

Solo se sapremo concorrere alla nascita di  un soggetto politico nuovo che, come un mantra, continuo a definire: popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori DC, alternativo alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e alla sinistra comunista; un soggetto impegnato ad attuare integralmente la Costituzione con politiche fondate sui principi dell’economia civile e su quelli della solidarietà e sussidiarietà, si potrà dare risposta reale all’esigenza posta dall’amico Merlo. Non si giocheranno più le alleanze sul piano del pallottoliere, ma su scelte fondate sulla rappresentazione reale di interessi e valori che, attualmente, gonfiano la rete dei renitenti al voto. Gli interessi e i valori, soprattutto, dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, quelli ai quali la DC seppe sempre garantire storicamente la più alta mediazione sul piano politico e istituzionale. E dovremo non solo superare i limiti che hanno sin qui impedito di costruire la nostra unità, ma anche dei segnali di disponibilità provenienti sia da Forza Italia che nello stesso M5S e nel PD. Solo se nasce un centro nuovo finisce il tempo del pallottoliere.

 

Ettore Bonalberti

Federazione Popolare DC

Venezia, 7 Settembre 2020

 

 

Ho commentato un articolo assai critico di Dino Bertocco pubblicato su www-geecco.it ( 21 Settembre: “Un Veneto senza guida”) con la nota: “Della Lega veneta”, che allego. E' la testimonianza di un democratico cristiano veneto che conobbe i protagonisti originari della Liga veneta, Achille Tramarin e Franco Rocchetta, e che distingue nettamente la Lega del Veneto oggi sotto la leadership di Luca Zaia da quella muscolare di Salvini.


Della Lega veneta

 

Caro Dino ho letto con interesse il tuo j’accuse profetico post elettorale del voto veneto di Settembre. Il medesimo interesse con cui seguo il tuo appassionato impegno per un coinvolgimento diretto civico,  sin qui risultato scarso se non inesistente.

Confesso che larga parte della tua diagnosi sul caso del dominio di Zaia nella politica veneta è condivisibile, anche se, a mio parere, insufficiente per collocare nella giusta dimensione storico politica la realtà  della Lega veneta sorta agli inizi degli anni’80.

Quando da responsabile del programma della DC veneta ebbi i primi contatti con Achille Tramarin e Franco Rocchetta, antesignani di un fenomeno politico allo “statu nascenti”, che dovette ben presto fare i conti e soccombere nei confronti della Lega lombarda guidata da Umberto Bossi, sino al sacrificio successivo dello stesso Comencini, dal gruppo di studio che la DC pensò di istruire ( composto, tra gli altri, dagli amici prof. Ulderico Bernardi, il compianto prof. Ferrucio Bresolin, dal prof. Enrico Berti e dal sottoscritto) compresi che si trattava di un progetto politico culturale che originava dalle radici profonde del tessuto popolare della nostra terra. Basta ricordare come, senza risorse e con una comunicazione basata sull’utilizzo di manifesti murali fatti a mano o da scritte improvvisate sui muri o sui cavalcavia autostradali, quel movimento spontaneo finisse col penetrare progressivamente nei nostri comuni, soprattutto quelli della fascia pedemontana veneta, anche in quelli nei quali la DC segnava punte di consenso elettorale oltre il 50-60%.  Si trattò del più vasto smottamento del consenso democratico cristiano di tutta la storia repubblicana.

Non si può, dunque, analizzare il fenomeno leghista veneto se non si riconosce quest’origine autenticamente popolare, radicata nell’autonomismo locale che è stata la cifra anche della condizione di egemonia vissuta dalla DC veneta dal 1947-48 e per quasi cinquant’anni.

Certo un movimento-partito quello della Lega, che non si alimentava della nostra cultura cattolico democratica e cristiano sociale, ma, in origine, sull’idea del valore dell’antica supremazia Serenissima e, poi, su quelli bossiani della “Padania”, come terra promessa distinta e distante da “Roma ladrona” da cui ci si augurava il distacco, anche quando il ministero degli Interni, espressione massima del valore dello Stato unitario, fu affidato alla guida del segretario pro tempore leghista, Roberto Maroni.

Questo carattere popolare forte del valore dell’autonomismo locale è sempre stato alla base della Lega veneta che, proprio dal consenso e dal potere assunto democraticamente negli enti locali, ha saputo costruire la sua egemonia, sino al dominio attuale del potere di Luca Zaia.

Intatti i valori di riferimento essenziali della democrazia parlamentare e costituzionali, come furono egregiamente dimostrati dalla netta scelta compiuta dalla Lega a favore del NO nel referendum contro la “deforma costituzionale” renziana. Non dimenticherò mai l’apporto straordinario che il presidente Ciambetti, con i più autorevoli esponenti leghisti delle sette province venete, assicurò al nostro comitato dei Popolari per il NO. Un accordo anche con i riformisti di sinistra che seppe garantire la netta vittoria del NO nel Veneto a quel voto referendario del 4 dicembre 2016.

Certo il passaggio dalla guida forza leghista a conduzione Galan della Regione a quella lega-forzista di Zaia è un momento politico amministrativo delicatissimo, cui tu da tempo dedichi la giusta attenzione. Il tempo degli “homini novis” che ebbero in gran dispitto quelli che, come molti di noi, erano stati e sono espressione della sempre più rivalutata Prima Repubblica. Homini novis, e pure qualche donna, czarina della prima ora, i quali procedettero alle purghe di tipo staliniano di cui fui personalmente vittima.

Credo, insomma, che tutti questi elementi andrebbero considerati, insieme a quelli più fortemente critici da te evidenziati, se sulla Lega veneta vogliamo svolgere una riflessione più

rigorosa, sia sul piano storico che su quello politico culturale.

Quanto al voto di Settembre e lo faccio non come previsione a futura memoria,  ma come realistica costatazione di un dato effettuale, ciò che credo andrebbe evidenziato sia: da un lato, l’ennesimo reiterato tentativo lombardo messo in campo stavolta da Salvini, di stoppare il voto alla lista Zaia per impedirne il sorpasso su quella ufficiale della Lega, riconfermando l’antica volontà di supremazia lombarda su quella veneta. Una supremazia che, stavolta,  rischia di mettere in gioco la stessa leadership di un partito non più padano, ma nazionale, tra “il Tecoppa meneghino” e la figura più moderata e istituzionale di Zaia. Dall’altra, la realtà di una competizione dov’è totalmente scomparsa la presenza di una forza organizzata dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.  Di ciò ho scritto nel saggio che presenterò a St Vincent, al convegno che si terrà il 9-10-11 Ottobre p.v. che ho titolato: DEMODISSEA, Il travaglio di “Don Chisciotte” nella lunga stagione della diaspora DC (1993-2020).

 

Ettore Bonalberti

Federazione Popolare DC

 

Venezia, 5 Settembre 2020

 

 



Referendum e conseguenze del voto

 

A poche settimane dal referendum sul taglio dei parlamentari si moltiplicano le prese di posizione a favore del SI e del NO. Un tema che ha diviso anche la vasta schiera dei costituzionalisti, la stragrande maggioranza dei quali ha espresso  motivate ragioni di ordine costituzionale a sostegno del NO, mentre il prof Vittorio Onida, ex presidente della Consulta, si è caratterizzato come una voce fuori del coro con l’articolo pubblicato su Repubblica.

Quanto a me, come gli amici della Federazione Popolare DC, voterò NO condividendo le ragioni indicate con chiarezza dall’amico Follini nel suo articolo pubblicato sulla rivista “Formiche” (“Vi spiego i tre difetti del referendum”) e da autorevoli amici come D’Ubaldo, Davicino, Dellai su “Il domani d’Italia”.

 

Questa infelice verifica referendaria, com’è noto, rappresenta uno dei fiori all’occhiello della strategia del M5S, coerente con la loro idea di “democrazia diretta”, sostanzialmente sostituita nella prassi quotidiana di quel partito che, piattaforma Rousseau più o meno scevra da condizionamenti, resta eterodiretto dall’esterno, vuoi per il ruolo dominante del fondatore Beppe Grillo che da quello molto più pressante e costoso della Casaleggio e C. Di qui l’impegno del M5S a sostenere le ragioni del SI, con il leader di turno Di Maio che è giunto ad affermare: L’establishment è per il NO, gli italiani per il SI”. Il giovanotto di Pomigliano, assurto miracolosamente al ruolo di ministro degli esteri, sembra dimenticare che il M5S fa parte a pieno titolo della nuova dirigenza al governo, anche se, ahinoi, con molte incompetenze e contraddizioni.

 

E’ evidente che, se vincesse il SI, il M5S assumerebbe il risultato come la dimostrazione del valore della loro tesi suffragata dal consenso popolare. Sappiamo bene che, dopo la lunga narrazione populistica avviata dopo la fine della prima repubblica, con  Berlusconi, Bossi sino a Renzi e al M5S, esista una netta propensione anti casta e anti politica pronta a sostenere le ragioni del SI. A tale condizione oggettiva si aggiunge l’ambigua e difficile posizione del PD diviso tra coloro che, come Bonaccini e Del Rio sono per il SI, coerentemente con la posizione che il partito in passato ha sempre avuto sul taglio dei parlamentari e con un occhio vigile sulla tenuta del governo, e quelli che, come Orfini e molti della base, sono schierati, invece, a favore del NO. Zingaretti, incerto sul da farsi, affida alla già convocata direzione nazionale il compito di sciogliere il nodo, chiedendo all’alleato di governo di rispettare gli accordi: il PD potrà votare SI solo se congiuntamente si approverà una nuova legge elettorale e la modifica dei regolamenti parlamentari.

 

Il voto settembrino, che riguarda alcune importanti realtà regionali e comunali, appesantito da quello referendario, rischia così di assumere connotazioni politiche rilevanti, tali da riversare i propri effetti sulla tenuta del governo Conte 2, tenendo anche conto della difficile situazione economica, sociale del Paese, squassato dalla crisi pandemica. Un autunno che si annuncia particolarmente caldo e dagli esiti sociali e politici imprevedibili.

 

Se tentassimo di valutare ciò che comporterà l’esito del voto, anche rispetto ai tempi e ai modi in cui stiamo faticosamente cercando di concorrere a ricomporre politicamente l’area cattolico  democratica e cristiano sociale, mi sembra che si potrebbe concludere così:

a)    una crisi di governo con elezioni anticipate è l’ultima delle situazioni per noi auspicabili avendo necessità di più tempo disponibile;

b)   se vincesse il SI, sarebbe necessario por mano alla nuova legge elettorale e alla modifica dei collegi elettorali, posto che assai difficilmente potranno farsi tali approvazioni in parlamento prima del 20 settembre come richiesto da Zingaretti. Una spinta, dunque, al prolungamento della vita del governo.

c)     Se vincesse il NO, difficile prevedere le conseguenze sul governo, dopo una sconfessione evidente della strategia istituzionale grillina. Una crisi possibile che potrebbe condurre o a un nuovo governo, magari guidato dalla seconda carica dello Stato con il compito di indire nuove elezioni, o direttamente a elezioni anticipate .

 

Se è vero che la tenuta del governo è molto legata alla scadenza e successiva elezione del Presidente della Repubblica, termine ultimo di garanzia per la sopravvivenza della maggioranza rosso verde, è altrettanto evidente che il nostro progetto è molto collegato al tipo di legge elettorale che alla fine, prima o dopo il voto settembrino, sarà scelto per le prossime elezioni politiche. Rimanesse l’attuale “rosatellum”, il nostro progetto sarebbe destinato al naufragio, con un bipolarismo forzato tra centro destra a dominanza salviniana e centro sinistra a dominanza PD e M5S, che finirebbe col dividere le già frammentate parti di area cattolico popolare. Come nella migliore tradizione sturziana e degasperiana noi possiamo costruire il soggetto politico nuovo di centro ispirato dai valori della dottrina sociale cristiana, solo se sarà adottata la legge elettorale proporzionale, meglio se “alla tedesca”, con preferenze e sbarramento al 4-5% e introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva. Una legge in grado di garantire, con il massimo di rappresentanza delle reali forze in campo, la stabilità di governo.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 26 Agosto 2020

E’ poco il tempo, usiamolo per l’unità

 

Le scelte autolesioniste del M5S nelle Marche e in Puglia fanno emergere una spaccatura nella maggioranza di governo che, se punita dal voto di Settembre, potrà avere conseguenze letali per il Conte 2. Non che si giunga necessariamente al voto anticipato, ma sicuramente a un governo a probabile guida della seconda carica dello Stato per preparare le elezioni nella primavera 2021.

 

Lasciando al PD e al M5S il compito di meditare sulle loro decisioni, è in casa nostra che dovremmo seriamente riflettere e accelerare il processo avviato con la Federazione Popolare DC di ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale italiana. Un progetto che interessa anche agli amici raccolti attorno al “manifesto Zamagni”, ossia quelli di Rete Bianca, Costruire Insieme e Politica Insieme, con i quali sarà indispensabile trovare un’intesa politico programmatica unitaria.

 

Nel mio ultimo editoriale ho scritto: né col centrodestra né a sinistra, convinto che, prima delle alleanze, serve costruire l’unità al centro per costruire il soggetto politico nuovo in grado di superare il tripolarismo: Destra-M5S-PD, dimostratosi in grado produrre solo governi di necessità sostenuti  dal trasformismo parlamentare. E’ evidente che il soggetto politico nuovo di centro potrà nascere solo se la legge elettorale, che alla fine sarà adottata per le prossime elezioni politiche, sarà di tipo proporzionale; meglio se “alla tedesca”, con sbarramento al 4-5% e introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva, col quale si garantiranno una rappresentanza reale delle forze in campo e, insieme, la stabilità dell’esecutivo. In caso di legge maggioritaria, invece, anche il vasto fiume carsico dell’area cattolico democratica e cristiano sociale,  sollecitato dall’esigenza di sopravvivenza dei pochi parlamentari uscenti, non potrà che dividersi tra quanti si accaseranno nella coalizione di centro destra a dominanza salviniana o in quelle di sinistra a dominanza  PD o M5S.

 

Premessa per un confronto serio con le diverse anime a sostegno del manifesto Zamagni sarà la condivisione di una proposta di programma per l’Italia che, partendo dai problemi urgenti del post pandemia, sappia offrire risposte adeguate ai ceti medi produttivi e alle classi popolari, supportate dai principi della dottrina sociale cristiana: personalismo, solidarietà e sussidiarietà.

 

Non siamo riusciti anche questa volta a realizzare nelle diverse realtà regionali interessate al voto di Settembre i propositi che avevamo indicato nell’assemblea della Federazione del 2 Luglio scorso. Guai se, però, non fossimo in grado di rimuovere gli ostacoli, soprattutto di tipo personale dei soliti noti, che si sono dimostrati macigni fin qui insuperabili, e ci limitassimo a gridare agli ennesimi “tradimenti” come quelli alle politiche del 2018 e alle europee del 2019.

 

Dopo il voto del referendum sul taglio dei parlamentari, ultimo attacco al sistema della democrazia rappresentativa e parlamentare portato avanti dai fautori della cosiddetta illusoria “democrazia diretta” e dell’utopica “decrescita felice”, voto nel quale noi Popolari e DC voteremo NO, il parlamento, nel caso prevalesse il SI,  sarebbe inevitabilmente impegnato,, alla modifica dei collegi elettorali e alla scelta della nuova legge elettorale.

 

Un tempo, mi auguro, sufficiente per permettere alla Federazione Popolare DC e alle componenti del Manifesto Zamagni di trovare l’ubi consistam, indispensabile per realizzare il progetto del soggetto politico nuovo di un centro popolare, democratico, popolare, liberale , riformista, europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano. Un centro nuovo inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla destra nazionalista e populista a dominanza salviniana e alla sinistra senza più identità. Il tempo davanti a noi è molto poco, ma guai se non lo utilizzassimo al meglio per la nostra unità.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 21 Agosto 2020

 

 

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l'articolo del Prof Giuseppe Pace sulla situazione scolastica del Veneto



A settembre in Veneto la scuola è peggio di prima senza scuole libere o con l’autonomia.


Prof. Giuseppe Pace V.Seg. Prov. Partito Pensionati Padova con delega al decentramento regionale per la scuola.


In Germania ed altri Paesi d’oltralpe, la scuola è regionalizzata da decenni e molti servizi pubblici vengono erogati con più elevata qualità dei nostri. Da noi, soprattutto non pochi docenti, non vogliono cambiare il servizio e la qualità della scuola statale e non capisco bene il movente. Se il loro timore fosse inerente la perdita o riduzione dell’imparzialità del docente regionalizzato, lo capirei e condividerei. Invece hanno paura del demonio del privato e preferiscono lo stato padronale, che li massifica, li sottopaga ma non ne controlla la qualità. A mio parere, ma anche di tanti miei connazionali e residenti in Veneto, la scuola bisogna affidarla alla libertà d’impresa, tipica dell’ambiente non collettivista, viceversa c’è  lo statalismo padronale? Credo di si. E’ su questa base concettuale che bisogna iniziare o meno la regionalizzazione del sistema scolastico, non altro. Bisogna mettere in competizione sana le scuole e le università statali e libere. A queste seconde, bisogna dare dignità di essere sullo stesso piano di partenza. La Regione paghi le rette-in tutto o in parte a seconda del reddito e le capacità dei discenti- a chi si iscrive e riscrive non alle scuole di stato, ma alle scuole regionalizzate. Queste ultime se medie superiori devono costare molto di più dei circa 100 euro soltanto d’iscrizione. Chi controllerà le scuole libere? L’utenza. Le scuole libere non devono essere solo confessionali, come oggi in gran parte. Le Università libere devono garantire prestiti agli iscritti che lo chiedono, da restituire nei primi anni di lavoro, la Regione se ne fa garante con le banche. Sia pure con un margine d’approssimazione minimo, se dividiamo gli oltre 50 miliardi annui spesi dallo Stato per garantire la scuola a circa 8 milioni di studenti, ne risulta che ogni studente costa al contribuente italiano più di 6mila euro, pari a 500 euro mensili, tolto il periodo delle vacanze. Per la Regione è facile fare il conto di quanto può chiedere per il servizio che poi dovrà regolamentare a distanza, non da vicino come una sorta di nuovi feudi elettorali di personale scolastico (75 mila in Veneto, con stipendi regionalizzati dunque più elevati) ma lasciare libertà di gestione a genitori e studenti maggiorenni che controlleranno la libertà di scelta del docente, della presidenza con contratti brevi, del comitato di gestione (dove ci potranno essere, sia a livello provinciale che regionale, anche due prof. universitari di area umanistica e tecnico-scientifica in veste di osservatori delle presidenze e un Magistrato che garantisca la legalità). Nelle aule dei saperi, in Regione Veneto, a settembre, devono entrare 586 mila discenti e oltre 110 mila studenti iscritti nei 4 atenei veneti con prevalenza nella storica università di Padova che ha superato, da sola, i 70 mila iscritti. Il servizio scuola italiana costa più di 50 miliardi annui al contribuente tartassato dallo Stato, l’imposizione fiscale è oltre il 44%, e l’ attuale Governo, a me pare, esuberi di potere con i continui decreti del Premier e le minacce di carcerare chi non ottempera la prevenzione obbligata per la pandemia del ministro Speranza. Bisognerebbe ribadire sia a Conte dei 5Stelle che a Speranza, della Sinistra più a Sinistra del Pd, che la nostra Repubblica è basata su tre poteri: parlamentare, governativo e della Magistratura che applica le leggi e sanziona i cittadini disonesti, fossero anche parlamentari, premier e ministri. Uno studente costa allo Stato, fino alla maturità liceale, oltre 100 mila euro, nel Veneto con il 65% di scuole non statali fino a 6 anni, invece, lo Stato risparmia 500 milioni l’anno. La Ministro dell’Istruzione dice: “Vogliamo fare scuola anche fuori dalla scuola: portiamo gli studenti nei cinema, nei teatri, nei musei, facciamo in modo che respirino la cultura di cui hanno bisogno. Portiamo anche i più piccoli al parco quando il tempo lo consente a fare lezione”. E per farlo, ha detto la ministra, “è chiaro che abbiamo bisogno di più spazi”. Conte dice: ”vogliamo una scola più sicura, moderna e inclusiva”, parole di circostanza prive di contenuto reale. I media incensano i nostri peggiori politici e oscurano i migliori in nome del popolo sovrano che li ha delegati con il voto. Vogliamo leggere anche altri media superpartes e per il popolo reale e non solo i media chiaramente orientati sull’elettorato di centrosinistra. Gli oltre 50 miliardi spesi annualmente per aprire le aule a 8 milioni di studenti e a 800 mila docenti non bastano più per mantenere l’attuale sistema statale e statalista di uno Stato vassallo che tratta il cittadino ancora come un suddito imponendo una scuola pubblica ad oltre il 90% dei suoi sudditi pecoroni. Secondo i media nazionali servono altri miliardi fino al 4,5% del Pil come in altri paesi europei. Così scrivono valenti opinionisti dell’intellighenzia di moda corrente, ma nemmeno una parola per marcare le differenze di qualità dei diversi sistemi scolastici esistenti in Francia, Olanda, Svezia, Gran Bretagna e Germania. In nessun Paese c’è il primato, incontrato, di una scuola che vieta i diritti basilari degli studenti come il poter scegliere il docente disciplinare come si sceglie il medico generico della mutua o lo specialista. In Veneto la scuola dell’infanzia fino a 6 anni è per il 65% privata o libera (afferma l’animatrice dell’Associazione “Veneto Vivo”), quella obbligatoria e medie superiori era al 17% non statale, poi ridottasi a circa 10% con la crisi del 2008 e col covid19. Nel 2017 più di 2 milioni di veneti hanno deciso di dare il loro sì al referendum che la chiedeva. Nonostante questo, tutto appare ancora confuso e poco chiaro, dice anche “Veneto Vivo” che aggiunge: ”Ma cosa significa davvero l’autonomia? Cosa manca per attuarla? Perché desta così tanto dibattito”, direi soprattutto per la scuola? Le nuove disposizioni del Ministero dell’Istruzione sono riuscite a far rimanere tutti scontenti. A cominciare dai docenti, passando per i dirigenti scolastici, quinti il personale delle scuole, e per finire ai genitori. Sulla ripartenza delle lezioni, infatti, i conti non tornano e così anche nel prossimo anno scolastico la didattica a distanza sarà inevitabile, questo lo scrive come se fosse un male. E non pochi dei media secolarizzati, o indifferenti ai diritti degli studenti, gli danno man forte scrivendo: ”Difficile appare dunque il reperimento degli spazi per creare nuovi ambienti didattici, con gli enti comunali e le Province che dovranno fornire alle stesse istituzioni scolastiche altre strutture, come musei, parchi o addirittura ville all’aperto. Inoltre, se gli ambienti aumentano, occorrerà aumentare anche il numero dei docenti”. Un editoriale di Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera lancia un’idea controcorrente che la classe dirigente privata deve smettere di lamentarsi e assumersi le proprie responsabilità pubbliche. In pratica, auspica che una decina di grandi capitalisti italiani illuminati – la borghesia – si prenda la responsabilità di rilanciare il Paese dopo una crisi che dura dal 2008 da cui non si riesce a uscire. Nel discorso di de Bortoli è implicita una critica a quel capitalismo assistito italiano che, più che prendersi responsabilità, sa solo chiedere soldi allo Stato. Nello specifico afferma che questi 10 capitalisti, grandi borghesi, dovrebbero intervenire prioritariamente nell’istruzione che nel nostro Paese è carente. Dare semplicemente più soldi alla scuola e all’università, come si è sempre fatto sia pure con elemosina, nelle condizioni in cui sono non avrebbe effetti positivi. Andrebbero a vantaggio di persone che godono di rendite di posizione più o meno modeste e non sono disposte a cambiare nulla. Lo si è visto con il rifiuto delle innovazioni timidamente introdotte con la “Buona Scuola” qualche anno fa. Se si aumentano i finanziamenti alla scuola, i sindacati faranno di tutto perché siano semplicemente aumentati gli stipendi e stabilizzate le posizioni di quasi un milione di insegnanti in una struttura rigida e inefficace. Se si aumentano i fondi all’università, da una parte succederebbe lo stesso, dall’altra non ne beneficerebbe sostanzialmente nemmeno la ricerca la cui qualità non può migliorare con soli più soldi. Per non parlare del clientelismo e di un sistema di valutazione autoreferenziale e burocratizzato. De Bortoli fa una proposta sollecitando alla responsabilità sociale della grande impresa che nel lungo termine comporta vantaggi anche economici. Più di qualcuno teme che non si renda conto che sta chiedendo a un asino di andare al galoppo. La scuola ripartirà peggio di prima? Ci sono tutti i presupposti più la paura pandemica. In Veneto lo scorso anno scolastico qualcosa di più si è fatto: almeno il 10% degli studenti ha potuto recarsi a scuola e non tutti in vacanza come nelle altre regioni italiche. “Purtroppo non è stato possibile concedere a ragazzi e insegnanti di ritrovarsi in classe nemmeno per un giorno, a fine anno scolastico. Ma così si rischia di arrivare impreparati anche a settembre”. Su questi presupposti l’assessore regionale all’istruzione e alla formazione, ha convocato il tavolo regionale per progettare la ripartenza della scuola. Obiettivo del confronto, che ha coinvolto Ufficio scolastico regionale, Anci, Upi, organizzazioni sindacali, Associazione nazionale presidi, FormaVeneto, Associazione dei genitori delle scuole cattoliche, Assessorato regionale alla sanità e al sociale e Assessorato regionale ai trasporti, è la costituzione di un coordinamento operativo regionale che elabori “linee guida” per il rientro in classe a settembre dei circa 700 mila utenti di scuola e università, in 28 mila classi.

 

 

Né col centro destra né a sinistra

 

L’avvicinamento strategico di PD e M5S è stato oggetto di alcuni interessanti commenti politici ferragostani. Natale Forlani, con la sua rigorosa analisi socio politica, ha scritto un’interessante nota con cui si chiede se l’alleanza organica PD-M5S sia una naturale evoluzione o un progetto contro natura, considerate le molte contraddizioni che hanno attraversato e attraversano i due partiti. E’ seguita una nota ANSA della sen. Paola Binetti, UDC, inserita organicamente nell’area del centro destra, con la quale la senatrice romana prende atto che: “ Il mondo politico torna a strutturarsi in senso bipolare e l'appello all'unita' rilanciato ieri da Berlusconi al Centro-destra è la risposta concreta al bisogno di alleanza Pd-M5S, reso possibile dalla conferma della Piattaforma Rousseau.” Quella nota continua così: “ Nel Centro-Destra la sfida per l’unità richiama prepotentemente il bisogno di ricreare un asse più orientato al centro. E' necessario offrire al Paese una visione politica che abbia almeno queste tre dimensioni: liberale in economia, socialmente competente nell'arte del buon governo, laicamente cattolica nei valori che propone".

A questa affermazione della Binetti replica con grande lucidità Giancarlo Infante con la nota odierna pubblicata su www.politicainsieme.com  : “ Liberiamoci della logica del “bipolarismo” e puntiamo su nuovi equilibri politici”.

Quanto indicato da Infante rientra a pieno titolo nel dibattito sin qui appena avviato anche nella Federazione Popolare dei DC, dove, alle posizioni di Cesa e della Binetti filo centro destra, sono presenti altre idee, come quelle che da tempo vado sostenendo, che partono dalla premessa dell’esigenza di ricercare l’unità tra i sottoscrittori del patto federativo e di quanti si ritrovano sulle posizioni del “manifesto Zamagni”. Senza o contro l’unità delle componenti che si richiamano alla cultura politica cattolico democratica e cristiano sociale, non può nascere, infatti, un “soggetto politico nuovo” connotato come: democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e della Meloni, e alla sinistra senza più identità.

Un centro che potrà e dovrà nascere se, come ci auguriamo, dopo il voto settembrino delle regionali e quello referendario, si potrà scegliere una legge elettorale proporzionale, che è la conditio sine qua non per superare il bipolarismo forzato e muscolare che ci portiamo dietro dall’infausto referendum Segni del 1991.

Un centro che potrà nascere, altresì, non solo in linea con le questioni aperte a livello internazionale esposte da Infante, dal Mediterraneo al quadro più generale europeo e occidentale, ma se sarà capace di indicare soluzioni di politica economica all’altezza delle due grandi questioni presenti nella realtà italiana: quella del divario Nord-Sud, che si esprime nelle cosiddette questioni: meridionale e settentrionale, e quella, non meno complessa, generazionale, con tutte le implicazioni di carattere economico, sociale, previdenziale che questa comporta. Né l’equilibrio forzato del governo giallo-verde, né quello in atto giallo-rosso, seppur rafforzato dall’annunciato patto strategico PD-M5S, tutto da verificare, sono le soluzioni politiche e istituzionali in grado di affrontare i temi suddetti.

Serve il ritorno in campo della migliore cultura cattolico democratica e cristiano sociale ispirata dalle ultime encicliche sociali di Papa Benedetto XVI e Papa Francesco; un ritorno che reclama come non più rinviabile l’unità dei due tentativi di ricomposizione politica organizzativa più importanti, quello della Federazione Popolare DC e degli amici di Rete Bianca, Politica Insieme e Costruire Insieme, con le molte associazioni, movimenti e gruppi di area cattolica che essi sono riusciti sin qui ad associare. Dividerci adesso, come auspica la Binetti, tra sostenitori del centro-destra o, come fanno altri, di questa sinistra, sarebbe non solo sbagliato politicamente, ma un autentico suicidio politico.

Mi auguro che a Ottobre, a St Vincent, con l’amico Rotondi di questo progetto se ne possa discutere con tutti gli attori interessati.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 17 agosto 2020

 

 

Oltre il “particulare” dei soliti noti

 

La difficile strada della ricomposizione dell’area politica cattolico democratica e cristiano sociale, devastata dalla lunga stagione suicida della diaspora (1993-2020), è resa ancor più complicata dalle prossime scelte elettorali regionali e locali.

Succede a ogni scadenza di voto. Fu così nel 2018 (elezioni politiche) e nel 2019 (elezioni europee): dopo tanti seminari, incontri, documenti sottoscritti, giunti alla formazione delle liste hanno sempre finito col prevalere gli interessi e le ambizioni di pochi, alcuni dei quali prenotati da sempre alla salvaguardia del personale “particulare”, rispetto al progetto più generale dell’unità politica dell’area cattolica e popolare.

Dimentichi degli insegnamenti degasperiani, morotei e fanfaniani, abbiamo dato priorità alle formule di alleanza rispetto alla ricerca dell’unità sul programma, scontata la condivisione sui valori di riferimento essenziali.

E tale prevalente scelta di schieramento sui contenuti si sta replicando, non solo nella diversa valutazione sostenuta da alcuni esponenti della Federazione popolare DC e tra quelli raccolti attorno al “manifesto Zamagni”, ma, nel caso della Federazione Popolare, anche all’interno di essa.

Tali divaricazioni discendono in larga parte dai condizionamenti esercitati dalle diverse leggi  elettorali regionali, le quali, quasi tutte prescrivono pesanti impegni di raccolta delle firme a liste non collegate con partiti o gruppi consiliari uscenti, accanto a quelli più generali di orientamento aperto alla sinistra o alla destra. Questi ultimi, sono derivazioni antiche, collegate anche a quella che fu la divisione scaturita nella DC del dopo Moro, all’interno della sinistra sociale e politica tra preambolisti e anti preambolisti. Una divisione dura a morire, anche in una fase storico politica come l’attuale, dove il permanere di essa appare del tutto anacronistica e insensata.

Fermo restando l’esigenza di rendere più espliciti oggi i concetti di destra e di sinistra, tema altre volte da me affrontato, per il quale suggerirei di assumere come attuale nella sua permanente validità la concezione espressa da Norberto Bobbio (“ i partiti di sinistra si distinguono di solito dai partiti di destra e dai partiti conservatori proprio perché vogliono trasformare la società. I conservatori sono quelli che vogliono conservare quello che c'è: i partiti di sinistra vogliono trasformare. Per trasformare bisogna farlo in base a principi, in base a degli ideali che giustifichino la trasformazione: bisogna giustificare la trasformazione. La differenza fra il conservatore e il riformatore è che il conservatore non ha bisogno di giustificare la conservazione, invece colui che vuole riformare la società deve giustificare, deve giustificare perché la vuole; e non può giustificarlo se non ricorrendo a dei grandi principi: e questo è Giustizia e Libertà”) credo che, per quanto più direttamente ci riguarda, sarebbe molto utile rifarci, come altre volte suggerito, a ciò che la Federazione popolare dei DC ha scritto nel patto federativo, e a quanto è contenuto nel “manifesto Zamagni”, cui si rifanno i movimenti di “Rete bianca”, “ Politica Insieme “ e “ Costruire Insieme”.

Una lettura non ideologica, ossia socialmente condizionata, dei due documenti, mostra l’esistenza maggioritaria di elementi condivisi e unificanti rispetto a quelli contrastanti  e divisivi . Ho tentato, sin qui senza riscontri efficaci, di proporre come elemento unificante progettuale quello della costruzione di un soggetto politico nuovo di centro, ampio, plurale, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e meloniana, e alla sinistra senza più identità. E’ evidente che per condividere tale obiettivo è indispensabile redigere una proposta di programma politico ed economico sociale per il Paese, sostenuto dai principi fondanti della dottrina sociale cristiana: personalismo, solidarismo e sussidiarietà.

Ecco perché per approfondire questi due temi, da diverso tempo sollecito un incontro tra i dirigenti della Federazione popolare DC e degli amici raccolti attorno al “Manifesto Zamagni”; un incontro da tenersi entro il mese di Agosto-Settembre, che serva a superare gli ultimi ostacoli ancora esistenti, frutto, nella maggior parte dei casi, del prevalere di quei comportamenti di alcuni, “soliti noti,” più interessati al proprio “particulare” che al progetto più generale di ricomposizione del centro politico nuovo, di cui l’Italia ha assoluta necessità.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 10 Agosto 2020

 

 

 

 

Ritorno al progetto  della macroregione triveneta


Alla vigilia del voto regionale di Settembre un tema di confronto serio con la Lega veneta e il Presidente Zaia è quello dell’autonomia regionale, su cui partito della Lega e governatore si sono molto impegnati sino a promuovere e largamente a vincere il referendum popolare del 22 Ottobre 2017. Dopo quella data, e pur alla presenza di un governo a forte partecipazione leghista come quello giallo-verde, nessun passo avanti è stato compiuto e Luca Zaia, in costante crescita di consenso nei sondaggi, sul tema sembra molto isolato anche nella Lega. Cambiata, infatti, la pelle del partito che, dall’impostazione padana originaria di Bossi, con una forte crescita di consenso, Salvini l’ha connotata sempre più come quella di un partito nazionale a tutto tondo, temi come la “secessione del Nord” o quelli dell’ ”autonomia differenziata” sembrano scomparsi dal vocabolario ufficiale leghista.


Dopo i ripetuti conflitti istituzionali emersi durante la crisi della pandemia, nella quale tutti i limiti e le contraddizioni delle modifiche costituzionali al Titolo V sono esplosi nella congerie di competenze esclusive e concorrenti tra Stato e Regioni, si è riaperto il dibattito sull’autonomia regionale. Un tema ripreso autorevolmente dal Presidente Mattarella nel recente incontro con i presidenti delle regioni italiane, durante quale il Capo dello Stato ha confermato essere “l’autonomia delle Regioni il fondamento della democrazia”.

Da democratico cristiano e popolare con l’amico Domenico Menorello e l’assistenza autorevole dell’avv. Ivone Cacciavillani, negli anni scorsi avevamo proposto la tesi della macroregione triveneta come soluzione al caso dell’autonomia veneta e per il superamento del differenziale non più tollerabile di competenze, risorse e funzioni, tra le regioni del Nord-Est già facenti parte della gloriosa Repubblica Serenissima. Quel progetto del Triveneto o macroregione del Nord-Est, gli amici della Federazione Popolare dei DC intendono ripresentarlo come uno dei temi su cui orientare la strategia politica regionale per i prossimi cinque anni. Un ruolo essenziale competerà alla Lega che, in questa fase storico-politica, guida con la Regione, larga parte delle realtà comunali venete, parti fondamentali per l’esercizio dell’art 132 della Costituzione che è lo strumento a suo tempo indicato per raggiungere l’obiettivo dell’autonomia della macroregione triveneta o del Nord-Est. Scrivevo il 16 Febbraio 2019 una nota che ripropongo dato che, credo, mantenga una  sua attualità: L’introduzione delle “materie concorrenti” tra Stato e Regioni,  ha dato vita a una serie infinita di contenziosi, mentre permane la situazione non più sostenibile delle differenze esistenti tra Regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario, che, vanamente, almeno sin qui,  noi popolari veneti abbiamo tentato di superare. Se alcune tra le regioni trainanti dello sviluppo italiano: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna sono giunte a proporre la via d’uscita, prevista in Costituzione, di un’autonomia differenziata, è perché l’attuale assetto istituzionale del nostro Paese non regge più, aggravato dalla condizione complessiva di anomia politico istituzionale ed economico sociale in cui versa l’Italia. Credo si debba partire da quest’oggettiva constatazione di crisi del nostro sistema istituzionale, resa ancor più difficile dalla situazione critica all’interno dell’Unione europea e nei nuovi assetti e rapporti internazionali; questi ultimi in continua modificazione nell’età della globalizzazione.


 Ricordo al riguardo che, nel Febbraio 1997, sono usciti per la collana "il nocciolo" di Laterza, due saggi sull'Europa, che meritano la nostra attenzione. Il primo, in ristampa dopo la prima edizione del 1996, di Piero Bassetti ("L'Italia si é rotta? Un federalismo per l'Europa" )  ed il secondo, in prima edizione 1997, di Ralf Dahrendorf ("Perché l'Europa? Riflessioni di un europeista scettico") che affrontavano, da due diverse prospettive,  il tema dell'Europa 

Bassetti é, per quelli della mia generazione, il non dimenticato paladino del regionalismo degli anni '70, il primo Presidente della giunta regionale della Lombardia, il sommo teorico italiano del “glocalismo” (presidente della fondazione Globus et Locus). Ralf Dahrendorf, di origine tedesca, essendo nato ad Amburgo, è stato sino al 1983, il direttore della prestigiosa London School of economics, ed è stato membro della Camera dei Lords inglese e già Commissario inglese dell'Unione europea. E’ morto a Colonia il 17 Giugno 2009. Essi rappresentano, tuttora, due voci autorevoli di una stessa generazione di uomini politici e di cultura, le quali esprimono due diverse concezioni dell'Europa e del federalismo, dopo sessant’anni dalla nascita della CEE . Il primo, kennedianamente un "ottimista senza illusioni", preoccupato della pericolosissima china cui é giunta l'Italia collassata nella sua struttura statuale ed al limite del rischio della secessione, ritiene che: " se il Paese si rompe sotto la pressione  europea, usiamo proprio la colla europea per aggiustarlo e farcelo entrare politicamente unito". Per Bassetti, insomma, la difesa dell'Unità nazionale ed il superamento del rischio secessione può solo avvenire attraverso la Costituzione europea. Ma andare in Europa uniti per Bassetti "non vuol necessariamente dire volere cavare dall'Europa una sola cosa da fare, noi, tutti insieme secondo il classico approccio da governo centrale. Andare nell'Europa pluralista con un'Italia pluralista vuol dire poter chiedere cose diverse alle diverse realtà del Paese facendolo però insieme e con una visione di insieme".

       E' netta in Bassetti l'idea del superamento della concezione dello Stato nazionale così come ereditata dal Risorgimento e, dunque, la consapevolezza che "una nuova politica di Unità nazionale dovrà essere costruita non attorno a una rivendicazione di indipendenza e separazione dagli altri Stati europei come all'epoca del Risorgimento, ma, al contrario, deve essere tesa a inserire in Europa gli interessi globali del nostro Paese, partendo dalle sue differenze e articolazioni, nel tentativo di far giocare tali differenze come un surplus geopolitico che l'Europa ha in passato sempre mostrato di apprezzare." Sfiducia totale nella tradizionale concezione dello Stato nazionale così come concretamente si é realizzato in Italia, e totale adesione all'idea di un'Europa delle Regioni in cui il collante fondamentale dovrebbe essere costituito dal "sistema delle imprese". Superamento della vecchia idea del Principe-Stato e centralità dell'impresa "la quale non rappresenta più solo l'unità elementare di produzione, ma é anche il principale motore dell'innovazione". Non più, dunque,  un sistema fondato sull'alleanza tra Stati e superamento del centro come momento unificante dei particolarismi, quanto la realizzazione di un sistema a rete tra realtà regionali dell'Europa, istituzionali e d'impresa, che realizzano un nuovo patto federativo per il prossimo secolo, quale unico vero antidoto possibile contro i rischi non effimeri di disintegrazione socio politica del nostro Paese. Questo tema è stato ripreso con la stessa determinazione e nuovi accenti da Piero Bassetti, grazie a un articolo pubblicato su “ Il Foglio”, Mercoledì 13 Febbraio a firma di Maurizio Crippa, intitolato: “Il Risorgimento. Parte due”.  Da esso emerge come il voto del 4 marzo  2018 abbia rivelato l’esistenza di due Italie difficilmente riconducibili e interpretabili da una cultura unitaria e condivisa e da una gestione dello stato di tipo centralizzato. La mancata unità nazionale su basi federaliste secondo la concezione di Carlo Cattaneo con l’alleanza tra borghesia del Nord , monarchia sabauda ed esercito, ha fatto nascere uno Stato, ma non ha risolto il problema lucidamente posto da Massimo D’Azeglio: “fatta l’Italia, facciamo gli italiani”. Di qui l’espressione di Bassetti della fine del primo risorgimento, proponendo una seria riflessione sulle riforme istituzionali possibili e compatibili e la riproposizione di  una lettura del caso Italia  secondo la stessa idea del prof Miglio : macroregioni e selezione di una nuova classe dirigente dal basso, partendo dalle realtà locali, considerando insufficiente e inadeguata la stessa soluzione dell’autonomia differenziata richiesta dalle tre regioni del Nord (Lombardia, Veneto, Emilia e Romagna) che è  alla firma del governo. 

                        

Totalmente diversa la posizione espressa da Ralf Dahrendorf, che in quel saggio si autodefinì "un europeista scettico" e che nello stesso espose, sostanzialmente assai bene, la posizione prevalente degli inglesi, già allora, in materia di costruzione europea. Teorico inflessibile dello Stato nazionale da lui ampiamente difeso contro le ricorrenti utopie dei federalismi regionali (v. il suo bel saggio su Micromega ,n.5/94,pagg.61-73) per Lord Dahrendorf: "la peggiore delle  prospettive é la cosiddetta Europa delle regioni, in cui unità sub nazionali omogenee, e quindi intolleranti, si uniscono con una formazione sovrannazionale  retorica e debole. Contro una prospettiva del genere , lo Stato nazionale eterogeneo é l'unico bastione". 

Ne risulta una concezione totalmente opposta a quella di Bassetti,  che si basa su un'idea pessimistica delle realtà territoriali regionali portatrici, nella visione di Dahrendorf, di intrinseci rischi di frantumazione degli Stati, unici garanti delle regole di libertà per i cittadini. Insomma per Dahrendorf il binomio"società e democrazia" è più importante di "Europa e democrazia", mentre non manca il timore, così diffuso in molta parte della cultura anglosassone ed europea, espresso dal seguente interrogativo: "non può essere forse che in bocca tedesca "Europa" sia in realtà la parola in codice per il nuovo nazionalismo tedesco?".

Tutto il suo saggio é permeato da approfondite riflessioni in ordine ai rischi, se non addirittura all'inutilità, di considerare l'Unione monetaria che, come dibattito sull’euro, é oggi al centro del dibattito politico, economico e finanziario in molti  Paesi europei, Italia in testa, come il tema essenziale per la costruzione europea. Per Dahrendorf non solo tale questione non serve a risolvere i grandi problemi storico-politici presenti all'attualità dell'Europa di oggi, ma, probabilmente potrebbe contribuire a ritardarne addirittura la soluzione, riducendosi alla costruzione di un mero "francomarco" a netta egemonia tedesca. Una profezia che si è in larga parte auto adempiuta. Insomma per Dahrendorf non vale la pena di morire per Maastricht, mentre più saggio sarebbe puntare alla costruzione di una più stretta unione delle nazioni europee, "partendo dall'Unione europea così come esiste realmente nella sua attuale articolazione di Stati nazionali." Ridotte così al "nocciolo" le tesi dei due autori  alla fine del secolo scorso, credo siano tuttora di grande interesse nell'attuale dibattito apertosi in Italia e nell'Unione europea.


Qualche anno dopo la pubblicazione di quel saggio (1997), nel 2014, l’allora primo ministro francese, Manuel Valls, propose  di "ridurre della metà il numero delle regioni" entro il 2017 e di sopprimere i consigli dipartimentali (province) "entro il 2021".Le Regioni francesi sarebbero passate dalle attuali 22 a 12, con un risparmio di spesa  annuo previsto tra i 12 e i 15 miliardi di €: una robustissima riduzione di spesa pubblica. Quello stesso anno Beppe Grillo, il leader del M5S, il 7 Marzo sul suo blog definiva l’Italia: "un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme" e per questo insisteva sull’urgenza di dividere il territorio nazionale in macroregioni.

Quella  iniziata nel 1861, scriveva Grillo, è “una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa  da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati (?) dello  Stato. Quale Stato? La parola ‘Stato’ di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti”. E se domani, proseguiva il post, “i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all’interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant’anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore di pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all’estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche”. Secondo Grillo per fare funzionare l’Italia, che “non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti”, “è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera, dell’autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d’Aosta e dellAlto Adige alla Francia e allAustria? Ci sarebbe un plebiscito  per andarsene”.

Considerazioni cui replicò Matteo Salvini così: “Non vorrei che essendo in difficoltà, Grillo inseguisse la Lega”. Ma se da lui non ci saranno “solo parole” fra M5S e Carroccio “sarà una battaglia comune”. “Se è coerente – disse Salvini – Grillo sosterrà subito il referendum per l’indipendenza del Veneto e quando in Lombardia chiederemo lo statuto speciale ci sosterrà”. Per questo Salvini si aspettava che “non rimanessero solo parole, perché a parole i grillini erano contro l’immigrazione clandestina e poi hanno votato contro il reato, a parole erano contro l’euro poi è rimasta solo la Lega: se non saranno solo parole sarà una battaglia comune – concludeva – perché è certo che se mettiamo insieme le forze da questo punto di vista non ce n’è per nessuno”.


Parole profetiche pronunciate dai due leader quattro anni prima del “contratto di governo” giallo verde, anche se, oggi, continuavo in quel mio articolo,  giunti alla vigilia della firma degli accordi sottoscritti dalla ministra Stefani con i tre governatori di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, i grillini si stanno tirando indietro, preoccupati di offrire all’alleato-competitor di governo, Salvini, un vantaggio sicuro rispetto alla prossima scadenza elettorale per il rinnovo del parlamento europeo. Ho citato queste idee di Grillo e di Salvini datate 2014, per evidenziare come i temi dell’autonomia regionale possano assumere nel tempo forme e declinazioni diverse, così come l’abbiamo sperimentato anche noi popolari veneti che, dalla fine del 2015, abbiamo avviato una grande campagna per la nascita della macroregione del Nord Est o del Triveneto, secondo le vie previste dalla Costituzione. Sostenitori della tesi del  prof Miglio, da anni, infatti,  proponiamo in Italia  il passaggio dalle attuali 20 regioni a 5- 6 macroregioni. 


Proprio alla fine del 2015 e per tutto il 2016 e 2017, con molti autorevoli amici veneti, abbiamo condiviso l’idea della macroregione del Nord-Est, convinti che:esiste, ed è costituzionalmente previsto, un meccanismo, mai esplorato, per arrivare alla macroregione “speciale” triveneta, con Trentino e Friuli Venezia Giulia, omogenee per cultura, storia, caratteristiche economiche e tessuto sociale, a costo “zero” per lo Stato. Attraverso, cioè, l’applicazione dell’art. 132, comma 1, della Costituzione, ovvero promuovendo la richiesta di fusione delle tre regioni venete da parte di tanti consigli comunali quanti rappresentino 1/3 della popolazione complessiva (circa metà del Veneto), si determinerebbe la convocazione di un referendum, che, se avesse esito positivo obbligherebbe le camere a discutere una legge costituzionale di accorpamento del Triveneto.


Fondere due regioni speciali con una ordinaria comporterà necessariamente la creazione di una macroregione speciale, in cui vi sarà una diversa modulazione, anche mantenendole invariate, delle attuali risorse dello Stato per il medesimo territorio, altresì potendo l’itero triveneto beneficiare della autonomia fiscale ora riconosciuta solo a TTAA e FVA. Inoltre, sul piano strategico una macroregione del nordest, cuore e crocevia degli assi nord/sud ed est/ovest dell’Europa, appare uno straordinario strumento di attrazione di investimenti, nonché di interlocuzione autorevole con le istituzioni italiane ed europee a immediato beneficio della crescita dell’intero territorio. La proposta potrebbe nascere da alcuni Sindaci di importanti città venete, sotto l’egida di autorevoli riferimenti veneti nel mondo del diritto, delle professioni, dell’economia, della cultura, dell’editoria.


Quella nostra indicazione, ahimè, non fu raccolta dalle forze politiche presenti nel Consiglio regionale del Veneto e cadde tra i “ wishful thinkings” (pensieri vaghi) impotenti e insoddisfatti. Peccato, perché sarebbero bastati i pronunciamenti dei consigli comunali dei sette comuni capoluoghi del Veneto per far scattare quel referendum. La Lega e il Presidente Zaia, con la maggioranza del consiglio regionale veneto, hanno deciso diversamente, proponendo la strada di un referendum consultivo che  ha ottenuto il via libera dalla Corte Costituzionale. La forte partecipazione al referendum svoltosi  il 22 Ottobre 2017 e un voto pressoché plebiscitario a sostegno di una maggiore autonomia della nostra Regione, sono state le precondizioni politiche, nel Veneto e in Lombardia, per aprire un confronto con il governo centrale non più rinviabile. 50 miliardi di fondi versati da Lombardia e Veneto al governo centrale, sottratti dall’imposizione fiscale dei lombardo-veneti sono una cifra enorme non più sostenibile. L’Emilia e Romagna senza referendum optò da subito per l’apertura di una trattativa diretta col governo, sulla  base di  una proposta di accordo votata all’unanimità dal consiglio regionale emiliano. Resta il fatto che nessun passo avanti è stato compiuto dall’esito referendario e dell’autonomia veneta se ne parla solo nel documento che Zaia  giustamente chiede di sottoscrivere ai partiti che intendono sostenerne la candidatura per il terzo mandato.


Va assicurato che, noi DC e Popolari veneti, non intendiamo sottrarci ai doveri della solidarietà a favore delle regioni italiane meno fortunate, ma onestamente non si possono più accettare gli sprechi e il malgoverno di realtà istituzionali come quelle che reggono la sanità campana o laziale e lo sfregio a ogni logica elementare di buona amministrazione cui è stata condotta la Regione Sicilia. Da molto tempo sosteniamo, con l’insegnamento del compianto prof. Miglio, l’idea di un’Italia federale organizzata sulla  base di cinque o sei macroregioni, ma, ahimè, sin qui le nostre sono state inutili “grida nel deserto”, in un Paese centralista che non si rende conto, così com’è attualmente organizzato, di essere destinato al fallimento.

La nostra proposta non intendeva e non chiede di ridurre il grado di autonomia conquistato dalle consorelle realtà regionali friulane e trentino-altoatesine, ma, semmai, di aumentare quello ora garantito al Veneto come regione a statuto ordinario. E lo facciamo indicando in Venezia e nella migliore tradizione storico  politica della Repubblica Serenissima, il punto di riferimento centrale della nostra proposta. Nessuna velleità scissionistica, ma il riconoscimento di una specifica autonomia nel quadro di ciò che prevede la nostra Costituzione repubblicana.


Che esista una questione settentrionale, lo ha ben descritto l’amico Achille Colombo Clerici in un suo recente saggio,  che ripropone quanto da lui esposto in una conferenza tenuta a Zurigo all’Istituto svizzero per i rapporti culturali ed economici  con l’Italia nel giugno 2008.In estrema sintesi Colombo Clerici fa presente quanto segue: Se la questione meridionale italiana da quasi un secolo è al centro del dibattito storiografico e politico nel nostro Paese, scarsa attenzione viene data alla questione lombarda che si inserisce, più in generale, nella questione settentrionale, il cui confine è tracciato dal perimetro delle cosiddette regioni a residuo fiscale negativo: cioè di quelle regioni che allo Stato danno in tasse più di quanto ricevono in servizi.


Si delinea un'area geografica comprendente le regioni del Nord, un'area entro la quale si riscontra una certa omogeneità storico cultural-sociale ed economica. Anche se dobbiamo dire che, grazie a Milano, la Lombardia è la Regione che più assomiglia a uno stato autonomo, nel quale esiste in modo inequivocabile un vero riconoscibile polo di potere socio-economico-amministrativo a reggerne la vita. La questione settentrionale potrebbe oggi, per grandi linee, affacciarsi nei termini problematici del compito e della responsabilità, maturati sul piano storico, delle Regioni del Nord di tenere agganciato il Paese al mondo internazionale, mentre le risorse per consentire questo compito non sono per niente definite. Anzi, non se ne parla nemmeno. L’assistenzialismo centralistico verso le regioni del Sud ha dato luogo a ingenti trasferimenti finanziari alle famiglie senza la contestuale creazione di nuovi posti di lavoro. Si è in tal modo sviluppato un modello di società dei consumi senza una corrispondente produzione.  Lo Stato Italiano ha sottratto ingenti risorse finanziarie agli investimenti in infrastrutture di servizio, tanto al Nord, quanto al Sud; dove peraltro gli investimenti realizzati non hanno dato i risultati ipotizzati.



La soluzione? Alcuni sostengono un’idea più avanzata sul piano del “federalismo”, soprattutto in campo fiscale; altri più sfumatamente parlano di “regionalismo”, in aderenza sostanzialmente all’idea di una maggiore autonomia dell’ente locale. Ma poi inevitabilmente nelle risposte degli uni e degli altri emergono tutte le tematiche del dibattito generale: dai principi di interdipendenza, di sussidiarietà, di solidarietà, al policentrismo ed al cosmopolitismo. Il tutto inquadrato in un sistema che sia in grado di conciliare le esigenze di autogoverno–partecipazione locale, con la salvaguardia del principio di unità-solidarietà nazionale. Temi da declinare oggi con la disponibilità di risorse consistenti messe a disposizione dell’Unione europea all’Italia per la crisi post pandemica.


La strada da noi indicata della macroregione triveneta è nelle mani di chi governerà il Veneto nella prossima legislatura regionale e nella maggioranza della popolazione rappresentata nei comuni veneti. Vogliamo tentare di percorrerla insieme?

Ettore  Bonalberti

Comitato provvisorio Federazione Popolare dei DC

Venezia, 6 Agosto 2020

 

 

La questione morale, quali rimedi?

 

Ottimo l’articolo di Giorgio Merlo sul “ritorno della questione morale” scritto sulla rivista www.ildomaniditalia.eu  . Nel merito proporrei alcune idee: attuare finalmente per tutti i partiti l’art. 49 della Costituzione e selezionare la classe dirigente “ con metodo democratico” sulla base dell’accettazione da parte degli interessati di due codici etici essenziali. Il primo, l’epitaffio pronunciato da Pericle dopo i primi morti della guerra del Peloponneso, citati da Tucidide che riporto:

 

"Noi abbiamo una forma di governo che non guarda con invidia le costituzioni dei vicini, e non solo non imitiamo altri, ma anzi siamo noi stessi di esempio a qualcuno. Quanto al nome, essa è chiamata democrazia, poichè è amministrata non già per il bene di poche persone, bensì di una cerchia più vasta: di fronte alle leggi, però, tutti, nelle private controversie, godono di uguale trattamento; e secondo la considerazione di cui uno gode, poichè in qualche campo si distingue, non tanto per il suo partito, quanto per il suo merito viene preferito nelle cariche pubbliche; nè, d'altra parte, la povertà, se uno è in grado di fare qualcosa di utile alla città, gli è di impedimento per l'oscura sua posizione sociale.

 Come in piena libertà viviamo nella vita pubblica così in quel vicendevole sorvegliarsi che si verifica nelle azioni di ogni giorno, noi non ci sentiamo urtati se uno si comporta a suo gradimento, nè gli infliggiamo con il nostro corruccio una molestia che, se non è un castigo vero e proprio, è pur sempre qualche cosa di poco gradito.

 Noi che serenamente trattiamo i nostri affari privati, quando si tratta degli interessi pubblici abbiamo un'incredibile paura di scendere nell'illegalità: siamo obbedienti a quanti si succedono al governo, ossequienti alle leggi e tra esse in modo speciale a quelle che sono a tutela di chi subisce ingiustizia e a quelle che, pur non trovandosi scritte in alcuna tavola, portano per universale consenso il disonore a chi non le rispetta."........

  

(TUCIDIDE:"La guerra del Peloponneso")

 

(Dal discorso funebre di Pericle per la celebrazione dei primi caduti della guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta- fatto in Atene durante i primi anni della guerra (431-429 a.C.)

 

Il secondo, molto più vicino a noi, e scritto con la chiarezza e semplicità disarmanti di don Luigi Sturzo, che definirei: il “decalogo sturziano del buon politico”, che recita così:

-  essere sincero e onesto;
– promettere poco e realizzare molto;
– se ami molto il denaro non fare il politico;
– non andare contro la legge per un presunto vantaggio politico;
– non circondarti di adulatori, fanno male all’anima ed eccitano la vanità;
– se pensi di essere indispensabile, farai molti errori;
– spesso il no è più utile del si;
– occorre avere pazienza e non disperare mai;
– i tuoi collaboratori al governo siano degli amici mai dei favoriti;
– ascolta le donne che fanno politica, sono più sagge degli uomini;
– è una buona abitudine fare ogni sera l’esame di coscienza.

Assumiamo questi codici etico culturali  e costruiamo partendo da essi il programma dei cattolici democratici e dei cristiano sociali del 2000.

Ettore Bonalberti

1 Agosto 2020

RICORDO DI DINO DE POLI


Dino De Poli ci ha lasciati e con lui scompare una delle figure più importanti della DC trevigiana e veneta. Leader della corrente di Base, fin dalla fine degni anni’60 ho potuto godere dei suoi insegnamenti culturali e politici. Ammiratori entrambi di Gianni Brera, era per me piacevole seguire Dino che scriveva sull’agenzia basista RADAR, edizione veneta, con lo stile del grande giornalista pavese, introducendo per la politica neologismi espressione della sua grande cultura umanistica e delle genti venete. Nei suoi interventi nel comitato regionale della DC mi colpivano i costanti riferimenti di natura etica e della migliore cultura della tradizione cattolico democratica. I toni che egli usava, anche nei dibattiti più accesi, erano sempre accompagnati da una piacevole e convincente ironia, che non trascendeva mai oltre i limiti della pur franca dialettica politica.

A Treviso, nella DC, rappresentò il capofila di un’autentica scuola che produsse alcune delle più autorevoli figure, come quella di Carlo Bernini, futuro presidente della Regione Veneto e di Piero Pignata che assunse la guida del Movimento giovanile della DC.

Ci fu una lunga stagione di democratica alternativa della sinistra DC ai dorotei, anche qui temperata nei toni, che Dino sintetizzò nella celebre frase: “ Sior Toni ( Bisaglia) paron, a nu le pene a ti al capon”, cui seguì l’ultima di aperta collaborazione, che portò alla presidenza della regione del suo ex allievo Bernini.

Anche dopo la fine politica della DC ( 1993), assunto in quegli anni il ruolo che svolse con estrema capacità della Presidenza di Cassa Marca, Dino De Poli mi offrì sempre generosamente i suoi preziosi suggerimenti, mantenendo ben distinta la sua nuova funzione dalla quale derivarono tante iniziative preziose sul piano culturale e degli interventi ambientali che, grazie alla sua sensibilità, potemmo avviare anche in campo forestale e ambientale.

Treviso e il Veneto con la scomparsa di Dino De Poli perdono una delle ultime figure della grande storia democratico cristiana; una storia che era il risultato di una combinazione di interessi e valori di un blocco sociale che è stato alla base della rinascita di una Regione da terra di emigrazione a terra di sviluppo e di relazione aperta al mondo. Un mondo nel quale De Poli volle soprattutto evidenziare con dovizia il ruolo svolto dall’umanesimo latino.

Caro Dino, mi mancheranno i tuoi consigli ora che il Signore ti ha chiamato a sé. Adesso troverai in Paradiso gli amici di un tempo: Marcora, Donat Cattin, Bisaglia, Degan, Tina Anselmi, Marino Corder, Bepi Marton, Toni Marta e i veneziani: Gagliardi ( indimenticabile il tuo discorso funebre sulla bara dell’amico vittima di un drammatico incidente stradale) e Zanini, con i quali continuerai a discutere con la compostezza e l’ironia di un tempo di cose più preziose. Grazie per il tuo insegnamento e per i valori che mi hai indicato, tra i quali l’orgoglio di essere un democratico cristiano.

 

ETTORE BONALBERTI

 

22 Luglio 2020

Il dialogo è aperto

 

Ringrazio l’amico Giancarlo Infante per l’attenzione prestata al mio articolo: “ Alla ricerca del centro perduto” e alla rivista “ Il domani d’Italia” che ci permette di sviluppare un dialogo tra le diverse componenti dell’area politica cattolico popolare.

 

E’ vero che non possiedo molte informazioni sugli sviluppi nei e tra i diversi gruppi che si ritrovano attorno alle linee indicate nel “manifesto Zamagni”, anche se del gruppo “Costruire Insieme” sono stato uno dei soci fondatori e con “ Rete bianca” mantengo ottimi rapporti consolidati da un’antica amicizia con Giorgio Merlo e una positiva interlocuzione con Lucio D’Ubaldo. Mi era sembrato che l’idea di ritrovarsi in un luogo comune di appartenenza identificato come “parte bianca” fosse uno degli obiettivi di questi amici.  Apprendo ora da Infante che si sta lavorando “all’organizzazione di un’Assemblea costituente cui parteciperà gente nuova” confortati dalla circostanza che, anche se “ ci manca un leader”, “ crediamo in una leadership allargata”.

 

Il punto di difficoltà nei rapporti con la Federazione Popolare dei DC , secondo Infante, sarebbe nell’impegno annunciato di andare  verso le elezioni regionali pensando a liste che finiranno per schierarsi in alcune regioni nel centrodestra  o in altre a sinistra. Scottati dalle precedenti esperienze fallimentari delle politiche del 2018 e delle europee del 2019, per il prevalere dei particolarismi dei soliti noti, non nascondo che anche in questa tornata elettorale regionale non manchino le difficoltà, tanto sono complicate le traduzioni di accordi assunti nella Federazione al vaglio delle realtà concrete territoriali, condizionate non solo dalle diverse leggi elettorali regionali, ma dalle cristallizzate casematte delle diverse esperienze di appartenenza.

 

Ottimo l’augurio di Infante  secondo cui: “La vera “federazione” che abbiamo in mente di realizzare è quella della ricostruzione nella società del raccordo con e tra le tante espressioni vitali del tessuto civile, imprenditoriale, del mondo del lavoro, di chi lavora nel digitale e nel campo della formazione scolastica e universitaria. Realtà oggi comunque operanti, ma in completa disconnessione con le forze che compongono l’attuale quadro politico. Non ci si può presentare al loro cospetto con accordi precostituiti e con metodi definitivamente seppelliti nel corso del crepuscolo di precedenti esperienze vissute in politica dai cattolici.”

 

Ho appena terminato di scrivere il mio ultimo saggio: “ Sarò sempre democristiano- Il travaglio di “ Don Chisciotte” nella lunga stagione della diaspora DC ( 1993-2020)”, nel quale descrivo le tante iniziative assunte nei ventisette anni della diaspora suicida e, se gli amici del “manifesto Zamagni” compissero il miracolo annunciato da Infante non potrei che esserne soddisfatto. Mi si consenta, però, di essere un po’ più scettico visti i precedenti e, come lo sono per le prossime esperienze elettorali regionali, altrettanto lo sono per l’idea di un’assemblea costituente capace di superare miracolosamente quanto sin qui è disgregato e che un tempo costituiva il blocco sociale e culturale a sostegno della DC.

 

Credo che, come ho scritto nella mia “ Lettera agli amici del manifesto Zamagni” del Gennaio scorso, sarebbe opportuno facessimo nostro il messaggio inviato da Papa Francesco al cardinale Peter K.A. Turkson: “ Dialogare è difficile, bisogna essere pronti a dare e anche a ricevere, a non partire dal presupposto che l’altro sbaglia ma, a partire dalle nostre differenze, cercare, senza negoziare, il bene di tutti e, trovato infine un accordo, mantenerlo fermamente”-

 

In quella lettera oltre a evidenziare le ragioni convergenti tra le due più importanti, se non esclusive, iniziative politiche in atto, ho cercato di offrire alcune indicazioni programmatiche dalle quali si potrebbe partire se vogliamo presentare una proposta al Paese, in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo, ispirato ai valori della Dottrina sociale cristiana.

Credo, inoltre, che quella lettera (che mi permetto di rinviare agli amici di Politica Insieme), possa costituire un’opportunità di dialogo e di confronto positivo libero da condizionamenti ideologici basati su apriorismi socialmente e culturalmente condizionati.

 

Infine, a Infante, vorrei fraternamente suggerire che nessuno di noi intende porsi come i riciclati buoni per tutte le ore e comune è la volontà di consegnare il testimone della nostra migliore tradizione politica a una nuova classe dirigente. Un rischio da evitare è quello che corriamo quando abbiamo la presunzione di rappresentare “ l’usato sicuro di garanzia”, oppure quando, da consumati arnesi della prima repubblica, pretendiamo di porci come “ il nuovo che avanza”. Un po’ più di umiltà e di tolleranza sia sempre alla base dei nostri rapporti e, se “il Domani d’Italia” vorrà porsi come strumento per questo dialogo, mi auguro che altri, più autorevoli amici, intervengano accomunati tutti dall’obiettivo di concorrere insieme alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale di cui il Paese avrebbe grande necessità.

 

Ettore Bonalberti

Comitato provvisorio Federazione Popolare dei DC

Venezia, 20 Luglio 2020

 

 

 

 

Alla ricerca del centro perduto

 

Aveva iniziato Berlusconi nel Novembre scorso, quando annunciò l’avvio dell’esperimento di “ Altra Italia”, una federazione di forze moderate e centriste. Il progetto era ed è strettamente collegato al tipo di legge elettorale con cui, alla fine, si andrà a votare alle prossime elezioni politiche. La scelta compiuta in quei mesi dell’azzeramento dei coordinatori di Forza Italia, provocò la scissione di Giovanni Toti e le ire di Mara Carfagna, e la fibrillazione costante e progressiva dei gruppi parlamentari e in periferia di quel partito.

 

Si era così avviato un processo di ricomposizione dell’area centrale al quale anche noi “ DC non pentiti” siamo da molto tempo interessati, tanto da esserci battuti per ricomporre i diversi partiti, associazioni, movimenti e gruppi nella Federazione Popolare dei DC, costituita con atto notarile nello stesso mese di Novembre 2019. Nella recente assemblea della Federazione tenutasi il 2 Luglio, si è unanimemente concordato sia il nome e il simbolo della Federazione, sia di presentarci con liste unitarie alle elezioni regionali e comunali di Settembre, con lo scudo crociato e il nome di “Unione Democratici Cristiani”.

 

In parallelo i gruppi de la “ Rete bianca”, “Costruire Insieme” e “Politica Insieme”, che avevano condiviso “il manifesto Zamagni”, sono interessati a dar vita a la “Parte bianca” . Trattasi di due progetti, il nostro e il loro, che contengono molti elementi in comune, non solo per il riferimento alle medesime radici politico culturali di ispirazione popolare e democratico cristiana e alla netta alternatività alla deriva nazionalista sovranista e antieuropea del duo Salvini-Meloni, ma dalla volontà di attuare integralmente la Costituzione repubblicana e di adottare politiche economico e sociali ispirate dalla dottrina sociale cristiana. Un tema quest’ultimo divenuto tanto più decisivo dopo che il governo giallo-rosso sta portando all’approvazione finale il progetto di legge Zan-Scalfarotto sul contrasto all’”omotransfobia”, contro cui l’opposizione del mondo cattolico è intransigente e totale.

 

Il gap, tuttavia, tra le aspirazioni etico culturali e politiche dell’area cattolica, unita nella difesa dei “valori non negoziabili”, e la concreta realtà organizzativa della stessa, tuttora in preda alle conseguenze della suicida diaspora democratico cristiana( 1994-2020), rende palese la condizione di assoluta minoranza dei cattolici in un Paese dominato dalla cultura ispirata dai principi del relativismo etico, e di irrilevanza sul piano politico istituzionale. Una condizione che, non vigesse la “maledizione di Moro”, pronunciata dal leader pugliese dal carcere delle BR sui suoi successori, accompagnata, ahimè, dalle molte stupidità di noi indegni suoi eredi, dovrebbe immediatamente impegnarci nella ricomposizione politica di un’area di centro laica, democratica, popolare, liberale, riformista, europeista, inserita a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, unita nell’attuazione piena della Carta costituzionale.

 

Non sarà, infatti, Di Maio con la sua annunciata volontà di “fare il partito dei moderati” , ossia il progetto di una svolta politica netta rispetto all'anno scorso, quando volava in Francia per incontrare i leader dei gilet gialli in compagnia di Alessandro Di Battista. Un’esperienza politica, quella di Di Maio e del M5S, sorta dalla cultura grillina del “vaffa…”, che non può essere quella su cui può nascere un centro politico credibile a livello nazionale ed europeo. Una sede quest’ultima dove sono ben presenti le grandi culture: popolare, socialista e liberale, che furono alla base della fondazione dell’Unione Europea.

 

L’Italia ha bisogno di ritrovare un partito di ispirazione cristiana impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” le indicazioni delle ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica, che rappresentano la risposta più approfondita e avanzata ai grandi problemi della globalizzazione. Ecco perché rivolgo un nuovo pressante appello agli amici della “parte bianca” affinché si compia un passo importante nella direzione dell’unità con la Federazione Popolare dei DC, premessa indispensabile per dar vita, prima delle prossime elezioni politiche, al soggetto politico nuovo con cui presentarci INSIEME alla scadenza elettorale.

 

Ettore Bonalberti

 

Comitato provvisorio Federazione Popolare dei DC

Venezia, 16 Luglio 2020

 

Con lo sguardo in avanti

 

Io continuo a pensare che abbia ragione Zingaretti”, scrive l’amico Giorgio Merlo su Il Domani d’Italia, con accenti che sembrano più quelli di un membro di quel partito che di un “osservatore partecipante”. Uscito con gli amici ex popolari dal PD, soprattutto a seguito della sbandata della leadership renziana, Giorgio Merlo ha concorso alla nascita de “ la Rete Bianca” che, con gli amici di Costruire Insieme e Politica Insieme, si ritrova attorno alle indicazioni politico-culturali del “ manifesto Zamagni”.

Trattasi di un progetto che ha suscitato grande interesse non solo al sottoscritto, ma anche a molti amici che partecipano al progetto della Federazione popolare dei DC.


Sono più volte intervenuto evidenziando come tra le indicazioni del nostro patto federativo e quelle del “ manifesto Zamagni” non ci siano differenze strategiche incompatibili, non sottacendo il peso di quella pregiudiziale assai ben reiterata, soprattutto negli interventi dell’On Dellai, di “un partito di centro che guarda a sinistra”. Una pregiudiziale che si vorrebbe far risalire a una dichiarazione resa da De Gasperi, con riferimento alla DC, in un contesto incomparabilmente diverso  da  quello che stiamo vivendo oggi.


Da parte nostra, come Federazione popolare dei DC, abbiamo nettamente e unitariamente condiviso la scelta per un nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da ricondurre ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e alla sinistra radicale e senza identità.

Passi avanti sulla strada di una possibile ricomposizione, prima di tutto al centro, tra noi della Federazione Popolare dei DC e gli amici della cosiddetta “parte bianca”, almeno sino ad oggi, non mi sembrano che se ne siano compiuti di significativi.


Anche la nota di Merlo sembra ancora sintonizzata verso il PD che, se non è più il proprio partito, appare come l’interlocutore privilegiato se non esclusivo del suo ( e debbo ritenere anche degli amici di “rete bianca”)  interesse politico.

Cerchiamo, dunque, di valutare come stiano esattamente le cose allo stato degli atti.

Esiste una maggioranza di governo giallo rossa, frutto dell’emergenza seguita alla crisi salviniana del Papeete (agosto 2019), ossia di una coalizione di altrettanta necessità di governo, quella giallo-verde, risultante dal voto del 4 Marzo 2018 che non aveva indicato una maggioranza autonoma vincente.


In tal modo si è perpetuata una situazione parlamentare in cui, come nell’intera seconda repubblica, domina un trasformismo politico parlamentare mai visto prima, nemmeno ai tempi di De Pretis e di Giolitti. Una transumanza permanente di deputati e senatori, in gran parte “nominati” dai capi di partiti, molti dei quali senza storia e cultura politica, quando non addirittura etero guidati da una società commerciale srl come il M5S,  il partito premiato dal voto maggioritario relativo dei votanti nel 2018.

Come ha ben evidenziato Giorgio Merlo, trattasi di una maggioranza “anomala e innaturale” quella tra PD e M5S, nella quale, tra l’altro, farebbe parte a mezzo servizio e più con la funzione di sabotatore seriale, il partito dello scasso e dell’incasso di Matteo Renzi.

Qui cari amici della “rete bianca” non si tratta di un’alleanza nella quale il M5S, preoccupato soprattutto di non squagliarsi, litiga sulle cose da fare al governo e non intende concorrere a consolidarsi sul territorio, ma di un ircocervo di partiti e partitini che, come nel caso del prossimo voto in Puglia, finiscono tafazzianamente di concorrere al loro suicidio politico.


In Puglia stiamo assistendo, infatti, al “capolavoro” de “ il Bomba” che, pur di fare del male al presidente PD Emiliano, presenta niente di meno che il candidato Ivan Scalfarotto, uno degli esponenti più autorevoli di quella cultura alternativa ai valori non negoziabili dei cattolici ai quali Renzi e la Boschi, in molte occasioni, hanno pure assicurato di fare riferimento.

Unico risultato concreto sarà quello di aprire un’autostrada al centro destra e al mio caro amico Raffaele Fitto, che avrà così modo di rivalersi delle sconfitte patite nella sua amata terra pugliese.


Chiedo a voi amici della “rete bianca” se, perseguendo questa pregiudiziale a favore di “un centro che guarda a sinistra” finite col dover accettare questa condizione permanente di ricatto tra le necessità dell’emergenza e quello più indigesto del partito renziano, non sarebbe ora di ripensare globalmente la vostra strategia?

Noi della Federazione popolare dei DC intendiamo collegarci al PPE, voi della “rete bianca”, che vi considerate eredi della tradizione popolare dei cattolici democratici, potete restare ancorati a un PD che, nella migliore delle ipotesi vi riporterebbe in seno al PSE a livello europeo, e, intanto, al  costante ricatto renziano sino a giungere all’offerta di quello stravagante  coniglio magico, estratto all’ultima ora del candidato Scalfarotto catapultato sconsideratamente nella terra di Aldo Moro?


Ritengo che meglio, molto meglio sarebbe costruire insieme un grande centro politico con riferimento alla migliore tradizione dei cattolici democratici e dei cristiano sociali, nettamente distinto e distante dalla destra nazionalista e populista e dalla sinistra senza più identità, direttamente collegato al PPE, disponibili tutti a collaborare sia in campo nazionale e locale con quanti sono interessati a un grande progetto riformatore: l’attuazione completa della carta costituzionale. E non si potrebbe sperimentare questa iniziativa proprio partendo  dalle prossime elezioni regionali e locali assumendo tutti, finalmente, uno sguardo volto in avanti?

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it )

 

Venezia, 25 Giugno 2020

 

Adelante amigos, con juicio !

 

Ho seguito con interesse il dibattito svoltosi ieri in streaming tra gli amici D’Ubaldo e Follini sul tema: “Ci manca la DC? “. L’impressione ricevuta è quella di un disincanto che, in Follini sfocia in una sorta di pessimismo dissolvente, sino all’idea che nulla può essere compiuto da questa generazione ex DC, appesantita dai tanti errori commessi, i più importanti dei quali sono stati:

a)    il non aver saputo adempiere il disegno moroteo del compimento della democrazia in Italia, ossia la garanzia dell’alternanza col superamento della conventio ad excludendum verso il PCI;

b)   il peccato originale del debito pubblico che, partito negli anni’80, certo con la complicità di molti, ebbe nella DC uno dei responsabili più diretti.

 

Di qui l’idea che solo da una rinascita dal basso, dalle diverse realtà territoriali di una nuova classe dirigente potrà esserci una rinascita. Più ottimistica la visione di Lucio D’Ubaldo il quale, analizzate le ragioni del fallimento dell’esperienza da entrambi vissuta nel PD, soprattutto a causa del “populismo di potere o di governo” renziano, durante la segreteria del giovane fiorentino, ritiene che si potrebbe avviare un nuovo percorso a partire dai rinnovi delle prossime elezioni nelle grandi città, come quelle di Roma, purché si tratti, ha ricordato D’Ubaldo, di una rinascita di “ un partito dalle robuste radici sociali, dotato di un forte senso delle istituzioni”; un partito in grado di intercettare e inverare nella politica le grandi novità espresse dagli orientamenti della dottrina sociale cristiana di Papa Francesco.

 

Diverso anche il giudizio sul caso del presidente del consiglio Conte che, per Follini, non si potrà mai considerare un campione della rinascita del pensiero cattolico democratico. Un politico che è stato capace di passare senza indugi da un’alleanza con la Lega a quella del PD con estrema disinvoltura, ha sostenuto Follini, è incomparabilmente diverso della storia della DC che, per passare dall’alleanza con i liberali a quella di centro sinistra col PSI, ci mise dieci anni. Più possibilista D’Ubaldo che riconosce all’avvocato fiorentino la formazione cattolico sociale, alla quale, però, andrebbe associata anche una capacità innovativa e di  forte discontinuità, ricordando l’intuizione degasperiana all’atto della fondazione della DC in casa Falck, con Malvestiti e gli amici neoguelfi lombardi, dove anziché perpetuare il vecchio PPI decisero la costruzione del nuovo partito.

 

In entrambi, infine,  e nemmeno malcelata o sotto traccia, permane l’irrisolta polemica verso quella scelta del “preambolo che, nel Febbraio 1980 mise fine al disegno moroteo della “solidarietà nazionale”. Con Sandro Fontana e Emerenzio Barbieri, ho avuto l’onore di essere accanto a Carlo Donat Cattin la mattina del 16 Febbraio di quell’anno, quando sul vecchio altare sconsacrato del convento della Minerva a Roma, il leader di Forze Nuove scrisse il testo del preambolo. Il documento che determinò il  cambiamento strategico di quel Congresso e permise di riannodare i fili del rapporto con i socialisti della linea craxiana, risultata vincente in quel partito. Sono passati quarant’anni e il giudizio sul “preambolo” divide tuttora gli storici e soprattutto i cattolici impegnati in politica. Secondo  quella sinistra democristiana che si richiamava alla corrente di  “Base”(De Mita, Galloni, Martinazzoli) fu l’inizio del via alla presidenza Craxi con tutte le conseguenze negative che portarono alla liquidazione della prima Repubblica. Al contrario, per la sinistra sociale della DC, ossia la nostra di Forze Nuove, come per Forlani e Piccoli, fu la fine di quella “solidarietà nazionale” che rischiava di rendere subalterno il partito dei cattolici alla “egemonia gramsciana” ed alla forza organizzativa e alla macchina elettorale dei comunisti.

 

A me pare che continuare a perpetuare quella divisione non faciliti alcun progetto di ricomposizione dell’area  cattolico democratica e cristiano sociale. Ha ragione Guido Bodrato, secondo la citazione dell’amico Merlo, secondo cui: la “Dc era come un vetro infrangibile. Quando si è rotto è andato in mille frantumi e, pertanto, non è più ricomponibile”. Una difficoltà di ricomposizione che è resa ancor più complicata dalla vasta e complessa realtà politico sociale e culturale cattolica, dove, secondo l’infausta regola aurea italica: “ tutti vorrebbero coordinare, ma nessuno vuol essere coordinato”. Nel saggio che ho appena concluso sul travaglio politico del cattolicesimo italiano, approfondisco le ragioni di queste difficoltà, tanto sul piano della situazione interna alla Chiesa e alla CEI, quanto nell’insieme delle realtà sociali e politico culturali di quel grande fiume carsico dell’area cattolica. A Follini e a D’Ubaldo, come agli altri amici che a diverso titolo si ritrovano sulle indicazioni strategiche del “manifesto Zamagni” e intendono costruite la cosiddetta “parte bianca”, ricordo quanto ebbi modo di scrivere loro nel Gennaio di quest’anno: “Vorrei che facessimo nostro il messaggio inviato da Papa Francesco al cardinale Peter K.A. Turkson: “ Dialogare è difficile, bisogna essere pronti a dare e anche a ricevere, a non partire dal presupposto che l’altro sbaglia ma, a partire dalle nostre differenze, cercare, senza negoziare, il bene di tutti e, trovato infine un accordo, mantenerlo fermamente”-

Ho letto attentamente il nostro patto federativo e il manifesto Zamagni e sono convinto che non esistano motivi di scontro o di contrapposizione tra di noi. Proveniamo tutti dalla stessa esperienza politico della DC storica, nella quale il momento di divisione e più serio scontro fu quello che divise i “ preambolisti” dell’accordo con i socialisti, come noi di Forze Nuove, e gli anti preambolisti, per il confronto e l’alleanza con il PCI, dell’area ZAC. Una divisione che si è protratta oltre la fine politica della DC (1994) e che, temo, permanga in qualcuno di noi.

Non esistono più le condizioni al tempo del preambolo ed è netta la scelta fatta anche dalla Federazione Popolare dei DC di “alternativa alla deriva nazionalista e populista a dominanza salvinian-meloniana”. A me sembra che sia questo il presupposto strategico che ci può unire, ma, aggiungo, che, con il sistema elettorale proporzionale, che sembra e/o speriamo sarà adottato, sia del tutto fuori luogo discutere sulle alleanze, prima ancora di esserci confrontati sui contenuti di un possibile programma di governo per il partito dei cattolici democratici e cristiano sociali. Prima, allora,  impegniamoci alla costruzione del partito che non potrà che essere un partito di centro, democratico, popolare, riformista, europeista, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla deriva nazionalista di destra, poi, e solo dopo, concordato il programma, affronteremo il tema delle alleanze che, data la premessa strategica condivisa, si svilupperà con le forze riformatrici che intendono con noi attuare la principale delle riforme: la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione”.  Adelante, dunque, amigos, con juicio!

 

Ettore Bonalberti

Comitato provvisorio Federazione Popolare dei DC

Venezia, 11 Giugno 2020

 

 

 

 



Crisi sociale e crisi di sistema

 

In soli due mesi di pandemia:  + 300.000  disoccupati e + 750.000 inattivi, persone cioè che non cercano nemmeno più un’occupazione e, tra poco, ci sarà il via libera ai licenziamenti per ora bloccati. Dalla crisi sanitaria ci infiliamo in una crisi sociale dai caratteri simili a quella del secondo dopoguerra. Già nel Giugno dell’anno scorso avevo scritto di questo tema che, con la pandemia non ancora conclusa, si sta terribilmente aggravando. Quando sarà finita l’emergenza, infatti, i governi di tutto il mondo dovranno affrontare il tema drammatico del disagio sociale. Un disagio tanto più grave in Italia che, accanto ai fenomeni di natura sociale ed economica, dovrà affrontare anche quelli di ordine istituzionale. Dopo il potere legislativo e quello esecutivo, con quanto è accaduto nel CSM e nella magistratura, siamo alla crisi di sistema.

 

Il Legislativo vive la condizione malferma di un parlamento espressione di una metà dell’elettorato e risultato di una legge elettorale incapace di garantire una maggioranza stabile di governo. L’esecutivo, come quello sorto dopo il voto del 4 Marzo 2018, figlio  della situazione di cui sopra, sostanzialmente era l’espressione di un “contratto necessitato”, che ha comportato l’avvio di un’alleanza di tipo trasformistico tra due partiti, M5S e Lega, portatori di interessi e di valori diversi e per molti aspetti alternativi. Un’alleanza andata in crisi nell’agosto scorso, sostituita da quella rosso-verde M5S-PD-LeU-ItaliaViva, anch’essa espressione di una condizione politica di emergenza e di necessità.

 

Lo sfascio che sta vivendo il CSM, infine, è il segnale drammatico di una crisi della giustizia con la quale appare in tutta la sua evidenza, la crisi di sistema dell’Italia. Si aggiunga (risultato delle politiche maldestre del governo giallo verde) il più forte isolamento internazionale patito dall’Italia nell’Europa, della cui Unione il nostro Paese è socio fondatore, per una politica estera ondivaga tra le rituali ubbidienze alle tradizionali alleanze occidentali e le pericolose aperture leghiste verso la Russia di Putin e pentastellate verso la Cina di Xi Jinping. Un isolamento che, solo con le nomine successive, dopo le elezioni europee, alla presidenza del Parlamento europeo di Sassoli e nella Commissione UE di Gentiloni e la paziente azione svolta dal premier Conte, si è potuto superare in Europa.

 

Anche sul fronte degli enti locali, dopo l’infausto riforma del Titolo V° della Costituzione, si vive con forti  e diverse preoccupazioni l’irrisolto tema della  maggiore autonomia delle regioni del Nord e dell’eterna questione meridionale. Continua la crisi strutturale dei bilanci di molti comuni italiani,  la confusa situazione della chiusura-non chiusura delle province con tutti i problemi di attribuzione delle competenze tra le stesse province, i  comuni capoluogo  e le città metropolitane nate, sin qui, solo sulla carta . Una  situazione di difficoltà e di crisi evidenziatasi ancor di più nella complessa gestione sanitaria della pandemia, con la confusione derivata dalle competenze esclusive e concorrenti tra Stato e Regioni. Ha sopperito sin qui la volontà di collaborazione che, tanto i responsabili dei governi regionali che la presidenza del Consiglio hanno saputo mettere in campo, pur con qualche distinguo e voglia di protagonismo, soprattutto per taluni, in funzione pre elettorale.

 

Se osserviamo anche la condizione della società civile, utilizzando la mia teoria euristica dei quattro stati: la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo, il quarto non stato, ciò che emerge è il prevalere di una condizione di anomia morale, culturale, sociale, economica e finanziaria, caratterizzata dal prevalere di una scarsissima solidarietà di tipo meccanico funzionale, dal venir meno delle comunità, da una diffusa condizione di frustrazione premessa di possibili fenomeni di rivolta sociale, sin qui sotto traccia.

Al dramma sanitario vissuto dal Paese, si aggiungono le prospettive per alcuni versi ancora più ampie delle ricadute economiche e sociali. Il disagio sociale è caratterizzato da un’accentuazione sia delle diseguaglianze territoriali, che quelle tra i cittadini con l’ulteriore erosione del ceto medio e la divaricazione più severa tra ricchi e poveri. Il disagio sociale rischia contemporaneamente di ampliare il bacino di reclutamento della criminalità e di accentuare le spinte separatiste delle aree più sviluppate del Paese. Parimenti si stanno rafforzando le tendenze di forte contestazione alle politiche comunitarie, fino a un potenziale allontanamento dall’Unione europea, alimentate da culture sovraniste che, proprio nel dramma della pandemia, hanno rivelato la loro sostanziale inconsistenza e incompetenza di fronte a fenomeni globali che reclamano soluzioni di forte cooperazione internazionale. Se non si riprende il terzo stato produttivo già provato prima del Covid19 e adesso totalmente in ginocchio, la crisi rischia di diventare irreversibile.

 

Quali sono oggi gli interessi e i valori prevalenti? Interessi “particulari”, innanzi tutto,  e “bene comune” ridotto a un oggetto misterioso per lo più dimenticato. Sul piano dei valori sono più diffusi quelli di natura egoistica, di esclusione e di chiusura alla comprensione e all’ascolto. Di qui la riduzione della politica a slogans di immediata e facile comprensione, con la comunicazione prevalente e diffusa dei social media e la politica ridotta a tweet e a scambi spesso irripetibili su facebook e instagram. La pandemia ha fatto, tuttavia, riscoprire valori di solidarietà e comunità di straordinario impatto sociale. Immediata la reazione di segno contrario quella emersa dalla manifestazione della destra e dei “pappalardini” del 2 Giugno a Roma.

 

Col venir meno dei  riferimenti politico  culturali  tradizionali, quelli che sono stati alla base della nascita della Repubblica e del patto costituzionale, nell’attuale deserto delle culture politiche, lo strumento essenziale per offrire la soluzione storico politica all’ esigenza dell’equilibrio tra interessi e valori, ossia al ruolo proprio  della politica, risulta inesistente e/o incapace di dare risposte,  si ricorre a sporadici e occasionali mezzucci, più in linea con le tecniche di propaganda che con soluzioni e proposte di ampio respiro e di lungo periodo.

 

In questa condizione di crisi di sistema, la maggioranza giallo rossa al governo, ahimè, con la crisi della sinistra e l’assenza di un centro democratico, popolare e liberale credibile, sembra non avere alternative concrete; salvo quella  di un’alleanza di estrema destra, tra Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia con la Lega,  a netta dominanza salviniana. Una maggioranza quest’ultima che, se prevalesse, darebbe, dopo settant’anni di vita della Repubblica, la guida del Paese alla destra estrema e porterebbe al più grave isolamento dell’Italia in Europa.

 

Per uscire da questa grave crisi di sistema servirebbe un profondo mutamento spirituale e culturale, prima ancora che politico e organizzativo, senza il quale, temo, sarebbe impossibile affrontare le tre questioni essenziali del caso italiano:

a)     la questione antropologica, che attiene ai valori fondamentali della vita:

b)    la questione ambientale, su cui si gioca il destino dell’umanità e del pianeta                       Terra;

c)      la questione del nostro stare insieme nell’Unione europea, collegato al tema della sovranità monetaria e della sovranità popolare da cui dipendono tutte le altre riforme per garantire lavoro, pace e sicurezza al nostro Paese e alla quale sono strettamente connesse tutte le gravi conseguenze economiche e sociali post pandemiche.

 

Quanto al primo tema si tratta di testimoniare e tradurre sul piano istituzionale le indicazioni della dottrina sociale cristiana: dall’”Humanae Vitae” di San Papa Paolo VI a quelle di Papa Francesco. Quanto al tema ambientale, si tratta di impegnarci a tradurre sul piano politico istituzionale quanto indicato da Papa Francesco nella sua straordinaria enciclica “ Laudato Si”. Insomma serve rimettere in campo la cultura del popolarismo, unica in grado di offrire risposte convincenti ispirate dai valori della solidarietà e della sussidiarietà nell’età della globalizzazione.

 

Sul terzo tema, come vado scrivendo da molto tempo, si tratta di ripristinare la legge bancaria del 1936: tornare al controllo pubblico di Banca d’Italia e, nell’Unione europea, della BCE e reintrodurre la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. I provvedimenti suddetti sono necessari per una ripresa di sovranità monetaria e popolare, pur nel rispetto dei limiti consentiti dalla nostra appartenenza all’UE e sarebbero in linea con la migliore tradizione della DC in materia di politica bancaria e finanziaria da essa sostenuta con Guido Carli, sino all’infausto decreto Barucci-Amato del 1992, che determinò il superamento della legge bancaria del 1936.

 

Il sottosegretario al ministero del Tesoro e finanze, On Alessio Villarosa, che ben conosce questi temi, potrebbe/dovrebbe farsi carico urgentemente di queste indicazioni, trascinando il M5S dalla fase delle proteste a quello delle proposte di riforma reali per il bene del Paese. Senza questa riforma di struttura finanziaria, anche “il Piano di rinascita” annunciato ieri dal premier Conte rischia, altrimenti, di tradursi nell’ennesimo libro dei sogni.

 

Ettore Bonalberti

4 Giugno 2020

 


Una legge regionale scandalosa

 

Tutti pensavamo che la pandemia ci avrebbe insegnato qualcosa  e, invece, quelli della “casta” ancora una volta sono tornati all’antico, oltrepassando il segno della decenza. Il consiglio regionale della Calabria, su proposta del consigliere UDC, Giuseppe Graziano, sottoscritta da tutti i capigruppo dei partiti presenti in quel consesso, ha approvato in novanta secondi netti, all’unanimità, una legge che “aggiusta” quella del vitalizio semplicemente cambiandole il nome. Non si tratta più di “vitalizio”, ma di “pensione”. La precedente legge stabiliva che per avere diritto al vitalizio necessitavano cinque anni di servizio e sessant’anni per ottenere quel “diritto”. Con l’”aggiustatina” introdotta, tutti i partiti e tutti i consiglieri regionali presenti hanno deciso, con una velocità più forte di quella della luce, che anche i consiglieri più sfortunati che non riuscissero a completare i cinque anni del mandato a causa di un accidente legale, annullamento dell’elezione dal Tar o per qualunque altra causa, come quella di una cattiva congiuntura politica (legislatura sciolta anticipatamente o, peggio, una sciagura giudiziaria, compreso il caso di un arresto improvviso) potranno godere  di quel “diritto”- privilegio.

 

Insomma mentre tutto il Paese, e la Calabria in particolare, stanno soffrendo le pene di una pandemia che riduce molta parte dei “diversamente tutelati” alla fame e alla disoccupazione, quelli della “casta” si muovono senza ritegno a consolidare i loro privilegi. E pensare che un carissimo amico ci  aveva parlato della signora Santelli come di una brava persona degna di ogni considerazione. Mi chiedo: come ha potuto tacere la guida del governo calabrese e di fatto a condividere questa iniziativa assunta da un consigliere UDC, il quale ha deciso di assumere in prima persona questa immonda iniziativa, immediatamente sostenuta da tutti i capigruppo dei partiti presenti in Consiglio regionale?

 

Patetico poi il tentativo dell’ex candidato del centro sinistra alla presidenza di giunta, Callipo, di giustificarsi ex post, sostenendo che non aveva ben compreso cosa gli avessero fatto firmare. Se si osserva il video su youtube di quella  seduta tragicomica, al fianco del presidente che invita il primo firmatario, Graziano, a illustrare il provvedimento, quest’ultimo risponde con un lapidario: “ la norma si illustra da sé”. Una signora alla destra del presidente sorride maliziosa e soddisfatta di come stanno procedendo le cose, senza alcuna voce critica di dissenso. Quando si tratta di votare un proprio privilegio ( “ non si sa mai”), il particulare guicciardiniano prevale sempre sull’ideale del “bene comune”.

 

E che dire di un UDC, erede del partito di Sturzo e di De Gasperi, che pubblicamente dimostra di operare esattamente al contrario dell’insegnamento di quei nobili padri: servendosi della politica per fini personali e non per servire la politica ? Noi democratici cristiani, componenti della Federazione popolare dei DC, denunciamo pubblicamente questo comportamento oltraggioso dell’istituzione regionale calabrese e offensivo della condizione che sta vivendo l’intera comunità della Calabria e italiana: da quella della vasta area dei “diversamente tutelati” a quella dei terzo stato produttivo. Si rimedi immediatamente, annullando questa legge oscena e l’elettorato calabrese si ricordi di quanti, maggioranza di centro destra e minoranza PD-M5S , si sono resi responsabili di questo scempio politico  amministrativo.

 

Ettore Bonalberti

Pasquale Ruga

Componenti della Federazione Popolare dei DC

Venezia, 31 Maggio 2020

 



Il miglior “fico del bigoncio”….. del governo

 

Ci sono amici dell’area DC che, novelli Farinata, sembrano tenere “in gran dispitto”  il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, quasi ancor di più del suo governo giallo rosso. Forti delle ricorrenti note del prof Cassese l’accusano di ogni nefandezza costituzionale per aver assunto “ pieni poteri” in questa fase delicata della pandemia da Corona virus 19. E’ vero, ci sono state limitazioni di molte nostre libertà e assunto decisioni mai sperimentate prima nella storia repubblicana, atteso che “ l’avvocato degli italiani” ha dovuto interpretare un ruolo nelle condizioni che non erano mai accadute ad alcuno dei suoi predecessori dal 1948 in poi.

 

Da parte mia continuo a considerare Giuseppe Conte, catapultato dal M5S alla guida di due governi, quello giallo verde prima e quello attuale con il PD di Zingaretti, Italia Viva di Renzi e la LeU di Speranza e Bersani, come “ il miglior fico del bigoncio” del governo; un superlativo relativo e non assoluto che, pure, ci starebbe se rapportassimo l’avvocato fiorentino con i Casalino, Azzolina, Patuanelli e il fortunato “Giggino da Pomigliano d’arco”.

 

A me pare, e non solo a me, ma alla maggioranza degli italiani secondo i sondaggi, che il Presidente del Consiglio abbia sin qui svolto con estrema diligenza il suo ruolo. Ieri, tra l’altro, con il provvedimento varato  per la seconda fase pandemica, ha, di fatto, introdotto nella costituzione materiale del Paese quella autonomia differenziata regionale auspicata da tanto tempo anche anche da molti  di noi “ DC non pentiti”. A parte il solito dissenziente De Luca.

 

Certo, sui rapporti Stato-Regioni qualcosa si dovrà pur rivedere, dopo l’esperienza di questi ultimi mesi; soprattutto le criticità verificate a seguito della pasticciata riforma del Titolo V tra competenze concorrenti ed esclusive, causa di continui contenziosi, che, durante la pandemia, si sono potuti risolvere solo grazie alla continua mediazione tra Presidenza del Consiglio e governatori delle Regioni.

 

Qualche amico DC mi accusa di una malcelata simpatia verso il politico fiorentino, pari almeno alla mia avversione più volte espressa nei confronti del suo concittadino, sen Renzi, croce e delizia del governo rosso verde.

 

Confesso che, prima di pensare al caso di Giuseppe Conte, sono preoccupato e impegnato a concorrere al processo di ricomposizione dell’area cattolico democratica  e cristiano sociale. Un progetto che, con alcuni amici, perseguiamo, con enormi difficoltà, disillusioni e cadute dal 2011 ad oggi.

 

Conte ha dimostrato capacità di guida e di mediazione politica migliori di quelle di diversi suoi predecessori a Palazzo Chigi e, in ogni caso, se nell’Unione europea abbiamo ottenuto alcune delle disponibilità offerteci, come quelle del superamento dei vincoli di bilancio, del MES soft e senza condizioni, del recovery fund in corso di contrattazione, molto si deve al lavoro discreto e puntuale svolto da Conte con Gualtieri, Gentiloni e Sassoli.

 

Mi chiedo cosa sarebbe accaduto all’Italia qualora a capo del governo ci fosse stato il duo di destra Salvini-Melloni, anti europeisti omogenei alle posizioni estremiste dell’ungherese Orban e dei leader di governo polacchi?

 

E’ la domanda, sin qui senza risposta che, alle critiche dei mie amici DC “ duri e puri”, rivolgo a loro, insieme all’indicazione di una loro proposta politica alternativa credibile al governo Conte.  Al di là di un ricorso immediato, ancorché alquanto improbabile alle urne, magari unificate con quelle dei prossimi rinnovi regionali, cosa prospettano di diverso e alternativo?

 

Elezioni anticipate nella situazione pandemica tuttora in corso, con un debito pubblico che sfiorerà il 160% del PIL e le conseguenti tensioni sul piano economico e sociale, ritengo siano alquanto improbabili a brevissimo tempo.

 

Di una cosa, però, sono certo: in assenza di una modifica della legge elettorale, che sarà assai difficile possa essere approvata in tempo utile, permanendo l’attuale rosatellum, quindi con alleanze pre elettorali obbligate, in uno scontro probabile Conte-Salvini, da che parte staranno gli esponenti dell’area politica cattolico democratica e cristiano sociale?

 

Personalmente  resto fedele a quanto abbiamo condiviso e sottoscritto nel patto della Federazione popolare dei DC e, cioè, che: si debba con urgenza costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali”.

 

Senza precipitare le cose, intanto impegniamoci a ricomporre l’area politico culturale di nostro riferimento, e dopo, solo dopo, ci porremo il tema delle alleanze.  Accordi che, in ogni caso, si faranno con quanti saranno interessati a difendere e attuare integralmente la Costituzione. Non so se Giuseppe Conte, finita questa sua seconda esperienza di capo del governo, deciderà di continuare il suo impegno nella vita politica, ma, se così fosse: chi vivrà vedrà e se son rose, fioriranno.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 18 Maggio 2020




ll 16 Maggio 1970  veniva approvata la Legge n.281 “ Provvedimenti finanziari per l’attuazione delle Regioni a statuto ordinario”  (GU n.127 del 22.5.1970). Domani cade, dunque, il 50° anniversario dell’avvio delle Regioni a statuto ordinario. Come Democrazia Cristiana del Veneto avremmo voluto organizzare un seminario ad hoc per ricordare il ruolo svolto dalla DC a livello nazionale e regionale per tale obiettivo. La pandemia ha impedito che si potesse svolgere questo evento. Colgo l’occasione per editare due riflessioni svolte sul tema dall’amico sen Paolo Giaretta, già sindaco di Padova, e dal sottoscritto. Lo dobbiamo al ricordo di quanti ci hanno lasciato e a coloro che, ancora tra di noi, di quella lunga e vitale stagione politica furono attori protagonisti degni della nostra massima stima.

 

Buona lettura

 

Ettore Bonalberti

 

 

Una idea di popolo veneto: la scommessa regionalistica della Democrazia Cristiana

Paolo Giaretta

 

Cinquant’anni dalla nascita delle Regioni. Cinquant’anni sono molti. E la pandemia impedisce di celebrare adeguatamente questo anniversario. Probabilmente con qualche sollievo per chi avrebbe dovuto paragonare quella stagione realmente creativa alla presente.

Quando il 7 e 8 giugno 1970 i veneti si recano alle urne per la prima volta per eleggere il Consiglio Regionale non hanno incertezze. Si affidano in massa alla Democrazia cristiana. Sono 1.287.167 gli elettori che segnano sulla scheda lo scudo crociato. La maggioranza assoluta, per la precisione il 51,9%, con la punta massima del 64,2% della provincia di Vicenza, la “sacrestia d’Italia” come veniva definita, e con quattro province su sette in cui la DC supera la soglia del 50%. Nessun altro partito da allora ad oggi ha superato questo livello di consenso.

Rinvio una analisi più dettagliata ad un mio saggio in corso di pubblicazione in un volume curato dal prof. Filiberto Agostini, dedicato ad Angelo Tomelleri, primo presidente della Regione Veneto. Qui desidero evidenziare due aspetti:

-       l’attuazione della riforma regionale, rimasta inattuata per 22 anni è una consapevole risposta politica elaborata dalla DC, con presidente del Consiglio il veneto Mariano Rumor, di fronte ad un passaggio arduo per il nostro paese, che vedeva forti tensioni sociali, problemi economici, l’emergere del terrorismo come deviazione della lotta politica;

-       la DC veneta visse questa attuazione come una occasione importante per una elaborazione culturale e politica coerente con i propri valori e una spiccata visione autonomistica dei rapporti istituzionali, come già ha ricordato nel suo contributo Ettore Bonalberti.

 

Il disegno di una risposta riformatrice alle tensioni sociali

Dobbiamo riandare con la memoria all’esordio di quel decennio degli anni Settanta per capire la difficoltà nel reggere il timone del Governo. L’autunno caldo lascia in eredità una elevata conflittualità sociale, l’inflazione erode il potere d’acquisto (il bilancio del 1974 è una inflazione al 25%), si affaccia drammaticamente la strategia della tensione. Nel 1969 l’esordio con la strage di Piazza Fontana il 12 dicembre. L’eversione nera colpisce ancora: dalla rivolta di Reggio Calabria (1970), al tentato colpo di stato di Junio Valerio Borghese (1971), alla bomba alla Questura di Milano con quattro morti (1973), alla bomba di Brescia in piazza della Loggia (maggio 1974, con 8 vittime), fino all’attentato dell’agosto successivo al treno Italicus (12 vittime). Si sviluppa il terrorismo rosso: nel Veneto le BR colpiscono a Padova il 17 giugno 1974, assassinando Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci nella sede del Movimento Sociale; poche settimane dopo, il 4 settembre, sempre a Padova viene assassinato l’agente della Polizia Stradale Antonio Niedda. Lo abbiamo dimenticato, ma il Veneto deve fare i conti in quegli anni con una diffusa attività criminale dell’eversione rossa e nera.

 I governi di centrosinistra organizzano una risposta alle rivendicazioni operaie e studentesche con nuovi strumenti legislativi (lo Statuto dei lavoratori), con una politica di espansione della spesa pubblica, con un uso attivo delle Partecipazioni Statali per difendere i livelli occupazionali, con provvedimenti sociali, con l’introduzione delle pensioni minime e di un trattamento pensionistico più generoso, l’attuazione delle Regioni, norme sul referendum, la riforma sanitaria, il divorzio ed il nuovo diritto di famiglia, l’abbassamento a 18 anni del diritto di voto, ecc.

 

Il regionalismo per aprire una nuova fase nella vita pubblica italiana

L’attuazione della riforma regionale è parte di una consapevole risposta politica. Lo afferma chiaramente il presidente del Consiglio Mariano Rumor a chiusura del dibattito parlamentare alla vigilia del primo voto sulle istituzioni regionali: “La riforma corrisponde ad un impegno essenzialmente rivolto ad ampliare ed arricchire la vita democratica e quindi a creare le condizioni per una libera espressione di ceti e forze non partecipanti per decenni alla responsabilità della vita sociale e politica del paese…[le regioni dovranno costituirsi] in modo da non essere punti di disarticolazione e di ritardo nel rapporto tra il cittadino e le istituzioni pubbliche, ma elementi di raccordo, premesse per un generale riordinamento dello Stato e degli enti locali…questa grande riforma istituzionale e civile chiede la continuità dell'azione di Governo, e il legame tra politica di programmazione e politica delle istituzioni, di cui ho parlato, costituisce veramente l'occasione per realizzare un nuovo tipo di efficienza dell'azione pubblica” .

Due punti molto discussi e non condivisi da tutti: allargamento della base democratica e valore delle autonomie. Allargamento della base democratica voleva dire consentire al Pci di amministrare le regioni rosse, non era una scelta da poco. Ma vi era alla base una capacità lungimirante di lettura della società italiana. Valore delle autonomie era lo sviluppo coerente di un pensiero che era stato alla base del disegno sturziano di rientro dei cattolici nella vita pubblica italiana, contro impostazione centralistiche.

 

L’autogoverno del popolo veneto: un ambizioso disegno

La Dc veneta forte di un largo mandato che era politico, sociale e culturale non si limita ad una applicazione burocratica della riforma regionale. La prepara per tempo con il Comitato regionale per la programmazione economica del Veneto presieduta dal prof. Innocenzo Gasparini, in cui coinvolge tutto il sistema delle autonomie e delle rappresentanze sociali. Ne è un prodotto eccellente il primo Piano di Sviluppo economico regionale 1966-1970 che costruisce per la prima volta una rappresentazione del Veneto e della sua struttura economica sociale: sono le idee, anche contestate, di un Veneto policentrico, di una moderna infrastrutturazione, ecc. Un impianto culturale con cui non riuscì per molti anni a misurarsi il principale partito di opposizione, il Pci, attardato su analisi insufficienti.

È frutto di un solido impianto culturale la redazione dello Statuto. Mi limito anch’io a sottolineare la portata dell’art. 2 dello Statuto regionale: “L'autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia”. È l’unico statuo regionale che introduce il concetto di autogoverno legato alla realtà di un popolo. Nulla a che fare naturalmente con gli schematismi di “prima i Veneti”. E’ un filone di pensiero legato al personalismo comunitario, all’autonomismo sturziano, ecc.

 

Non solo amministrazione del potere

Come riesce la Democrazia cristiana a mantenere fino a metà degli anni ’80 sostanzialmente intatto un ampio consenso in una società così rapidamente mutata e soggetta ad un processo di secolarizzazione intenso?

Innanzitutto il capitale sociale accumulato per decenni che non viene eroso con la stessa velocità con cui si realizza il cambiamento antropologico. Pur in un contesto diverso, con aspettative differenziate, con stili di vita cambiati, resta il fatto che nella società veneta degli anni ’70 vi è una base valoriale ancora condivisa (il valore della famiglia, della piccola comunità, lo spirito di iniziativa, ecc.) e restano intatti i luoghi in cui si forma prevalentemente il vissuto sociale dei veneti: i patronati, le società sportive, le scuole materne, le sagre, le casse rurali, ecc. tutta una rete di comunità che conserva l’imprinting cattolico e riconduce sul piano politico al consenso verso la Democrazia cristiana

Ancora per tutti gli anni ’70 è vigorosa l’attività di formazione dei quadri dirigenti, con una organizzazione piramidale che parte dai corsi zonali, a quelli provinciali, regionali, fino a quelli nazionali alla scuola della Camilluccia (l’equivalente della scuola nazionale del Pci alle Frattocchie). Uno strumento per formare quadri nuovi, selezionare i migliori, costruire orientamenti e competenze da condividere nel territorio.

Naturalmente c’è un controllo capillare del potere che giustifica il permanere di un consenso elevato. Ancora nel decennio’70 la Dc veneta mantiene ruoli di assoluto rilievo nel governo nazionale. Sono 5 i governi presieduti in quelle legislature da Mariano Rumor, con presenze significative di ministri veneti in dicasteri decisivi. Nel periodo 1968 - 1979 si succedono ben quattordici governi guidati sempre da un esponente della Dc, di cui cinque sono i governi di Mariano Rumor, che del resto era stato potente segretario nazionale della Dc tra il 1964 e il 1969; per 44 volte un dicastero è occupato da un ministro veneto e per 45 volte da un sottosegretario di stato.

A ciò va aggiunto il presidio di altri settori importanti nella intermediazione degli interessi e nella formazione degli orientamenti dell’opinione pubblica, pensiamo al settore creditizio con banche popolari, casse rurali, banche di origine cattolica, o al ruolo svolto dal quotidiano Il Gazzettino, con il sostanziale monopolio dell’informazione fino alla fine del decennio e la presenza massiccia dei settimanali diocesani, che pur con un progressivo distacco comunque ancora fiancheggiavano il mondo democristiano.

Bisogna però aggiungere altro: Sindaci, amministratori, consiglieri regionali, parlamentari non erano espressione autoreferenziale del mondo politico democristiano in senso stretto, ma provenivano largamente dai mondi vitali in cui si organizzava la società veneta. Tutta la fase di fondazione della Regione, del reclutamento dei quadri, della costruzione dei rapporti con il territorio, con le organizzazioni sociali, con le altre istituzioni viene gestita e mediata esclusivamente dalla Democrazia cristiana. Presidenze del Consiglio regionale e delle Commissioni Consiliari sono pure affidate ad esponenti democristiani. Del resto basta scorrere l’elenco dei componenti del gruppo consiliare regionale della Dc nelle prime due legislature per rilevare una robusta presenza tra gli eletti di esponenti dei ceti produttivi, del mondo agricolo, dell’artigianato, del commercio, del sindacato accanto ad esperienze maturate nell’amministrazione locale. E la gestione degli assessorati rilevanti per la gestione dei settori economici viene affidata ad esponenti di quei mondi.

Questo impianto culturale prima che organizzativo, valoriale prima che di controllo del potere consente alla Dc veneta di durare a lungo. Ancora nelle ultime elezioni regionali in cui si presenta il simbolo della Dc, quelle del 1990, i democristiani si attestano al 42,3%

 

Bisaglia aveva capito cosa si preparava

Tuttavia le crepe di un sistema così robusto partono da lontano. Non sempre le premesse culturali hanno saputo tradursi in azione politica. E naturalmente ritardi, pigrizie, convenienze hanno appesantito un disegno riformatore. A partire dalla elefantiasi regionale, in contrasto con il disegno iniziale di una Regione leggera, più dedita alla programmazione che alla amministrazione.

E’ significativo leggere oggi la lunga intervista che Antonio Bisaglia rilasciò nel 1975 a Giampaolo Pansa, allora inviato di punta di Repubblica. Con giudizi preoccupati e lucidi sulla situazione nazionale: “La Dc, restando al governo per trent’anni, si era convinta che non esistesse una alternativa a sé stessa (e forse qualche democristiano è ancora convinto di questo, io no) […] ad un certo momento la Dc e i democristiani hanno incominciato a pensare di essere insostituibili: noi invece siamo sostituibili”; con una analisi crudele sulla crisi del centrosinistra: “in certi momenti il centro sinistra sembra un morto che viene portato in giro affermando che è vivo. E tutti stiamo a questo gioco […] il paese ha una immagine stanca di noi, e l’immagine della Dc ha stancato il paese”.

È interessante soprattutto la collocazione che Bisaglia vede per la Dc nel nuovo contesto di un paese laicizzato: “La Dc ha vissuto per un lungo periodo avendo una sorta di rappresentanza istituzionale del mondo cattolico. Il mondo cattolico era la nostra polizza di assicurazione […] Oggi non esiste più una polizza di assicurazione, oggi la Dc è un partito che si guadagna il consenso e lo perde a seconda della sua credibilità. Quindi quando io parlo di rifondare la Dc credo che sia possibile ridare una credibilità ad una Dc che sia capace di interpretare la società nei suoi limiti e governarla”. Appare chiara la nuova dimensione che Bisaglia intravede per il partito, pensando anche al suo Veneto: “credo che la Dc sia un partito popolare, di ceti medi, e quindi anche di interessi, non solo di valori […] sono prevalentemente gli interessi del ceto medio e dei lavoratori dipendenti. Questa è la fascia sociale naturale per la Dc. L’impiegato, l’artigiano, il coltivatore diretto, l’insegnante, il libero professionista, il commerciante, l’assicuratore e poi il piccolo e medio imprenditore industriale”.

C’è una domanda di Pansa: “e se i ceti medi dovessero cambiare, e accettassero quello che a voi sembra un capovolgimento di valori?” ed una risposta di Bisaglia senza incertezze: “vuol dire che abbiamo esaurito il nostro ruolo. Un partito non è eterno, la fede è eterna, la Chiesa per me, ma un partito no. Uno deve pensarci prima”.

Di Bisaglia abbiamo l’immagine di un uomo di potere. E certamente lo fu. E tuttavia come si vede c’era una capacità acuto di leggere i fenomeni sociali e di pensare a possibili risposte.

 

Una delle tante eredità di una stagione riformatrice

Oggi la sanità è tornata al centro della agenda politica. Si discute sulle diversità del modello veneto e di quello lombardo. Possiamo evidenziare due fatti. Non è un caso che fu una donna, la veneta Tina Anselmi, a portare in porto come ministro della sanità la riforma, non senza critiche e resistenze. Ma appunto guardando lontano: un servizio universale, con una partnership tra lo Stato e le autonomie regionali. Siamo nel 1978, tanti vani discorsi odierni sul federalismo, anch’essi schiacciati sulla propaganda del presente, appaiono meschini di fronte alla incisività di un vero disegno riformatore quale fu quello della sanità italiana: universalismo e federalismo. Nei fatti non a parole.

Il Veneto ha affrontato meglio la pandemia per tanti motivi. Non è casuale. Qui non c’è stata la privatizzazione selvaggia che ha caratterizzato la politica sanitaria lombarda, e c’è stato un altro aspetto. In Veneto fin dall’inizio grazie agli assessori democristiani alla sanità e alle politiche sociali che si sono succeduti, da Antonio Prezioso, a Gianbattista Melotto, a Francesco Guidolin vi è sempre stata una stretta integrazione tra le politiche sociali e quelle sanitarie, i presidi territoriali e quelli ospedalieri. Un lascito prezioso in questo tempo disagiato, è stata la risorsa consolidata che ha consentito di gestire meglio la pandemia. Da non dimenticare

 

 

 

 

1970-2020: cinquant’anni delle Regioni a statuto ordinario

Ettore Bonalberti

 

Il 16 Maggio 1970, veniva approvata la Legge n.281 “ Provvedimenti finanziari per l’attuazione delle Regioni a statuto ordinario”  (GU n.127 del 22.5.1970) . Il 16 Maggio prossimo cade, dunque, il cinquantesimo anniversario dell’avvento delle Regioni a statuto ordinario.

 

Da una sollecitazione dell’avv. Ivone Cacciavillani, il 3 Gennaio scorso, con un gruppo di amici veneti “DC non pentiti”, avevamo concordato di organizzare un seminario di studio, con il quale intendevamo approfondire il ruolo svolto dalla DC veneta nella costruzione istituzionale e nella gestione del potere regionale nei primi venticinque anni di governo (1970-1995).

 

La pandemia in corso, con tutte le sue restrizioni, ci impedisce di realizzare quell’idea che riprenderemo nel prossimo autunno, Covid19 permettendo.

 

Sarà compito dell’attuale governo regionale, con le sue competenze istituzionali, trovare tempi e modi per ricordare quest’anniversario, anche tenendo presente che i venticinque anni succeduti alla guida della  DC ( 1975-2020) sono stati quelli caratterizzati dal “quindicennio forzaleghista” di Giancarlo Galan ( 1995-2010) e dal “decennio legaforzista” di Luca Zaia (2010-2020) vigente.

 

Ecco perché, in assenza del nostro seminario alla data rituale, credo sia opportuno esporre alcune considerazioni su quanto la DC veneta ha saputo apportare all’opera di avvio e di costruzione della  nostra realtà istituzionale, al fine di non perdere la memoria di ciò che è e siamo stati, e per consegnare alle nuove generazioni il testimone della nostra tradizione politica e culturale.

 

Dopo ben ventidue anni dal 1948, solo nel 1970, il terzo governo presieduto dal vicentino DC Mariano Rumor, con il senatore DC veneziano  Eugenio Gatto, ministro incaricato per l’attuazione delle regioni a statuto ordinario,  si dava pratica attuazione alle norme del  dettato costituzionale in materia di autonomia regionale; norme  che, in sede costituente, erano state sostenute soprattutto dai parlamentari democratico cristiani.

 

L’avv. Cacciavillani, nell’introduzione del suo recente saggio “ Un nuovo Veneto”, scrive: “Tra le quindici Regioni Italiane a “statuto ordinario” riconosciute dalla Costituzione del 1948, la Regione Veneto ha talune peculiarità qualificanti; a cominciare dal suo stesso Statuto approvato dal Parlamento Nazionale con legge 22 maggio 1971, n. 340, del seguente testuale tenore: “l’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia”. Ben superfluo ricordare che la formula “autogoverno del popolo veneto” -e prima ancora l’individuazione a livello legislativo- dell’individualità del “popolo veneto, pur nel più vasto contesto del popolo italiano, sono peculiarità specialissime della Regione Veneto nel quadro delle altre Regioni italiane (a tacere ovviamente delle cinque a statuto speciale), anche se purtroppo i suoi stessi Amministratori non hanno mai dato l’impressione di essersene accorti. “

 

Non posso che concordare con la lucida impietosa conclusione di Cacciavillani, considerando che avevamo tutti condiviso e sperato di attivare un’istituzione che avrebbe dovuto “programmare e controllare”, fedeli alla nostra migliore tradizione autonomistica che, come ci ricordava il compianto Antonio Mazzarolli, era ed è fondata sul principio di sussidiarietà verticale e orizzontale, assegnando il compito della gestione all’ente territoriale  più vicino ai bisogni del cittadino: al Comune in via sussidiaria, e ai corpi intermedi, mentre alla Regione sarebbe dovuto spettare quello esclusivo della programmazione e del controllo. Come siano andate diversamente  le cose è sotto gli occhi di tutti.

Alla fine degli anni’60 e in preparazione dell’avvento della nuova Regione, nella DC e nei gruppi, correnti e movimenti che ne caratterizzavano la sua vita politica,  ferveva un serio dibattito al quale, come ci ha ricordato Cristiano Zironi, partecipò tra i primi, la fondazione della Associazione Veneta di Studi Regionali, di cui il ministro Luigi Gui fu presidente e Zironi segretario generale. Si organizzarono alcuni convegni di un certo spessore e la pubblicazione dei loro atti in volumetti ancor oggi reperibili in qualche biblioteca privata. E, infine, la pubblicazione del periodico “Veneto Nuovo”, diretto dallo stesso Zironi e da Lucio Casotto.

La A.V.S.R. , soprattutto,  cercò di promuovere la conoscenza e le funzioni del nuovo istituto regionale, con il coinvolgimento di molti amici prestigiosi a livello nazionale, come Feliciano Benvenuti, Petrilli, Erminero, De Marzi, Romanato,  e locale, molti dei quali poi divenuti consiglieri o assessori regionali: per tutti i padovani Prezioso e Zoccarato, Rampi e Gasperini.I convegni della associazione riguardarono varie tematiche, come “Europa e Regioni”, “Agricoltura e Regione”, “Sanità e Regione”.

La DC alle prime elezioni regionali del 7-8 Giugno 1970 ottenne il 51,98% dei voti e 28 Consiglieri regionali su 50, ossia, la maggioranza assoluta, con il diritto-dovere di formulare l’asse portante dello statuto regionale. Fu affidato all’amico Marino Cortese il compito di presiedere la Commissione regionale per lo statuto. Egli fu coadiuvato da un gruppo di esperti, tra i quali, essenziale fu il ruolo svolto dall’avv. Feliciano Benvenuti.

Molto intenso anche il dibattito all’interno del partito regionale, alle prese sia con le nuove norme statutarie della Regione che con il primo documento di programmazione economica ( “ Il Veneto terra di relazioni”). Un  documento che, ricordo, ci impegnò in varie sedute del comitato regionale, nelle quali discutevamo le bozze di quel programma, tra  le quali, la grande incompiuta del progetto di “ Venezia Sud”, caldeggiato da Toni Bisaglia e portato avanti con grande determinazione dal segretario regionale della DC, Giovanni Bisson. Un progetto  ostacolato dagli amici della sinistra sociale e politica del partito. Come scrive Paolo Giaretta nel suo bel saggio” Identità e rappresentanza politica nel Veneto del secondo Novecento” (contributo di Giaretta al libro: “ Il Veneto nel secondo Novecento”-Politica e Istituzioni- autore Filiberto Agostini e altri- Edizione Franco Angeli-2015) : “ risale al periodo immediatamente antecedente l’avvio dell’esperienza regionale con le elezioni del 1970 il primo tentativo di offrire una lettura coerente dell’economia e della società veneta, delle sue prospettive e quindi dei suoi aspetti identitari, attraverso la predisposizione del “Piano di Sviluppo Economico Regionale1966/1970”[1] ad opera del Comitato Regionale per la programmazione Economica del Veneto. Il Comitato, composto dai rappresentanti delle principali istituzioni locali venete affida ad un gruppo di lavoro coordinato dal prof. Innocenzo Gasperini la redazione del Piano, che costituirà una prima chiave di lettura delle necessità del Veneto per guidare la sua evoluzione e si incominciò a teorizzare quel concetto di un Veneto policentrico che era espressione insieme di un pensiero interpretativo originale (appunto per costruire una nuova narrazione identitaria) ma anche dell’incapacità della politica, infragilita da molteplici localismi, di dare un ordine ed una gerarchia ai territori “. Trattasi di un contributo destinato a caratterizzare l’intera politica economica veneta nella lunga gestione del potere DC.

Il permanente vivace e talora duro scontro tra la maggioranza dorotea ( Rumor-Bisaglia) e la sinistra interna ( morotei, Forze Nuove, basisti) con il gruppo fanfaniano, forte soprattutto nella DC di Treviso, guidati dal sen Fabbri e dall’On Corder quasi sempre  in maggioranza con i dorotei (almeno a livello regionale), caratterizzerà tutta la lunga stagione di egemonia-dominio del potere DC nel Veneto. Una stagione che vide quattro giunte presiedute da Angelo Tomelleri, con la breve parentesi della Giunta Feltrin nella prima legislatura ( 1970-1975); due giunte Tomelleri nella seconda Legislatura (1975-1980), la lunga e ininterrotta stagione della giunta di Carlo Bernini nella terza legislatura ( 1980-1985), sino ai quattro anni della quarta legislatura ( dal 30 Luglio 1985 all’8 agosto 1989), con il subentro, alla fine della quarta, del presidente Franco Cremonese.

Sarà la Quinta legislatura (1990-1995) quella che accompagnerà la stagione del declino progressivo dell’egemonia DC, nel Veneto come in Italia, con il susseguirsi di crisi: dalla Giunta Cremonese a quelle presiedute da Franco Frigo, Giuseppe Pupillo e l’ultima a guida democratico cristiana di Aldo Bottin.

Un’analisi dettagliata sulle vicende regionali è quella scritta da Filiberto Agostini nel suo saggio: “ La Regione del Veneto a quarant’anni dalla sua istituzione-Storia, politica, diritto”, edita da Franco-Angeli-2013, ma a me preme evidenziare il contributo offerto dalla DC sul piano della valorizzazione del principio dell’autonomia che, soprattutto con Carlo Bernini  si esprimerà nel modo più significativo.

Ricordo per diretta esperienza e responsabilità di conduzione che, nel 1985, alla vigilia delle elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale, quelle che portarono all’elezione di Carlo Bernini alla guida del governo regionale, quale incaricato del programma del partito, con il segretario regionale della DC, Francesco Guidolin, avviammo una straordinaria campagna elettorale sotto il motto: VENETO E DC INSIEME. In un libretto, che conservo gelosamente nella mia biblioteca : INCONTRO VENETO E DC- “ Programma” E’ un patto che si rinnova, a firma congiunta con il segretario Guidolin scrivevamo: “Dopo oltre quaranta incontri con “ i mondi vitali” della società veneta e le due convenzioni programmatiche con i protagonisti dello  sviluppo economico, sociale, produttivo e culturale del Veneto, il comitato regionale del partito, nella riunione del 9 Marzo 1985 svoltasi a Rovigo nella forma di una convenzione aperta a tutte le realtà esterne, ha approvato all’unanimità il programma allegato”. Seguivano le indicazioni di programma che, dopo le elezioni del 12-13 Maggio 1985 (nelle quali la DC raccolse  il 45,91 % dei voti e l’elezione di 30 Consiglieri regionali - la metà esatta dei  60 componenti del Consiglio), furono quelle che caratterizzarono la stagione berniniana, considerata sino ad oggi la migliore stagione politica di tutta la storia regionale del Veneto.

Chiusa quell’esperienza subentrò il decennio forzaleghista a guida di Giancarlo Galan, la cui ingloriosa fine politica (caso MOSE) ha segnato una delle pagine più vergognose della lunga storia politica veneta. Resta il decennio legaforzista di Luca Zaia, che sarà campito degli storici analizzare, mentre da parte mia, lascio solo ai veneti, almeno a quelli che hanno avuto la possibilità di farne esperienza,  di mettere a confronto i primi venticinque anni di guida regionale veneta della DC e i restanti venticinque alternati tra leadership forzista prima e l’attuale della Lega.

Nel Settembre 1995, con la DC già finita politicamente da oltre tre anni (Assemblea costituente DC verso il PPI del 26 Luglio 1993 a Roma) per conto del gruppo consiliare regionale del CDU (Cristiani Democratici Uniti) ho redatto una raccolta di saggi ed articoli sul tema: Federalismo o stato Regionale. ( copia di quel documento lo conservo nel mio archivio e dovrebbe trovarsi anche nella biblioteca del consiglio regionale).

Nel 1992 il dibattito sul regionalismo e il federalismo nel nostro Paese, sebbene fosse iniziato molti anni prima, e, per la verità con esiti concreti assai limitati, aveva assunto un'intensità forte tra quasi tutte le forze politiche.

 

Alla stagione del centralismo sembrava, infatti, che fosse finalmente subentrata quella in cui avrebbe dovuto prevalere la consapevolezza di una ristrutturazione in senso federalista del nostro sistema politico, quale precondizione indispensabile per qualsiasi riforma veramente innovativa del Paese.

 

Insomma la "Grande riforma" di cui si parlò alla metà degli anni '80, in un quadro politico, come quello di avvio dei ‘90, profondamente mutato, sembrava dovesse assumere sempre più le sembianze del cambiamento istituzionale del Paese, nel senso di un riequilibrio delle competenze, funzioni e risorse tra Stato e autonomie locali, tra Regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario, e tra le stesse Regioni e le autonomie locali rappresentate dalle Province, Comuni, Comunità montane.

 

Ora come allora, almeno tra i cultori dell’autonomia, il tema dirimente era quello che divideva i sostenitori di uno Stato Federale da quelli che proponevano uno Stato Regionale. Oggi, ahimè, coloro che un tempo furono fautori di uno Stato Federale alla Miglio, sotto la leadership di Matteo Salvini, sono i propugnatori delle tesi più radicali sovraniste e nazionaliste, in linea con quelle scioviniste alla Orban, leader ungherese e delle destre estreme europee, ben lontane da quelle che il vecchio leader Umberto Bossi proponeva al suo movimento ancora in via di consolidamento.

 

Durante la guida politica regionale di Carlo Bernini prese corpo e si diffuse anche a livello europeo l'idea innovativa dell'"Europa delle Regioni", quale risposta di fine secolo al superamento dei vecchi stati nazionali derivati dalle rivoluzioni del XVIII e XIX secolo e, dopo il crollo del muro di Berlino e del precario equilibrio EST-OVEST garantito da quasi quarant'anni di guerra fredda, il ritorno dei fantasmi nazionalistici e localistici più tradizionali; origini di guerre e di violenze che continuavano a insanguinare molte parti dell'Europa centro-orientale e meridionale, in quegli ultimi anni che ci separavano dalla fine del secondo millennio.

 

La Giunta regionale Bernini e il gruppo consigliare DC del Veneto sviluppava, tanto a livello regionale che a quello nazionale ed internazionale un’intensa iniziativa politica.

AlpeAdria, da un lato, che assunse un ruolo sempre più efficace e attivo tanto da far assurgere il presidente del Veneto alla guida della Conferenza dei presidenti delle regioni d'Europa, e le proposte di legge che si susseguirono sul tema del nuovo regionalismo, furono le tappe più rilevanti di questa intensa stagione politica.

Ricorderemo, in proposito, che la prima proposta di legge statale da trasmettere al parlamento nazionale, ai sensi dell'art.121 della Costituzione, fu quella approvata all'unanimità dal Consiglio regionale, nella seduta del 26 Marzo 1985, su iniziativa della Giunta regionale relativa a:" revisione degli artt. 116,117,118,119,129 e 133 della Costituzione". Relatore fu il consigliere Camillo Cimenti, rappresentante della DC in prima Commissione. Trattavasi, come recita il titolo, di un primo serio tentativo di riforma costituzionale teso a riaffermare il nuovo regionalismo, alla luce dei risultati negativi sino allora verificatisi nel rapporto Stato-Regioni. Tentativo, in ogni caso, naufragato nell'impotenza complessiva di un Parlamento incapace, dalla commissione Bozzi in poi, di affrontare e risolvere anche le più timide proposte e che finirà con il dimostrare tutta la propria impotenza, financo sul piano della riforma elettorale. Infatti, solo dopo il referendum del Giugno'93 si giungerà a quella pasticciata soluzione del matarrellum, ossia la nuova legge elettorale, vera pietra tombale semi-aperta della Prima Repubblica.

Naturalmente ogni ritardo e ogni successivo indugio sul piano del nuovo regionalismo, finiva con l'ingrossare le fila, in termini di consenso e la stessa credibilità delle proposte neo federaliste, ancorché disordinate e provocatorie e per molti versi velleitarie della Liga Veneta; dapprima assai confuse, sul piano di un  autonomismo spinto di una auspicata  "Repubblica Veneta", e, quindi, sempre meglio precisate sino alla proposta di legge statale d'iniziativa del Consigliere dell'Union del Popolo Veneto (gruppo leghista staccatosi dalla casa madre di Rocchetta) Ettore BEGGIATO, dal significativo titolo: "Statuto speciale della regione Autonoma del Veneto", presentata alla presidenza del Consiglio il 18 Giugno 1990.

 

Volendo esaminare le proposte che si sono succedute in quel tempo in Consiglio regionale, vorremmo evidenziare come il 23 Febbraio 1990 la Giunta regionale del Veneto presentava in Consiglio l'ennesima proposta di legge statale, da trasmettere al Parlamento nazionale ai sensi dell'art.121 della Costituzione, intitolata: "Nuove norme sull'ordinamento delle regioni a statuto ordinario".

Era, anche questo, un tentativo di riorganizzazione complessiva dei rapporti Stato-Regione che, tenendo conto delle difficoltà sino ad allora riscontrate in sede parlamentare, puntava al raggiungimento di un possibile compromesso tra il neocentralismo imperante e le sacrosante ragioni di autonomia proprie delle realtà regionali.

E di lì a pochi mesi, il 25 Gennaio 1991, sempre su iniziativa della Giunta Regionale, veniva presentata una nuova proposta di legge statale di pari titolo: "Nuove norme sull'ordinamento delle regioni a statuto ordinario"

Ed ancora il Consigliere Beggiato il 2 Gennaio 1992 presentava in Consiglio regionale  la sua seconda proposta di legge statale, questa volta intitolata significativamente: "Costituzione della Repubblica Federale Italiana".

Appare qui in tutta evidenza la distinzione politico-culturale tra le posizioni espresse dalla DC e dalla maggioranza sostanzialmente del vecchio centro-sinistra raccolta attorno ad essa e che puntava a un profondo rinnovamento del regionalismo che avrebbe dovuto regolare in maniera diversa e più rispettosa dell'autonomia le Regioni e gli enti locali, specie per quanto concerne l'autonomia finanziaria e fiscale, e quella del variegato movimento leghista che, almeno nella sua espressione  più culturalmente approfondita, poneva sino in fondo la questione del riordinamento in senso federale dello Stato.

Alcuni mesi più tardi, proprio Ettore Beggiato, nel frattempo nominato assessore nella Giunta di ampie convergenze guidata dal Presidente Pupillo, pubblicava un saggio indicativo del gruppo “Union del Popolo Veneto”, dal titolo: "L’idea federalista nel Veneto", nel quale, accanto alla riproposta di alcuni dei più autorevoli scritti in materia federalista da parte di autori veneti, da Daniele Manin a Nicolo Tommaseo, Eugenio Alberi, Alberto Mario, Ferruccio Macola, era inserito  il testo del progetto di costituzione federalista di Silvio Trentin del 1943.

 

 Sarà proprio nel nuovo clima di diffusa condivisione dei temi concernenti il nuovo regionalismo che prenderà corpo l'iniziativa, questa volta di quasi tutte le forze politiche presenti in Consiglio regionale,  della nuova proposta di legge statale di iniziativa regionale, presentata in Consiglio, primo firmatario il Presidente del Consiglio regionale Carraro, con i consiglieri Prà (DC), Tanzarella (PDS), Corazzin (DC), Rossi (Verdi), Veronese (Capogruppo DC), Vanni (PDS), Crema (PSI), Boato (Verdi), Frigo(DC), Vesce (Antiproibizionisti), Ceccarelli (Indipendente di sinistra), Belcaro (PDS) e Berlato (Caccia e Pesca) relativa a :"MODIFICA DI NORME COSTITUZIONALI CONCERNENTI L'ORDINAMENTO DSELLE REGIONI".

 

Esaurita la stagione dell'egemonia politico-culturale della DC veneta da un lato, e con una Liga veneta più impegnata sul piano del consolidamento del consenso elettorale che dell'elaborazione sistematica di concreti progetti di legge (eccezion fatta per l'ala dissidente rappresentata da Beggiato con la sua Union del Popolo Veneto) questo documento-proposta di larghissima maggioranza consiliare rappresenta quanto di più condiviso sia stato espresso in quella Legislatura regionale.

 

Venute meno le funzioni dirigenti dei due più autorevoli esponenti, rispettivamente della DC veneta e del PSI veneto degli anni '80, Bernini e De Michelis, toccò infatti al Consiglio regionale ed al suo presidente Umberto Carraro riprendere e portare avanti la battaglia del nuovo regionalismo che, da almeno dieci anni era stato uno dei vessilli caratterizzanti l'azione della DC veneta. E quella proposta che seguiva un documento di intenti votato dal Consiglio regionale del Veneto il 20 Dicembre 1991, frutto, altresì, del dibattito che si era sviluppato in sede dell'Assise nazionale dei Consigli regionali tenutasi a Venezia nell'ottobre del 1991 (proprio su iniziativa del Consiglio regionale del Veneto) veniva approvata a larghissima maggioranza (38 presenti e 36 votanti- con 31 voti favorevoli, 5 contrari e due astenuti) il 23 Luglio 1992.

 

Era uno degli ultimi atti solenni di decisione politica assunti in sede consiliare cui, non corrispose, purtroppo analoga capacità di iniziativa e decisione di un Parlamento che, appena ricostituitosi dopo le elezioni anticipate del Maggio 1992, travolto dal ciclone di Tangentopoli e dal Referendum sulla legge elettorale, doveva naufragare di lì a pochi mesi e con lui, la stessa commissione De Mita che, riprendendo ed aggiornando il lavoro della precedente commissione presieduta dall'On Bozzi, non seppe produrre atti significativi e giuridicamente cogenti sul piano legislativo.

 

E dopo il voto del 1994 comincia un'altra storia con nuovi e diversi protagonisti politici.

Al crepuscolo della precedente legislatura, sarà il Consigliere regionale antiproibizionista Emilio Vesce a presentare una nuova proposta di legge statale di "parziale revisione costituzionale dell'ordinamento regionale". Era il 14 Ottobre 1993.

Dopo pochi mesi ci sarebbero state le elezioni del Marzo'94 e la fine di un'intera stagione della cosiddetta Prima Repubblica. E dopo il voto del 1994 comincia un'altra storia con nuovi e diversi protagonisti politici.

 

Di cosa sia stato prodotto dopo quella data, dalla pasticciata riforma del Titolo V  parte II della Costituzione(Legge cost. 3 del 2001), i cui limiti e contraddizioni tra competenze esclusive e concorrenti di Stato e Regioni sono venuti tutti alla luce durante la vigente drammatica esperienza della pandemia, non ci sono tracce significative sino alle recenti iniziative delle giunte presiedute da Luca Zaia. Con gli amici popolari del Veneto confortati dalla competenza giuridica costituzionale e amministrativa dell’Avv. Caciavillani e dell’On Domenico Menorello avanzammo, invano, la proposta della macroregione del Nord-Est, con cui intendevamo attribuire al Veneto le stesse competenze e funzioni delle confinanti regioni a statuto speciale del Friuli V.Giulia e Trentino Alto Adige, mentre i ripetuti e sin qui inefficaci tentativi portati avanti dal Presidente Zaia, costituiscono materia dell’attuale dibattito politico che esula dagli obiettivi che, come democratici cristiani veneti, vorremmo assegnare al prossimo seminario  al quale , in ogni caso, non intendiamo rinunciare.

Lo dobbiamo al ricordo di quanti ci hanno lasciato e a coloro che, ancora tra di noi, di quella lunga e vitale stagione politica furono attori protagonisti degni della nostra massima stima.

Una cosa è certa: l’attuale assetto istituzionale dell’Italia non può continuare e una seria riforma ispirata dal progetto del prof Miglio di un Paese federale dal forte potere centrale e strutturato localmente da cinque o al massimo sei macroregioni potrebbe essere la soluzione percorribile anche da noi democratici cristiani e popolari, purché ispirata ai valori della sussidiarietà e solidarietà da sempre a fondamento della nostra visione autonomistica della società e dello Stato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Comitato Regionale per la programmazione economica del Veneto, Piano di sviluppo economico regionale 1966/1970, Feltre 1968





E’ finito il tempo delle divisioni, ora serve l’unità

 

E’ vero quanto scrive l’amico Merlo “ non di sole messe si vive” e per i cattolici è tempo di tradurre sul piano operativo il tema della loro partecipazione attiva alla politica in Italia e in Europa.

 

Basta seguire la messa mattutina a Santa Marta di Papa Francesco, per ricevere dalle sue omelie la costante esortazione a tradurre nella nostra vita e “nella città dell’uomo”, gli insegnamenti evangelici e della dottrina sociale cristiana.

 

Vorrei confermare a Merlo che, tranne qualche bizzarro personaggio che ama autoproclamarsi a giorni alterni segretario di questa o quella DC, noi che abbiamo deciso di riunirci nella Federazione popolare dei Democratici Cristiani, intendiamo costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali. Ci proponiamo di avviare un processo culturale di coinvolgimento territoriale, che abbia come obiettivo rendere possibile la formazione di una grande area, ricca che si faccia carico di esperienze e tradizioni diverse e che condivida l'urgenza di partecipare alla competizione politica; pertanto ci impegniamo, sin da subito, a cercare le opportune intese, da proporre già alle prossime elezioni comunali, provinciali e regionali.

 

Aver federato esperienze come quelle della DC, ricostituitasi politicamente dal 2012 in poi, oggi guidata da Renato Grassi, con l’UDC di Cesa, il NCDU di Tassone, il movimento raccolto attorno all’On Rotondi, e oltre trenta associazioni, movimenti e gruppi di area cattolica e popolare, credo rappresenti oggi il più importante sforzo organizzativo di ricomposizione dell’area cattolica e popolare, il cui coordinamento l’abbiamo affidato a Giuseppe Gargani, esponente di rilievo e trait d’union tra la terza e la quarta generazione DC.

 

A questa nostra iniziativa si accompagnano parallelamente quelle degli amici, come voi di Rete Bianca, raccolti attorno al manifesto Zamagni, quelli di Costruire Insieme e di Politica Insieme, interessati a dar  vita alla “ Cosa Bianca”.

 

Questo è ciò che realisticamente si sta costruendo con molta fatica all’interno della vasta e articolata galassia dell’area cattolica e popolare, nella quale, come accade di norma tra gli italiani: tutti vogliono coordinare e nessuno vuol essere coordinato.

 

Condividendo con Merlo che: “non deve ritornare il tema stantio e anche un po’ datato sull’ennesimo partitino cattolico che campeggia un giorno su qualche giornale e poi, puntualmente, si scioglie come neve al sole. La vera sfida, semmai, consiste nel coraggio di riproporre una cultura politica, un sistema di valori e una classe dirigente – che esiste, basta solo farla emergere – che sono ancora in grado di dare un contributo di qualità politica e programmatica e di risorsa etica alquanto decisivi per la stessa tenuta democratica e sociale del nostro sistema”, aggiungo che non si debba nemmeno ogni volta ripartire da zero.

 

Meglio sarà cercare di far maturare i processi realmente in atto, come quelli da me descritti, consapevoli che il ritorno sul piano politico istituzionale della cultura cattolico democratica e cristiano sociali, alla quale tutti quei movimenti citati fanno riferimento, è indispensabile per concorrere alla costruzione della nuovo vivere civile sociale, politico e istituzionale del dopo pandemia. Un mondo nuovo che: o sarà fondato sui principi della solidarietà e della sussidiarietà  propri della dottrina sociale cristiana, o non sarà.

 

E questo processo lo dovremo far maturare fedeli al monito di Alcide De Gasperi: solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“. In questo tempo di crisi e di drammatica pandemia, non possiamo più dividerci, ma, come ci ha ammonito Papa Francesco stamattina,  operare tutti per l’ unità.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF

Direzione nazionale DC

Comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC

 

Venezia, 2 Maggio 2020

 

 


Alternativa di governo o rimpasto?

 

L’opposizione di Salvini-Meloni continua perdurante e inefficace nella contestazione dell’operato del premier Conte in questa delicatissima fase pandemica, mentre scricchiolii sempre più forti si sentono nella maggioranza di governo .

 

Con l’ intervento di ieri di Matteo Renzi al Senato, che ha chiamato infelicemente a supporto delle sue tesi persino “ i morti di Brescia e Bergamo”,  il giovane leader annuncia il suo ultimatum al governo, dopo che nei giorni scorsi aveva incassato con profitto le nomine in diversi enti e strutture statali.

 

Mentre si è in guerra non si cambia la linea di comando, abbiamo scritto ripetutamente in questi giorni, e vale il principio: “right or wrong my country”. Certo, se nella fase 1 di piena emergenza tale regola era valida in assoluto., ora che si devono affrontare con le questioni sanitarie ( il controllo dovrà rimanere rigoroso) quelle non meno gravi dell’economia, è fisiologico che la politica riprenda il suo normale corso.

 

La figura del “giovin signore fiorentino  fortemente ridimensionata dall’esito del referendum del 4 Dicembre 2016, che ne determinò il crollo politico, non migliora con le costanti docce fredde  che Matteo Renzi promuove, prima nel suo ex partito, il PD, e, adesso, con il suo permanente stare con una gamba dentro e una fuori del governo.

 

Forte di una rappresentanza parlamentare, decisiva al Senato, sproporzionata rispetto al peso reale che i sondaggi oggi assegnano al suo partito “ Italia viva”, l’ex boy scout di Rignano sull’Arno si permette un’azione di costante sabotaggio al governo di cui fa  parte,  destinata a sviluppi del tutto imprevedibili del quadro politico nazionale.

 

Berlusconi che, dopo tanti anni di vita politica, ha saputo aggiungere alle sue doti di esperto navigatore imprenditoriale quelle di un politico smaliziato nelle questioni interne e internazionali, con un partito in rapida decadenza, coglie l’occasione della distruttiva azione renziana, per sottrarsi dal pesante condizionamento del duo Salvini-Meloni nel  centro destra, e inviare segnali di fumo al premier Conte.

 

Crisi di governo per un’alternativa a Conte o rimpasto è il tema che sembra profilarsi per questa seconda fase della pandemia, nella quale si dovranno affrontare temi di natura economica, finanziaria e sociali di estrema rilevanza; insieme alle verificate necessità di riforma anche sul piano istituzionale, come quelle del rapporto Stato-regioni e politico amministrative: riforma burocratica e semplificazione delle procedure ai diversi livelli.

 

Non credo alla possibilità di elezioni anticipate a breve, atteso che non sarebbero nell’interesse degli attuali partiti di maggioranza; in primis M5S e Italia Viva, né all’idea di un governo di unità nazionale a guida di Draghi, come indicato da taluni ( come potrebbe funzionare un governo da Zingaretti a Salvini, con PD, M5S, Lega, FI, FdI ?), mentre mi sembra più probabile un possibile rimpasto di governo con l’ingresso a pieno titolo nell’esecutivo di alcuni esponenti di Forza Italia.

 

La partecipazione importante di quel partito e di Berlusconi e Taiani in primis nel PPE, offrirebbe altre e più solide garanzie a quel ruolo che l’Italia dovrà svolgere in seno all’Unione europea, oggi sostenute soprattutto dal PD con gli esponenti di punta Sassoli, Gentiloni e Gualtieri.

Anche gli amici ex DC presenti al Senato con quello che, a mio parere, è “ il miglior fico del bigoncio”, Gianfranco Rotondi, non stanno a guardare e da tempo puntano le loro fiches sul premier Conte, al quale il loro aiuto potrebbe risultare, con quello di Forza Italia, indispensabile.

 

Viviamo una fase delicatissima sul piano economico e sociale, nella quale lo stipendio ai dipendenti pubblici e il pagamento delle pensioni è un problema reale che potrebbe diventare drammaticamente serio. Tutte le categorie colpite dagli effetti economici della pandemia chiedono soldi al governo. Venendo meno le entrate fiscali programmate e permanendo i costi fissi della PA, senza una Banca centrale prestatore di ultima istanza che può emettere denaro e con un’Unione europea altrettanto priva di tale strumento ( cosa che invece funziona perfettamente negli USA dotati, inoltre, di un’ottima Costituzione federale), come si potrà evitare un’assai probabile rivolta sociale dei ceti e delle classi più toccate dalla pandemia? Pensare di aprire una crisi di governo in queste condizioni o, peggio, rischiare di consegnare il governo del Paese a una deriva di destra nazionalista, populista e anti europea, sarebbe suicida.

 

Mai come in queste condizioni servirà invece il massimo di compattezza interno possibile e la capacità di contrattare nell’Unione europea le più opportune soluzioni per corrispondere con rapidità, efficienza ed efficacia alle questioni economiche e sociali create dal Covid 19.

 

Un possibile rimpasto di governo a me pare, dunque, più probabile all’orizzonte, con il governo che potrebbe liberarsi in tal modo del permanente ricatto renziano.  Un passaggio che, altresì, offrirebbe anche a noi “ DC non pentiti” e membri della Federazione popolare dei DC di assumere, dall’assemblea convocata il prossimo 20 maggio, le più opportune iniziative per preparare il Partito del popolo italiano e dei democratici cristiani alle prossime scadenze elettorali.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 1 Maggio 2020

 

 

 


Ricordo  di Marino Cortese

 

E’ morto  il sen Marino Cortese, uno dei leader della sinistra DC veneziana. Scompare con lui la persona che la Democrazia Cristiana veneta volle alla guida della Commissione per lo statuto regionale, alla quale dedicò le migliori energie, con l’aiuto del Prof Feliciano Benvenuti.

 

Nacque dalla loro collaborazione uno Statuto che l’avv. Ivone Cacciavillani, nell’introduzione del suo recente saggio “ Un nuovo Veneto”, definisce così : “Tra le quindici Regioni Italiane a “statuto ordinario” riconosciute dalla Costituzione del 1948, la Regione Veneto ha talune peculiarità qualificanti; a cominciare dal suo stesso Statuto approvato dal Parlamento Nazionale con legge 22 maggio 1971, n. 340, del seguente testuale tenore: “l’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia”. Ben superfluo ricordare che la formula “autogoverno del popolo veneto” -e prima ancora l’individuazione a livello legislativo- dell’individualità del “popolo veneto, pur nel più vasto contesto del popolo italiano, sono peculiarità specialissime della Regione Veneto nel quadro delle altre Regioni italiane (a tacere ovviamente delle cinque a statuto speciale), anche se purtroppo i suoi stessi Amministratori non hanno mai dato l’impressione di essersene accorti”. Questo dello Statuto è certamente uno dei più preziosi lasciti della lunga esperienza politica vissuta da Cortese nella nostra Regione.

 

Con Vincenzo Gagliardi, Alfeo Zanini, Giorgio Longo, Luigi Tartari, Gianfranco Rocelli e  Mariano Baldo, Marino Cortese rappresentò per molti della mia generazione un punto di riferimento politico culturale importante della nostra formazione politica. Una cultura che in Marino Cortese era il risultato della sua formazione giovanile nell’azione cattolica prima e nell’Intesa universitaria, di cui fu dirigente nazionale e dalla sua precocissima iscrizione al Movimento giovanile della DC.

 

Quante battaglie democratiche abbiamo compiuto insieme all’interno del comitato regionale della DC, per molti anni nella stessa corrente della sinistra sociale di Forze Nuove a fianco di Carlo Donat Cattin, e, poi, su posizioni diverse; dopo la scelta del preambolo e la sua collocazione a fianco di Guido Bodrato nella cosiddetta “area Zaccagnini”.

 

Il confronto talora duro e serrato fu sempre caratterizzato dal grande rispetto nei confronti di un amico competente, serio e culturalmente onesto, fermissimo nelle sue convinzioni, che seppe sempre difendere con estrema determinazione. Il suo linguaggio calmo, misurato, mai oltre le righe, lo rendeva autorevole e degno di rispetto da parte di amici e avversari politici. Competente nelle materie istituzionali e in quelle economiche, dopo la sua lunga esperienza di ricercatore, contribuì alla stesura di quel Piano di programmazione economica del Veneto redatto sotto la guida dal Presidente Carlo Bernini, che connotammo come quello del “ Veneto terra di relazione”.

 

La politica veneziana, veneta e italiana perde con Marino un altro esponente di quella Prima Repubblica dalla quale molti insegnamenti si dovrebbero trarre, in una fase nella quale molte delle dirigenze nazionali e locali sono caratterizzate da scarsissima cultura e tanta incompetenza. Caro Marino ti ricorderemo nelle nostre preghiere conservando una preziosa memoria del lungo tratto di strada compiuto insieme.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 28 Aprile 2020


Giovanni di Turi ci ha lasciati

 

Giovanni Di Turi ci ha lasciati. Perdiamo uno degli amici più generosi e sinceri fra quanti, “ DC non pentiti” veneziani, avevano in cuore l’amore per i valori fondanti della dottrina scoiale cristiana e ferma la volontà di concorrere alla ricomposizione dell’unità dei cattolici democratici e cristiano sociali a Venezia, nel Veneto e in Italia.

 

Da sempre impegnato nel sociale, Giovanni è stato uno dei primi a Mestre a rendersi conto del fenomeno importante dell’immigrazione e, forte della sua esperienza acquisita nel settore della cooperazione, aveva dato vita a numerose associazioni e movimenti di immigrati per i quali ha svolto una preziosa attività di raccordo tra i bisogni delle persone e le diverse autorità istituzionali.

 

Egli ha sempre considerato l’attività nel sociale come la precondizione indispensabile per dare significato all’impegno sul piano politico e amministrativo.

 

Una competenza straordinaria nel settore amministrativo della pubblica amministrazione, acquisito negli anni della sua attività  professionale pubblica e privata, la dimostrò quando, predisponendo il programma dei popolari veneziani nell’ultima campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale di Venezia, seppe predisporre un’analitica e rigorosa analisi delle aziende municipalizzate o a diversa partecipazione comunale; una delle posizioni di rendita del consenso alle amministrazioni di sinistra succedutesi negli ultimi decenni a Venezia.

 

Quante volte bussò agli assessorati competenti per ottenere la concessione di un luogo disponibile, quale sede per lo svolgimento delle attività delle sue numerose associazioni no profit. Mai una risposta positiva da un’amministrazione comunale dimostratasi sempre sorda alle richieste di un uomo buono, mite,  ma inflessibile nella fedeltà ai valori cristiani su cui aveva informato tutta la sua vita.

 

A ogni sollecitazione fattagli per la ricostruzione politica dell’area popolare e democratico cristiana, sin dal 2012, Giovanni ha sempre risposto di SI, sino alla sua ultima conferma di adesione alla Federazione popolare dei DC.

 

Veramente Giovanni Di Turi è stato una figura esemplare di “democristiano non pentito,” che è vissuto per tutta la sua vita nell’Italia del dopoguerra, da fedele interprete, nel campo sociale e nell’impegno politico, della migliore tradizione sturziana e degasperiana.

 

Personalmente perdo un amico al quale ricorrevo ogni volta che sentivo l’esigenza di una parola di sostegno e di conforto, sempre pronto a richiamarmi al dovere della testimonianza senza tentennamenti.

 

Grazie Giovanni per i tuoi insegnamenti e per il tuo  esemplare stile di vita. Tutti noi DC e popolari veneziani ti siamo riconoscenti.

 

 Il Signore   riceva la tua anima candida tra le sue braccia misericordiose e sul tuo corpo ti sia lieve la terra.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF

Direzione nazionale DC

Componente comitato provvisorio della Federazione Popolare dei DC

Venezia, 22 Aprile 2020

 

LETTERA APERTA AGLI AMICI DELLA FEDERAZIONE POPOLARE DEI DC


Cari amici,

in queste settimane di  doverosa clausura domestica ho cercato di analizzare lo stato dell’arte della nostra Federazione popolare dei DC. A me sembra che, al di là della netta disponibilità espressa dagli amici Gargani, Grassi, Tassone e Rotondi e di molti responsabili di movimenti e associazioni che hanno condiviso il nostro patto federativo, permangano le perplessità e i distinguo di Cesa e  di alcuni dei suoi amici dell’UDC, i quali, forti della loro attuale disponibilità nell’utilizzo del simbolo dello scudo crociato, vorrebbero che quanto sin qui concordato, si concludesse semplicemente con l’ingresso di tutti nel loro partito.

Un ‘operazione fuori della realtà che non tiene conto:

a)    delle pendenze esistenti nel merito della proprietà e gestione dello scudo crociato, di cui noi DC rivendichiamo a pieno la titolarità;

b)   dell’esigenza di dar vita a un nuovo soggetto politico, risultato della partecipazione di tutti i firmatari del patto, così come indicato nel documento sottoscritto.

 

Ho sperimentato direttamente l’impraticabilità di un accordo con gli amici  UDC, o meglio con colui che ne rivendica la rappresentanza nel Veneto, il sen Antonio De Poli, il quale, sollecitato a incontrarsi ben prima dello scoppio della pandemia, non ha ritenuto nemmeno opportuno rispondere.

 

E’ evidente che, il permanere di De Poli in un’area molto più affine a ciò che rimane di Forza Italia ( fu uno dei più fedeli alleati di  governo di Giancarlo Galan, colui che si è reso   responsabile del più grave scandalo politico della storia veneta- caso MOSE)  e il suo probabilmente oggettivo peso interno all’UDC nazionale, si combina con le riluttanze di Cesa ad assumere finalmente una posizione autonoma dal centro destra a guida salviniana. Tutto ciò costituisce un vulnus gravissimo al nostro progetto politico.

 

Noi intendiamo concorrere alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale e intendiamo farlo avviando un nuovo soggetto politico: laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista populista a dominanza salviniana, e alla sinistra senza identità, pronti a collaborare con quanti intendono attuare integralmente la Costituzione repubblicana. Un progetto che vorremmo sviluppare insieme anche ad altri amici, come quelli impegnati attorno al manifesto Zamagni  alla Rete Bianca e  Costruire Insieme.

 

Un soggetto politico ampio, plurale e nuovo. Non ci interessa  con quale nome e  simbolo ci presenteremo; nome che, col simbolo e il programma politico,  decideremo insieme nella prossima assemblea costituente nella quale si dovrà dare ampio spazio ai giovani e a una nuova classe dirigente che assuma la guida del nostro progetto politico. Un’assemblea che, come più volte discusso, dovrebbe essere preceduta da incontri a livello regionale e provinciale tra i rappresentanti di tutti i sottoscrittori del patto federativo.

 

A Cesa chiediamo ancora una volta se è disponibile a varcare il Rubicone per costruire insieme a tutti noi il nuovo soggetto politico.

Noi tutti ci auguriamo di sì, ma, se ciò non fosse possibile, non potremo più aspettare, ma dovremo procedere inevitabilmente  con chi ci sta, corrispondendo così,   anche alle attese che, come ci assicura l’amico Hermann Teusch, sono presenti negli organi dirigenti della CDU e della CSU tedesca, pronti a collaborare con il nuovo soggetto politico aderente al PPE per concorrere tutti Insieme a offrire una risposta ai gravissimi problemi dell’Europa post pandemia. Una risposta  ispirata ai valori della migliore tradizione cristiano sociale e popolare europea.

 

Cordiali saluti

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF ( www.alefpopolaritaliani.it )

 

Venezia, 17 Aprile 2020

 

 





A proposito di Conte e del compromesso all’eurogruppo

 

Il compromesso raggiunto Giovedì scorso dall’Eurogruppo ha suscitato molte polemiche non solo fra maggioranza e opposizione, ma anche tra  alcuni nostri amici, specie in relazione al giudizio che personalmente ho espresso sull’operato del Presidente del consiglio, Giuseppe Conte.

 

Quanto a quest’ultimo, mi limito a ripetere: chi vivrà vedrà. Reputo Giuseppe Conte, l’avvocato fiorentino catapultato dal M5S a guidare un esecutivo che si è trovato ad affrontare una situazione mai accaduta prima in tutta la storia repubblicana, come quello che, almeno a  me, appare il migliore tra quanti calcano in questo momento la scena politica italiana.

 

Certo si tratta non di un superlativo assoluto, ma relativo, e anche chi non condivide il mio giudizio, sino  ad oggi non ha saputo proporre altra soluzione che quella di Draghi; ottima risorsa repubblicana, legata, come  lo è stato già Mario Monti, con i poteri finanziari che controllano, con le banche centrali dei Paesi europei, la stessa BCE. Chi come me, e spero anche tutti noi della Federazione popolare dei DC, si batte per il ripristino del NOMA ( Non overlapping Magisteria) ossia alla politica che guida il progetto, con l’economia reale e la finanza a supporto, e, dunque,  concretamente, al controllo pubblico di Banca d’Italia e della BCE e alla netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria ( Legge Glass-Steagall USA e Legge bancaria italiana del 1936 abrogata, ahimè, dal decreto Barucci-Amato del  1992) sarebbe come cadere dalla padella nelle brace.

 

Al di là, tuttavia, di questo giudizio del tutto mio personale e opinabilissimo, resta  il fatto che mentre si combatte questa guerra impari col virus, il comandante alla guida non si cambia, anche se, come nell’ultima intervista televisiva si è fatto prendere dall’irritazione per le accuse false e infamanti che da giorni gli erano state rivolte da Salvini e dalla Meloni.

 

“ Right or wrong my country”  ( “ Giusto o sbagliato è il mio Paese”) dicono gli americani e anche noi in questa drammatica fase dovremmo seguirne il principio.

 

Nel merito della vicenda europea dobbiamo invece evidenziare quanto segue:

 

Dopo giorni di tensione, dibattiti e scontri, dall'Eurogruppo escono due buoni risultati che dobbiamo valorizzare e che nessuna astiosa propaganda potrà negare.
In primo luogo c’è il varo di un ventaglio di iniziative mai viste prima per quantità di risorse attivate: fino a 500 miliardi, dal Programma per la disoccupazione (SURE) ai Fondi BEI e al Fondo salva-stati SENZA CONDIZIONI per le spese dirette e indirette della sanità;
In secondo luogo, ed è la vera novità, la decisione di un Piano per la ripresa (RECOVERY PLAN) per altri 500 miliardi da sostenere con nuovi strumenti finanziari.
Questo era ed è il nostro obiettivo: un "Piano per la ricostruzione" che veda lo sforzo congiunto di tutta l'Europa. Ora questa proposta è stata messa sul tavolo del prossimo Consiglio europeo e lì Italia, Francia e Spagna e gli altri paesi favorevoli dovranno battersi per renderlo effettivo rapidamente.
Ed è chiaro a tutti, anche a quei paesi che non li hanno voluti nominare espressamente, che questi nuovi strumenti finanziari non potranno che essere dei BOND, o garantiti dal bilancio europeo rafforzato o dai singoli Stati, ma comunque EMISSIONI DI DEBITO COMUNE, indispensabili per mobilitare i finanziamenti che saranno necessari a tutti gli Stati europei per superare il rischio di recessione.

 

Oggi anche Der Spiegel invita la cancelliera Merkel a cambiare registro sugli eurobond, considerati lo strumento inevitabile se si vuol salvare l’Unione europea.

Confidiamo che Angela Merkel sappia essere all’altezza del suo mentore Helmut Khol e fedele alla migliore tradizione della CDU e CSU tedesca. Unica condizione per preservare il ruolo di guida del Partito Popolare europeo. Non scattasse questo elementare principio di solidarietà sarebbe la fine dell’Unione e le conseguenze sarebbero ancor più tragiche per tutti.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it)

Direzione nazionale DC

Componente del comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC

 

Venezia, 12 Aprile 2020


Un’idea per niente stravagante

il domani è ancora tutto da costruire e da scrivere”:  conclude così il suo articolo l’amico Giorgio Merlo su: “ Conte, la DC e i cattolici”, denunciando “  la simpatica iscrizione d’ufficio, da parte di alcuni commentatori ed opinionisti, del premier Conte alla tradizione della DC ”.

Osservazione intelligente che proviene da un membro di “ Rete  bianca” che, da quanto ho potuto capire sino ad oggi, firmando il Manifesto Zamagni, è anch’essa un’associazione/movimento alla ricerca di un nuovo soggetto politico, in grado di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana.

Se non ho mal compreso, gli amici di “Rete bianca”, rifuggono da ogni tentativo, come quello che abbiamo portato avanti e su cui ancora stiamo impegnandoci, noi che partecipiamo alla Federazione popolare dei DC, spinti dalla volontà di concorrere alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale del Paese, partecipante al progetto di costruzione del nuovo soggetto politico.

Continuare, però, ad attribuire a noi della Federazione l’idea anacronistica di “voler rifare la DC” non è solo un errore, ma anche un insulto alla nostra intelligenza, essendo tutti noi ben consapevoli dell’impossibilità di far tornare in vita ciò che storicamente e politicamente si è concluso, nonostante le modalità di quella chiusura, tuttora sottoposte alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”.

Fa poi specie che queste obiezioni siano portate avanti da chi ha già sperimentato altre casematte dei partiti, da cui non molto tempo fa ha deciso di uscire, stanco della confusione imperante in un soggetto politico come il PD, nato da una miscela rivelatasi impossibile di culture politiche, trasformatosi in un ircocervo privo di un’identità definita e riconoscibile.

Siamo tutti d’accordo che un nuovo soggetto politico, come scrive Merlo, debba avere  come ingredienti costitutivi il pensiero, la cultura, il progetto e il programma. Oltre ad una classe dirigente. “ Quanto al pensiero e alla cultura, abbiamo più volte evidenziato che vale per tutti noi, non solo quanto abbiamo conservato della migliore tradizione popolare e della DC, ma, soprattutto, quanto ci è indicato dalla dottrina sociale cristiana, con le ultime encicliche pontificie, che sono una delle letture più approfondite di quest’età della globalizzazione e del dominio del turbo capitalismo finanziario.

Per il progetto, se assumessimo, come più volte scritto, la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione, ritengo che ogni altra residua polemica  sul “guardare a sinistra”, come partito di centro, dovrebbe essere razionalmente superata, assunta  l’alternatività alla deriva nazionalista e populista alla base tanto del Manifesto Zamagni che del patto della Federazione Popolare dei DC.

A quel punto sorge il problema della classe dirigente. Sono sempre contrariato ogni volta che vecchi arnesi della politica della Prima Repubblica, come molti o quasi tutti di noi siamo, si ergono a giudici implacabili di amici che in quella stagione, furono esponenti di rilievo spesso alla pari di coloro che oggi assumono il ruolo di giustizieri. La verità è che quasi nessuno della nostra generazione, la quarta della DC, ha più i titoli e l’attendibilità di porsi come espressioni credibili di leadership di un nuovo soggetto politico, per il quale serve una nuova classe dirigente.

Concordato il programma, spetterà all’assemblea costituente del nuovo soggetto politico decidere il gruppo dirigente che, ci auguriamo sia composto soprattutto da una nuova generazione di leader politici.

Credo, tuttavia, che non sia blasfemo ritenere che in un nuovo soggetto politico di centro: laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista, e alla sinistra senza identità,  una persona come Giuseppe Conte, possa svolgere un ruolo positivo, come sembra emergere anche dal giudizio che molti cittadini ed elettori stanno esprimendo nei confronti di questo giovane avvocato fiorentino, catapultato in politica e costretto ad affrontare problemi mai affrontati prima d’ora da alcun leader della Repubblica, dal tempo di De Gasperi. Un capo di governo, che, nella “debolezza” complessiva,  tranne qualche eccezione,  dei componenti del governo, appare ogni giorno di più come “ il miglior fico del bigoncio”.

Nessuno vuole iscriverlo alla storia gloriosa e/o sic et simpliciter alla tradizione della DC, operazione illogica e impossibile, ma ritenerlo adeguato a concorrere con tutti noi nella costruzione di un nuovo soggetto politico del tipo di quello connotato, a me sembra un’idea per niente stravagante, anzi da coltivare con attenzione.

Ettore Bonalberti 

Venezia, 4 Aprile 2020

 


Il popolarismo è la proposta per una nuova speranza del Paese

 

Confesso che ho sempre letto gli editoriali del prof Angelo Panebianco con  molto interesse e frequente condivisione della sua coerente posizione laico liberale, ma non posso esimermi dal contestare la caduta laicistica della sua ultima nota sul Corriere del 27 Marzo scorso.

 

Ragionando sulle prospettive del “dopoguerra” della pandemia del Coronavirus, Panebianco evidenzia nella “zavorra burocratica e nell’ideologia pauperista” le “magagne” che contrasteranno l’auspicata ripresa. Tra le zavorre dell’ideologia pauperista Panebianco, riproponendo una tesi cara a un vecchio liberalismo d’antan, colloca le “ pulsioni di un certo cattolicesimo politico”.

 

E’ una tesi che ogni tanto ritorna, come ci insegnava il compianto Sandro Fontana, quella secondo cui i cattolici hanno rappresentato una sorta di incidente della storia, che avrebbe impedito il libero dispiegarsi delle idee liberali che, da Cavour e Minghetti, si infransero con la fine dell’età giolittiana e l’avvento del fascismo.

 

Mal sopportarono quei laicisti alla fine della seconda guerra mondiale: “L’avvento di De Gasperi” ( titolo dell’ultimo saggio di Leo Valiani), ossia dell’assunzione da parte del partito espressione dell’unità politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali, della guida dell’Italia.

 

Lucio D’Ubaldo con un bell’articolo sulla rivista on line “Formiche”, ha replicato con molto equilibrio ed efficacia, rivendicando il ruolo che i cattolici democratici hanno esercitato con la DC negli oltre quarant’anni di egemonia politica in Italia.

 

Da parte mia, tra gli eredi della migliore tradizione cristiano sociale, quella che da Miglioli, Pastore, Labor  e Donat Cattin, ha costituito la componente storica della sinistra sociale della Democrazia Cristiana, rivendico interamente il ruolo che abbiamo svolto nella difesa del lavoro e  dei lavoratori in particolare, in conformità ai principi di solidarietà e sussidiarietà della dottrina sociale cristiana, cui abbiamo ispirato la nostra  azione politica. Non a caso lo statuto dei lavoratori è frutto dell’impegno del socialista Brodolini prima e di Carlo Donat Cattin.

 

Vorrei chiedere al prof Panebianco, anche alla luce di quanto stiamo verificando in questi giorni di drammatica pandemia, che ha mostrato tutti limiti e gli errori accumulati in molti anni della politica italiana, come pensa possa essere  ricostruito un nuovo credibile assetto del sistema italiano, nell’attuale deserto delle culture politiche?

 

Nell’età della globalizzazione, quella in cui, come scrive il Prof Zamagni, è stato rovesciato il principio del NOMA ( Non Overlapping Magisteria) e la finanza è diventata il fine subordinando ad essa l’economia reale e la politica, ridotte al ruolo ancillare ed esecutivo  della finanza che persegue un unico obiettivo : il profitto, quale pensa possa essere la risposta ai problemi drammatici che ci troveremo ad affrontare all’indomani di questa tragica guerra pandemica?

 

Fallita l’utopia di una cultura liberista che, nella realtà presente è sfociata nel trionfo del turbo capitalismo finanziario; distrutta l’antitesi utopica e profetica del comunismo, alla fine ridottosi nelle attuali formule dittatoriali cinesi e autoritarie delle oligarchie russe, la risposta più avanzata e credibile ancora una volta ai problemi della globalizzazione viene dalla dottrina sociale cristiana. Come per i nostri padri: Sturzo, De Gasperi, La Pira, Moro, Fanfani, Donat Cattin e Marcora e molti altri, furono la “ Rerum Novarum” di Leone XIII e la “ Quadragesimo Anno” di Pio XI, le stelle polari della loro azione politica, così per la nostra generazione formata dal Concilio Vaticano II, dalle encicliche giovannee ( Mater et Magistra e Pacem in Terris) e di San Paolo VI ( Humanae Vitae e Populorum Progressio),  così ancora per noi e per le nuove generazioni dei cattolici, viene ancora dalla dottrina sociale della Chiesa il supporto per inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali in essa indicati.

 

Nell’attuale deserto delle culture politiche, mentre altri navigano a vista senza orientamento, la nostra bussola che ci indica la strada, la troviamo negli insegnamenti degli ultimi pontefici. Dalla Centesimus Annus di San Papa Giovanni Paolo II, alla Caritas in veritate di Benedetto XVI, alle ultime: Evangelii Gaudium e  Laudato Si di Papa Francesco.

 

Condivido la constatazione dell’assenza di un centro oggi in Italia e, come ripeto da qualche tempo,  anche per noi eredi della sinistra sociale DC l’obiettivo è il come tradurre i principi della dottrina sociale cristiana nella realtà politica  e istituzionale, al fine di realizzare quell’equilibrio tra interessi e valori, che è il compito primo della politica, “ la più alta forma di carità” secondo il Santo Padre Paolo VI.

 

Tanto nella Federazione Popolare dei DC, che tra gli amici raccolti attorno al Manifesto Zamagni; tra quelli di Costruire Insieme e quelli di Politica Insieme, oltre alle numerose associazioni, gruppi e movimenti della vasta galassia cattolico popolare, credo sia comune la volontà di concorrere alla costruzione di un nuovo soggetto politico di centro:  laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori della dottrina sociale cristiana, inserita a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori DC e popolari: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra senza identità. Massima disponibilità a collaborare con chi assuma come programma: la difesa e la completa attuazione della carta costituzionale, compresi quanti di area liberale e riformista si riconoscono crocianamente nei  valori dell’umanesimo cristiano.

 

E questo è l’obiettivo che la mia generazione intende consegnare ai giovani dell’area cattolica, che intendano assumere il testimone della migliore tradizione politica e culturale del popolarismo italiano, offrendosi come nuova classe dirigente credibile al Paese per una nuova speranza.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 30 Marzo 2020

 

 

E’ finita la tregua?

 

Ruyard Kipling  sul carattere degli italiani scriveva: Un italiano: un bel tipo. Due italiani: un litigio. Tre italiani: tre commissioni costituenti”. Scoppiata la pandemia, in realtà, il comportamento di tutto il Paese è stato encomiabile, così come continua ad esserlo, non solo al fronte ospedaliero, dove operano persone al limite del sacrificio estremo, ma anche da parte della stragrande maggioranza della popolazione.

 

Anche le forze politiche, per quasi un mese, hanno dimostrato un elevato senso di appartenenza, sforzandosi di assumere comportamenti di forte unità di intenti rispetto all’avversario comune, rappresentato da un nemico subdolo, largamente sconosciuto, sfuggente e capace di colpire in silenzio senza possibilità di catturarlo.

 

Viviamo una condizione già istituzionalmente precaria, con una maggioranza frutto del trasformismo politico che ha caratterizzato tutta la legislatura, dopo il voto dell’ 4 Marzo 2018, vista l‘impossibilità di costruire un governo espressione del voto popolare. Una condizione  aggravata dalla “crisi del Papeete” aperta da Salvini, da cui si è usciti con una diversa coalizione di governo, l’attuale giallo-rossa a guida dello stesso presidente del Consiglio Conte, votato dal parlamento, al di fuori di una legittimazione di voto popolare che, per il suo ruolo, come è noto, non è previsto dalla nostra carta costituzionale.

 

Era prevedibile che, dopo un mese di informali e ufficiali comunicazioni e  incontri tra il capo del governo e il trio del centro-destra Salvini-Meloni-Berlusconi/Taiani, alla fine qualcosa si sarebbe incrinato; anche per la pressione che al governo veniva dai governatori delle Regioni del Nord a guida leghista, come quelle di Lombardia, Veneto e Friuli V.Giulia , insieme alle restanti regioni padane, quali il Piemonte e l’Emilia Romagna, ossia quelle più colpite dal virus pandemico.

 

Non sono mancati nel governo: ritardi, irresponsabili fughe di notizie e un sistema di comunicazione complessivamente inefficiente, che hanno raggiunto il culmine l’altra notte con la dichiarazione alla TV resa da Conte sul decreto in atto da oggi, sulla chiusura in campo nazionale delle attività produttive non collegate/bili ai quattro grandi settori strategici del Paese: agro-alimentare, farmaceutico-sanitario, energia e trasporti. I settori che ci garantiscono di non mettere a terra completamente l’Italia. Una comunicazione anticipata su facebook, ripresa da un canale TV straniero, riversata in Italia, prima ancora che il decreto fosse stato formalmente redatto nella sua versione definitiva.

 

Matteo Salvini, d’altronde, che da ministro si era reso responsabile con i suoi atteggiamenti e comportamenti del più grave isolamento dell’Italia in campo europeo, sin dai primi provvedimenti del governo , smessa  la felpa di circostanza, ora sempre in abito scuro, camicia e cravatta, da aspirante premier, abbandonati i toni truculenti d’antan, è diventato “ il signor più uno”. Qualunque cosa decida il governo, lui ne spara sempre una  più grossa.

 

Per diversi giorni, i suoi colleghi di partito  Fontana e Zaia, quotidianamente consultati dal governo centrale, si sono comportati in linea con le decisioni di Roma, ma giunti a dover assumere le posizioni più drastiche, come da loro da sempre richieste, qualcosa si è rotto, e da questo momento rischiamo di corrispondere ai giudizi sopra citati di Kipling sugli italiani.

 

Sta avvenendo anche tra di noi DC e Popolari, all’interno dei quali, riemergono le posizioni storiche di contrapposizione tra sostenitori di politiche di centro-destra e/o di centro-sinistra.

Sin dall’inizio avevo sperato che prevalesse il buon senso e tutti rispettassimo quell’elementare regola della guerra: in corsa non si cambia il conducente, invitando gli amici a stringerci attorno al governo secondo il principio: “right or wrong my country”, mettendo innanzi tutto davanti a noi, l’esigenza di combattere insieme contro il subdolo e inafferrabile  nemico comune, rinviando alla fine della pandemia, il ritorno alla normale dialettica politica.

 

Quando si devono assumere, come accade adesso in Italia e per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, provvedimenti restrittivi delle libertà personali e persino inerenti alla sopravvivenza di intere filiere produttive, tenendo presenti, da un lato, le sacrosante ragioni di sicurezza invocate da  sindacati per i lavoratori, e, dall’altra, le altrettanto comprensibili ragioni indicate dagli imprenditori, è ovvio che risulti quanto mai difficile realizzare sintesi ragionevoli e condivise da tutti.

 

Se poi, come accade oggi, assistiamo a una divergenza di decisioni tra decreto nazionale valido per tutto il Paese e decreto regionale lombardo, rivendicato da Fontana come prevalente per il suo territorio, è evidente che è l’intero assetto istituzionale dell’Italia che è messo in discussione. Il tutto aggravato dal conflitto di competenze introdotto dalla pasticciata modifica del Titolo V della Costituzione  tra materie di competenza esclusiva e concorrente tra Stato e Regioni.

 

Si aggiunga che al conflitto apertosi tra Stato e Regione Lombardia è aperto quello tra governo e opposizione, che, in queste ore, ha richiesto udienza al presidente della Repubblica rivendicando, da un lato doverosamente, il mantenimento dell’apertura illimitata del Parlamento, luogo del confronto e del controllo democratico dell’azione di governo, e, dall’altro, un coinvolgimento diretto della stessa opposizione nelle decisioni del governo.

 

Non sono mancati coloro  che hanno chiesto un cambio della guida di governo, con l’affidamento della stessa a una coalizione unitaria di emergenza a Mario Draghi, come garanzia di maggiore efficienza ed efficacia anche sul piano internazionale.

 

A parte le difficoltà, anche solo temporali, che un cambio di governo richiederebbe, pur sfrondando le procedure dai liturgici passaggi della prassi costituzionale, io credo che quanto il governo Conte ha saputo sin qui acquisire dall’Unione europea (stante anche lo sviluppo della pandemia in tutto il continente)  ossia: fine del fiscal compact, possibilità di superare i vincoli di bilancio e, in attesa che la riunione di oggi dei vertici economico finanziari dell’UE decidano sul possibile utilizzo del MES e/o emissione di corona bond e dopo quanto ha già deciso la BCE ( “ whatever it takes”), non credo si possa pretendere di più.  Mario Draghi, semmai, servirebbe come commissario straordinario dell’UE nella gestione della crisi economica connessa alla pandemia.

 

In sintesi: resto dell’idea che mentre si è in guerra non si debba cambiare la linea di comando. Al governo e a Conte, in particolare, andrebbe consigliato di cambiare registro e  consulenti  in materia di comunicazione.  Andrebbe poi ricercata, nell’oggettiva difficoltà del pasticcio istituzionale esistente, l’unità di intenti della prima ora tra Stato e Regioni, garantendo nel contempo, come assicurato dai presidenti Casellati e Fico, il funzionamento normale delle Camere, mentre a noi cittadini il dovere di rispettare, come stiamo facendo da un mese, tutte le prescrizioni del governo.

 

Infine, rivolgo un invito l’ennesimo appello a tutti noi DC e Popolari italiani, a ritrovare il massimo di unità, tentando di dar vita a un soggetto politico nuovo di centro democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno tiolo nel PPE, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra senza identità.

 

A noi DC e Popolari, come nel 1945-48, con De Gasperi, furono quelli che garantirono a un Paese distrutto dalla guerra la guida per la ricostruzione, così, dopo le macerie che ci lascerà questa pandemia, spetterà il compito di concorrere a offrire al Paese una nuova speranza

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF

Direzione nazionale DC

Comitato provvisorio Federazione popolare DC

Venezia, 23 Marzo 2020

 

 

 

 

Perché l’area padana?

 

A un mese dallo scoppio della pandemia nel nostro Paese e ancora lontani dal raggiungimento del picco della diffusione del contagio, alla luce dei dati annunciati dal bollettino quotidiano della protezione civile, sorge spontanea una domanda: perché il virus è attecchito e si è propagato con straordinaria virulenza nell’area padana? Perché, soprattutto, la mortalità ha assunto in aree come quella bergamasca e bresciana valori elevatissimi quali non si sono riscontrati nella Cina e Corea del Sud?

 

Al primo quesito, sconosciuto il paziente zero del virus, irrisolto il rebus se sia ascrivibile a qualche uomo d’affari lombardo proveniente da un viaggio nella Cina o da un contatto di qualche operatore lombardo con qualcuno contagiato  della Baviera, dove si presume sia iniziata la diffusione del virus in Europa, sarà compito di future indagini fornire una risposta che  lasciamo alla competenza degli specialisti.

 

Quanto all’elevatissima diffusione in zone come quella bergamasca e bresciana, se è ragionevole pensare che sia legato alla particolare conformazione di quelle aree, caratterizzate da un continuum di città e paesi senza quasi soluzione di continuità, ricche di un tessuto socio economico e produttivo tra i più dotati nel mondo di piccole e medie imprese, ciò che lascia interdetti è l’elevata mortalità che in esse si riscontra, tanto che, da due giorni, abbiamo superato il numero dei morti denunciati in Cina e nella Corea del Sud.

 

Controllo sistematico della mobilità dei cinesi, ridotti da un regime autoritario alla condizione di distretto militarizzato a Hubei e nella città di Whuan, o grazie all’utilizzo di un’ applicazione informatica in dotazione alle autorità in Cina come nella più democratica Corea del Sud, in grado di controllare l’esatta posizione di ogni cittadino rispetto ai potenziali “untori”;  ossia condizioni assolutamente lontane da quelle praticabili e concretamente sin qui gradualmente attivate nell’ Italia democratica, a partire proprio dalle prime “zone  rosse” del contagio, penso che, tuttavia,  non siano ragioni sufficienti a spiegare il divario nel tasso di letalità del virus dall’estremo oriente alla Padania.

 

Valgono certamente le ragioni di una popolazione più vecchia presente in Italia rispetto alla Cina e alla Corea, con evidenti condizioni di salute peggiori degli anziani rispetto ai giovani; considerato che la percentuale più alta di deceduti è da noi nella fascia 65 anni in su , rispetto a quella dei 45 anni nelle aree orientali. Credo, però, che nell’area padana si debba tener conto anche della variabile inquinamento ambientale.

 

Non so se la cremazione immediata dei deceduti sia dovuta a ragioni oggettive sanitarie per eliminare del tutto il virus o, molto più praticamente, per le difficoltà di sepolture normali nei cimiteri e in assenza delle normali cerimonie funebri, certo è che, con quelle cremazioni si rende impossibile effettuare le autopsie solo dalle quali si potrebbero accertare le cause vere o prevalenti di quei decessi.

 

Le mancate autopsie e le conseguenti possibili errate attribuzioni delle cause di morte portano ad aumentare in maniera elevata il grado di letalità del  corona virus.

 

Si muore, com’ è appurato dagli esperti sanitari,  per mancanza di ossigenazione, accertato che uno degli effetti del virus è di intaccare i tessuti dei bronchi e dei polmoni provocando delle polmoniti virali che richiedono il ricovero in terapie intensive e l’utilizzo di apparecchiature speciali di forzata ventilazione e ossigenazione controllata. Apparecchi di cui, almeno sin qui, solo una o poche ditte in Italia sono in grado di produrre e viste le chiusure autarchiche che ciascun Paese sta facendo delle proprie aziende produttrici di questi strumenti.

 

In questo momento, posto che vi saranno  decine di migliaia di  persone ricoverate con terapia intensiva negli ospedali italiani, che comprendono  non solo i circa 3.000 intubati , ma anche tutti coloro che hanno avuto necessità di maschera facciale per l'ossigeno, che é un apparecchio mobile  che viene portato al letto del paziente con difficolta respiratorie, sappiamo che alla data del 19 marzo, dato del Ministero della Salute, solo 2.498  di queste decine di migliaia sono  anche positivi al tampone.

 

Questo proverebbe  inequivocabilmente che tutti questi ricoveri in terapia intensiva sono dovuti in prevalenza all'inquinamento ambientale. Suona molto strano poi che chi muoia  in terapia intensiva venga subito cremato. La cremazione, come detto, impedisce di effettuare la autopsia  per accertare che non avesse invece i polmoni corrosi dallo smog. E' necessario pertanto che le autorità  accertino quante persone sono ricoverate oggi in Italia non  positivi al tampone, ma con difficolta respiratorie e tosse secca;  ogni eccedenza proverebbe che si tratta di ricoveri per inquinamento ambientale. Credo che il tema delle immediate cremazioni dei cadaveri e delle mancate autopsie dovrebbe essere posto all’attenzione delle autorità competenti e non solo e non certo per mere esigenze statistiche.

 

Dati Arpa Lombardia: da 11 anni  PM 10 e benzyl sono oltre il doppio della  soglia limite  da ottobre a gennaio, con picco dell' oltre soglia a febbraio, guarda caso che coincide con il picco dei ricoveri in terapia intensiva. Studi dell'Istituto Italiano Tumori sono chiarissimi nel merito: dopo 10 anni di esposizione al catrame (respirato dall'aria inquinata da gas di scarico delle auto e degli inceneritori) i sintomi sono tosse secca persistente, febbre alta e dispnea (difficolta respiratoria), insomma gli stessi   imputati al coronavirus.  Temo che corona virus e inquinamento ambientale concorrano a determinare l’alta mortalità nella pandemia che sta sconvolgendo la vita dell’area più produttiva dell’Italia.

 

In conclusione: dobbiamo certamente osservare scrupolosamente le regole che governo e autorità locali ci impongono e combattere in tal modo il flagello virale di questo inizio secolo, ma anche riconsiderare seriamente le cause di un inquinamento ambientale di cui solo noi uomini, con i nostri comportamenti personali e sociali, siamo responsabili.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF

 

Venezia, 21 Marzo 2020


Lettera agli amici DC e Popolari

Cari amici,

quanto sta avvenendo ci impone una riflessione seria e approfondita non solo su ciò che é avvenuto e stiamo vivendo, ma anche su ciò che si dovrà affrontare quando la pandemia sarà stata superata.  Di positivo c’é la constatazione  che un microscopico virus ha messo in crisi il mondo con tutte le sue false certezze. La nostra gente ha reagito bene e sono riemersi i valori della solidarietà organica propri di una comunità.

Dovremo analizzare bene questa nuova situazione e interpretarla alla luce della dottrina sociale cristiana per proporre soluzioni adeguate interne e internazionali, degne della nostra migliore tradizione politico culturale. Intanto però concorriamo seriamente alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, premessa indispensabile per un ritorno del nostro pensiero politico nelle istituzioni. Certo servono nuovi chierici perché noi siamo ormai dei celebranti "vecchi e stantii" ( come direbbe Carlo Donat Cattin). Una lettura dell’attuale “realtà effettuale” alla luce della dottrina sociale cristiana comporta di tornare alle coordinate essenziali del nostro pensiero: dall’Humanae Vitae, alla Populorum Progrexio, dalla  Centesimus Annus, alla Caritas in veritate sino alle ultime di Papa Francesco: Evangelii gaudium e Laudato si.

Una cosa é certa, la pandemia ha distrutto ogni residua velleità sovranista e nazionalista, imponendo una visione inevitabilmente universalista del mondo. Da soli, come singole nazioni o continenti, di fronte a una pandemia non si va da nessuna parte e si rischia di assumere posizioni contraddittorie e divergenti, come quelle sino a ieri propagandate nel Regno Unito o negli stessi USA che, alla fine, hanno dovuto arrendersi alla realtà dei fatti.

Certo servirà un profondo riesame della governance mondiale a partire dall’ONU e dagli organismi ad essa collegati. Così come una profonda riforma si dovrà realizzare nel nostro continente all’interno dell’Unione europea, che dovrà sottrarsi all’attuale condizionamento dei poteri finanziari internazionali che controllano Banche centrali e BCE. L’annunciata fine del fiscal compact ( illegittimo in quanto contrastante con i Trattati europei) e il superamento della follia dell’obbligo del pareggio  di bilancio scritto in Costituzione ( frutto avvelenato del governo Monti) sono i primi passi di una riforma della governance e delle politiche economiche europee da armonizzare nei diversi Paesi per un’Europa federale degli stati, con poteri decisivi deliberanti affidati a un Parlamento europeo, unico istituto europeo di diretta elezione popolare.

Anche in Italia dovremo accelerare il progetto-processo della ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale per non lasciare le istituzioni nelle mani di improvvisati gestori, espressione della peggiore cultura qualunquistica come quella derivata dal “vaffa…” o da una sinistra senza più identità, o a una deriva nazionalista e populista, promotrice solo di divisioni interne e internazionali e di una destra nazionalista lontana da quali valori di solidarietà organica che sono riemersi prepotentemente in questi giorni di dolore e di sofferenza.

Mai come oggi é apparsa in tutta la sua verità la crisi di sistema dell’Italia: abbiamo da molti, troppi anni trascurato sanità, ricerca scientifica, cultura, scuola, università; materie che assumeranno priorità immediata. Anche la costruzione Stato-Regioni, aggravata dalla pasticciata riforma del Titolo V dovrà essere ripensata. Continuo a credere a una soluzione come quella indicata a suo tempo dal prof Miglio di un’Italia federale con forte potere centrale organizzata in quattro o cinque macro regioni. Valuto positivamente la ripresa di un rapporto di fattiva collaborazione tra sindacati dei lavoratori e associazioni degli imprenditori e credo necessario ripristinare quel corretto rapporto tra i diversi livelli di rappresentanza dei corpi sociali intermedi secondo i principi di solidarietà e sussidiarietà indicati dalla nostra cultura cattolica.

Insomma è un’ampia agenda politica, economica e sociale, nella quale, dopo questa splendida esperienza offerta dal volontariato italiano, il tema di una nuova politica per il terzo settore si imporrà per non lasciare alla solita capacità di improvvisazione italica il compito di affrontare le emergenze.

Guai se da quanto ci sta accadendo non sapessimo derivarne gli insegnamenti doverosi e pensassimo di tornare ai riti di prima nei quali le stravaganti improvvisazioni dei Renzi o dei Salvini, hanno finito con l' occupare la scena politica.E’ un compito che dovremo affrontare noi “DC non pentiti” per primi insieme a tuti gli altri amici che sono impegnati sul medesimo obiettivo, sperando che nuovi attori giovani sappiano assumere quel ruolo di protagonisti, che non spetta più a noi vecchi, che dovremo svolgere solo il compito di traghettatori e consiglieri generosi e disinteressati, scevri di qualsivoglia residua e anacronistica ambizione personale.

Mi auguro che vogliate partecipare a questo confronto e, intanto, con l’aiuto di Nostro Signore, speriamo che la pandemia finisca presto.

Un caro saluto 
Ettore Bonalberti
Venezia, 18 Marzo 2020



Pubblichiamo la lettera pubblicata su Avvenire del 16 Marzo a firma di Francesco Ognibene

 

Coronavirus. Associazioni e parlamentari cattolici: noi col Papa, vicini ai vescovi


lunedì 16 marzo 2020

 

E' una lettera aperta che esprime piena adesione ai gesti e alle parole di Francesco e appoggio alle difficili scelte dei vescovi italiani quella diffusa da 37 realtà associative e 17 politici.

È una “lettera aperta” di “semplici fedeli legati da una traccia di amicizia operosa nella Fede cristiana, impegnati in opere sociali o in un reciproco aiuto per il bene comune” quella che, con la firma di 37 associazioni cattoliche e di 17 parlamentari (in carica o ex), esprime piena unità al Papa e sostegno ai vescovi italiani per le difficili (e non sempre comprese) scelte che hanno dovuto assumere in questa emergenza per il coronavirus.

“Nella grave prova di questi giorni percossi dal contagio virale – si legge nel documento, intitolato ‘Perché sia accolta anche l’emergenza dello spirito’ - desideriamo umilmente esprimere, con ancora maggiori verità e struggimento, gratitudine e sequela al Santo Padre e alla Chiesa”. A nome proprio o delle sigle associative di differente sensibilità e fronte di impegno, i firmatari affermano che sono anzitutto di “grande aiuto il gesto di offerta dell’Italia alla Madonna del Divino Amore che papa Francesco ha voluto compiere l’11 marzo e il suo pellegrinaggio del 15 marzo per le vie di Roma per pregare la Salus Populi Romani e il Crocefisso della chiesa di San Marcello al Corso, indicandoci la possibilità di una adeguata - seppur vertiginosa- posizione umana per stare di fronte alle drammatiche circostanze attraverso cui il Mistero ci provoca”.

Evocando l’impegno di molte realtà e personalità firmatarie contro il suicidio assistito, sfociato nei mesi scorsi in iniziative e documenti pubblici, il testo ricorda che la faticosa e spesso dolorosa esperienza della crisi che stiamo attraversando richiama l’attenzione di tutti sul “valore fondamentale della vita e di quel suo senso costitutivo di appartenenza di cui ora percepiamo la mancanza fisica, ma di cui dovremmo sempre stupirci come un ‘miracolo, un effetto esclusivo della Grazia’ (Albert Camus, Il primo uomo)”.

Ma promotori e sostenitori della presa di posizione pubblica, particolarmente significativa mentre non cessano le uscite polemiche di personaggi anche assai noti nel mondo cattolico contro la presunta arrendevolezza della Chiesa alle disposizioni sanitarie delle autorità pubbliche, vogliono anche dirsi esplicitamente “vicini ai Vescovi italiani, che hanno testimoniato una non scontata assunzione di responsabilità per sostenere la lotta contro la pandemia, accettando il sacrificio più grande, la rinuncia cioè alla condivisione dell’Eucarestia, quel Gesto che rende possibile il cammino stesso della ‘nuova creatura’ rifatta dalla potenza di Dio. E ciò affinché il Sistema sanitario nazionale regga e rifugga da quella ‘globalizzazione dell’indifferenza’ da cui ci ha messo in guardia papa Francesco, ove la singola persona può divenire secondaria nell’enorme e necessario sforzo di salvare la tenuta complessiva”.

È la dimostrazione della piena consapevolezza di larga parte della base cattolica verso decisioni difficili. Che impongono duri scarifici ma che guardano all’interesse collettivo, alla salute di tutti, mostrando che la Chiesa è pronta a fare sempre la sua parte per la costruzione della città dell’uomo specie in momenti tanto angosciosi: “Dobbiamo scongiurare ogni - seppur inconsapevole - selezione dei malati, perché praticare criteri di esclusione di persone dalle cure solo per considerazioni probabilistiche -per esempio in base all’età - significherebbe considerare la vita dei più vulnerabili meno degna, escludendo nei loro confronti ogni forma di solidarietà”.

L’impegno spirituale non è secondario, anzi: “Per educarci a questa sensibilità – scrivono ancora i firmatari -, soprattutto nei drammatici momenti che viviamo, inviteremo tutti al ‘Rosario per il Paese’ convocato dalla Cei il prossimo 19 marzo e guardiamo ogni giorno con gratitudine al commovente esempio di dono di sé sia di tanti medici e infermieri sia di pastori e sacerdoti, che nelle comunità territoriali cercano - nel più rigoroso rispetto degli standard di sicurezza indicati – ‘i migliori mezzi per aiutare’ i più deboli (papa Francesco), specie coraggiosamente amministrando il conforto dei sacramenti ai malati o portando l’Eucarestia ‘a quanti sono impediti di partecipare alla celebrazione’ (Canone 918) o proponendo forme di preghiera e di vicinanza ‘a uno a uno’, anche usando mezzi telefonici e web, con ciò dando prova - per ricorrere alle categorie del Dpcm 8.3.20 - di quanto l’uomo abbia ‘necessità’ spirituali al pari di quelle materiali. Cosicché la distanza fisica cui siamo costretti non abbia a significare rottura delle relazioni e dell’appartenenza”.

L’impegno associativo, sociale e politico maturato su diverse frontiere fa sentire tutti quelli che hanno dato vita all’appello “impegnati a comprendere e accogliere quanto ci viene e ci verrà chiesto per la salute pubblica. Siamo quindi incoraggiati da questi esempi – conclude la lettera - a dare anche noi voce e coscienza pubbliche a un’emergenza parallela a quella specificatamente sanitaria, che deve diventare sempre più centrale nell’affrontare i giorni che ancora ci aspettano: l’emergenza dello spirito, spirito che, in ciascuno senza distinzione alcuna e soprattutto nella fragilità, nella malattia e ancor più nel morire, implora di non essere ‘lasciati soli’ (papa Francesco)”.


Per aderire alla lettera aperta: info@polispropersona.com

Ecco l’elenco dei firmatari, in ordine alfabetico.

Mirco Agerde (Movimento Regina dell’amore), Arturo Alberti (Ass. Il Crocevia), Stefano Bani (Forum Cultura Pace e Vita Ets), Dino Barbarossa, Andrea Mazzi (Comunità’ Papa Giovanni XXIII), Roberto Bettuolo (Ass. L’albero), Paola Binetti (senatrice, XVIII), Ettore Bonalberti (Ass. Liberi E Forti), Maurizio Borra (Ass. FamigliaSI), Paolo Botti (Ass. Amici di Lazzaro), Antonio Buonfiglio (deputato, XVI), Tonino Cantelmi (Aippc – Ass. Italiana Psicologi E Psichiatri Cattolici), Marina Casini (MPV - Movimento Per La Vita Italiano), Anna Catenaro (Avvocatura In Missione), Jacopo Coghe (Ass. Pro Vita & Famiglia), Alessandro Comola, Augusto Bagnoli e Giancarlo Infante (Ass. Politicainsieme), Marco D’Agostini (Ass. naz. Pier Giorgio Frassati), Fabio De Lillo (Ass. Cuore Azzurro), Stefano De Lillo (senatore, XVI), Emmanuele Di Leo (Ass. Steadfast Onlus), Lucio D’Ubaldo (Ass. Rete Bianca), Giovanni Falcone (deputato, XVII), Marco Ferrini (Centro internazionale Giovanni Paolo II e per il magistero sociale della Chiesa), Elena Fruganti (Ass. Esserci), Benedetto Fucci (deputato, XVII), Giovanni Gut (MCL-Movimento Cristiano Lavoratori), Sara Fumagalli (Ass. Umanitaria Padana), don Gianni Fusco (Confederazione internazionale del clero), Massimo Gandolfini (Ass. Family Day- Difendiamo I Nostri Figli), Gianluigi Gigli (deputato, XVII), Marco Invernizzi (Alleanza Cattolica), Antonella Luberti (Ass. Cerchiamo il Tuo volto), Diego Marchiori (Ass. Vivere Salendo), Mario Mauro (senatore, XVII), Domenico Menorello (deputato, XVII, Osservatorio parlamentare «Vera lex?»), Giorgio Merlo (deputato, XVI), Francesco Napolitano (Ass. Risveglio ), Alessandro Pagano (deputato, XVIII), Antonio Palmieri (deputato, XVIII) Riccardo Pedrizzi (deputato, XVI, Presidente Comitato scientifico UCID), Maurizio Perfetti (Collatio.it), Simone Pillon (senatore, XVIII), Giovanni Pirone (Ass. Etica & Democrazia), Massimo Polledri (deputato, XVI), Gaetano Quagliariello (senatore, XVIII), Carlo Ranucci (Ass. Convergenza cristiana 3.0), Eugenia Roccella (deputato, XVII), Gianluca Rospi (deputato, XVIII), Maurizio Sacconi (senatore XVII), Luisa Santolini (deputato XVI), Ivo Tarolli (senatore, XIV; Ass. Costruire Insieme), Olimpia Tarzia (Movimento Per: Politica; Etica, Responsabilità), Giorgio Zabeo (Circoli insieme), Germano Zanini (Ass. Rete Popolare), Peppino Zola (Ass. Nonni 2.0)

 

Non siamo ancora al picco

 

Hubei è una provincia centrale della Repubblica Popolare cinese di circa 60 milioni di abitanti e la città - prefettura  di Wuhan, capoluogo di Hubei, ha una popolazione di poco più di 11 milioni di abitanti.

 

Trattasi dunque di un campione numericamente simile al dato della popolazione italiana (60 milioni) e a quello delle due Regioni italiani più colpite : Lombardia e Veneto con poco meno di 13 milioni di abitanti.

 

 La Cina ha registrato una sensibile diminuzione del numero di nuovi casi. Ieri, infatti, ha registrato  22 nuovi decessi da coronavirus, livello più basso mai registrato dall'inizio della raccolta dei dati sull'epidemia avviata a gennaio. Negli ultimi aggiornamenti, la Commissione sanitaria nazionale (Nhc) ha riferito che i contagi aggiuntivi si sono attestati a 40, tutti nell'Hubei, la provincia epicentro della crisi, mentre nessuno, per il secondo giorno di fila, nel resto del Paese. I contagi sono saliti e 80.735, i morti a 3.119 e i guariti saliti al 72%, pari a 58.600 (+1.535 solo ieri). Infine, altri 4 casi di infezioni importate, per totali 67.

 

In Italia, invece, l’andamento della pandemia è in crescita e sembra ancora lontano il picco della curva di distribuzione normale. Stasera la protezione civile, alle ore 18, ha comunicato un incremento dei casi del 25% rispetto alla giornata di Domenica 8 Marzo e la curva della distribuzione normale appare tuttora in crescente salita.

 

In Cina, però, dalla mezzanotte del 12 febbraio nel distretto di Zhangwan a Shiyan è vietato per chiunque uscire di casa. Nella provincia di Hubei, dove si trova la città focolaio dell'epidemia di coronavirus, Wuhan, come nel resto nelle zone colpite del Paese, tutti gli edifici devono rimanere completamente chiusi per ridurre i movimenti delle persone e quindi i rischi di contagio. I quartieri, riferiscono i residenti, sono sorvegliati da guardie. "Non ha un grande impatto sulla nostra vita, tranne per il fatto che non ci è permesso uscire", dichiara un'abitante dell'area Xu Min. Secondo le autorità i comitati di vicinato locali distribuiscono i generi di prima necessità a orari prestabiliti e a prezzi fissi e aiutano i residenti ad acquistare medicinali se sono strettamente necessari.

 

La “guerra del popolo al coronavirus” in Cina passa anche dall’intelligenza artificiale. Dal 2017 il paese ha sensibilmente aumentato gli investimenti nelle tecnologie sanitarie, soprattutto in campo diagnostico. Da una piattaforma condivisa di imaging medico a un robot intelligente (qualificato dall’ordine dei medici cinese), sono diverse le tecnologie che sono state messe in atto per contenere l’epidemia. Tra gli altri, un software che sta aiutando grandi città come Shenzhen e Chongqing a prevedere i numeri del contagio con un grado di accuratezza di oltre il 90%.

 

In Italia, invece, come abbiamo visto dai documenti televisivi sulla movida ai Navigli di Milano o nelle vie di Napoli, continua  incontrollato l’assembramento di persone, nel totale disinteresse dei giovani dell’aperitivo, convinti di essere immuni dal contagio. I decreti del governo sembrano essere assunti come le “ grida manzoniane” al tempo della peste a Milano.

 

I nostri ospedali, dove operano instancabilmente i medici  e gli infermieri, le sale attrezzate per le cure di rianimazione, specie in Lombardia (la regione sin qui più colpita dal virus) sono al limite della capacità operativa. Si rischia davvero che il numero dei casi dei contagiati positivi con gravi sintomatologie respiratorie, non possa essere più sopportato dal sistema sanitario costretto a scegliere, come in guerra, tra chi salvare e chi lasciar morire . Unico rimedio, in assenza di farmaci e in attesa del vaccino, osservare da parte di ciascuno di noi  scrupolosamente le indicazioni previste dai decreti del governo, riducendo ai minimi le possibilità di contatto tra le persone.

 

Sino ad oggi la reazione della gente, specie nelle zone più colpite, è stata di grande responsabilità civica, mentre, soprattutto nella fascia giovanile, tanto al Nord che al Sud, sembra meno diffusa la consapevolezza della gravità e serietà della situazione. Guai se prevalessero i nostri peggiori caratteri che ci facevano apparire agli occhi di Winston Churchill, come quelli di “un popolo che perde le partite di calcio come se fossero delle guerre e perde le guerre come se fossero delle partite di calcio”.

 

Non sono mancati episodi di confusa e contraddittoria comunicazione da parte di alcuni responsabili delle autorità centrali e regionali, causa della fuga precipitosa da Milano e dalla Lombardia, di molti cittadini meridionali, verso le loro regioni nella notte di Sabato scorso; potenziali diffusori-amplificatori  del contagio del virus.

 

Qualche amico aveva già sollecitato la richiesta di dimissioni del governo, alla quale ho eccepito col detto veneziano: “  xe pezo el tacon del buso”.  Dovremmo tutti avere consapevolezza che siamo in guerra contro un nemico imprevedibile e che sfugge ai nostri controlli e della necessità che tutti i cittadini  assumano comportamenti responsabili. Guai cambiare il comando mentre si combatte. Ora serve unità e responsabilità. Ci sarà tempo per dividerci, ma ora combattiamo tutti INSIEME.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 9 Marzo 2020

 

 

 


Da Avellino il primo passo per l’unità dei DC e i Popolari

 

Sabato 7 Marzo p.v. si terrà al Centro congressi di Summonte  (Avellino) un incontro dei DC e Popolari campani sul tema: “ Il centro politico: un nuovo inizio”. Organizzato dalla Federazione popolare dei DC e dalla Fondazione Democrazia Cristiana, il convegno sarà l’occasione per riunire tutti i democratici cristiani e i popolari dei diversi partiti, associazioni, movimenti e gruppi che hanno condiviso il patto della Federazione popolare dei DC.

 

Giuseppe Gargani, coordinatore della Federazione, presenterà il suo libro:

L’identità politica-Condizione per la Democrazia”, cui seguirà un dibattito nel quale interverranno : Antonino Giannone, presidente del CTS della Fondazione, Hermann Teusch, componente della CSU, Carmine Mocerino, Giuseppe Gargani, Renato Grassi, Lorenzo Cesa, Stefano Caldoro e Gianfranco Rotondi.

 

Com’è scritto nel programma-invito: la Federazione Popolare dei Democratici Cristiani intende superare la diaspora e le divisioni che hanno compromesso in Italia una presenza culturale e politica dei Cattolici laici e dei Democratici Cristiani e intende costruire un’alternativa sia alla nuova destra, che si è sviluppata nei tempi più recenti, sia alla sinistra in crisi di identità.

Il populismo e il sovranismo si sono affermati per la mancanza di riferimenti valoriali che sono propri del popolarismo, della Dottrina Sociale della Chiesa, dei principi della Costituzione e della Carta Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).

L’obiettivo è la ricomposizione dell’area popolare laica e riformista, con i valori ai quali si ispira, per partecipare attivamente alle prossime competizioni elettorali .

 

Parte, quindi, dalla Campania il primo di una serie di incontri e seminari di studio e di confronto con tutte le realtà interessate dalle prossime elezioni regionali e amministrative della primavera, con i quali si intende favorire la ricomposizione delle diverse componenti dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

 

La costituzione, con atto notarile e statuto, della Federazione Popolare dei Democratici Cristiani alla quale hanno aderito partiti (UDC- NCDU- DC e Associazioni e Movimenti d’ispirazione Cristiana) ha l’obiettivo, infatti, di superare la diaspora e le divisioni che hanno compromesso in Italia una presenza culturale e politica dei Cattolici laici e dei Democratici Cristiani. 
In pratica s’intende costruire nel panorama politico italiano, un’alternativa sia alla nuova destra, che si è sviluppata nei tempi più recenti, sia alla sinistra in crisi di identità
Per realizzare quest’obiettivo: la ricomposizione dell’area popolare laica e riformista, in un unico soggetto politico che possa utilizzare il logo storico della Democrazia Cristiana, attualizzato ai riferimenti della casa comune dei Popolari del PPE, crediamo sarebbe opportuno che il Comitato di coordinamento della Federazione Popolare dei Democratici Cristiani  affiancasse la Direzione dell’UDC, per redigere un regolamento di convocazione di un’Assemblea Costituente da approvare in sede congressuale dell'UDC e degli altri Partiti della Federazione. Tutto ciò con l’obiettivo di partecipare attivamente alle elezioni politiche nazionali con un unico soggetto politico e con lo stesso simbolo. Nel frattempo per le competizioni  elettorali regionali i partiti e le associazioni della Federazione dovrebbero designare il proprio delegato che con gli altri definiranno la migliore composizione e scelta di candidati per la lista unica  più consona a quella Regione. 

 

Ci auguriamo che da Avellino giunga un segnale forte a favore dell’unità di tutti i DC e i Popolari italiani, anche per favorire la ricomposizione in realtà come la nostra del Veneto, nella quale, è mancata sin qui una risposta all’offerta di dialogo da noi DC inviata  al maggior esponente dell’UDC locale, il sen Antonio De Poli.

 

Ritengo che la firma fatta dall’amico Lorenzo Cesa, leader dell’UDC, al patto costitutivo della Federazione popolare, costituisca titolo impegnativo per tutto il suo partito  nelle diverse realtà territoriali italiane, compresa quella del Veneto. Una realtà  che, per tradizione e storia politica, ha rappresentato e può ancora rappresentare un fattore importante per la ricomposizione dell’area cattolico popolare.

 

Il nostro impegno, infine, non è solo rivolto all’interno dell’area dell’ex diaspora DC, ma anche verso gli amici che hanno aderito al “ manifesto Zamagni” con i quali intendiamo sviluppare un dialogo proficuo e costruttivo per dar vita a un nuovo soggetto politico unitario di centro: laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato dalla dottrina sociale cristiana, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità.

 

Ettore Bonalberti

 

Venezia, 4 Marzo 2020

 

 

 

La rivista " Il domani d'Italia" (www.ildomaniditalia.eu) ha positivamente avviato il dibattito sulla ricomposizione dell'area  DC e popolare. Al commento della rivista sul mio articolo : " Oltre  la pregiudiziale vecchia e stantia", rispondo con la nota seguente da me inviata all'amico sen Lucio D'Ubaldo, direttore della rivista " Il domani dtalia":


Partiamo dal programma

 

Caro Lucio,

sono molto contento che la rivista da te diretta abbia avviato questo sereno confronto al quale mi auguro possano partecipare altre voci delle nostre due esperienze politiche, convinto come sono che quelle avviate  dagli amici della Federazione popolare dei DC e dagli amici de “ il Manifesto Zamagni” siano, non solo le più importanti attivate sin qui, ma anche quelle che dovranno trovare un momento di sintesi se, come entrambe sostengono, sono interessate alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

 

Confesso di aver usato due attributi forti : “vecchia e stantia”, volendo commentare il vostro reiterato richiamo alla frase degasperiana, spesso citata a sostegno dell’apertura all’alleanza dei DC con la sinistra.

 

A quel “vecchia e stantia” sono legato dal 1964, essendo state  due parole scolpite nella mia memoria. Parole assai contrastate dai numerosi dorotei che affollavano il palazzo dei congressi di Roma, al congresso della DC, quelle  che Carlo Donat Cattin pronunciò in avvio del suo intervento in opposizione alla relazione del segretario politico dell’epoca, Mariano Rumor.

 

Ero diciannovenne, iscritto già da quattro anni alla DC, partecipante per la prima volta da semplice spettatore a un congresso del partito. Fu il mio battesimo democristiano che, proprio in quel congresso in cui il partito vide nascere le correnti. La  sinistra politica della Base, con Forze sociali e il Movimento Giovanile DC avviarono l’esperienza di Forze Nuove e quella fu la mia corrente per sempre.

 

L’ho, mi auguro, degnamente rappresentata per oltre cinquant’anni: nel consiglio nazionale del MG DC prima e in  quello del partito, poi e sino alla traumatica seduta del 18 Gennaio 1994 che  decretò la fine politica della DC.

 

Vorrei ricordare che l’espressione degasperiana da voi citata fu pronunciata dal leader trentino in un discorso a Predazzo (val di Fiemme), dove il "guardare a sinistra" non era inteso come alleanze con i partiti di sinistra (De Gasperi fu sempre un centrista, e a sinistra aveva il fronte social-comunista sottomesso all'URSS), ma come un indirizzo politico di attenzione ai ceti popolari e alla giustizia sociale. Utilizzarlo in un contesto storico politico molto diverso mi sembra anacronistico e improprio. Quanto poi alla coerenza andreottiana da te citata su tale scelta, credo che non avrai dimenticato le altalenanti incursioni del nostro Giulio a destra ( governo con Malagodi) e le disinvolte acquisizioni di voti in area missina, sino alla colpevole azione dei franchi tiratori contro l’elezione di Arnaldo Forlani alla presidenza della Repubblica, col bel risultato del settennato Scalfaro di dolorosa memoria per tutti noi.

 

Se vogliamo progredire nel dialogo, continuo a pensare che, come nella migliore tradizione DC, dovremmo partire dai contenuti e non dalle alleanze, facilitati dalla premessa comune e condivisa della nostra alternatività alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e meloniana. Le basi del popolarismo non stanno nella scelta pregiudiziale a sinistra, semmai, nell’assumere come ho proposto alla Federazione popolare dei DC, gli undici principi sturziani alla base del comportamento dei cattolici che intendono “servire la politica e non servirsi della politica”, insieme alla volontà di tradurre nella “città dell’uomo” gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa.

 

Questo e non altro è ciò che fece Sturzo rispetto ai principi indicati dalla Rerum Novarum di Leone XIII e questo è quello che dovremmo fare noi, se vogliamo tradurre in politica le indicazioni pastorali delle ultime encicliche sociali della Chiesa: dalla Centesimus Annus, alla Caritas in veritate e alle ultime di Papa Francesco: Evangelii Gaudium e Laudato Si.

 

Nella “Lettera agli amici del Manifesto Zamagni” che mi auguro tu possa esaminare, ho indicato alcune proposte sui tre temi prioritari della politica italiana ed europea.

 

Credo che sulla questione antropologica esistano le maggiori difficoltà della nostra possibile mediazione politica tra i nostri valori non negoziabili e il laicismo radicale prevalente nel PD, come ha potuto sperimentare il prof Zamagni nel caso delle recenti elezioni regionali emiliano romagnole  e con la successiva formazione di quella giunta regionale..

 

In quel caso, ad esempio, meglio sarebbe stato se avessimo potuto presentare una lista unitaria di ispirazione popolare e di centro, aperta alla collaborazione con chi proponesse soluzioni programmatiche coerenti con i nostri valori e con gli interessi dei ceti popolari e produttivi che intendiamo rappresentare. E’ evidente che, fatte le scelte di schieramento citate, anch’io, in assenza di una tale lista, avrei sostenuto, come voi amici de la rete Bianca avete fatto, Bonaccini in alternativa alla Borgonzoni.

 

Analogamente, sulla questione ambientale, ho avanzato alcune idee che, a mio parere, potrebbero costituire una valida traduzione sul piano politico istituzionale delle indicazioni pastorali della Laudato SI; così come sulla questione, a mio parere, principale e dirimente di una reale collocazione riformatrice e progressista, in materia di rapporti tra sovranità monetaria e sovranità popolare e di come stare in Europa in alternativa al prevalere del dominio dei poteri finanziari, ho indicato una serie di riforme, la più importante delle quali è il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Italia e la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria.

 

Perché non ci confrontiamo su questi temi e solo dopo aver raggiunto una condivisione tra noi ci apriamo alla collaborazione con chi intende condividere con noi la nostra proposta?

 

Infine, caro Lucio, continuare a proporre come premessa l’idea di “un centro che muove verso sinistra”, posto che entrambi non intendiamo volgere lo sguardo a destra, da parte di chi, come voi, quell’esperienza l’ha già vissuta dall’interno del PD, non ti sembra quanto meno contraddittorio e una sorta di autolesionismo masochista? Continuo a pensare che meglio, molto meglio, sia costruire prima un rinnovato e forte centro ispirato ai valori del popolarismo e dopo, solo dopo, porci il tema delle alleanze.

 

Tutto ciò, poi, in stretta relazione con la legge elettorale che, alla fine, il Parlamento adotterà, che, sia nel caso fosse di tipo proporzionale, o, peggio, di un permanente maggioritario, richiederà la presenza di un centro popolare forte, pronto alle collaborazioni possibili per non cadere nella iugulatoria dicotomia del bipolarismo: Salvini o Zingaretti.  Servirà un centro popolare che per essere tale richiede che le nostre energie e sin qui scarse risorse siano congiunte, come nella migliore tradizione della DC, secondo l’insegnamento di De Gasperi: “ solo se saremo uniti saremo forti, sole se saremo forti saremo liberi”.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 22 Febbraio 2020

 



Agli amici della rivista “ Il Domani d’Italia” che il 15 Febbraio scorso hanno correttamente riportato il comunicato della Federazione Popolare dei DC ( sotto il titolo:"Fine della diaspora DC?") redatto a seguito dell’assemblea generale dei soci del 13 Febbraio, facendolo precedere da questo preambolo:


Riportiamo questo comunicato della Federazione dei democratici cristiani apponendo un punto interrogativo al titolo originale.
Non è in discussione la buona volontà dei proponenti, ma la logica della proposta. In realtà, la diaspora non si supera mettendo insieme chi stava già insieme, ricomponendo le forme un po’ frastagliate di una comune appartenenza al centro-destra.
Se si volesse fare sul serio, il progetto neo-centrista dovrebbe muovere da un riesame severo del lungo ciclo berlusconiano, portando alla luce la prima necessità di questa operazione anti-diaspora: rimettere in auge il richiamo di De Gasperi al “partito di centro che muove verso sinistra”.
Ciò significa pertanto che la chiusura a destra – in primis contro Salvini – non deve limitarsi a un auspicio astratto e sfuggente.
Fuori da un contesto politico chiaro, ogni proclama di rinascita della Dc s’inabissa nel maremagnum di ambigue pretese.
Il testo del comunicato non rimuove nessuna delle obiezioni qui sollevate.

Ho inviato la seguente nota:

Oltre la pregiudiziale vecchia e stantia

 

Matteo Renzi ha svolto il suo compitino da Bruno Vespa, ieri sera  a Porta a Porta.

Risultato: continua la doccia scozzese sul governo Conte e via al rilancio di una vecchia tesi di

Mariotto Segni: l’elezione diretta del premier, sul modello di quella dei sindaci.

 

Immediata risposta negativa di Salvini che sa bene come sarebbe difficile per lui, in quel caso

prevalere. Del tutto impervia, poi, quella strada, sarebbe anche per il giovane leader di “Italia Viva”, molto più attrattivo alla sua pattuglia di transumanti parlamentari che alla più ampia platea degli elettori.

 

La proposta di modifica costituzionale indicata, oltre a tutto, richiederebbe tempi talmente lunghi, di fatto incompatibili con quelli che il presidente Conte si augura per la sua compagine in costante surplace, ossia, fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2023.

 

Sino a oggi è rimasta ferma anche l’idea di dar vita a un gruppo parlamentare di centro interessato a far sopravvivere Conte, foriero di possibili evoluzioni dello scenario politico italiano. Un progetto al quale anche molti DC e popolari sarebbero interessati.

 

I due processi politici più rilevanti nell’area vasta del cattolicesimo politico democratico e cristiano sociale sono quelli dell’avviata Federazione popolare dei DC, che vede come protagonisti gli amici Gargani, Cesa, Rotondi, Grassi, Tassone e Paola Binetti con i responsabili di oltre quaranta associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolica, e  degli amici che hanno condiviso “il manifesto Zamagni”, tra i quali, quelli già facenti parte del PD, oggi riuniti nella “Rete bianca”, coordinata dall’amico Lucio D’Ubaldo.

 

Sulle colonne de “ Il domani d’Italia” è aperto il confronto tra queste due aree, con gli amici del “manifesto Zamagni” che continuano a esprimere una pregiudiziale di schieramento nei confronti della Federazione popolare DC, con la riproposizione del loro riferimento degasperiano al “partito di centro che muove verso sinistra”.

 

A parte l’evidente contraddizione di questi amici che, proprio sulla base dell’infelice esperienza vissuta, prima nel PD, hanno deciso di uscire da quel partito, avendo patito sulla propria pelle la condizione di assoluta irrilevanza in quell’ambito, hanno, poi, ricevuto la controprova nelle recenti elezioni regionali emiliano romagnole, come ha immediatamente sottolineato il prof Zamagni, dopo quel voto e l’elezione della nuova giunta Bonaccini, con la sua intervista del 16 Febbraio a “ Il resto del Carlino”-

 

Il prof. Zamagni, dopo quell’infelice esperienza, propone ai cattolici nel 2021 di “correre da soli”. Replicare come fa la redazione de “ Il domani d’Italia” a Zamagni, liquidando quell’intervista come “ uno sconfinamento nell’improvvisazione”, a me pare , sia la conferma semmai della posizione contraddittoria degli amici della rivista.

 

Vorrei fare alcune domande all’amico D’Ubaldo, sperando che ci consentano di chiarire meglio le nostre rispettive posizioni e di aprirci a un confronto che possa favorire il processo di ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale che, credo, sia negli obiettivi reciproci.

 

Con due precedenti note: la “ Lettera agli amici del manifesto Zamagni” del 23 Gennaio scorso, senza risposta, e “Commento a una nota di Lucio D’Ubaldo” del 27 Gennaio correttamente riportata dalla rivista, avevo indicato alcune proposte di programma sulle quali ritenevo e ritengo fosse e sia prioritario confrontarci, prima di anteporre le questioni di schieramento come pregiudiziali, considerato, poi, che su queste, è ben netta la posizione della Federazione popolare di  alternativa alla deriva nazionalista e populista a trazione salviniana-meloniana.

 

Come ho avuto modo di chiarire con l’amico Giorgio Merlo, che nella sua ultima nota pubblicata sulla rivista, sembra riaprire un discorso rivolto soprattutto agli amici del Partito Democratico: “Nessuno di noi é tanto sciocco dal pensare di riproporre la DC ( fatto ovviamente storico compiuto e non riproducibile come un qualsiasi artifatto)  e come ho avuto modo di esprimere più volte, non è un sentimento nostalgico che guida la nostra iniziativa, ma la consapevolezza che tra la deriva nazionalista a dominanza salviniana e una sinistra che ha perduto ogni identità culturale, nell’età della globalizzazione è solo dal popolarismo, ossia da una cultura politica ispirata dalla dottrina sociale della Chiesa, che può venire l’indicazione di valori e principi in grado di offrire una nuova speranza al terzo stato produttivo e ai ceti popolari. Questa è semmai la funzione storica del partito dei cattolici democratici e  cristiano sociali, ossia, proprio quella di aver saputo saldare gli interessi e i valori di questi ceti sociali e popolari.

Mi auguro che anche voi de “ la rete Bianca”, come ho ribadito a Merlo, non vogliate liquidare il nostro tentativo, che pone fine a una lunga e suicida stagione della diaspora DC, a una mera operazione nostalgica di un progetto senza futuro. A partire dalle prossime elezioni regionali e locali noi presenteremo liste unitarie in ciascuna sede interessata e verificheremo con una rinnovata classe dirigente, se esiste ancora uno spazio politico per un partito di centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità.

 

Prima ricostruiamo insieme un centro credibile di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale, espressione della migliore cultura del popolarismo; confrontiamoci sui contenuti di programma sulle tre grandi questioni del nostro tempo: antropologica, ambientale, della sovranità monetaria e popolare e sul nostro modo di restare nell’Unione europea nell’età della globalizzazione ( proposte analiticamente evidenziate nella mia lettera del 23 Gennaio scorso), e dopo, solo dopo, discuteremo di alleanze che si faranno con coloro che considereremo più omogeni ai nostri valori e agli interessi che intendiamo rappresentare.

 

Continuare con la formula pregiudiziale, “vecchia e stantia” del “partito di centro che muove verso sinistra”, non ci aiuta a far passi avanti, nel comune nobile tentativo di riportare il popolarismo sulla scena politica italiana, dopo la lunga, tormentata, disastrosa stagione della diaspora.

 

Ettore Bonalberti

 

Componente del comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC

 

 Venezia, 20 Febbraio 2020

 

 

 

 

GLI ONOREVOLI  GARGANI, CESA, GRASSI, ROTONDI, TASSONE HANNO PARTECIPATO ALLA RIUNIONE DEL 13 FEBBRAIO DELLA FEDERAZIONE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI CHE HA APPROVATO ALL’UNANIMITÀ IL SEGUENTE COMUNICATO:

 

“RINASCE IL CENTRO POLITICO FINE DELLA DIASPORA”

I Partiti e le Associazioni che hanno sottoscritto l’Atto Costitutivo della  “Federazione Popolare dei Democratici Cristiani” si sono riuniti a Roma il per dar vita in maniera concreta ed effettiva ad una fase costituente, consapevoli di essere punto di riferimento culturale e politico per tutti quelli che si ispirano ai valori del popolarismo, italiano ed europeo, e all’umanesimo cristiano. Questa assunzione di comune responsabilità pone fine alla diaspora politica che è seguita alla crisi dei partiti degli anni ‘90 e garantisce un impegno unitario e rinnovato.
A tal fine la Federazione decide di adottare un logo e un simbolo comuni che sarà presentato alla stampa nei prossimi giorni, per essere utilizzato nelle prossime competizioni elettorali ed essere individuato unitariamente in una lista unica con proposte che costituiscono la sintesi delle varie espressioni presenti anche in periferia.
È stato detto e constatato che negli ultimi anni le “estreme“ hanno consenso ma non sono in grado di governare e il “centro“ che ha vocazione di governo è debole, e ha quindi bisogno di essere rafforzato e allargato.  Per questo l’ impegno della federazione è quello di rafforzare questa area centrale invitando tutti quelli che si riconoscono nella  comune linea politica a mettere da parte il personalismo che ha avvilito la politica e far prevalere la collegialità che rappresenta forza culturale e organizzativa.
 È urgente questo nostro impegno perché la crisi sociale come conseguenza anche della crisi economica sta alterando le fondamenta della democrazia e indebolendo l’unità politica e istituzionale del nostro paese, e quindi la cultura popolare rappresenta l’unico argine contro il populismo e l’estremismo di qualunque tendenza

 Per poter caratterizzare e rappresentare ancor più la nostra funzione siamo in attesa di una legge elettorale proporzionale che rispetti il pluralismo e ristabilisca il principio costituzionale della “rappresentanza” e favorisca la crescita di una nuova classe dirigente.

Roma, 14 Febbraio 2020



Commento a una nota di Lucio D’Ubaldo

 

Caro Lucio,

ho letto la tua ultima nota su “ Il Domani d’Italia” e sul sito internet Formiche.net ( “Dove muove il centro?) nella quale, commentando l’intervento di Lillo Mannino al convegno romano della Federazione Popolare dei DC e della Fondazione DC del 18 Gennaio scorso, scrivi: Purtroppo anche il discorso di Mannino può prestare il fianco ad un’ambiguità di fondo: “Ora credo che noi ci si debba rivolgere – ha infatti detto l’ex ministro – al mondo rappresentato dalla Lega per superare la Lega. Questa la funzione di un nuovo Partito popolare”. In realtà è un’affermazione assai sfuggente. Come avverrebbe questo superamento? Con chi e perché? Per tenere la Lega all’opposizione o per farne ex novo, dopo un eventuale suo ridimensionamento, l’alleato irrinunciabile?

 

Presente a quel convegno confesso che, onestamente, non ricordo un passaggio della relazione Mannino come da te citato,  ma, posto che mi fosse sfuggito, non vedo dove stia la contraddizione anche per un partito che, come anche tu continui a richiamare dovrà essere in linea con la tradizione degasperiana di “ un partito di centro che guarda a sinistra”.

 

Ti ricordo che la Federazione popolare dei DC nel patto federativo, condiviso anche da Mannino, ha scritto: i firmatari “ ritengono che nel ricordo di un monito a tutti noto di Alcide De Gasperi “ solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“, si debba con urgenza costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali”.

 

A me pare che continuare a ricercare un distinguo tra voi e noi, discendenti dalla stessa tradizione DC, poiché condividiamo la stessa premessa di alternatività alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana, non serva a promuovere quella ricomposizione politica che la nostra area cattolico  democratica e cristiano sociale richiede. Tanto più in una fase come quella che si sta mostrando, dopo il voto di domenica scorsa in Emilia e in Calabria, nel quale si sta riconfermando una tendenza al bipolarismo, sempre più rappresentato dal prevalere dei due maggiori partiti quali il PD e la Lega salviniana.

 

Un bipolarismo che potrebbe far coincidere l’interesse del PD e della Lega ad abbandonare la scelta per il sistema elettorale proporzionale e a optare per un ritorno al mattarellum o alla conservazione dello stesso rosatellum. Una scelta che, se avvenisse, costringerebbe tutti a una inevitabile decisione: di qua col PD o di là con la Lega, tertium non datur. Una scelta obbligata non solo per un eventuale partito unitario dei popolari,  ma anche per gli spezzoni ex PD di Renzi e Calenda.

 

Sarebbe una situazione quanto meno “stravagante”, non credi?, specie per chi come voi, amici della Rete Bianca, avete da poco compiuto la scelta di uscire dal PD per le diverse ragioni addotte e riconducibili alle difficoltà sin qui riscontrate per una permanenza non effimera o ancillare in quel partito.

 

Quanto alle alleanze, stante la premessa che anche noi della Federazione popolare abbiamo condiviso e da me su riportata, credo che le conseguenze sarebbero quelle che vi ho già ampiamente esposte nella mia recente lettera, alla quale non ho ricevuto sin qui riscontro.

 

Faccio riferimento a quella lettera nella quale ho avanzato diverse proposte di natura programmatica, convinto come sono che, al di là e prima ancora del sistema delle alleanze, il nostro confronto dovrebbe svilupparsi sulle tre  grandi questioni urgenti della politica interna e internazionale:

 

1)  la questione antropologica;

2)  la questione ambientale;

3) la questione della sovranità monetaria e della sovranità popolare e il nostro modo di

restare nell’Unione europea nell’età della globalizzazione .

 

Questo dovrebbe essere il terreno su cui incontrarci per tentare di costruire un nuovo soggetto politico di ispirazione cattolico democratica, popolare e cristiano sociale capace di farci uscire dall’irrilevanza nella quale siamo finiti, dopo la lunga stagione della diaspora ex DC.

 

Noi della Federazione popolare siamo pronti e attendiamo fiduciosamente una vostra risposta: chiara sul piano delle alleanze e costruttiva su quello dei contenuti.

 

Un caro saluto

Ettore Bonalberti

Direzione nazionale DC

Comitato provvisorio Federazione popolare dei DC

Venezia, 27 Gennaio 2020

 

 

 

 

 

Lettera agli amici del “ manifesto Zamagni”

 

Il dialogo apertosi con l’amico Giorgio Merlo de “ La rete Bianca” con gli ultimi due interventi su “ Il Domani d’Italia”, ci permette di sviluppare un confronto a più ampio raggio tra chi, come me, partecipa al progetto della Federazione popolare dei DC e gli amici che hanno sottoscritto il “ manifesto Zamagni”.

 

Vorrei che facessimo nostro il messaggio inviato da Papa Francesco al cardinale Peter K.A. Turkson: “ Dialogare è difficile, bisogna essere pronti a dare e anche a ricevere, a non partire dal presupposto che l’altro sbaglia ma, a partire dalle nostre differenze, cercare, senza negoziare, il bene di tutti e, trovato infine un accordo, mantenerlo fermamente”-

 

Ho letto attentamente il nostro patto federativo e il manifesto Zamagni e sono convinto che non esistono motivi di scontro o di contrapposizione tra di noi. Proveniamo tutti dalla stessa esperienza politico della DC storica, nella quale il momento di divisione e più serio scontro fu quello che divise i “ preambolisti” dell’accordo con i socialisti, come noi di Forze Nuove, e gli anti preambolisti, per il confronto e l’alleanza con il PCI, dell’area ZAC. Una divisione che si è protratta oltre la fine politica della DC (1994) e che, temo, permanga in qualcuno di noi.

 

Giorgio Merlo, compagno di molte battaglie forzanoviste, sino alla divisione lacerante sul tema di cui sopra, torna sul concetto degasperiano di “un partito di centro che guarda a sinistra”, che, onestamente, rischia, di essere fuorviante nella stagione politica che stiamo vivendo.

 

Non esistono più le condizioni al tempo del preambolo ed è netta la scelta fatta anche dalla Federazione Popolare dei DC di “alternativa alla deriva nazionalista e populista a dominanza salvinian-meloniana”. A me sembra che sia questo il presupposto strategico che ci può unire, ma, aggiungo, che, con il sistema elettorale proporzionale, che sembra sarà adottato, sia del tutto fuori luogo discutere sulle alleanze, prima ancora di esserci confrontati sui contenuti di un possibile programma di governo per il partito dei cattolici democratici e cristiano sociali.

 

Come ho scritto nel mio precedente articolo, prima impegniamoci alla costruzione del partito che non potrà che essere un partito di centro, democratico, popolare, riformista, europeista, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla deriva nazionalista di destra, poi, e solo dopo, concordato il programma, affronteremo il tema delle alleanze che, data la premessa strategica condivisa, si svilupperà con le forze riformatrici che intendono con noi attuare la principale delle riforme: la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione. Per far questo, però, è indispensabile confrontarci sul piano programmatico.

 

Al riguardo mi permetto inviarvi alcune note di programma che ho redatto per gli amici della Federazione popolare dei DC e che mi auguro possano costituire elementi utili a un confronto costruttivo tra di noi. Mi dispiace per la prolissità della proposta, ma, credo, sia opportuno confrontarci a tutto campo.

 

Tre sono le questioni rilevanti del nostro tempo:

1)   la questione antropologica

2)   la questione ambientale

3)   la questione della sovranità monetaria e della sovranità popolare e il nostro modo di restare nell’Unione europea nell’età della globalizzazione

 

Quattro i capisaldi di programma: la difesa della persona e della  famiglia e dei “valori non negoziabili”, la garanzia della sanità efficiente, la salvaguardia delle pensioni e del risparmio familiare. A essi vanno aggiunti: la sicurezza e il riconoscimento del valore delle autonomie locali, precondizioni indispensabili per superare  le due grandi fratture determinatesi nel Paese: quella territoriale tra Nord e Sud  e quella generazionale, che costituiscono i fattori di rischio per la stessa  unità dell’Italia.

 

Per ridare fiducia al 50% degli elettori renitenti al voto si deve ricomporre la saldatura tra classi popolari e ceti medi produttivi, che è stata distrutta da una politica subordinata agli interessi dei poteri finanziari dominanti, di cui il trasformismo politico attuale è indiretta e colpevole espressione.

 

Sulla questione antropologica intendiamo riaffermare nella fedeltà alla dottrina sociale cristiana ( dall’Humanae Vitae di san Paolo VI in poi)  il valore della persona umana dal concepimento alla morte naturale e l’inseparabilità dei principi non negoziabili in materia di aborto, fecondazione artificiale, fine vita, convinti come siamo da cattolici che vita e famiglia sono indissolubilmente legati: simul stabunt, simul cadent.

 

Su quella ambientale siamo impegnati a tradurre nella “città dell’uomo” le indicazioni pastorali della “ Laudato SI”  nella consapevolezza che: cambiamenti climatici, perdita biodiversità, crisi economica, stanno determinando il futuro dell’umanità, dopo la crescita. La crisi in corso imporrà cambiamenti alle nostre vite. Molte cose saranno necessarie per adattarsi e preparare un futuro vivibile, ma tutto sarà inutile, se non saremo capaci di salvaguardare il funzionamento della biosfera. Anche la lotta al cambiamento climatico non può prescindere dalla protezione della biosfera, un campo in cui anche azioni di livello locale e nazionale, possono dare risultati rapidi e consistenti. Una civiltà senza petrolio è difficile, ma senza biodiversità, fertilità e acqua dolce, la stessa vita umana è impossibile.

 

Il nostro impegno sarà di attivare politiche tese a ribaltare l’idea di un’Italia “ paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”, proponendo una grande piano nazionale di difesa idrogeologica capace di coinvolgere tecnici  e ditte specializzate, giovani e anziani, servizi territoriali di protezione civile a salvaguardia della montagna, delle foreste, delle nostre coste.

 

Premessa indispensabile del nostro documento di programma è il testo del patto/statuto costitutivo della Federazione Popolare dei DC che riportiamo integralmente:

 

I sottoscritti

 

consapevoli della particolare situazione politica che attraversa il paese dopo la costituzione di un governo di emergenza tra due gruppi politici non omogenei il PD e cinque stelle e della esigenza di superare il “nazionalismo” e l’antieuropeismo che si erano affermati dopo le elezioni del 2018;

 consapevoli che la scomposizione dell’ attuale assetto politico possa portare alla costituzione di nuovi soggetti politici capaci di superare le incertezze e le patologie che abbiamo patito in questi anni;

consapevoli che la novità in Italia e in altri paesi europei vi è la presenza di una destra eversiva e xenofoba che si è sviluppata per la crisi del centro e della sinistra;

 consapevoli che per queste ragioni è urgente superare le attuali formazioni politiche che si richiamano alle posizioni di centro politico per una nuova aggregazione e quindi un nuovo soggetto politico

 

RITENGONO

che nel ricordo di un monito a tutti noto di Alcide De Gasperi “ solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“, si debba con urgenza costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali;

invitano tutti coloro che si riconoscono in questi principi e in questi valori ad aderire al costituendo “Polo di Centro” per dar vita con urgenza ad un patto federativo e per seguire una comune linea politica che sarà indicata dagli organi della federazione;

propongono di avviare un processo culturale di coinvolgimento territoriale, che abbia come obiettivo rendere possibile la formazione di una grande area, ricca che si faccia carico di esperienze e tradizioni diverse e che condivida l'urgenza di partecipare alla competizione politica; pertanto si impegnano, sin da subito , a cercare le opportune intese, da proporre già alle prossime elezioni comunali, provinciali e regionali.

propongono che le associazioni e i partiti politici, che aderiscono alla federazione, possano conservare per intanto la loro attuale individualità giuridica e politica, restando vincolati dal comune impegno a rispettare le norme contenute nel patto federativo e da quelle che saranno approvate dai costituenti organi della Federazione;

propongono che le singole associazioni e singoli partiti politici siano rappresentati, all’interno della federazione, dai propri segretari politici e responsabili delle associazioni, o loro delegati, capaci di esprimere, in seno all’organismo comune, la volontà del proprio gruppo;

propongono in occasione della prima riunione del consiglio della federazione, che i singoli aderenti esprimano la loro proposta per la formazione di un simbolo unitario da adottare a maggioranza qualificata e da presentare alle prossime elezioni comunali regionali e nazionali nel quale tutti si possano riconoscere;

auspicano che venga approvata una legge elettorale proporzionale unica legge democratica, che chiuderebbe la lunga fase di transizione che ebbe inizio negli anni 90 con la legge cosiddetta “mattarellum”, e che oggi impone di ridare identità ai gruppi politici e protagonismo all’elettore.

 

UN PROGETTO DI VALORI

Il nostro progetto nasce su cinque punti che devono essere i caposaldi del programma e delle azioni che andremo a proporre, condividere e a compiere sul territorio :

1.     La nostra Costituzione repubblicana, carta di principi e di valori da salvaguardare con fedeltà, non chiusi aprioristicamente a ogni eventuale possibilità di affinamento, ma lontani da quella frenesia inconsulta che ha portato a rivedere negli anni recenti il suo Titolo V, con una superficialità che testimonia, accanto a intenzioni illusorie, l’inadeguatezza di una classe politica incapace di cogliere la grandezza dei padri costituenti e di custodirla migliorandola: anche attraverso una nuova fase costituente che, riteniamo necessaria per adeguare la sua seconda parte ai profondi cambiamenti intervenuti sul piano istituzionale europeo e nazionale, ribadendo le motivazioni che abbiamo sostenuto nell’azione del comitato dei Popolari per il NO nel referendum contro la “deforma costituzionale renziana”.

2. Uno Stato snello e partecipato, efficiente sul piano nazionale, arricchito da autonomie territoriali in chiave di sussidiarietà e non di dissociazione pseudofederalista; garantito da un inter controllo democratico senza retoriche di
autonomismo fine a se stesso, spesso corrotto non meno di quanto esso stesso
abbia rimproverato allo Stato centrale; e, quasi sempre, colpevolmente incapace di utilizzare persino le cospicue risorse economiche messe a sua disposizione
dall’Europa.

3. La valorizzazione permanente e dinamica dell’immenso patrimonio culturale e
ambientale affidatole dai padri e dalla Provvidenza: almeno la metà dei beni culturali di cui l’umanità dispone è incredibilmente concentrata nel nostro Paese, e questo solo fatto costituisce per noi “una missione nella missione” e quasi una vocazione profetica.

4. Una cura gelosa della culla in cui nascono e si formano le nuove generazioni, cioè la famiglia, attraverso la dedizione di uno Stato solerte nel favorirne solidità e serenità, soprattutto con gli strumenti propri della sua missione formativa, dell’attivo supporto alle generazioni che declinano, affinché tale fisiologico crepuscolo non diventi mai emarginazione né accantoni il tesoro della esperienza che si trasmette; uno Stato che sappia garantire la sicurezza di un lavoro dignitoso per tutte le persone che raggiungono l’età adulta e si apprestano ad assumere, della famiglia, la responsabilità più diretta.

5. Il governo sagace di un’ economia che ha oggettivamente potenzialità enormi,
e che anche nella presente crisi conferma di possedere nella creatività dei singoli e
nel tessuto della piccola e media impresa la sua linfa più vitale.

Con quali linee di orientamento pensiamo sia articolabile un simile progetto?

Realizzare le riforme se servono e in quanto servono, ma non le adoriamo come idoli, e le sottoponiamo costantemente a verifica perché restino effettivamente al servizio dei valori che le ispirano.
Preferiamo parlare piuttosto di “gestione evolutiva” trasparente e condivisa, capace cioè di governare dinamicamente le esigenze di miglioramento permanente delle cose, senza rinviare ai tempi spesso deresponsabilizzanti di maturazione delle “riforme”: queste, quando davvero occorrono, devono essere consapevoli, ponderate, impegnative di coerente attuazione, e non mito autoreferenziale.

Vogliamo, un partito giuridicamente riconosciuto, persona giuridica e perciò sottoposto a controllo pubblico nella sua trasparenza di gestione. In realtà i partiti politici operanti oggi hanno, via via, ignorato questo spirito costituzionale per accentuare invece elementi crescenti di chiusura oligarchica, ben poco democratica e partecipativa. Contro le forme attuali degenerative di partiti etero guidati affermiamo la necessità della non più rinviabile attuazione dell’art.49 della Costituzione da sollecitare con una forte iniziativa popolare.

Le ombre della corruzione e del clientelismo, quasi i partiti stessi e i loro uomini fossero appunto fini e non mezzi, hanno realizzato, da ultimo, quel nefasto distacco dei cittadini dalla politica che oggi enfatizza la sua gravità attraverso una legge elettorale che chiude del tutto i partiti dentro se stessi quali forme autoreferenziali di gestione del potere.

Con quale metodo pensiamo dunque di lavorare?

I punti di partenza per noi sono certi: la Costituzione, la cittadinanza, la persona.

IL FONDAMENTO DEL LAVORO - LA DIGNITA’ DELL’IMPRESA - LA SOLIDARIETA’ DELL’ECONOMIA

Subito dopo la cittadinanza, è il lavoro a costituire prioritario fondamento della
repubblica. Tale lo definisce la carta costituzionale, e si riferisce al lavoro in tutte le sue forme, dipendente o autonomo o imprenditoriale che sia, manuale o intellettuale. Non sono invece fondamento della repubblica la rendita, né l’attività speculativa. Siamo qui in un campo che, fin dal medioevo, la Chiesa ha chiarissimamente presente. La pura rendita e la pura speculazione sono un male, sono illecite moralmente, e per noi questo principio comporta conseguenze coerenti sul piano delle politiche attive, anche di redistribuzione reddituale e, ad esempio, di carico fiscale.
La ricchezza nazionale resta essenzialmente frutto del lavoro e il lavoro, diritto e
dovere dell’uomo, è, per la Democrazia Cristiana, oggetto privilegiato di ogni politica economica. Per tale motivo un punto caratterizzante il nostro “progetto per l’Italia” non può non essere costituito dalla revisione dell’istituto del collocamento, che ci pare da trasformare in istituto dell’accompagnamento attivo nel lavoro.
Né vuol dire, questo, che il mercato del lavoro debba essere governato dal solo collocamento pubblico; tutt’altro: esso si accompagna liberamente al movimento spontaneo della domanda e della offerta che sul mercato si confrontano: il collocamento pubblico opera invece, attivamente, su richiesta dei singoli lavoratori che vogliano ricorrervi. Il fatto è che non c’è dignità della persona se non viene attuato per essa il diritto a un lavoro riconosciuto, remunerato e produttivo.
Vi è un ulteriore profilo di giustizia distributiva, e alla fine anche di efficienza
economica, che non ci sembra più possibile trascurare. Una visione distorta del libero mercato, storicamente prevalente in tutto il mondo, riguarda la totale inesistenza di limiti alle più atroci disparità reddituali generate all’interno delle stesse imprese.
Prevalgono anche in Italia, sia pure in dimensioni complessivamente meno abnormi, parametri esasperati fino all’iniquità, e assolutamente ingiustificabili da tutti i punti di vista, compresa una reale efficienza economica di lungo andare delle imprese medesime e del sistema.
Noi non assumeremo come nostro programma l’idea, che pure ci viene da uno dei massimi maestri di economia dell’impresa efficiente e a un tempo equa, e cioè Adriano Olivetti, laddove affermava che tra lui, massimo vertice della sua azienda, e l’ultimo dei suoi operai, il divario di reddito equo reputava essere da uno a cinque. Nel mondo assistiamo a rapporti inconcepibili, persino di uno a quattrocento e oltre, e in Italia non mancano forbici di uno a cinquanta e oltre, ci sentiamo in mezzo a una situazione alla lunga insostenibile, per la quale assumiamo un duplice chiaro riferimento: da un lato il principio che i parametri retributivi siano parte di una politica trasparente e perciò siano noti pubblicamente; dall’altro che venga, con gradualità, ma con inizio immediato, stabilito un primo limite: ad esempio, che non possa essere superata la forbice di uno a venticinque.
Costruire un’ economia sociale e civile di mercato che passo dopo passo, anno dopo anno, sarà in grado di creare le condizioni di serenità per calibrare con il consenso sociale più ampio la misura equa, senza mai far pensare che puntiamo a logiche di egualitarismo puro e semplice. Si evidenzia che stiamo parlando di reddito personale, non di reddito d’impresa,
sul quale andranno invece considerate con intelligente accortezza le dimensioni legate alle  esigenze di espansione e innovazione più proprie della impresa stessa, che del resto sono benedette per tutti: lavoratori ed azionisti, persone e comunità. In particolare attraverso una riduzione dell’attuale pressione tributaria per abbattere il cuneo fiscale e stimolare ricerca e investimenti.

La Democrazia Cristiana unita è comunque contraria, nello stesso tempo e per lo stesso
spirito, anche a forme di garanzia del reddito che siano scisse da una corrispondente responsabilità di lavoro produttivo. Non cassa integrazione, dunque, e neanche gli istituti innovativi definiti in tal senso dal “reddito di cittadinanza”, ma piuttosto lavori utili in logica sostanzialmente e modernamente keynesiana, si intendono per lavori utili gli investimenti in tutto ciò che possa essere bene comune effettivo.
Nulla dunque ha da vedere, tutto questo approccio, con forme di assistenzialismo, verso le quali nutriamo sostanziali dubbi tutte le volte che esse vogliano supplire a una politica di giusta reciprocità fra cittadino e comunità. La dignità del lavoro, espressione di una sostanziale parità nella cittadinanza responsabile, potrà in tal modo accompagnarsi anche con una sostanziale parità di condizione fiscale e previdenziale senza distinzioni fra categorie: come senza distinzioni ci pare debba essere, in linea di tendenza, il diritto ad accedere a tutto il campo del lavoro, compreso quello delle libere professioni, attraverso meccanismi semplificati e trasparenti rispetto a prassi ancora piuttosto chiuse e per alcuni aspetti vetuste.
Certo è comunque l’impresa che, per la consistenza oggettiva della sua dimensione produttrice di ricchezza complessiva, resta il soggetto centrale per l’ elaborazione di una attiva politica del lavoro. Inestimabile valore di una economia dinamica e partecipata, l’impresa deve essere, in questo senso, non solo protetta ma sostenuta e incentivata nel suo naturale impulso di sviluppo. Punto cardine di una tale politica ci sembra lo snellimento della burocrazia relativa alle autorizzazioni e ai controlli.
Se questo è il lato normativo-burocratico della vita d’impresa, sul versante economico ve n’è uno non meno pregnante: l’impresa si sostiene e cresce con il duplice strumento dell’auto investimento e del credito bancario, come è noto. Anche sulla politica creditizia finalizzata allo sviluppo d’impresa vi è un particolare elemento centrale nella cultura democratico-cristiana, che mentre non può, secondo noi, essere trascurato: è quello costituito dalla idea del risparmio collettivo (dei lavoratori ma anche degli utenti).
Come è evidente dalle riflessioni che stiamo dipanando, non possiamo nascondere
il nostro interesse privilegiato per la diffusione di politiche favorevoli ai modelli di partecipazione dei lavoratori nell’impresa, conformemente alla costante tradizione, ancora una volta, della Dottrina Sociale della Chiesa, ma anche a tantissime esperienze consolidate nei paesi più avanzati d’Europa, e al dettato dell’articolo 46 della nostra Costituzione.
A tale riconoscimento del fattore lavoro fa riscontro il dovere ugualmente stringente del lavoratore, di adempiere con senso di responsabilità il proprio ruolo produttivo. Ed è evidente, in questo quadro, come anche l’esperienza sindacale costituisca un valore imprescindibile delle politiche del lavoro, quando naturalmente si tratti di sindacalismo libero e pluralistico, come quello realizzatosi tipicamente nella esperienza della Cisl italiana e ormai caratteristico di tutto il nostro sindacalismo confederale.
E’ questa dinamica che consente alla legge stessa di farsi carico con maggiore competenza di quella garanzia di reddito vitale di dignità per ogni cittadino e per ogni famiglia, che è da sempre nelle nostre aspirazioni. Non si tratta

di una richiesta avulsa dalle condizioni concrete della ricchezza prodotta dal Paese: nessun paese può infatti
distribuire più ricchezza di quella che produce. Si tratta invece di un’azione costantemente attenta a calibrare il triplice contestuale strumento della politica occupazionale, della forbice massima fra redditi di lavoro, della partecipazione dei lavoratori dell’impresa.

Vissuta con tale orizzonte, l’economia complessiva è veramente “amministrazione
della casa comune” finalizzata al “bene comune”: che del resto può assumere diversificate gerarchie in funzione della natura di ogni singolo bene e di ogni singola persona. Vi sono ad esempio dei beni la cui natura appare anche al buon senso come collettiva o pubblica e perciò dotata di una legittima aspettativa di fruizione sostanzialmente paritaria da parte dei cittadini: tali sono ad esempio l’acqua, l’ambiente, la sicurezza. Tali beni sono essenziali e primari per la qualità della vita e per essi la presenza della mano pubblica, sia essa quella dello Stato o quella degli enti intermedi, non può non essere diversa da quella riservata a tutti gli altri beni, lasciati all’autoregolazione semplice del mercato.
Questa parola, chiara e ferma, ci è doverosa per il ristabilimento di una visione che
è stata resa ambigua e infine controproducente da una tendenza superficiale di questi lunghi venti anni e oltre, favorevole a una semplicistica linea di privatizzazioni, condotta con indiscriminatezza pari a quella che a suo tempo aveva presieduto agli eccessi opposti delle statalizzazioni, o regionalizzazioni, o municipalizzazioni.
Il concetto che dobbiamo piuttosto avere sempre presente è quello della distinzione chiara fra privatizzazione e liberalizzazione: quando si tratta di beni primari liberalizzare è tendenzialmente un bene, privatizzare è tendenzialmente un male. La liberalizzazione salvaguarda e stimola anche l’intervento privato, la semplice privatizzazione può tendere a generare monopoli a fini di lucro, tanto più negativi quanto più riguardino beni appunto essenziali e primari per la dignità della persona.

ISTITUZIONI: LO STATO SNELLO PER LA PARTECIPAZIONE SOCIALE

Oggi è essenziale sul piano burocratico che il concetto di “Stato snello” compia passi coraggiosi. E’ infatti valutazione condivisa senza incertezze che il nostro apparato- Stato abbia raggiunto una dimensione elefantiaca fonte a un tempo di sprechi e di inefficienze in alcuni casi intollerabili.

La ragione profonda che presiede a queste considerazioni è semplicemente, ancora
una volta, quella che concepisce lo Stato come la organizzazione con la missione di servire la persona e la comunità ai fini della loro crescente autorealizzazione (art. 2 della Costituzione). Ed è questa chiave interpretativa che illumina anche le politiche relative alle articolazioni intermedie non territoriali attraverso le quali si svolge la vita sociale. Per questo  la Dc tutela la costituzione e la partecipazione dei cittadini a forme associative e imprenditive nel campo del lavoro come nei campi della cultura, dei servizi, delle iniziative di cittadinanza, delle tutele dei diritti, e così via: con l’obiettivo di realizzare quel vivace reticolo di vita sociale che possa andare a coprire la più vasta area possibile della domanda di servizi avanzata dai cittadini in questi settori. È nella cultura personalistica e comunitaria, connaturata con la storia del nostro partito, l’incoraggiamento attivo di quel “terzo settore”, che può costituire la grande “infrastruttura sociale” nella quale possono trovare risposta meno burocratica e più densa di motivazioni e calore umano le domande e i bisogni meno considerati e protetti dalle istituzioni.
Un approccio solidaristico che si esplicita anche in senso geopolitico, con l’Europa che resta un riferimento che ci aiuta a tenere largo ed aperto l’orizzonte, ed anche un forte laboratorio di buone pratiche. Un’Europa che oggi pone la necessità di un ritorno allo spirito dei suoi padri fondatori, affinché sia di nuovo, innanzitutto, un ideale di fraternità con l’economia che segue. Un approccio globale e solidaristico l’Europa deve rivolgere anche verso il Mediterraneo . Il mare delle tre religioni monoteiste, civiltà antiche che, intersecandosi, e non ignorandosi, hanno dato al mondo gran parte della civiltà che oggi lo unisce.

PASSATO, PRESENTE, FUTURO: IL POPOLARISMO CHE VIVE

Le considerazioni svolte sollecitano la politica, i partiti ad una tensione morale e
culturale superiore a quella attuale, e che possa alimentare anche le loro modalità interne di organizzazione e di democrazia partecipativa.
Anche il problema del finanziamento dei partiti si pone ormai con evidente urgenza morale. Nacque nel cuore degli anni 1970 con l’obiettivo dichiarato di consentire ai partiti di “non essere costretti a farsi corrompere”, come si disse allora. L’intenzione era buona, ma l’esito non fu felice ed è venuto peggiorando nel tempo.
E’ saggio tornare al puro e semplice sistema di “nessun finanziamento” che deriva dall’ esborso di denaro pubblico, ma si deve assicurare una normativa semplice, trasparente e facilitata, attraverso la quale ogni cittadino possa liberamente partecipare al finanziamento del partito nel cui programma si riconosce.


Sul tema dell’immigrazione che ha costituito uno degli elementi su cui si è consolidata la deriva nazionalista la nostra posizione da assumere è quella indicata lucidamente dall’amico Natale Forlani, ex segretario CISL:

Manifesto per una buona politica per l’immigrazione

 

LA NOSTRA NAZIONE E’ DIVENTATA UN  GRANDE PAESE DI ACCOGLIENZA DEGLI IMMIGRATI

 

Nel corso dei venti anni recenti l’ Italia , superando  i  5 mln di immigrati residenti , è diventato il terzo paese per numero di cittadini di origine straniera accolti nell’ambito delle nazioni aderenti alla Unione Europea.

Una popolazione composita  , distribuita su numerosissime comunità di origine con caratteristiche eterogenee  per estrazione : linguistica , culturale e religiosa .  Frutto  di una crescita rapida ,  concentrata soprattutto negli anni 2000 , e che si sta incrementando anche  in ragione  del consolidamento territoriale delle singole comunità di origine,   e dei nuclei familiari di appartenenza , e per effetto di una forte natalità e delle  ricongiunzioni familiari .

NEL MERCATO DEL LAVORO ITALIANO

Gli immigrati rappresentano circa il 12% della popolazione attiva , l’ 11% di quella occupata  , il 15% di quella in cerca di lavoro .

 Sono in larghissima parte ,  circa il 90%,  lavoratori  dipendenti   impiegati in lavori manuali ed esecutivi , territorialmente concentrati nel nord e  nel centro Italia , con un peso rilevante  nel lavoro domestico , nelle costruzioni ,  nell’agricoltura  e assai  significativo nell’industria manifatturiera  nei settori  alberghiero e della ristorazione  ,   nelle fasce più giovani della popolazione attiva , con una particolare incidenza in quella degli  under 30.

La crescita della occupazione immigrata , che ha superato la cifra dei 2,4 milioni di unità lavorative ( distinte in circa 1,6 mln di extracomunitari  e 800 ml comunitari ) è stata costante anche durante gli  anni della crisi economica  compensando , in modo significativo , la rilevante perdita di occupati italiani.

Secondo le stime dell’ Istat,  tra il 2007 e il 2014  , a fronte di una diminuzione  di circa 1,5 mln di occupati autoctoni , il numero degli immigrati occupati si è incrementato di oltre 850 ml unità. Un fortissimo contributo alla crescita dell’occupazione immigrata è stato offerto dalla libera circolazione dei lavoratori neo comunitari, in particolare quella per i lavoratori rumeni , e dall ‘aumento dell’occupazione femminile nel settore dei servizi per le famiglie. 

Nel contempo è aumentato  sensibilmente anche  il numero degli immigrati cerca di lavoro , che ha raggiunto il picco delle 450ml unità , e quello delle persone inattive , attualmente stimate in 1,2 mln di persone  come conseguenza  del  rilevante incremento della popolazione residente ( circa il 40% ) , e di quella in età di lavoro, nel periodo preso in considerazione ,  per effetto di nuove nascite e di ricongiunzioni familiari  e per via del contributo significativo offerto dall incremento dei cittadini neo comunitari favoriti dal regime di libera circolazione .

La crescita concomitante della occupazione , della disoccupazione e della inattività degli immigrati in Italia , rappresenta un caso unico nel panorama dei grandi paesi di accoglienza europei.

 Come diretta conseguenza, il tasso di occupazione è diminuito di oltre il 10%  per la componente dei cittadini extracomunitari , e del  7% per quella dei neo  comunitari.

Nonostante la significativa ripresa dell’occupazione avvenuta nei tre anni recenti , alimentata soprattutto dalla crescita degli occupati italiani , la crisi economica ha prodotto effetti negativi   sui salari dei lavoratori immigrati ,  e sul reddito delle famiglie di riferimento . La media dei salari è diminuita  del 20% .  L’ incidenza dei nuclei familiari senza redditi da lavoro o da pensione ,sul totale dei gruppi di riferimento,  è di entità doppia  rispetto a quella dei nuclei familiari composti da italiani (  14 % rispetto al 7% )  con punte  superiori al 20% per le comunità di origine tunisina , marocchina , pakistana e egiziana.

ABBIAMO BISOGNO  DI PIU’ IMMIGRATI ?

Molte fonti , anche autorevoli , sostengono l’esigenza di programmare annualmente un flusso d’ingresso di nuovi immigrati    per la doppia finalità  di rigenerare la popolazione attiva italiana , destinata a comprimersi per via dell’invecchiamento della popolazione e della diminuzione delle nascite , e  per rendere sostenibile  ,con la crescita degli occupati immigrati , il finanziamento delle prestazioni sociali ,a partire da quelle pensionistiche .

La decrescita demografica , e il contributo degli occupati di origine straniera al finanziamento delle prestazioni sociali sono elementi oggettivi della realtà italiana  .

 Ma  i dati disponibili , quelli  relativi alle tendenze del mercato del  lavoro e del reddito degli immigrati, e quelli forniti dall’osservatorio statistico dell’Inps  , che palesano  una concentrazione dei  contribuenti nelle fasce  esenti dal prelievo fiscale e nei settori a bassa contribuzione previdenziale ,  mettono in evidenza un drammatico problema di sostenibilità della immigrazione residente  ed ,  in particolare,  di quella di origine extra comunitaria .

Nonostante la ripresa dell’economia  e dell’occupazione  , rimane l’esigenza di riassorbire un bacino di circa 3 mln di disoccupati ,  tra i quali vengono ricompresi circa   430 ml immigrati  e buona parte dei 2, 4 mln di giovani che non studiano e non lavorano , composto in prevalenza da persone con bassa qualificazione .

Giova ricordare che il tasso di occupazione della popolazione italiana, attualmente al 58%, è assai distante dalle medie europee e lontano dal garantire livelli di sostenibilità per il sistema delle prestazioni sociali.

Pur ritenendo fondata la relazione esistente tra la crescita degli occupati immigrati e la scarsa propensione dei giovani italiani a svolgere determinate mansioni , risulta altrettanto difficile negare come la crescita di una popolazione scarsamente remunerata  , e che  in molti ambiti settoriali e territoriali sconfina con il lavoro sommerso  , finisca essa stessa per ostacolare una rivalutazione del lavoro manuale e un cambiamento delle aspettative delle persone in cerca di lavoro. 

Queste  dinamiche   contributo in modo significativo  alla bassa crescita dei  salari e dei livelli di produttività che caratterizza l’economia italiana .

 

I NUOVI FLUSSI D’INGRESSO DI  MIGRANTI   IRREGOLARI  :  FENOMENO STRUTTURALE  O IL  PRODOTTO DI POLITICHE INADEGUATE  ?

Dal secondo semestre 2014 ha preso corpo un sistematico flusso di ingresso di immigrati irregolari in Italia proveniente , in grande prevalenza , dal territorio libico .

La natura di questi flussi migratori  ,  rimane costantemente caratterizzata da una grande prevalenza di emigranti per motivi economici ,provenienti in grande prevalenza dai paesi del centro africa e del sud sahara ,   e che ,da una narrazione di parte , viene erroneamente identificata con i profughi in fuga da conflitti bellici .

Un flusso di  migranti irregolari   in buona parte  non identificati   e che ,  soprattutto nel corso del 2014 e 2015 , sono  rifluiti , verso altre nazioni del centro nord  Europa . 

I numeri , più delle parole , danno evidenza della quantità e della qualità del fenomeno : oltre 550 ml persone sbarcate nel territorio italiani , di cui solo 170 ml presenti nelle strutture di accoglienza , circa 200 ml domande di asilo .  Tra quelle che hanno ottenuto un riscontro dalle commissioni di esame ,  solo meno del 10% ha ottenuto tale riconoscimento . Un ulteriore 30% hanno ricevuto un  permesso per motivi umanitari o di protezione sussidiaria   , mentre il  60% sono state  respinte  per totale insussistenza di requisiti di protezione internazionale .

La scelta di effettuare a ridosso delle acque territoriali libiche le operazioni di salvataggio in mare , operata dal governo in carica nella seconda parte del 2014, ha oggettivamente favorito la crescita   di una rilevante bolla di emigranti per motivi economici nel territorio libico , senza peraltro ridurre il numero dei  decessi in mare  . Per i trafficanti di uomini era  diventata una consuetudine  caricare numeri abnormi di persone in modo improvvisato e su mezzi sempre meno adeguati.

 I ritardi delle Istituzioni Europee in materia di politiche per l’immigrazione  , legati alle indisponibilità di alcuni paesi a farsi carico delle nuove emergenze sono evidenti  .  Ma , altrettanto , è difficile negare che la distanza tra la rappresentazione  dei fenomeni , offerta anche dalle nostre  Autorità di governo, e le dinamiche reali  ,  abbia seriamente compromesso la credibilità e  l’autorevolezza delle proposte italiane .

Nonostante il  cambiamento di approccio culturale e politico  , operato dal governo in carica , Italia si ritrova ad aver cumulato una notevole mole di ritardi , di approccio culturale , nella revisione delle procedure di identificazione e espulsione , nelle modalità di gestione dell’accoglienza e di integrazione dei migranti  che hanno ottenuto il permesso di soggiorno per motivi di protezione internazionale , sul versante degli accordi internazionali  con i paesi di origine dei migranti .

Questi ritardi hanno  riflessi  economici  e sociali che vanno ben oltre i costi dedicati alla accoglienza dei migranti irregolari .  Essi sono visibili nel degrado delle periferie urbane laddove si concentrano nuclei di immigrati con e senza permesso di soggiorno , nell’aumento del lavoro sommerso , nella crescente concorrenza nell’accesso alle misure assistenziali , che sono dotate di risorse limitate e che , con tutta probabilità , arriverà al culmine nell’occasione della emanazione dei bandi per l’accesso alle prestazioni economiche rivolte al contrasto della povertà.

 

AIUTARLI A CASA LORO ?  MOLTI ITALIANI LO STANNO GIA’ FACENDO

Nel mentre si è aperto uno stucchevole dibattito politico sulla opportunità di aiutare le popolazioni nei paesi poveri , o in via di sviluppo,  nell’ambito di uno scambio con i paesi di origine dei migranti che preveda un  reciproco controllo sugli esodi irregolari.

In una parte significativa del ceto politico, la migrazione viene letta come fenomeno ineluttabile e come via privilegiata per contrastare l ‘impoverimento delle popolazioni  , per attenuare gli effetti dell’incremento demografico del continente africano , e compensare quelli legati all ’invecchiamento della popolazione nei paesi europei.

Le migrazioni possono certamente rispondere alle aspettative delle persone che aspirano ad un destino migliore , dare un contributo allo sviluppo dei paesi di origine tramite le rimesse dei migranti e le esperienze di lavoro  per quelli che rientrano , ed , altrettanto , a contenere il declino demografico dei paesi sviluppati .

  Ma autorevoli studi internazionali dimostrano che l’uscita dalle condizioni di povertà assoluta  di circa 1 mld di persone , nel corso degli ultimi venti anni ,  è avvenuta per effetto dello sviluppo locale dei paesi emergenti , che il contributo delle rimesse  non di rado è compensato in negativo da un esodo di risorse umane fondamentale per la crescita di un ceto  medio produttivo, che i tassi di natalità dei migranti si adeguano rapidamente a quelli delle popolazioni dei paesi di accoglienza.

Nel contempo vengono sottovalutate le iniziative promosse nei paesi poveri e in via di sviluppo , da importanti ordini religiosi negli ambiti della formazione professionale, della sanità e della assistenza  , le iniziative di gruppi e associazioni  volte a promuovere progetti di sviluppo locale , le adozioni a distanza delle famiglie  , stimate , per l’Italia ,in oltre un milione di erogazioni  l’anno da parte delle famiglie .

Iniziative corpose ma che non riscontrano l’attenzione di  istituzioni ,prevalentemente assorbite  nel promuovere programmi di cooperazione onerosi e di dubbia efficacia riservati a gruppi ristretti di  organizzazioni non governative , e che , diversamente potrebbero  diventare il perno di una nuova politica di cooperazione internazionale sostenuta anche dalle istituzioni Europee

LA CITTADINANZA DEVE ESSERE IL RISULTATO DI UN PERCORSO DI INTEGRAZIONE

Un ramo del Parlamento ha recentemente approvato il testo di un disegno di legge che si propone di riconoscere il diritto di cittadinanza ai minori stranieri residenti , nati in Italia o ricongiunti , che abbiano portato a compimento ameno un  ciclo scolastico , con la finalità , a detta dei sostenitori , di rimediare una discriminazione nei confronti dei loro coetanei italiani, in quanto attualmente  costretti ad avanzare questa richiesta al raggiungimento della maggiore età.

E’ doveroso evidenziare  che i minori stranieri , accompagnati e non, beneficiano già degli stessi diritti sociali ed economici dei minori italiani e che alcuni diritti collegati alla acquisizione della cittadinanza , come quello di voto e di libera circolazione verso altri paesi , non sono disponibili per l’intera platea dei minori.

Tutto questo premesso , va altrettanto ricordato che nell’ordinamento italiano la richiesta della cittadinanza al raggiungimento della maggiore età , è un’opzione subordinata rispetto alla possibilità del minore di avere anticipatamente il riconoscimento  , come conseguenza della acquisizione della cittadinanza da parte di un genitore, dopo 10 anni di regolare residenza nel nostro paese.

Infatti oltre il 40% dei delle nuove cittadinanze rilasciate nel corso del 2015 e 2016 , circa 380ml complessive , è stato assegnato a minori stranieri .

Sul piano pratico l’effetto della innovazione normativa proposta non è significativo.  I dieci anni di regolare soggiorno del genitore di solito coincidono con i tempi della frequenza dei  cicli scolastici da parte dei figli.

Ma è sconvolgente dal punto di vista culturale . Non solo si sottrae ai genitori il  diritto -dovere e la responsabilità di guidare i figli nel percorso di educazione e formazione, ma tende a produrre una singolare scomposizione dei nuclei familiari con effetti indesiderabili . Si pensi ad esempio alle possibili implicazioni sulle scelte delle famiglie riguardanti  la loro mobilità e ad un possibile rientro nei paesi di origine , dato che bel 64 paesi , da cui provengono la metà dei migranti residenti in Italia , non ammettono la doppia cittadinanza.

Pertanto , se si ritiene opportuno operare una manutenzione di una legge che sta comunque producendo buoni risultati , al fine di accelerare i tempi di acquisizione della cittadinanza  la via migliore è quella di premiare le persone e i nuclei familiari sulla base di una valutazione dei comportamenti attuati in ambito civile , scolastico e lavorativo. In questo modo si produrrebbero anche nuovi stimoli per accelerare i percorsi di integrazione.

PER UNA BUONA POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE :  ALCUNE PREMESSE CULTURALI 

La natura di flussi migratori è cambiata radicalmente parallelamente alla rapida integrazione dei sistemi produttivi su scala globale e ai mutamenti tecnologici  nel campo della comunicazione e dei trasporti che hanno accelerato l’accesso alle informazioni e gli spostamenti delle persone.

In forte crescita sono i flussi migratori all’interno dei paesi sviluppati e tra questi con quelli in rapido sviluppo  nell’ambito dei quali una particolare incidenza è stata prodotta dalla libera circolazione dei cittadini dei paesi aderenti alla UE.  Nuove dinamiche  che concorrono  alla rapida formazione di un mercato del lavoro internazionale sulla spinta della internazionalizzazione delle imprese e dall’esigenza di formare adeguatamente le risorse umane per presidiare mercati , tecnologie e organizzazioni produttive .

E’ in questo ambito che si stanno formando le classi dirigenti , e quelli che potremmo definire  “i ceti esperti “ fondamentali per assicurare lo sviluppo economico e sociale di ogni territorio , anche attraverso la capacità di attrarre risorse umane qualificate analogamente a quanto avviene nel movimento dei capitali e delle imprese . Questa evoluzione ci interroga sul posizionamento del nostro paese , sulla sua capacità di attrarre risorse umane qualificate , e di garantire ai nostri giovani la possibilità di fare esperienze formative e lavorative in altri paesi in condizione di reciprocità  con gli stessi.

Le migrazioni dai paesi poveri , o in via di sviluppo , verso quelli più sviluppati continueranno ad avere un peso rilevante sui flussi migratori , ma rimane importante contingentarle , per motivi si sostenibilità generale e delle stesse persone coinvolte , agli effettivi  fabbisogni  del mercato del lavoro locale.

Pertanto è doveroso mantenere la distinzione  tra i doveri di accoglienza verso i profughi , sulla base del diritto internazionale e degli effettivi requisiti delle persone , e i migranti per motivi economici  per i quali gli stati devono mantenere la prerogativa di autorizzare gli ingressi , e il mantenimento della residenza in ragione delle opportunità di inserimento nel mercato del lavoro e di sostenibilità del reddito delle persone e dei nuclei familiari.

Infine  è doveroso porsi il problema di come concorrere al potenziamento delle iniziative delle istituzioni internazionali  per rafforzare gli interventi verso le persone in fuga da conflitti bellici o da gravi calamità naturali , in forte aumento, e che per la stragrande parte rifluiscono verso i paesi limitrofi altrettanto poveri.

Questi flussi migratori sono estremamente  diversificati al loro interno  , come  diverse sono le possibili soluzioni che vanno ponderate al fine di  valorizzarne  le potenzialità e di limitare i costi sociali , adottando analisi corrette e  avendo una chiara percezione del posizionamento del proprio Paese nelle dinamiche migratorie.

Consideriamo un grave errore approcciare questi problemi  con  gli  atteggiamenti  semplicistici , pro o contro i migranti  , che purtroppo  stanno dominando la scena politica .

 

 

 

LE INNOVAZIONI POSSIBILI

Nella consapevolezza che , per le ragioni evidenziate , sia necessario innovare profondamente le politiche per l’immigrazione sinora adottate in Italia e in Europa , vogliamo indicare quelli che , a nostro avviso , dovrebbero essere i capisaldi di una nuova politica sul tema.

REVISIONE DELLE MODALITA’ DI AUTORIZZAZIONE  DEGLI INGRESSI PER MOTIVI DI LAVORO

L ‘attuale  sistema di programmazione annuale degli ingressi per profili generici, ormai obsoleto e inutilizzabile ,va sostituito con uno più flessibile , basato sul rilascio alle imprese o ad intermediari accreditati, di una pre autorizzazione per la selezione di personale qualificato , previa verifica della  effettiva carenza di offerta disponibile nel territorio. Tale pre autorizzazione  deve essere  trasformabile in un permesso di soggiorno  provvisorio per motivi di  lavoro ,dopo l’accertamento delle condizioni di sussistenza della qualifica professionale , l’assenza di reati a carico , l ‘iscrizione a un corso per l’apprendimento della lingua italiana, la disponibilità di una abitazione.

CONDIZIONE DI PERMANENZA NEL TERRITORIO ITALIANO E DI RICONGIUNGIMENTO PER I FAMILIARI

Mantenimento del requisito minimo di reddito ovvero  obbligo di partecipare ai programmi di reinserimento lavorativo per i disoccupati . Verifica delle condizioni di apprendimento della lingua e della partecipazione ai percorsi scolastici obbligatori da parte dei figli . Definizione di un programma rivolto a contrastare i livelli di impoverimento dei nuclei familiari rigorosamente ancorato all’inserimento lavorativo e alla frequenza scolastica dei figli.

 

ACCELERAZIONE DELLE PROCEDURE E DEI TEMPI DI ACQUISIZIONE DELLA CITTADINANZA ITALIANA

Definizione di criteri , che possono dar luogo anche a punteggi, che consentano di anticipare i tempi di acquisizione della cittadinanza ( con un minimo di permanenza di 8 anni per almeno un genitore) , anche per figli nati in Italia o ricongiunti, sulla base della valutazione dei comportamenti delle persone e dei nuclei familiari negli ambiti : civile, scolastico, lavorativo.

POLITICHE PER L’ACCOGLIENZA DEI PROFUGHI ,  IN ITALIA E IN EUROPA , E DI SOSTEGNO AI PROGRAMMI DI COOPERAZIONE

-       Promuovere la costituzione di una forte  Polizia di Frontiera Europea , da impegnare nelle aree di elevata criticità dei flussi irregolari d’ingresso di migranti , sulla base di decisioni assunte nell’ambito del Consiglio dei Ministri della UE .  l’azione della Polizia di frontiera UE dovrà caratterizzarsi come supporto organico agli Stati aderenti più esposti nelle attività di contrasto, identificazione , espulsione dei migranti che non hanno i requisiti di protezione , trasferimento degli stessi in altri territori UE ;

-       Predisposizione di piani di distribuzione dei migranti che hanno il requisito di protezione, nell’ambito dei paesi aderenti alla UE verificando le condizioni di sostenibilità dei mercati del lavoro locali e finanziando i programmi di integrazione;

-       Definizione di un programma pluriennale di sostegno alla definizione di accordi bilaterali o multilaterali tra paesi aderenti con quelli di origine dei flussi migratori . Inserimento , nelle linee di intervento dei fondi sociali , dei programmi di sostegno alla mobilità circolare dei migranti per favorire esperienze formative e di lavoro con la prospettiva del rientro nei paesi di origine;

-       Revisione delle modalità e dei tempi di gestione dei ricorsi avversi ai pronunciamenti negativi delle commissioni di esame delle richieste di protezione internazionale,. Istituzione di un ramo della magistratura dedicata alla gestione di tali ricorsi , e riduzione , sino all’annullamento dei rimborsi per gli avvocati d’ ufficio nel caso di ricorsi palesemente infondati;

-       Istituzione di un albo dei soggetti accreditati a partecipare ai bandi per la gestione dei centri di accoglienza e di una attività di ispettorato permanente per la verifica delle attività svolte;

-       Distribuzione concordata con le regioni e con gli enti locali dei migranti che hanno richiesto il permesso di asilo ;

-       Definizione di un programma nazionale  di inserimento lavorativo , cofinanziato con fondi europei , nazionali e  regionali , per i profughi riconosciuti ,  basato su  un codice dei diritti e dei doveri del migrante , e avvalendosi delle agenzie del lavoro accreditate per sviluppare progetti di inserimento personalizzati remunerati sulla base dei risultati ottenuti;

-       Mobilitazione delle risorse nazionali destinate al sostegno dei programmi di cooperazione per la finalità di potenziare gli interventi delle associazioni , delle imprese , delle famiglie  nei paesi in via di sviluppo ritenuti di interesse strategico per l’Italia.

La Questione meridionale oggi

 

Il quadro che emerge dalle anticipazioni del rapporto Svimez (Associazione per lo Sviluppo Industriale del Mezzogiorno) segna una tendenza di abbandono del Mezzogiorno, dove la ripresa dei flussi migratori è “la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”. Negativa anche la proiezione del Pil per il Sud che “nel 2019 calerà dello 0,3% mentre il resto del paese crescerà dello 0,3% aumentando la divaricazione che, “all’interno di un paese fermo porta il Mezzogiorno in recessione. Un paese spaccato, un Sud svuotato dall’emigrazione di migliaia di giovani e laureati.

 

Il rapporto della Svimez, già nel 2015  riportava all’onore delle cronache i problemi, le forti insufficienze, i ritardi e le specificità che affliggono il Sud Italia.

Al momento dell’unificazione politica, infatti, le necessità di bilancio spinsero il Governo a preferire tra i vari ordinamenti fiscali il più redditizio, e, il più gravoso: quello del Regno di Sardegna, esteso da un giorno all’altro a tutta l’Italia, in aperto contrasto, specialmente, con quello del Regno di Napoli che, d’un tratto, si trovò a passare da un’imposizione fiscale leggera, ad una insopportabilmente pesante. Dogane leggere e tasse pesanti dunque, tutto il contrario di quello che serviva alla fragile e povera economia meridionale.

L’unificazione fu considerata, dunque, alla stregua di un affare coloniale, con l’esplicita alleanza tra il capitale degli invasori e il patrimonio dei possidenti colonizzati. Alleanza che continuerà purtroppo sotto altre forme e con altri protagonisti anche negli anni della Repubblica.

Ma ciò che emerge con assoluta chiarezza dal dopoguerra ad oggi (ma si potrebbe tranquillamente dire dall’unità ad oggi) è il fatto che le sorti del nostro Mezzogiorno sono sì indissolubilmente intrecciate con quelle del paese, ma che, paradossalmente, del Mezzogiorno non si tiene conto a sufficienza quando si prendono le grandi decisioni nazionali: dalla scelta europea, all’abolizione delle gabbie salariali, dello statuto dei lavoratori, all’ingresso nello Sme, a Maastricht. In altri termini, le scelte strategiche di modernizzazione del paese finiscono, immancabilmente, per trasformarsi in insopportabili forzature per l’economia del Sud, in mancanza di un’adeguata società civile.

 

Tra le tante Italia esistenti, due normalmente, sono quelle che vengono messe a confronto: il Mezzogiorno e il Centro Nord, e sono, entrambe, due mere invenzioni statistiche, con forti disomogeneità al loro interno. Ebbene, nonostante la semplificazione e l’appiattimento delle medie queste due «Italie», dopo oltre quarant’anni di intervento straordinario e a centotrentacinque dall’unificazione, sono ancora molto distanti, quasi due mondi, con molto poco in comune.

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 Se le diversità esistono e sembrano persistenti, tuttavia dal dopoguerra ad oggi molto è anche cambiato: il Pil per abitante è più che quadruplicato; l’incidenza degli occupati in agricoltura discesa dal 56% al 15%. E anche se l’incidenza degli occupati nell’industria in senso stretto è rimasta ferma al 13%, gli addetti alle unità locali superiori alle cento unità sono triplicati e la produttività media è oggi otto volte quella del 1951.

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 La rete stradale è più che raddoppiata, e la sua qualità è enormemente migliorata. La disponibilità giornaliera di acqua per abitante è passata da ottanta a trecentoquaranta litri. Il numero di abitanti per stanza è diminuito da quasi due a meno di uno. Sono scomparse le abitazioni prive di servizi igienici e di elettricità, La mortalità infantile è scesa da ottanta a dieci per mille nati vivi. Gli scritti alla scuola dell’obbligo che, nel 1951 erano il 70% degli obbligati, oggi sono il 100%. Gli iscritti alla secondaria superiore, che nel 1951 erano meno del 10% dei ragazzi di quattordici diciotto anni, oggi sono il 60% (Cafiero, 1992); in quasi ogni provincia del Sud oggi esiste una sede universitaria.

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 Traguardi importanti, ma non sufficienti a spezzare la patologica dipendenza economica dell’area, dai consumi tendenzialmente convergenti con il Nord, ma supportati da attività economiche in gran parte protette dalla concorrenza nazionale e internazionale e condizionate da appalti e forniture assegnati, più o meno legalmente, con criteri diversi da quelli del confronto concorrenziale. Area, dicevamo, la cui domanda è soddisfatta da un ingente ammontare di importazioni nette, finanziate in gran parte attraverso l’eccedenza della spesa pubblica sui prelievi, e con un patologico eccesso di risparmio non impiegato in loco, a causa dell’inefficienza del sistema bancario locale e, al solito, della mancanza di buona imprenditorialità.

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 Certo il Sud consuma di più di quanto produce, ma questo era vero anche per il passato. Ma perché ora la cosa sembra insopportabile a tanta parte dell’opinione pubblica? Forse perché per molti anni i ritorni che il Nord ha tratto dalla spesa pubblica a favore del Mezzogiorno sono stati superiori ai maggiori oneri fiscali sostenuti per finanziarla.

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 Ma quando il processo di integrazione europea ha reso i vincoli finanziari più stringenti e più acute le esigenze di investimenti intensivi a difesa della competitività delle nostre produzioni la dipendenza economica del Mezzogiorno è divenuta sempre meno sostenibile per il resto del paese . Ecco perché il Nord non accetta più né la politica meridionalistica, ormai considerata come una spesa peggio che improduttiva, né il meridionalismo, che tale politica richiede: e sembra talvolta disposto a rifiutare la stessa unità nazionale, pur di sottrarsi all’onere della politica meridionalistica”.

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 Minor prodotto pro capite (intorno al 60% di quello del Centro Nord), fragilità delle strutture produttive (nel Sud è localizzato solo il 15% della capacità produttiva manifatturiera del paese), con prevalenza invece di settori non concorrenziali e maturi, carenza endemica di infrastrutture, malavita organizzata dilagante, bassa qualità della vita, ma consumi tendenzialmente più vicini al resto del paese all’80%, con conseguente dipendenza economica in ragione della minor ricchezza prodotta, dipendenza finanziata dai trasferimenti e dalla spesa pubblica in disavanzo: questi, come abbiamo visto, i caratteri fondamentali del sottosviluppo e dell’arretratezza del Sud.

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Ma dal quadro, per capirci qualcosa, manca ancora dell’altro: manca la ricostruzione analitica dei modelli di riproduzione perversa del capitale umano nel suo ciclo di vita (individuale e sociale), mancano le ragioni della persistenza del sottosviluppo, dell’arretratezza e della dipendenza e, perché no, le ragioni del piagnonismo e del vittimismo.

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 Per troppo tempo si è concentrata genericamente l’attenzione sulla disoccupazione meridionale, sui suoi livelli e sulle sue dinamiche, senza mettere in relazione questo pur grave fenomeno con la qualità dell’occupazione e con il tipo di regole del vivere associato prevalenti nella società meridionale. Forse, solo mettendo insieme capitale umano e regolatori sociali, sarà possibile individuare i codici genetici che riproducono e perpetuano il sottosviluppo al Sud, nonostante gli sforzi di investimento compiuti dal dopoguerra ad oggi.

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 Il fatto che il mercato del lavoro nel Sud non funzioni, o funzioni male, con disoccupazione al triplo rispetto al resto del paese, con una gran quantità di lavoro sommersa e irregolare, non è solo il prodotto dello scarso sviluppo economico, ma anche e soprattutto la reazione della società meridionale a un insieme di regole (salariali e contrattuali) e di vincoli non coerenti con quanto ritenuto naturalmente accettabile dagli agenti che operano nell’area (datori di lavoro lavoratori, istituzioni). Il mercato del lavoro, più degli altri mercati, deve essere considerato una vera e propria istituzione sociale.

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Ne segue che il funzionamento del mercato del lavoro potrebbe sostanzialmente diversificarsi da un luogo all’altro; società diverse potrebbero imporre norme differenti a datori di lavoro, lavoratori occupati, lavoratori disoccupati ed altri.  Il Sud ha bisogno di ben altro: certamente ha bisogno di colmare il suo gap infrastrutturale, ma anche questa strategia da sola non basterebbe. Servono, assieme agli investimenti, interventi di lungo periodo che plasmino i regolatori, sociali alle specifiche esigenze dell’area e politiche che migliorino, armonizzandolo, l’intero ciclo di vita del capitale umano: la scuola e la formazione professionale, la transizione scuola- formazione-lavoro, il lavoro, le carriere, il welfare.

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Ridefinire i regolatori sociali vuol dire intervenire direttamente nella società civile e nella qualità della vita: in quel complesso, cioè, di norme, comportamenti, culture, abilità, intelligenze, specializzazioni, propensioni che sono alla base di qualsiasi processo di sviluppo economico e di qualsiasi equilibrio sociale. Per troppo tempo si è ritenuta la società civile come un semplice prodotto degli investimenti infrastrutturali e produttivi, nonché dell’imposizione, burocratica e dall’alto, di regole da applicare: i fatti, nel nostro Sud, hanno dimostrato che ciò era una pia illusione.

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 Al Sud la scuola è cattiva e si studia male e, di conseguenza i tassi di abbandono, nella fascia dell’obbligo, si collocano su punte pari a più di tre volte quelli del Centro Nord.

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 Ebbene, il quadro che emerge da questa semplice analisi statistica sul funzionamento della scuola nel Sud è del tutto sconfortante: sprechi, inefficienze, carenze, scarsa qualità finiscono per produrre un capitale umano in gran parte inutilizzabile. La lezione che se ne ricava e fin troppo chiara: in una realtà come quella meridionale l’elemento strutturalmente distorsivo è rappresentato da una troppo debole e, spesso, inesistente società civile, incapace di comportamenti realmente cooperativi. Da questa debolezza derivano, poi, inesorabilmente e cumulativamente tutti gli altri circuiti perversi.

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 La cooperazione volontaria e più facile all’interno di una comunità che ha ereditato una provvista di “capitale sociale” in forma di norme di reciprocità e reti di impegno civico. Se le norme di reciprocità e le reti di impegno civico di cui parla il sociologo Putnam nel suo libro (che ha destato non poche polemiche tra gli studiosi di casa nostra) sulle tradizioni civiche delle regioni italiane altro non sono che il prodotto della società civile, il quesito che ci si deve porre è perché il nostro Sud mostri, al riguardo, storicamente e strutturalmente tanta inadeguatezza.

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 A questo punto, come nei buoni romanzi d’appendice, occorre, sempre seguendo Putnam, fare qualche passo indietro e precisamente a quella «..fusione di elementi di burocrazia greca e di feudalismo normanno, integrati in uno stato unitario..» che fu il tratto caratteristico del genio di governo di Federico II.

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 Tutta la vita economica e sociale veniva regolata dal centro e dall’alto e non dall’ interno e dal basso come nel Nord della penisola. E tutto ciò avveniva in un delicato momento di passaggio, in cui, cioè, cominciavano a manifestarsi, soprattutto in Italia del Nord, originali forme di governo autonomo, come risposta alla violenza e all’anarchia che regnavano endemiche nell’Europa medioevale.

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 Ambedue i sistemi avevano, in qualche modo, posto sotto controllo la questione sociale per eccellenza nel Medioevo: l’ordine pubblico.

 Le due soluzioni, quella gerarchica al Sud e quella cooperativa al Nord, furono, di fatto, quanto a benessere collettivo, equivalenti fino al tredicesimo secolo.

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 L’assolutismo di Federico II, efficiente, al suo tempo, nel risolvere i problemi dell’azione collettiva, si trasformò ben presto nell’autocrazia diffusa dei baroni. L’autoritarismo delle istituzioni politiche fu aggravato da una struttura sociale storicamente organizzata in modo verticale, avente in se le asimmetrie del potere, lo sfruttamento e la sottomissione, in contrasto con la tradizione  del Nord imperniata  sulle associazioni legate tra loro a formare una rete di rapporti orizzontali, una catena di solidarietà sociale tra uguali.

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L’abisso tra sudditi e signori era reso più drammatico nel Mezzogiorno dal fatto che tutte le dinastie che si succedettero furono straniere. Dal 1504 al 1860 tutta l’Italia a Sud degli stati pontifici si trovò sotto il dominio degli Asburgo e dei Borboni i quali  seminarono con sistematicità la sfiducia e la discordia tra cittadini, distruggendo tutti i legami di solidarietà orizzontale, allo scopo di rimanere a capo di un ordine gerarchico basato sullo sfruttamento e il servilismo”.

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 Ora, come abbiamo visto, la perdita di fiducia reciproca nei rapporti economici e politici altro non è che distruzione di capitale sociale immateriale, distruzione che nel Sud, nel corso dei secoli, ha fortemente indebolito la società civile. Da qui forse la chiave analitica per capire i problemi dì oggi.

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 Nei modelli di crescita endogena, sviluppati di recente nella teoria economica, la chiave del successo di una economia consiste in un circolo virtuoso tra investimento in capitale umano e sviluppo: l’accumulazione fa sì che le produttività del lavoro e del capitale fisico crescano attraverso l’innovazione e il progresso tecnico, e a loro volta le capacità produttive maggiori rendono possibili ulteriori accumuli di capitale umano. Poiché il capitale umano costruisce cultura, ossia un insieme di procedure che risulta mutualmente soddisfacente agli attori economici ingaggiati in transazioni ripetute, l’efficienza del sistema economico aumenta e migliora la qualità della vita.

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Di conseguenza le transazioni aumentano e ciò dà origine a maggiore e più soddisfacente elaborazione culturale. Una società di successo è caratterizzata da una cultura ricca e varia, da molteplici relazioni, da una forte interazione e da reciproca fiducia”. Quando un sistema, per le ragioni più varie, finisce per accumulare capitale umano in misura insufficiente, rispetto ai propri bisogni, si determina una spirale involutiva fatta di bassa innovazione e progresso tecnico, stagnante produttività dei fattori e crescente dipendenza.

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 La povertà e la mancanza di sviluppo che ne conseguono inducono la crescita di forme perverse di relazioni sociali ed economiche di tipo parassitario. Vengono così meno i rapporti di fiducia, in un rapporto di retroazione negativa sulla crescita economica.

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 Un sotto sistema povero di capitale umano non è in grado di usare i regolatori sociali formali progettati per la parte più evoluta del sistema, in cui magari il processo di accumulazione del capitale umano e nella pienezza del suo circuito virtuoso. Si forma dunque uno iato crescente tra astrattezza e inapplicabilità delle regole e crescente fragilità del complessivo tessuto economico e sociale.

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 Lo stato di diritto viene così distrutto non solo perché “nessuno è in regola”, ma soprattutto perché appare ai più (cittadini e autorità) impossibile (ma anche inutile) “mettersi in regola”. In un processo di delegittimazione crescente di tutte le istituzioni regolative. L’impossibilità (o l’inutilità) di rispettare le leggi si riflette, oltre che sui rapporti sociali, soprattutto sui rapporti economici, in quanto genera incertezza e aumenta i costi di transazione.

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Siamo nel bel mezzo di un circuito perverso in cui la cronica debolezza dello Stato favorisce la diffusione di istituzioni ombra preposta a ristabilire, in maniera parallela, fiducia e sicurezza non generate né dalle istituzioni formali né dal civismo orizzontale.

La storia della mafia è, dunque, la storia del fallimento nello Stato nel predisporre un sistema certo e credibile di sanzioni in grado di garantire i diritti di proprietà, cosicché si e formata nel tempo una rete (istituzione) privata a sostegno delle relative relazioni di scambio.

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 “La mafia offriva protezione contro i banditi, i furti nelle campagne, gli abitanti delle città rivali, ma soprattutto contro se stessa”. “L’attività più specificatamente mafiosa consiste nel produrre e vendere una merce molto speciale, intangibile e tuttavia indispensabile nella maggioranza delle transazioni economiche. Invece che produrre automobili, birra, viti e bulloni o libri, produce e vende fiducia”.

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 Il clientelismo, la mafia, la criminalità organizzata di vario tipo (camorra, ‘ndrangheta, la recente sacra corona unita) altro non sono che le istituzioni parallele de che hanno colmato la patologica assenza di relazioni civili orizzontali di tipo cooperativo, sfruttando a loro vantaggio, progressivamente nel tempo, sia le istituzioni democratiche che le risorse finanziarie incrementali conseguenti al processo di unificazione nazionale prima, e all’intervento straordinario poi.

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L’aver voluto imporre le stesse regole del Nord evoluto a un Sud quasi privo di società civile ha, di fatto, accentuato e fatto crescere un antistato, con la sua cultura antagonistica. Non sorprende per nulla, quindi, se oggi, a centocinquantanove anni dall’unità d’Italia le cose non siano, come abbiamo visto, granché cambiate, nonostante i pur sensibili miglioramenti economici e infrastrutturali.

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L’impianto teorico che ha, sino ad ora, guidato le azioni pubbliche tendenti a combattere il sottosviluppo considera gli investimenti e i trasferimenti pubblici come fattore necessario e spesso sufficiente per generare un modo (più o meno endogeno) di investimenti privati, per l’aumento medio di produttività e, in ultima analisi, per il rafforzamento e lo sviluppo della società civile, in un processo virtuoso autopropulsivo. In questa accezione la società civile altro non è che un insieme di norme, valori e relazioni, di singoli capitali umani di network, ovvero dì quelli che potremmo chiamare beni relazionali.

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 Gli investimenti pubblici hanno l’obiettivo di favorire il funzionamento del sistema economico, in termini di efficienza ed equità, e di indurre l’accumulazione privata. Dagli investimenti pubblici e dai beni pubblici da essi prodotti e dall’accumulazione privata indotta, normalmente si fa derivare il miglioramento, la promozione e lo sviluppo della società civile e, quindi, dei beni relazionali. Dai beni relazionali dovrebbe ripartire, in una sorta di processo circolare, un nuovo impulso per lo sviluppo a carattere sempre più endogeno.

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Quindi, secondo la ricetta teorica tradizionale, più si spende per beni pubblici, più società civile si formerà, con i relativi beni relazionali.

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Applicando questo schema teorico-causale al nostro Mezzogiorno, vediamo come nonostante nell’area si sia prodotta, dal dopoguerra ad oggi, una quantità rilevante di beni pubblici,. questa produzione non sia stata in grado di generare il substrato di beni relazionali capace di attivare un processo endogeno di crescita. Diversamente dal caso dei paesi ad economia arretrata in cui, generalmente, si tratta di costruire una cultura dello sviluppo in alternativa ad un debole sistema di reti preesistente, nel Mezzogiorno, come abbiamo visto, un sistema forte di relazionalità (perversa e antagonista) già esisteva.

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Ebbene, questo sistema si è dimostrato talmente forte e strutturato non solo da non venir per nulla scalfite dall’intervento pubblico, ma anzi dall’avvantaggiarsene come una metastasi che si sviluppa sfruttando le sostanze ricostituenti che vengono somministrate ad un organismo malato.

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Una prima semplice constatazione: solo un tessuto economico sufficientemente dotato di beni relazionali è in grado di generare al proprio interno le spinte necessarie per il proprio sviluppo: mentre nei contesti sociali caratterizzati da network opposti o antagonisti, queste capacità autopropulsive risultano molto deboli, e non potranno essere semplicemente indotte da meri interventi di produzione di beni pubblici tradizionali.

 

In questi casi potrebbe diventare quindi utile una “produzione diretta” di beni relazionali, proprio per sfuggire al parassitismo del circuito perverso antagonista, in modo tale da superare la soglia critica, necessaria e sufficiente per far crescere virtuosamente un sistema relazionale forte, socialmente condiviso, e tendenzialmente maggioritario. Non più, dunque, sviluppo come semplice effetto di investimenti produttivi e infrastrutture, ma sviluppo come esatta miscela di questi con la necessaria dotazione di società civile.

.      

.        In questo quadro va recuperata la scarsa produttività del Mezzogiorno con alcune misure:

.        1) la ripresa di quel filo spezzato 25 anni fa per infrastrutturare il territorio meridionale abbattendo le diseconomie ambientali che si trasformano in un aumento dei costi aziendali;

.        2) una fiscalità di vantaggio già prevista dalla legislazione europea dal 2005;

.        3) una flessibilità salariale all’ingresso più forte dell’attuale come strumento concordato tra le parti sociali per accentuare le convenienze a investire nel Sud;

.         4) uno sforzo simile a quello che fu fatto 30 anni fa con Falcone e Borsellino per infliggere colpi mortali alla criminalità organizzata. È inutile dire, però, che tutto questo non sarà sufficiente se i politici meridionali non dovessero fare la propria parte per selezionare classe dirigente all’altezza della situazione abbandonando il nefasto familismo e l’autoritarismo dei piccoli ras locali che hanno devastato il panorama politico meridionale impedendo, tra l’altro, l’uso ottimale degli ingenti fondi europei.

.         

 Occorre un piano di sviluppo concreto definendo tempi di intervento e risorse certe tenendo conto che il mercato del lavoro organizzato in funzione della globalizzazione,  al patto di stabilità europeo e considerato che il mercato del lavoro si evolve in direzione della mobilità.
Una mobilità connessa alla qualificazione e  riqualificazione continua.
Non basta la formazione occorre l'aggiornamento. I mestieri e le  professioni si evolvono rapidamente, muoiono e ne nascono altri .Anche i mestieri tradizionali come l'agricoltore non possono fare più a meno delle tecnologie innovative. Il mercato del lavoro si riflette oggi nel cambiamento sociale, prima di chiedere lavoro si deve chiedere qualificazione. La formazione non può essere generica, dev'essere mirata e innovativa.

 Il concetto di disoccupato viene sostituito dal concetto di non qualificato, per chi è qualificato e orientato non sarà disoccupato.

Su questi concetti cambia anche la famiglia e  i rapporti tra uomo e donna. Più istruzione e meno figli consentono alle donne la qualificazione che dà loro  il diritto a un innalzamento sociale.

Questo porta a nuove evoluzioni demografiche  e sociali .In questo quadro dobbiamo collocare ogni previsione e ogni problematica sul futuro degli italiani, degli europei e del mondo arabo.

Negli ultimi anni abbiamo avuto una sostanziale stabilità nel tasso di attività totale della popolazione italiana. Tale stazionarietà a livello aggregato presenta al suo interno una evoluzione che aveva visto prima della crisi crescere l'occupazione femminile rispetto a quella maschile.

Si sono anche innalzati i tassi di scolarità per cui la variazione interessa le classi di età inferiore, lasciando immutata la situazione nelle classi centrali(50anni).
Abbiamo parlato di creare posti di lavoro, ma lo sviluppo è anzitutto capacità di produzione, competitività sui mercati e credibilità tecnologica .

Riguardo al Mezzogiorno accenneremo ad alcuni settori strategici: agricoltura, turismo, terziario avanzato, ma questi sono aspetti particolari, seppure  importanti, di un processo che va letto in termini complessivi.

Sviluppato rispetto a cosa  e a chi? Per questo parliamo di sviluppo italiano nei confronti dell'Europa e di sviluppo Mezzogiorno nei confronti del divario tra Nord e Sud.

Al concetto di sviluppo in termini di quantità(prodotto interno lordo, reddito pro capite, redditi familiari, consumi ecc.)dobbiamo aggiungere i parametri di qualità (l'istruzione , la sanità, la ricerca scientifica, il tempo libero, la produzione culturale e artistica, la vivibilità urbana, ecc. ).

Una popolazione lavorativa in crescita porta con sé fenomeni di sviluppo economico che assumono valenza di sviluppo culturale.

Ma per far crescere il lavoro nel Mezzogiorno, occorre il concorso di nuovi investimenti produttivi insieme alla qualificazione professionale.

Investire quindi in industrie moderne, in servizi.

Da quanto si è detto sul lavoro e  sui cambiamenti del mercato emerge che orientamento, formazione, qualificazione sono le strategie per accedere al mercato.

Flessibilità e mobilità del mercato del lavoro portano forme di part-time, di homework di Job sharing (divisione dei compiti) con un minor costo per unità di prodotto.

L'home-working o il telelavoro, ad esempio abbatterà i costi di trasferimento migliorerà i tempi di lavoro, consentirà una riduzione di carichi.

Lavorare meno lavorare tutti, che era  uno slogan provocatorio degli estremisti, sarà il risultato delle tecnologie avanzate.

La formazione deve quindi cambiare, per struttura, per contenuti ,per metodologie e per finalità .

Oggi dobbiamo includere la formazione nel sistema di imprese, perché la professionalità e il know how sono a pieno titolo tra i  fattori strategici della competitività sui mercati.

Secondo la stima della Svimez  il Sud perderà  nei prossimi 50 anni ben 1,2 milioni di abitanti.

Da parte mia, condivido il “decalogo” proposto da Umberto Minopoli che, intervenendo nel dibattito aperto sul tema dalla rivista on line www.formiche.net scrive:

“Le nenie della Svimez sul Mezzogiorno hanno stufato. Nel Sud si è, sino ad ora, sperimentato, in 70 anni, tutto quello che è consentito da politiche stataliste, burocratiche e straordinarie: incentivi, sgravi fiscali, sovvenzioni, misure speciali ecc. ecc.. Cioè un secolo di meridionalismo. Risultato: il sottosviluppo resta li’ e la Svimez piagnucola col fallimento, la desolazione e l’abbandono del Sud. E se, finalmente, rovesciassimo il paradigma di un secolo di meridionalismo-” piu’ stato nel Sud “- e provassimo l’opposto: “piu’ mercato nel Sud”?

Provatevi ad immaginare alcuni radicali interventi liberalizzanti. Che so?:

 

1) privatizzare la Salerno-Reggio Calabria a condizione che i privati la completino in tempi dovuti.

2) realizzare una grande infrastruttura nel Sud (di quelle che mobilitano risorse umane e capitali privati (se possono essere remunerati da tariffe): il ponte sullo Stretto.

3) realizzare una nuova rete elettrica di trasporto che renda utili gli investimenti inutili e parassitari fatti nelle rinnovabili

4) vendere in concorrenza i diritti dell’alta velocita’ da Salerno a Reggio Calabria e Bari

5) privatizzare le tratte ferroviarie morte interne alla Regioni del Sud e sulla direzione est-ovest. E che cento fiori fioriscano

6) liberalizzare i contratti di lavoro nel Sud copiando dai successi Fiat a Pomigliano, Cassino e Melfi

7) realizzare il progetto banda larga affidandolo ad una societa’ privata di operatori di rete (Enel, Telecom e altri privati) e non ad un ministero.

8) affidare ad una banca o ad un consorzio di esse la gestione dei Fondi Europei lasciando alla Regioni solo un ruolo di indirizzo e definizione degli obiettivi.

9) detassare tutto il detassabile al Sud cominciando dalla fiscalità del lavoro e dell’impresa

10) commissariare la Regione Sicilia e responsabilizzare i governatori del Sud (De Luca, Emiliano ecc) a realizzare obiettivi di sviluppo senza aggravi di spesa pubblica.

Sennò commissariare anche loro. I puristi di sinistra storceranno il naso e definiranno tatcheriano un tale programma. Se ci fosse il coraggio di attuarlo ( arricchendolo con altre decine di possibili proposte aggiuntive) basterebbe una scrollata di spalle ai puristi di sinistra. Che si lamentano sempre e propongono mai.” 

Ecco, aggiungerei, ma lo scrivo da anni non solo per il Sud: un cambiamento radicale della classe politica attuale e la formazione di nuovi soggetti politici ispirati da serie culture, oggi pressoché scomparse, a partire da noi popolari……..

 

Non mancano iniziative che proprio cooperative e società di giovani meridionali hanno attivato come quelle dei sette progetti di start up per far ripartire l’economia del Mezzogiorno, a dimostrazione di una realtà non priva di intelligenti e positive proposte come quelle di SmartIsland, Tripoow, Intertwine, Bookingbility, Ocore, Momo, Macingo.

 

 

Riassumendo:

 

La proposta di programma della  Federazione Popolare dei DC, in definitiva, potrebbe essere riassunta nel seguente “decalogo programmatico”, contenente i proponimenti dei DC riuniti per l’Italia del XXI secolo:

 

1-    La DC unita, coerente con il suo passato di responsabilità nazionale, assume come obiettivo la costruzione dell’Unità politica dell’Europa, da riformare rispetto all’ircocervo tecno burocratico attuale, la tutela della persona umana e la difesa dello Stato di diritto,. In questa fase di oggettiva crisi dell’Unione Europea la DC intende assumere come prioritari gli obiettivi di una revisione di alcuni accordi, come quello sulle competenze del TUE (trattato di fondazione della UE) e del TFUE (trattato di funzionamento della UE)  e il superamento dell’illegittimo fiscal compact, concausa rilevante delle gravi situazioni economico sociali presenti in numerosi Paesi europei e delle spinte sovraniste e anti europee diffuse in varie parti dell’Unione.

 

2-    La DC unita, mette al centro del suo impegno politico e di promozione della cultura civile la PERSONA, perché possa vivere ed operare con tutta la sua dignità e libertà secondo il dettato della Costituzione Italiana.

 

3-    La DC unita, si assume pubblicamente il compito di aprire la strada alla trasparenza gestionale e contabile della sua organizzazione, per dar vita ad una nuova stagione della politica, improntata ad un UMANESIMO SOCIALE che valorizzi la persona umana senza distinzioni di razza o diversità sociale, in attuazione degli orientamenti valoriali della dottrina sociale cristiana che la DC intende tradurre politicamente nella “città dell’uomo” sul piano dell’assoluta autonomia e laica responsabilità.

 

4-    La DC unita, consapevole delle difficoltà che il mondo globalizzato di oggi pone all’individuo per esistere e operare, s’impegna a ricostruire con le opere di previdenza una più sostanziale solidarietà sociale, attraverso la “cooperazione di comunità”, che garantisca a ogni nucleo familiare un lavoro adeguato alle esigenze della dignità civile.

 

 

5-    La DC unita, presente nella società d’oggi, offre la possibilità di stare nel partito alla pari anche ai simpatizzanti che dichiarino interesse al programma; iscrivendosi nella lista degli elettori, con la possibilità di presentare progetti e proteste d’interesse generale.

 

6-    La DC unita, ha come obiettivo fondamentale del programma una decisiva modificazione del meccanismo di localizzazione delle attività produttive del Paese, privilegiando l’intervento straordinario a favore del Mezzogiorno e delle Isole. La promozione della  cultura e la difesa del patrimonio paesaggistico, culturale e ambientale italiano sarà assunto tra le priorità delle politiche economiche del partito, strumenti essenziali per garantire lo sviluppo del turismo tra le grandi opportunità di offerta dell’Italia

 

7-    La DC unita, come nel passato con l’intervento pubblico, dovrà incoraggiare l’installazione di medie e grandi imprese industriali, anche straniere, attraverso agevolazioni fiscali, procedure burocratiche dinamiche e la messa a disposizione dei distretti industriali attrezzati per stimolare gli investimenti privati con un alto grado di efficienza tecnologica e notevoli possibilità di creare nuovi posti di lavoro. Crescita economica e sviluppo dell’occupazione saranno le priorità della politica economica DC finalizzata a saldare, come nella migliore tradizione del partito, gli interessi dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari, al Nord come al Centro e al Sud del Paese.

 

8-    La DC unita, oltre a ritenere positiva la riduzione del numero dei parlamentari, se accompagnata dai necessari riequilibri previsti dalla Costituzione, ritiene urgente il riordinamento legislativo, amministrativo e organizzativo dello Stato e delle Regioni a statuto speciale, in coerenza con la tradizionale cultura autonomistica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali.

 

9-    La DC unita, è consapevole che non esistono miracoli in economia, ma soltanto la possibilità di raggiungere obiettivi concreti attraverso scelte responsabili, e con il coinvolgimento di tutti gli imprenditori appartenenti e operanti nei settori di attività: industriale, artigianale, commerciale agricolo, della cooperazione e delle libere professioni.

 

10-La DC unita, partito di elettori di centro, non può e non vuole rappresentare interessi di nessun genere in particolare,  ma valori. Difendere valori significa operare per una cultura di libero mercato all’insegna della civiltà del lavoro. Essenziale sarà operare per garantire, come sempre ha fatto la DC storica, la mediazione di interessi e valori del ceti medi produttivi  e di quelli popolari diversamente tutelati.

 

Siamo, tuttavia, consapevoli che, mentre sul piano istituzionale possiamo assumere come obiettivo strategico prioritario e irrinunciabile la difesa e l’integrale attuazione della Carta costituzionale(a partire dall’applicazione rigorosa dell’art.49 in materia di organizzazione “ con metodo democratico” della vita interna dei partiti), per poter concorrere alle riforme strutturali sul piano economico e sociale di cui l’Italia ha bisogno è necessario assumere come obiettivo non più rinviabile il ritorno alla legge bancaria del 1936.

 

 Questo significa, da un lato, tornare al controllo pubblico di Banca d’Italia, oggi sottoposto al dominio degli hedge funds  anglo caucasici-kazari, e alla netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Nessun’ altra seria riforma economico e sociale sarà possibile se non si ripristineranno le condizioni economico finanziarie precedenti a quelle che il decreto lgs.n.481/1992 Amato-Barucci  annullò sotto la spinta dei poteri finanziari dominanti.*

 

L’unico programma politico che TECNICAMENTE consentirebbe ancora, dopo 25 anni, lo sviluppo dello STATO ITALIANO  e della Sua CLASSE MEDIA (94% della popolazione italiana) e che renderebbe tecnicamente possibile ogni altro obiettivo in qualsiasi altro settore sarebbe il seguente :  

1.    Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano  da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini,  necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992)

2.    Controllo Statale  sulla  raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative  statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini

3.    Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano  al fine che lo Stato italiano abbia,  con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82 del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per  impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.  

4.    Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n. 385/1993):

5.    SEPARAZIONE TRA BANCHE DI PRESTITO (loan bank) e BANCHE SPECULATIVE (investment bank) : abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo.

Automatica re-introduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’ Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London)  

6.    Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico

7.    Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…)  dall’attuale 85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori petroliferi kazari.

8.    Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di società italiane quotate alla borsa di Milano.

9.    Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia)

10. Conferire il potere ISPETTIVO  sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza  

11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di effettuare ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.  

12.  Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18  febbraio 1992 firmato  da Mario Draghi)

13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sul tasso 

14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito  

15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).  

16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente

17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg.  TUB 

18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà,  ad un tasso massimo pari al tasso d’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).   

19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare.

 Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle  esecuzioni immobiliari e nel custode  e nel  notaio delle esecuzioni immobiliari

20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano

21. Obbligo di almeno cinque  Parlamentari di ogni  forza politica di partecipare all’ Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute del paese

Attraverso queste essenziali riforme l’Italia potrà riprendere quel ruolo che la DC seppe garantirle in passato e uscire dalla grave crisi nella quale una classe dirigente in larga parte incompetente e  orientata su una deriva nazionalista e populista l’ha condotta in gravissimo isolamento politico e strategico europeo e internazionale.

N.B.:

* Da documenti desecretati e da rilievi matematici confermati dal Ministero dell'Economia delle Finanze sull'assetto di controllo delle banche quotate italiane ( risposta del Ministero all’interrogazione parlamentare dell’On Villarosa (M5S) nel Febbraio 2017)  maggiori azioniste di Banca d'Italia con 265 voti su 529, da parte , attraverso le SUB-DELEGHE conferite agli avvocati (avv. Cardarelli, ..) dello studio legale Trevisan di viale Maino –Milano, risultano una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/ arzebajani di antica origine tedesca (Vanguard, State Street, Northern Trust , Fidelity , Jp Morgan Trust, Black Rock , Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 MILIONE di mq di centri logistici sempre in Italia), cd ariani o KAZARI o askenazita-kazari , indagati dal 15 Gennaio 2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York per PROCURATO DISASTRO AMBIENTALE e per avere fermato lo sviluppo dell'energia solare, hedge fund e come tali, unici fondi al mondo autorizzati a compiere amorali , immorali, illegittime VENDITE ALLO SCOPERTO (presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine di farne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano , crolli della borsa di Milano infatti avvenuti ogni circa sette anni 1994, 2001, 2008 , 2016, crolli che hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro risparmi ) definiti fondi speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.

Trattasi di decreti già emessi , non disegni di legge, decreti che comprovano l'avvento in Italia dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London , proprietari della City of London, e sede fiscale nel PARADISO FISCALE del Deleware come dimostrato dalla Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti , indipendente dal 2001).

Fondi speculatori che il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk ha dimostrato che le società che essi controllano appartengono a TRUSHELFCO, DIKAPPA più un numero delle sette famiglie kazare , georgiane /arzebajane di antica origine tedesca dei Rothshild , J.P. Morgan, Warburg , Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson, convertiti all'ateismo nel 1820 per poter usufruire senza limiti e remore, con l'invenzione

della trivella, ancora del business del petrolio che era terminato in superficie nel 1400 dopo Cristo in Georgia/Arzebajan decretando la fine dell'impero KAZARO (600 avanti Cristo -1400 dopo Cristo), un impero inspiegabilmente cancellato dagli inventori kazari delle tipografie, dai libri storia occidentali, ma ben presente nei libri di storia dell'Armenia, dell'Ucraina.

 

 

 Venezia, 23 Gennaio 2020

 

 

 

 


 

Per l’unità dei Popolari

 

E’ stata una giornata di grande impegno politico culturale quella svoltasi sabato 18 gennaio 2020,  in occasione del 101 esimo anniversario dell’”appello ai liberi e forti” di Sturzo.In una sala stracolma di rappresentanti di partiti, associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, Lillo Mannino, accolto calorosamente dall’assemblea, reduce da una sentenza definitivamente assolutoria dopo oltre vent’anni vissuti dolorosamente, ha svolto una magistrale lectio storico politica sul pensiero di Sturzo e sullo sviluppo dell’idea popolare e democratico cristiana dal 1919 sino alla fine politica della DC (1994). Una fine, frutto dei nostri errori e di una ben calcolata strategia internazionale, la cui regia fu definita nell’incontro sul panfilo  “Britannia”, dove si stabilì “la saga dei vincitori e vinti” nel nostro Paese.

 

Oggi la situazione, come ha ricordato l’amico sen  Maurizio Eufemi con la sua nota uscita all’inizio dei lavori alla sala Alessandrina di lungotevere in Sassia a Roma, è caratterizzata da alcuni aspetti simili a quelli presenti al tempo di Sturzo nel 1919. Allora l’Italia era alle prese con i problemi di assetto interno con la crisi del giolittismo, che aveva esaurito la fase del trasformismo parlamentare su cui si era retto per anni, e con le conseguenze drammatiche del conflitto mondiale. Oggi siamo al culmine del più vasto trasformismo parlamentare che ha caratterizzato la stagione decadente della seconda repubblica, nella quale i partiti e i movimenti presenti a livello parlamentare sono espressione della più arida incultura politica. Regna l’incompetenza e l’improvvisazione  che hanno finito col delegittimare la politica, lasciando ampio spazio alla deriva nazionalista e populista a trazione salviniana  e della destra di Fratelli d’Italia.

 

Ecco perché Mannino ha terminato il suo intervento facendo appello ai firmatari del patto federativo popolare dei DC  e a tutti i popolari affinché non si perda l’occasione che abbiamo davanti a noi, specie dopo la sentenza della corte costituzionale di rigetto del referendum richiesto dalla Lega, e la scelta  espressa della maggioranza di governo per il sistema elettorale proporzionale simil tedesco.

 

Invito raccolto immediatamente da Gianfranco Rotondi e da Lorenzo Cesa, reduci dall’accordo appena siglato per le regionali d’Abruzzo, uniti nella scelta condivisa e sottoscritta nel patto federativo per dar vita a un nuovo soggetto politico, ispirato ai valori del popolarismo, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra radicale.

 

“Il partito del popolo italiano”, è ciò che  ha indicato Rotondi per il nuovo soggetto politico, inserito a pieno titolo nel PPE, che assume il simbolo storico della DC, lo scudo crociato e si propone come luogo della partecipazione politica dei ceti medi e delle classi popolari rimasti sin qui privi di rappresentanza, disgustati della politica urlata e renitente al voto per la quasi metà dell’elettorato italiano.

 

Certo, come hanno detto Renato Grassi, segretario nazionale della DC e da Mario Tassone, segretario nazionale del NCDU, non sarà solo un patto duale a risolvere il caso della diaspora apertasi dal 1994, anche se esso costituisce certamente una condizione necessaria, ma, appunto, non sufficiente. Serve la più ampia partecipazione aperta a quanti si riconoscono negli obietti del patto federativo.

 

Ora si tratta, di ragionare con lo sguardo rivolto in avanti, preoccupati non delle possibilità di sopravvivenza personali di qualcuno, quanto della capacità di offrire una nuova speranza al popolo italiano.

 

A chi temeva che anche dall’incontro della Federazione popolare dei  DC scaturisse l’ennesimo tentativo da aggiungere a quelli sorti consecutivamente negli ultimi vent’anni, tutti destinati al fallimento, dobbiamo assicurare che ora lo sguardo è rivolto al futuro, convinti come siamo che serva riportare in campo la nostra cultura cattolico democratico e cristiano sociale, non per un nostalgico pensiero retro, regressivo e inefficace politicamente, quanto per concorrere a costruire un grande progetto: quello di una politica al servizio e per la partecipazione di una “comunità” fondata sulla solidarietà organica tra persone, gruppi e classi sociali. Si tratta di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali delle ultime encicliche sociali di Papa san Giovanni Paolo II ( Centesimus Annus) ,  di Benedetto XVI (Caritas in veritate) e di Papa Francesco (Evangelii Gaudium e Laudato SI); gli unici documenti che hanno saputo leggere “ i tempi nuovi” che stiamo vivendo e offrire preziose indicazioni, che spetta ora a noi cattolici impegnati in politica rendere operativi sul piano istituzionale. Sono le encicliche che hanno affrontato le questioni rilevanti del nostro tempo:

 

1)       la questione antropologica e demografica particolarmente grave in Italia;

2)       la questione ambientale;

3)        la realtà nuova, complessa della globalizzazione, che per noi italiani si traduce soprattutto nel tema  della sovranità monetaria e della sovranità popolare e il nostro modo di restare nell’Unione europea, caratterizzata dal dominio della finanza sull’economia reale e sulla politica ridotta a un ruolo subordinato e ancillare ( rovesciamento del NOMA -  Non Overlapping Magisteria,  come l’ha definito il prof  Zamagni).

 

Per fare questo, però, serve l’unità più ampia possibile e, soprattutto, un partito. Serve, insomma, la ricomposizione dell’area politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali. Mettiamo, intanto, subito in rete tutti i nostri siti web per preparare i comitati locali e regionali della Federazione e prepariamo l’assemblea costituente in cui decideremo insieme: nome, simbolo, programma e sceglieremo la nuova classe dirigente del partito.

 

Come un albero antico, possiamo cambiare le foglie conservando però le radici e possiamo avanzare le nostre proposte a misura dei nuovi bisogni delle classi popolari e dei ceti medi, conservando la fedeltà ai nostri principi.

 

E’ un invito che rivolgiamo anche agli amici della “Rete bianca” e a quanti hanno sottoscritto “il manifesto Zamagni”.  Seguiamo da osservatori partecipanti il serio dibattito che si è aperto su “ il domani d’Italia” e desideriamo ricordare che é unanime tra di noi  il giudizio di alternatività alla deriva nazionalista e sovranista della destra italiana, così come anche da noi  sono condivise le indicazioni progettuali offerte dal manifesto Zamagni. Con franchezza evidenziamo che se sono comprensibili, proprio date le premesse, le scelte da voi assunte per le prossime elezioni emiliane e calabresi, del tutto sconcertante, a nostro parere, ci sembra quella di un dibattito che si svolge a senso unico e ripercorre senza soluzione di continuità la già consumata  strada di una corrente popolare interna al PD, di cui, semmai, ci si preoccupa solo del suo possibile sbandamento a sinistra.

 

Cari amici, col voto della Consulta è finita la lunga stagione del maggioritario, che riduceva i cattolici e popolari a un ruolo ancillare nella destra o nella sinistra dei partiti e si torna al proporzionale, stella polare della nostra cultura politica: il tempo del mattarellum, porcellum, italicum, rosatellum, è finito. Ora, come nel 1919 lo fu per Sturzo con risultati straordinari imprevisti, dobbiamo ragionare secondo le regole del sistema proporzionale, con lo sbarramento al 5% e ci auguriamo con le preferenze Non vi sembra una condizione più che sufficiente per mettere insieme tutte le nostre energie e sensibilità, per condividere insieme, sulla base dei nostri comuni principi  ispiratori e la strategica scelta di campo, una proposta politica programmatica all’altezza dei bisogni della società italiana ed europea? Il nuovo partito politico di cattolici, aperto alla partecipazione di altre culture compatibili, non sarà mai monolitico, come non lo furono, né il PPI sturziano, né la DC degasperiana, fanfaniana,   morotea e fino alla fine dello scontro del “preambolo”. Oggi è il tempo per il ritorno in campo della nostra cultura politica. Dopo e solo dopo aver costruito il partito, si porrà la questione delle alleanze, fermi nella nostra alternatività alla destra e alla sinistra radicale.

 

Ettore Bonalberti

Direzione nazionale DC

Comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC

Roma, 19 Gennaio 2020

 

 

 

 










 

 




Si parte finalmente

 

Sabato 18 Gennaio prossimo, 101° anniversario dell’”Appello ai Liberi e Forti” di don Luigi Sturzo, tutti i popolari e i democratici cristiani italiani, sono invitati a  partecipare al seminario organizzato dalla Federazione Popolare del Democratici cristiani e dalla Fondazione Democrazia Cristiana, sul tema: “ Popolari 101, un nuovo inizio”.

 

Con la sottoscrizione del patto federativo da parte di oltre quaranta tra gruppi, associazioni e movimenti politico culturali, i rappresentanti dei diversi partiti che hanno caratterizzato la lunga stagione della  diaspora democratico cristiana ( 1994-2019): Cesa, Fiori, Grassi, Rotondi e Tassone, apriranno una nuova stagione per il cattolicesimo democratico e cristiano sociale del nostro Paese.

 

E’ la fine di una suicida lotta apertasi con l’ultimo consiglio nazionale della DC che, proprio il 18 Gennaio 1994, con Mino Martinazzoli, segretario nazionale, decise di sciogliere il partito che aveva governato l’Italia per oltre quarant’anni. Una decisione improvvida e illegittima (dato che doveva, semmai, essere assunta solo da un congresso nazionale) dalla quale prese avvio la lunga stagione della battaglia fra i presunti eredi, cui pose fine la sentenza della suprema Corte di Cassazione a sezioni civili riunite, n.25999, del 23.12. 2010 secondo cui: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”.

 

Come è scritto nella locandina invito del seminario che si terrà a Roma nella sala Alessandrina di Lungotevere in Sassia, 3 dalle ore 10 alle 13: “ La Federazione punta, per la prima volta dopo tanti anni, a superare la diaspora e le divisioni che hanno compromesso una presenza culturale e politica e a costruire un’alternativa sia alla nuova destra che si è sviluppata nei tempi più recenti che alla sinistra in crisi di identità. Il populismo e il sovranismo si sono affermati per la mancanza di un riferimento valoriale come quello del popolarismo e della Dottrina Sociale della Chiesa che restano un “pensiero forte” legato ai principi della Costituzione, allo Stato di diritto e ai diritti fondamentali dell’uomo.

Il progetto è quello della ricomposizione dell’area popolare laica e riformista aperta alle esperienze e alle forze cristiano sociali che si ispirano alla Costituzione.

L’obiettivo è che la “Federazione Popolare dei Democratici Cristiani “, con i valori ai quali si ispira, possa misurarsi già in tutte le prossime competizioni elettorali “.

 

Con l’avvenuta costituzione della Federazione Popolare è definitivamente superato il contenzioso sul simbolo storico dello scudo crociato e sabato prossimo, sarà annunciato ufficialmente, l’avvio di un progetto per la nascita di un nuovo partito che intende rappresentare la tradizione del cattolicesimo democratico e cristiano sociale e costituirsi nella sezione italiana del PPE.

 

Un comitato provvisorio coordinato dall’On Giuseppe Gargani e di cui fanno parte: Paola Binetti, Ettore Bonalberti, Lorenzo Cesa, Publio Fiori, Giuseppe Gargani, Renato Grassi, Filiberto Palumbo, Gianfranco Rotondi, Mario Tassone, è impegnato a dar vita in tutte le regioni, le province e i comuni italiani, ai comitati della Federazione Popolare, dai quali saranno eletti i delegati all’assemblea costituente che deciderà: programma, nome e simbolo del partito e selezione democratica della classe dirigente. Un partito che “ possa misurarsi già in tutte le prossime competizioni elettorali”.

 

Nel deserto delle culture politiche dell’attuale triste fase politica italiana, il ritorno in campo di un partito ispirato dalla dottrina sociale della Chiesa, ossia della più avanzata lettura della globalizzazione mondiale, se sarà in grado di mobilitare le nuove energie che la società civile ha fatto emergere con significative manifestazioni popolari, sarà un’importante offerta alla domanda di rappresentanza che, soprattutto i ceti medi produttivi e le classi popolari hanno espresso;  dapprima, con l’appoggio a movimenti e partiti oggi in una crisi drammatica, e, poi con l’astensione dal voto, lasciando spazio aperto a una deriva nazionalista e populista che, se prevalesse, porterebbe il Paese, come già avvenuto col governo giallo-verde, al totale isolamento internazionale.

 

Abbiamo combattuto questa battaglia per la ricomposizione politica dell’area cattolico democratico e cristiano sociale sin dal momento della fine politica della DC, e siamo particolarmente lieti che, sabato prossimo, si metta la parola fine alla diaspora DC e si avvii “ un nuovo inizio” al quale invitiamo  a partecipare, soprattutto le nuove generazioni, che intendano realizzare con tutti noi la più profonda delle riforme possibili, ossia l’integrale attuazione della Costituzione repubblicana.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF

Componente del comitato provvisorio della Federazione Popolare dei DC

 

Venezia, 11 Gennaio 2020

 

 

 

 

 

 

 

18 Gennaio 2020: cogliamo l’attimo

 

Nati dall’intuizione di un comico intelligente e dalla strategia di una società di comunicazione, affidato alla guida di un giovane senz’arte né parte, il M5S è ora in balia di un saltimbanco della politica, quel Gianluigi Paragone, che sta creando un movimento di transumanti pentastellati verso la Lega, col rischio di far saltare il governo.

 

Oggi la politica italiana è rappresentata da alcune forze politiche in preda a una grande confusione culturale e strategica, espressione della deriva che si trascina dalla fine della prima repubblica e dalla scomparsa delle culture politiche che furono alla base del patto costituzionale.

 

Una crisi della politica che: nel PD fa i conti con un processo di lunga e complessa trasformazione del vecchio PCI ( PDS,DS, PD), nel quale non si è potuto realizzare quella corretta sintesi tra le aree culturali di provenienza social comunista e democratico cristiana, aggravata dal caso Renzi, alla ricerca di una leadership perduta col suo nuovo partito della secessione. Nella Lega, si è consumato  il passaggio da quella secessionista padana di Bossi, alla nuova realtà di un partito a guida solitaria del conducator Salvini, capace di acquisire consensi dal Nord al Sud dell’Italia; una destra italiana, che si compatta sempre di più attorno a Giorgia Meloni su posizioni estreme nazionaliste e antieuropee e, infine, il M5S che corre velocemente verso la sua dissoluzione.

 

Al centro è rimasta Forza Italia, guidata da una leadership consunta e sempre meno efficace del Cavaliere, in preda a un processo inarrestabile di disgregazione. Alla sinistra estrema sopravvive la LEU, in attesa di  come meglio orientarsi a misura che detterà la nuova o vecchia legge elettorale.

 

Manca in tutta questa rappresentazione l’espressione politico culturale dell’area cattolico democratica  e cristiano sociale che, dopo la lunga stagione della diaspora ( 1994-2019) è ridotta alla condizione di pressoché totale irrilevanza sul piano istituzionale. Unica eccezione, il caso del Presidente Mattarella, punto di riferimento essenziale per la nostra democrazia.

 

Non è un caso se la condizione di anomia vissuta dalla società civile e dal divario esistente tra quest’ultima e la classe dirigente del Paese, abbia preso forma e sostanza rilevante il fenomeno delle “sardine” che riempiono le piazze in tutte le più importanti città italiane. Esse sono sostenute dalla volontà di ritornare a una convivenza civile fondata sulla tolleranza e sulla solidarietà organica propria di una comunità, in alternativa alla condizione di rissa e di scontro permanente indotte dalla deriva nazionalista e populista del duo di destra Salvini-Meloni.

 

L’elemento che meglio caratterizza il caso delle “sardine” è la loro conclamata fedeltà alla Costituzione repubblicana e, al di là dei sei punti programmatici delineati nella loro recente assemblea romana (punti sicuramente condivisibili nella loro elementare semplicità, come fondamentali della convivenza civile e politica) ed  è proprio da questa loro conclamata fede costituzionale repubblicana che bisogna ripartire, per avviare un dialogo costruttivo con una nuova generazione di italiani cui guardare con interesse anche da parte di noi popolari.

 

Tornando alla situazione di casa nostra, due sono le iniziative che meglio esprimono lo stato dell’arte: quella avviata dagli amici che hanno dato vita alla Federazione popolare dei DC, che punta a ricomporre l’unità delle diverse schegge ex democratiche cristiane insieme a numerosi gruppi, associazioni e movimenti dell’area cattolico popolare e quella degli amici che hanno sottoscritto “il Manifesto Zamagni”, nel quale si riconoscono anche tutti gli amici della Federazione popolare DC.

 

Se, da un lato, abbiamo la situazione espressa dai partiti oggi rappresentati in parlamento in preda alle loro convulsioni interne e alla ricerca di un difficile equilibrio attorno a quella che sarà la prossima legge elettorale, e, dall’altro, quella di un’area cattolica e popolare in movimento che punta alla ricomposizione politica, ciò che distingue nettamente tutte le forze in campo e in qualche modo è destinata a ricomporle, è la distinzione profonda che passa tra chi si pone in alternativa sovranista e isolazionista rispetto all’Unione europea e chi, invece, come noi dell’area popolare, si batte per più Europa. Un’Europa certamente da riformare nella sua governance, per farla tornare ai principi e ai valori dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi, Monnet, Schuman, ahimè, superati dal prevalere dei valori relativistici propri del “manifesto di Ventotene” che, alla fine, sono quelli che hanno finito col prevalere nell’Unione europea.

 

Contro l’attuale confusione e frammentazione politica serve allora un colpo d’ala delle due parti più importanti di quest’area, entrambe impegnate a inverare nella città dell’uomo i principi della dottrina sociale cristiana che, con le ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica, costituiscono la fonte principale di indicazione pastorale e politico culturale in questa complessa fase della globalizzazione. Un’età, quella che stiamo vivendo, dai profondi sconvolgimenti sul piano antropologico, ambientale, economico, finanziario e sociale, che, come in quella della prima rivoluzione industriale, richiede l’impegno dei cattolici sul piano politico e istituzionale, sia in Italia, sia nel resto dell’Europa e del mondo, insieme agli altri uomini di buona volontà che credono nel valore della pace e della giustizia nella libertà.

 

Abbiamo una data importante davanti a noi: 18 Gennaio 2020. Mancano poche settimane alla celebrazione del 101 esimo anniversario dell’”Appello ai Liberi e Forti” di Luigi Sturzo e della nascita del PPI. Ritroviamoci dunque al convento della Minerva, a due passi dal luogo in cui Sturzo redasse il suo appello, e tutti insieme impegniamoci a costruire il Partito Popolare Europeo in Italia, dando fine alla lunga e suicida stagione della diaspora,  per un nuovo inizio e per dare, finalmente, una nuova speranza agli italiani.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)

Venezia, 20 Dicembre 2019



L’ amnesia del M5S

 

Avevo già scritto un editoriale, il 13 Novembre 2017, commentando il ruolo assunto da Pierferdinando Casini che, presiedendo la commissione di inchiesta sulle banche italiane, su “La Stampa” abbandonava il suo tradizionale stile alla “Fasulein” e assumeva quelli del saccente Balanzone, dichiarando perentoriamente: “ L’Italia non diventi terreno di azione della speculazione finanziaria internazionale”.

 

Adesso il M5S, sulla triste vicenda del Banco Popolare di Bari, riprende il tema, criticando anche in questo caso la mancata o insufficiente vigilanza di Banca d’Italia su quell’istituto.

 

Ma come? A seguito di mirato Q-Time ( interrogazione a risposta immediata in commissione 5-10709) della Commissione Finanze, del Mov. Cinque Stelle, formulati proprio dall’On Villarosa con altri ( Villarosa, Alberti, Pesco, Sibilia e Ruocco), allora presidente della Commissione e attualmente sottosegretario del MEF, ricevettero le conferme dal MEF e da Banca d’Italia (Mercoledì 1 marzo 2017, seduta n.751)  che:

 

1) fondi speculatori kazari  controllerebbero le  banche quotate italiane e quindi dal 1992/93 anche Banca d’Italia (risposta del MEF). Vari giornali, tra cui il Fatto Quotidiano, Il Messaggero, hanno riportato la notizia di “Mister 99%”  rappresentante di fondi speculatori stranieri;

2) ” i depositi”, utilizzati per concedere prestiti, dal 1992/93 non derivano più da attività di raccolta tra il pubblico, ma sono virtuali, “creati” digitalmente.  Banca d’Italia, con una dichiarazione epocale (in allegato),  in risposta al Question –Time della Commissione Finanze del Movimento Cinque Stelle, ha infatti confermato che i depositi della clientela non sono veri depositi, ma virtuali ,  creati  ossia da qualcuno con un clic. Questa importante asserzione costituisce implicita conferma da parte di Banca d’Italia che pertanto anche gli  importi del prestiti (dei mutui ipotecari/fondiari,…  ),  accreditati,  a titolo di tali depositi,  dal 1992/93 sui conti correnti degli italiani, sono stati a monte creati con un clic e poi illegittimamente prestati in Italia, illegittimamente in quanto le banche in Italia essendo intermediarie del credito possono solo fungere,  per la Legge italiana,  da intermediarie tra “il denaro raccolto tra il pubblico” ( e non invece creato) e prestito. 

CHI E’ QUEL QUALCUNO CHE CONTROLLA LE BANCHE  ITALIANE QUOTATE E QUINDI  PURTROPPO ANCHE BANCA d’ITALIA, SI PRESUME DAL 1992/93.

Tutte le banche italiane quotate  sono  risultate controllata nel capitale flottante (che costituisce dal 1992/93 circa l’85% del totale capitale delle banche quotate italiane ) da una  decina di fondi speculatori stranieri,  precisamente kazari,  attraverso interposte persone fisiche, in realtà avvocati dello studio legale Trevisan di Milano, delegati di circa 1900 entità finanziarie, che a loro volta è risultato che abbiano sub-delegato  ad essi fondi speculatori.  Pertanto essi fondi speculatori stranieri  controllando si presume sin dal 1992/93  Banca Intesa, Unicredit , Carisbo  Carige e BNL, unitamente alle rappresentate al voto Inps e Generali,  controllerebbero , eseguiti tutti i calcoli di sbarramento al voto, con 265 voti su 529 anche l’organo di vigilanza Bankitalia Spa,  dal 1992/93   illegittimamente, quindi in aperta violazione dell’art. 47 della Costituzione Italiana “la Repubblica controlla il credito”  e la Repubblica non sono certamente una decina di fondi speculatori stranieri, con tutte le conseguenze che sono derivate, essendo venuta improvvisamente  a mancare  la vigilanza bancaria in Italia, in termini di colossali truffe (derivati sul tasso e sulla valuta ),  costi abnormi (CMS per 270 miliardi di euro addebitate oltre ad interessi ) ed  illegittimo prestito di denaro creato con un clic .   Fondi speculatori stranieri controllanti le banche italiane  e pertanto amministratori di fatto responsabili secondo Cass. n. 25432/2012 e n. 19716/2013 , quanto le banca, in solido ed in via principale,   nel risarcimento del danno.

Questa, gentile On Villarosa, è la realtà bancaria e finanziaria italiana che Lei ben conosce e dovreste allora partire proprio da lì, non crede?  Si tratterebbe di assicurare:

1)   il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Italia;

2)   il ripristino della legge bancaria del 1936, con la separazione tra banche commerciali o di prestito e banche speculative, ri-appropriandosi in tal modo  della sovranità  monetaria,  sottratta all’Italia nel 1992/93 col d.lgs n. 481 del 14 Dicembre 1992 che abolì di soppiatto, dopo 56 anni, la separazione  bancaria,  decreto emesso da Amato e Barucci e sottratta col Provvedimento di Banca d’Italia del 31 Luglio 1992, emesso da Lamberto Dini, con cui è stata modificata inspiegabilmente all’insaputa di tutti, non essendo,  né una legge , né un decreto legge , né un decreto legislativo, la contabilità di partita doppia del sistema bancario italiano; fatto che avrebbe consentito, a questi fondi speculatori , secondo alcuni autori,  una colossale miliardaria evasione fiscale (circa 1350 miliardi di euro evasi) della quota capitale pagata dagli ignari piccoli  mutuatari italiani, denaro creato da questi fondi speculatori con un clic a Nassau, doc. desecretati dimostrano,  invece che raccolto tra il pubblico in Italia e ad essi ignari  mutuatari italiani  illecitamente prestato a partire dal 1 Gennaio1993. Questa sarebbe la riforma fondamentale da compiere senza la quale ogni altro progetto riformatore sarà vano, ma si sa, andare contro il potere dei fondi speculatori non è nelle corde di una classe dirigente disponibile a galleggiare piuttosto che a governare a sostegno del bene comune.

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF

Direzione nazionale DC

Componente del comitato provvisorio della Federazione popolare DC

Venezia, 17 Dicembre 2019

Dopo il trionfo di Boris Johnson che fare in Italia?

 

Dopo il voto trionfale per Boris Johnson e la riconferma della maggioranza degli inglesi per la Brexit, in Italia, Salvini e la Meloni, la destra nazionalista e populista, hanno immediatamente salutato gaudenti questo risultato. Ora non ci sono più né dubbi né alibi: la Gran Bretagna esce dall’Unione europea e ci saranno conseguenze sia per gli inglesi sia per l’Unione europea.

 

Anche sull’assetto dei partiti italiani s’imporranno scelte non più eludibili, soprattutto in Forza Italia, partito aderente al PPE che, con Berlusconi, segue una strategia di alleanza a destra, proprio insieme ai due partiti nazionalisti e anti europei della Lega salviniana e di Fratelli d’Italia. La distinzione tra partiti europeisti e partiti schierati contro l’Unione europea diverrà sempre più netta e crescerà l’esigenza di un nuovo centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra.

 

Un progetto al quale noi “ DC non pentiti” stiamo lavorando, con l’avvenuta formazione della Federazione popolare dei DC e con l’adesione di altri amici popolari al manifesto Zamagni. Comprendiamo che, per esigenze collegate alle leggi elettorali di alcune regioni, gli amici dell’UDC abbiano deciso di collegarsi al nome e simbolo di Forza Italia, superando l’impegno della raccolta delle firme, ma deve essere chiaro che si tratta di una scelta tattica, tale da non pregiudicare la strategia che abbiamo concordato nel patto-statuto della Federazione popolare dei DC. Alla fine dovremo presentare liste della Federazione unita e/o del nuovo soggetto politico di centro che intendiamo concorrere a costruire.

 

Gli amici di Forza Italia, sempre più divisi tra quanti sentono forte l’attrazione a destra, in un’area cioè sempre più a netta dominanza salviniana, e quanti rivendicano la propria autonomia, sarebbe auspicabile si impegnassero, almeno questi ultimi, nella costruzione del nuovo soggetto politico di centro suddetto.

 

Costruire un gruppo parlamentare autonomo di centro dovrebbe essere il primo passo da compiere, come vanno richiedendo alcuni parlamentari di Forza Italia. Un gruppo nettamente schierato sulle posizioni europee del PPE, distinto e distante dagli amici che hanno deciso di allearsi con la Lega. La Federazione popolare dei DC, intanto, assuma come suo obiettivo a breve, il raggiungimento dell’unità con gli amici del manifesto Zamagni, per concorrere a costruire, nei tempi politicamente possibili, il nuovo soggetto politico di centro di cui l’Italia ha bisogno. Ciò porrà fine finalmente alla diaspora politica dell’area popolare e sarà la premessa indispensabile per uscire dall’attuale condizione di irrilevanza politico istituzionale.

 

Sulla riforma  della governance europea abbiamo scritto le nostre idee nel saggio: “ Elezioni europee: la visione dei Liberi e Forti” editato alla vigilia delle recenti elezioni per il Parlamento europeo. Sono due i temi essenziali per indicare una seria proposta riformatrice di ispirazione popolare, europeista e trans nazionale, secondo i principi dei  padri fondatori.

 

Il primo è quello del rapporto da rinegoziare nei trattati, al fine di superare i conflitti rivelatisi insanabili con la nostra Costituzione, specie quando, come nel caso del fiscal compact, quella decisione, nettamente in contrasto con gli stessi trattati liberamente sottoscritti, è stata il frutto di un regolamento di grado normativo inferiore ai trattati, redatto da euro burocrati, con l'avallo irresponsabile anche di nostri autorevoli esponenti di governo. Fatto quest'ultimo ampiamente dimostrato dai saggi del Prof. Giuseppe  Guarino, ahimè, sin qui volutamente e  colpevolmente misconosciuti.

 

Il secondo è il tema della sovranità monetaria che, nei modi in cui si è sin qui realizzata a livello dell'Unione e in quasi tutti i Paesi componenti della stessa, con il controllo de facto della BCE e delle banche centrali dei diversi Paesi da parte degli hedge fund anglo caucasici (kazari), riduce la "sovranità popolare" a un ectoplasma senza sostanza; con le politiche economiche prone al dominio degli interessi dei poteri finanziari, che subordinano ad essi tanto l'economia reale che la politica. In sostanza, annullano de facto la democrazia e le fondamenta stesse su cui si regge il nostro patto costituzionale.

 

Noi non crediamo sia utile né opportuno uscire dall'UE che i nostri padri hanno voluto, ma sappiamo che è assolutamente necessario cambiare rotta se vogliamo che l'Unione europea possa progredire verso un progetto di autentica confederazione di stati e regioni, con un Parlamento eletto a suffragio universale e un governo centrale eletto dallo stesso Parlamento, superando in tal modo l'attuale insostenibile costruzione artificiosa, inefficiente e inefficace, funzionale sin qui solo agli interessi dei poteri finanziari dominanti.

 

Questo, a nostro parere, dovrebbe essere uno degli obiettivi di tutti i Popolari europei che si riconoscono nel PPE e di tutti i democratici che si sentono impegnati nella costruzione dell'unità politica dell'Europa.

 

L’alternativa, altrimenti, sarà la progressiva dissoluzione della stessa Unione. Questa azione riformatrice dell’Unione europea, in ogni caso, non può essere condotta da posizioni isolazioniste  come quella salviniana o della destra estrema, ma all’interno delle grandi forze politiche europee che, per quanto ci riguarda, sono quelle che si riconoscono nel PPE. Avanti, dunque, da “Liberi e Forti”, eredi della migliore tradizione europeista dei padri DC fondatori dell’Unione europea: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 14 Dicembre 2019

 

 

 

 

Una testimonianza significativa

 

Sono molti i commenti ricevuti in questi giorni alla notizia dell’avvenuto battesimo della Federazione popolare dei DC, a dimostrazione che è diffusa nel Paese la speranza che si possa ricomporre l’area politica cattolico democratica e cristiano sociale, dopo la lunga stagione suicida della diaspora. Tra questi, particolarmente gradita e rilevante, è stata la lettera ricevuta dall’amico Sergio Bindi che, con Silvio Lega, concorse largamente al tentativo che mettemmo in atto per dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione, secondo cui la DC “ non è mai stata giuridicamente sciolta”.

 

Sergio Bindi è stato uno dei massimi dirigenti politico organizzativi della DC storica, già portavoce del presidente dell’Internazionale DC e del segretario nazionale del partito, e attualmente è il responsabile  dei Dipartimenti e delle sezioni Territoriali della Fondazione di studi Tonioliani e vice presidente dell’Associazione degli economisti dell’ambiente e del Territorio. Egli, nella nota trasmessami, esprime tutta la sua soddisfazione per l’avvio della Federazione popolare, augurandosi che, con una legge elettorale proporzionale :  i democristiani potrebbero tornare, se la smetteranno realmente di farsi la guerra anche a carte bollate, ad essere determinanti per future maggioranze parlamentari”.

 

Trascrivo in larga parte la sua bella lettera che inizia così:  Credo che, questa volta, sia il Vaticano, sia la maggioranza dei Vescovi italiani, potrebbero guadare con estremo favore al sorgere di un unico movimento politico popolare , che possa dare una prospettiva di voto ai molti che disertano le urne ( oltre il 40% nei sondaggi) e ai moderati  che, disperati votano assurdamente  anche  Salvini o si fanno abbindolare dalla sinistra: Il Vescovo di Assisi, Mons. Domenico Sorrentino, nella prefazione  al libro di Romano Molesti (“ Economia Ambiente e Società- La singolare esperienza di due associazioni e quattro riviste”), presidente della Fondazione di Studi Tonioliani e dell'Associazione  degli Economisti dell'Ambiente e del Territorio, ha scritto cose, a mio avviso estremamente importanti anche perché sta organizzando ,per conto del Papa, ""Economy for Francesco" per il prossimo marzo.

 

Ricordato l'insegnamento del Toniolo  e gli"  espliciti e fervidi accenti" con i quali Molesti rinnova "l'auspicio di un nuovo slancio dell'impegno cattolico nella società. Anche in questo in linea con gli ideali cari al Toniolo", (Papa Francesco richiama i cattolici al dovere di impegnarsi in politica...) Bindi rileva : "in tempi di "diaspora" politica dei cattolici qual è  il nostro in Italia, il prof Molesti avrebbe voluto che , tra le tante realtà e denominazioni che oggi compongono la galassia dei cattolici impegnati, si generasse una nuova collaborazione  ideale e pratica: il volume contiene , su questo tema, qualche nota di amarezza nella constatazione di quanto sia diventato difficile, anche tra fratelli di fede, superare gli interessi di parte in vista del bene comune. Sergio Bindi ricorda come “ in un incontro  di qualche anno fa, che si è svolto ad Assisi ( nostra giornata del nuovo umanesimo) proprio il prof Molesti esprimeva il desiderio  che nuove convergenze potessero rendere  più efficace la presenza  cristiana nel sociale: un auspicio che rimane d'attualità

 

La Fondazione di studi tonioliani, evidenzia Bindi: “prosegue le giornate del nuovo umanesimo; l'ultima s'è tenuta a fine ottobre a Melfi voluta dal locale vescovo ed anche qui si è accennato anche alla testimonianza cristiana nella politica, oltre che  nel sociale , presente addirittura una delegazione (un pulmann e varie auto) giunta dalla nostra sezione campana molto attiva: ebbene monsignore Sorrentino, chiude la prefazione dicendo una cosa importante "l'iniziativa "economy for Francesco" , nella quale papa Francesco  vorrà incontrare ad Assisi nel marzo 2020 giovani economisti ed operatori economici di tutto il mondo , per innescare un processo  di una nuova economia ispirata all'umanesimo della fraternità, potrebbe forse ricreare il clima giusto per la realizzazione di questo auspicio. La storia dirà, ma intanto anche un libro di memorie come questo può essere significativo per gettare un ponte tra passato e futuro." 

 

Aggiunge Bindi: “mi sembrano frasi significative , scritte  da un vescovo che ha guidato la beatificazione del Toniolo, ricorda sempre il "tratto di economia sociale" del beato e che per conto del papa sta organizzando "Economia for Francesco", un evento di livello mondiale al quale saremo presentiConsidera, mi scrive,  che le giornate del nuovo umanesimo  si sono tenute in sedi arcivescovili o, come a Napoli, nelle sale di un santuario mariano, il cui rettore è assistente ecclesiastico della sezione campana della  nostra fondazione, mentre l'anno scorso nel trentino alla "giornata", dedicata all'ambente,  relatore principale  era il cardinale  Re che l'evento aveva voluto . Nell'occasione venne  rilanciata l'esigenza della presenza dei cattolici in politica ( grazie anche agli interventi  di un ex-senatore dc, del compianto Alfredo de Maio, nostro dirigente,  mio e dell'on. Bezzi, organizzatore dell'evento e  nostro responsabile regionale: vi fu vasta eco sui mass media e l'edizione del triveneto del corriere della sera  pubblicò addirittura una pagina  parlando di nuovo impegno dei cattolici in politica” .

 

Prosegue Bindi nella sua lettera,  con queste indicazioni e proposte: “credo sia utile  che tu conosca queste realtà e ne informi gli altri amici: sul territorio  non sono pochi i cattolici  che attendono di potersi impegnare , noi lo registriamo spesso e non é un caso, ad esempio, che nella nostra sezione campana, superattiva, vi siano sindaci, personaggi come lo scienziato Tarro , sacerdoti, molti giovani, vari ex-dc, con il cardinale di Napoli che, in occasione di una nostra giornata del “nuovo umanesimo" ammetteva il fallimento dei corsi di formazione politica  organizzati dal vicariato, ringraziandoci per quel che facciamo e per i molti giovani presenti alle nostre iniziative( compreso un premio per le scuole superiori della regione).Il presidente della sezione campana e responsabile per il mezzogiorno , Francesco Manza è un ex-dirigente del movimento giovanile dc di Torre del Greco, presidente regionale dell'UCSI, consigliere nazionale del Federstampa: all'ultima "giornata del nuovo umanesimo" tra i relatori c'era anche l'allora presidente dell'anticorruzione Cantone, cattolicissimo. 

Mi auguro  che la Federazione possa andare avanti e va ringraziata l' UDC di farne parte , mettendo a disposizione un simbolo che  non può essere contestato e, quindi, tale da evitare  ricorsi giudiziari.

Agli amici ricordo anche che tre iniziative sono importanti sin da ora:

 

la prima : un programma a favore degli anziani dimenticati dagli attuali partiti ( chi ha in casa un anziano incapiente è un dramma), considerando anche che  molti  personaggi con molta esperienza vorrebbero impegnarsi gratuitamente perché  sentono di potersi rendere utili, ma vengono ignorati ( ne ho trovati in Toscana quest'estate a partire da un ex-prefetto, da un ex-big dei Vigili del Fuoco, da un editore .

 

la seconda : mobilitare gli italiani all'estero( 5 milioni e 100 mila con passaporto, 60 milioni di oriundi nelle due Americhe) come fece la Dc nel dopoguerra. Qui c'è subito un'iniziativa da prendere : chi risiede nei Paesi extra UE(quindi Svizzera compresa) alle Europee per votare debbono venire in Italia a differenza delle elezioni politiche e persino dei referendum Così in pochi esprimono il loro voto nonostante il numero dei nostri europarlamentari sia calcolato anche sul numero di questi elettori( oltre due milioni).

 

terza : azione di informazione a tutto campo cattolico , coinvolgendo almeno parte dei 50 mila siti cattolici italiani, sviluppando una costante comunicazione  alle migliaia di santuari esistenti su tutto il territorio, alle congregazioni, alle parrocchie iniziando dai grandi centri  

In particolare, sarebbe opportuno costituire non un movimento anziani  vecchia maniera, ma organizzare nonne e nonni come fece la CDU rivincendo in Germania le elezioni.

 

Insomma una testimonianza, questa di Sergio Bindi, particolarmente importante, con una serie di indicazioni operative concrete che ci stimoleranno a fare ancor di più e meglio nei tempi strettissimi richiesti dalla difficile situazione politica italiana.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 9 Dicembre 2019

 

 

 

 


Battesimo della Federazione Popolare dei DC

 

Si sono riuniti presso il piccolo auditorium “ Aldo Moro” a Roma i rappresentanti delle quaranta associazioni, partiti e  movimenti che nei giorni scorsi avevano sottoscritto l’atto notarile del patto costitutivo della Federazione Popolare dei DC.

Al tavolo della presidenza il comitato provvisorio di coordinamento:  Giuseppe Gargani, Lorenzo Cesa, Renato Grassi, Mario Tassone e Ettore Bonalberti.

Gargani ha aperto la conferenza stampa di presentazione della Federazione, evidenziando che trattasi del battesimo  del progetto federativo, per uscire finalmente dalle catacombe nelle quali la damnatio memoriae aveva sin qui emarginato la cultura politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali  e dalla condizione di irrilevanza patita nella lunga stagione della diaspora . La contemporanea crisi della sinistra e del centro che si riscontra in tutta Europa ha fatto crescere una destra eversiva, pericolosa e anomala; una realtà che non si era mai conosciuta prima in Italia dopo la tragica esperienza fascista.  Una condizione che trova la sua origine nel superamento della legge elettorale proporzionale e l’avvento di partiti di tipo personalistico senza alcuna cultura di riferimento. Manca una cultura del bene comune e prevalgono le tentazioni giustizialiste.

 

Lorenzo Cesa, ha sottolineato il grande lavoro compiuto insieme  e il valore di questa iniziativa federalista nella quale è impegnato insieme ai suoi amici UDC per sviluppare questo progetto che si propone di concorrere alla costruzione del nuovo centro della politica italiana ispirato dai valori della dottrina sociale cristiana. Un centro che, come nella migliore tradizione della DC, si ponga in alternativa con la deriva nazionalista e populista e con la sinistra e che riconfermi la storica adesione all’unione europea voluta dai padri fondatori DC. Un grazie agli amici che hanno reso possibile questo rassemblement che vuol essere aperto all’apporto di quanti intendono concorrere con noi a realizzare il nuovo centro della politica italiana inserito a pieno titolo nel PPE. Come Rotondi ha messo a disposizione della federazione la fondazione DC, quale strumento di approfondimento programmatico e di formazione, così l’UDC è pronta a mettere a disposizione la sua struttura organizzativa senza alcuna velleità di ruoli preminenti, ma nel rispetto della collegialità assunta a metodo democratico come stabilito dalle norme del patto sottoscritto

Mario Tassone ha espresso la sua soddisfazione per una giornata che vorremmo, ha detto, fosse ricordata come una tappa importante nel processo di ricomposizione dell’area politica popolare e democratico cristiana.

 

Renato Grassi ha evidenziato come la federazione segni il raggiungimento di un traguardo che la DC, “ partito mai giuridicamente sciolto”, ha perseguito dal 2012 anno del suo congresso rifondativo, replicato nell’ottobre 2018.

Serve dar vita, ha proseguito Grassi, a una novità nella politica italiana, sapendo intercettare i fermenti che le nuove generazioni impegnate sui temi ambientali o sulla difesa dei valori costituzionali stanno esprimendo in molte piazze italiane. Fermenti e valori ai quali solo la cultura del popolarismo  e della dottrina sociale cristiana  sono in grado di offrire risposte convincenti.

Ettore Bonalberti ha sollecitato la Federazione all’impegno organizzativo sul territorio attivando la formazione di strutture federative nelle regioni, province e comuni italiani, tenendo presente che lo scontro in atto è sempre più quello tra populismo e popolarismo, tra europeisti e anti europeisti. Considerate le difficoltà oggettive e politico culturali della sinistra, solo dal popolarismo aggiornato ai temi dell’età della globalizzazione può venire una risposta alle  attese della povera gente e delle nuove generazioni.

Come un albero antico, ha detto Bonalberti, possiamo cambiare le foglie conservando però le radici e possiamo adattare le nostre proposte  ai nuovi bisogni delle classi popolari e dei ceti medi, conservando la fedeltà ai nostri principi.

Alla discussione seguita sono intervenuti tra gli altri: gli Onn.Eufemi e Gemelli, il prof Giannone coordinatore del comitato scientifico della fondazione DC, che ha confermato la disponibilità a svolgere un positivo ruolo nella formazione e nello scambio culturale con le altre realtà di area cattolica, a partire da quelle che hanno sottoscritto il manifesto Zamagni, sul quale tutta la Federazione popolare dei DC  si riconosce.

Al riguardo molto importante è stata la presenza alla conferenza stampa dell’on Lucio D’Ubaldo, esponente della “rete bianca” il quale, raccogliendo l’invito fattogli dal comitato, ha ricordato che : “siamo in una fase nuova in cui sentiamo il bisogno di discutere fra di noi- serve prima una riflessione comune superando il limite di stare sulla soglia dell’impresa importante- prima di costruire un partito serve capire cosa serve al paese- oggi sulla questione del centro sono gli altri a interrogarci , ma tutti ragionano su questo argomento”..

Si è così aperto un dialogo tra Federazione popolare dei DC e alcune realtà degli amici del manifesto Zamagni  che ci auguriamo possa produrre positivi frutti unitari.

Dopo gli interventi degli amici Gemelli, Rotunno, Moreno, Palumbo, Ferlicchia, Orioli, Copertino, Laganà, Tucciariello, Pezzino, Puja, l’on Gargani ha concluso i lavori con l’augurio che dopo il battesimo si possa finalmente attivare la crescita della federazione per superare definitivamente la dolorosa diaspora post DC dei cattolici.

Massima apertura a costruire in sede locale  nuclei della federazione popolare con altre culture laiche, liberali e riformiste  e nomina dei coordinatori provvisori  della federazione in tutte le realtà locali, per preparare con gli amici soci e simpatizzanti  le liste della federazione alle prossime scadenze elettorali regionali, comunali e in previsione delle elezioni politiche alla data che si terranno.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 4 Dicembre 2019


Dopo il quinto fallimento sulla separazione tra Venezia e Mestre

 

Scrive oggi il Gazzettino: “Un flop il quinto referendum (in 40 anni) per la separazione tra Venezia Mestre: alle 23, ora di chiusura dei seggi, ha votato soltanto il 21,73%  pari a 44.887 cittadini su 206.553 aventi diritto. E' questo il risultato finale dell'affluenza. E' in corso lo scrutinio anche se chiaramente il quorum del 50% più 1 non è stato raggiunto: su 167 sezioni su 256 il Sì è al 63,15% il No al 36,84%. I separatisti hanno già annunciato ricorso. A far pendere l'ago della bilancia per il no alla divisione in due comuni sono stati soprattutto gli abitanti della terraferma, disertando il voto: in terraferma ha votato il 16,35%. Un afflusso più massiccio, ma numericamente meno "pesante", si è avuto in centro storico (32,4%) e nelle isole (28%) della laguna.”

Dopo questo quinto tentativo fallito credo si sia scritta la parola fine al tormentone sulla separazione delle due città.

Serve una riflessione seria sul destino di Venezia città metropolitana alla quale, noi DC non pentiti e popolari veneziani, avevamo contribuito con le proposte sintetizzate nel saggio: “ la nostra idea di Venezia”, che riproponiamo integralmente in allegato e sul quale desidereremmo avviare un confronto con quanti sono interessati al progetto tra i cittadini veneziani e veneti.

Quel saggio era stato la nostra indicazione di voto nelle ultime elezioni amministrative locali,  nelle quali abbiamo sostenuto la candidatura di Brugnaro e la lista civica di Renato Boraso. Da entrambi non abbiamo ricevuto alcuna risposta ciò che noi avevamo evidenziato e, onestamente, siamo profondamente delusi di quanto questa amministrazione ha sin qui realizzato.

Crediamo che vada rilanciata l’idea della città metropolitana, il cui Sindaco dovrà essere eletto direttamente da tutti i cittadini elettori aventi diritto con la creazione di municipalità, compresa quella di Mestre e terraferma, dotate di autonomia amministrativa sul piano della sussidiarietà verticale.

Ai promotori del referendum fallito, spetta il compito di riproporre le loro idee su Venezia e su Mestre e di prepararsi a sostenere nuove classi dirigenti a partire dalle prossime elezioni amministrative, con candidati credibili ai quali noi DC non pentiti e popolari veneziani offriamo “ la nostra idea di Venezia”.

E’ tempo di ricomposizione e di unità della nostra città metropolitana per affrontare e risolvere insieme le sfide straordinarie che la natura, il clima, le colpe e i reati gravi commessi da alcuni politici e la condizione complessiva economica, sociale, culturale e etica, ci impongono in questa fase complessa e difficilissima della nostra storia.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF

Componente del comitato provvisorio della Federazione Popolare dei DC

 

Venezia, 2 Dicembre 2019

 

 

 

La nostra idea di Venezia

 

Con un gruppo di amici di cultura e  tradizione popolare e democratico cristiana, insieme ad altri di cultura laica liberale e riformista, abbiamo dato vita al comitato per la Costituente dei Popolari di Venezia con l’obiettivo di concorrere alla grave crisi morale, prima ancora che culturale, politica ed economico finanziaria che ha così gravemente segnato la nostra città.

 

Con gli amici della Lista civica per Venezia, Mestre e isole abbiamo avviato un percorso con la condivisione delle proposte programmatiche allegate, che sottoporremo alla verifica con i mondi vitali della nostra città e con la scelta del metodo delle “cittadinarie”,  quale strumento per la scelta del candidato Sindaco per Venezia da parte degli elettori veneziani.

 

Il nostro intendimento rimane quello di realizzare le più ampie convergenze su una condivisa proposta programmatica e la scelta delle “cittadinarie” con quanti sono interessati a garantire a Venezia di voltare finalmente pagina, dopo le inqualificabili vicende che hanno portato al commissariamento dell’amministrazione comunale.

 

La guida politica di Venezia negli ultimi vent’anni ha visto ininterrottamente la responsabilità di governi di sinistra con l’aiuto di qualche ininfluente accolito di complemento:

Massimo Cacciari (1993/2000), Paolo Costa ( 2000/2005), ancora Massimo Cacciari ( 2005/2010) ed, infine, Giorgio Orsoni, dal 2010  sino all’arresto (Giugno 2014) e in attesa del processo che tante ambasce sta creando nel PD dopo l’avvenuta incriminazione di alcuni suoi autorevoli esponenti.

 

Dopo oltre vent’anni qual è il lascito di queste giunte ?

Una situazione fallimentare: 881 milioni di € di debito e 47 milioni di € di passivo di bilancio. Qualsiasi impresa  o società privata in tali condizioni porterebbe i libri contabili in tribunale.

 

E’ evidente che questa classe dirigente politica ha fallito e deve essere sostituita da una nuova generazione di politici e amministratori, animati da un’esclusiva volontà e passione civile: mettersi al servizio di una comunità traendo dai principi fondamentali della sussidiarietà e solidarietà le stelle polari del loro impegno.

 

Questo comporta mettere al centro della propria iniziativa la persona e la famiglia, i corpi intermedi ai quali le strutture istituzionali sovra ordinate, a  partire da quelle comunali, devono offrire servizi e risposte nel rispetto delle autonomie di ciascuno.

 

Un rovesciamento totale rispetto a un sistema di potere sin qui incentrato sulla dipendenza pubblica, tra comune e la miriade di imprese ad esso collegate; un sistema di potere e un blocco sociale andato definitivamente e miseramente in crisi.

 

La nostra idea di Venezia si collega alla proposta che i Popolari veneti intendono sviluppare a livello politico con l’istituzione della macro regione del Nord-Est, convinti come siamo che l’Italia non è più in grado di sostenere l’onere di 21 Regioni tra quelle a statuto speciale e a statuto ordinario e, ancor di più, di mantenere le ormai obsolete e non più sopportabili distinzioni di competenze e  funzioni tra le stesse..

 

Intendiamo, sull’insegnamento del compianto prof Miglio, realizzare l’unità del Veneto e delle  Venezie spalmando l’autonomia tra le tre regioni sul modello bavarese, con Venezia come capitale di riferimento e attuando quanto già è previsto nella norma costituzionale.

 

Intendiamo, altresì, considerare la scelta irreversibile di Venezia città metropolitana, nel cui nuovo ruolo anche la pluriennale questione del rapporto tra centro storico e terraferma veneziana di Mestre potrà trovare una più efficace ed efficiente soluzione.

 

Premessa, tuttavia, indispensabile per qualsiasi azione politico  amministrativa sarà quella di procedere a un’attenta verifica dei conti del  Comune e di tutte le partecipate per avere cognizione esatta della situazione amministrativa, contabile e patrimoniale su cui poter assumere le decisioni conseguenti.

 

 

Le priorità che intendiamo assegnare al programma per la nuova amministrazione di Venezia sono le seguenti:

 

1)   OCCUPAZIONE

2)   SICUREZZA DEI CITTADINI E STOP DEGRADO DEL TERRITORIO

3)   SERVIZI SOCIALI E RESIDENZIALITÀ VENEZIANA

4)   CITTA METROPOLITANA

5)   INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

 

 

1) Occupazione

 

Il lavoro non solo per i giovani disoccupati, ma anche per i molti licenziati e cassaintegrati veneziani è la prima priorità cui dare soluzione. [1]

 

Cultura, turismo, portualità e recupero delle attività produttive a Marghera, sono le aree nelle quali anche l’intervento sussidiario dell’ente locale può e deve essere garantito.

 

Quanto alla Cultura è tempo di ripensare globalmente all’idea culturale di Venezia superando le attuali frammentazioni, disorganiche iniziative e assicurando un serio coordinamento ai diversi centri e istituzioni operanti nella città.

 

I Veneziani, vecchi e nuovi, devono riprendere consapevolezza delle attese che il mondo rivolge alla loro città. Un caposaldo di civiltà universale che non può e non deve essere immiserito al ruolo di meta turistica. Quanti hanno il privilegio di abitarci e la somma responsabilità di assumerne il governo, dispongono di un enorme patrimonio di centri culturali: dalle Università agli Istituti (l’Istituto Veneto, l’Ateneo Veneto, tra i maggiori), dalle Accademie agli Enti (La Biennale, la Fenice), alle Fondazioni (Giorgio Cini, Levi, Querini Stampalia, etc.), dall’Archivio di Stato al sistema museale pubblico e privato. Un formidabile complesso vocato alla conoscenza e all’intelligenza creativa, che abbisogna di essere posto in sinergia. La politica culturale cittadina è una straordinaria risorsa, sinora mortificata dalla scarsa considerazione in cui è stata tenuta, con un governo debole e di limitata progettualità (a puro titolo di esempio, si ricordi che Venezia, con la sua altissima qualificazione musicale, non è stata in grado di avviare con continuità e stabilità un Festival della musica barocca veneziana, mentre Salisburgo puntando solo su Mozart, ogni anno richiama folle di appassionati e grandi direttori). La città che è stata il fulcro dell’editoria sacra e profana, raccolta nella Biblioteca Marciana, nell’Archivio di Stato e in altre sedi, avrebbe tutte le carte in regola per proporsi come sede di Mostre annuali del libro in ogni specificazione (libri d’arte, libri di antica e nuova scienza gastronomica, libri tecnici e scientifici etc.). Da tutte queste manifestazioni non effimere verrebbe un beneficio diretto al sistema di accoglienza cittadino,

 

Un calendario condiviso e programmato in grado di spalmare in tutto l’arco dell’anno iniziative mirate di grande valore culturale, funzionale anche a una più efficace distribuzione degli afflussi turistici, oggi concentrati disordinatamente nel periodo Maggio-Settembre con tutte le conseguenze negative che tale concentrazione comporta per la città e per i suoi abitanti

 

Il Comune dovrà favorire e incoraggiare gli imprenditori, partite IVA e i privati cittadini, a utilizzare le leggi sul mecenatismo culturale, che prevedono la deducibilità fiscale delle risorse impegnate a sostegno di attività culturali. sia tramite il FONDO PER IL MECENATISMO RIFERITO ALLA LEGGE 665, sia con l’Art Bonus (Disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale e lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo). Il comune, gli enti pubblici di sua pertinenza interessati/bili potranno proporre a tutti gli imprenditori del territorio, la costituzione di una fondazione finalizzata all’utilizzo delle agevolazione fiscali per la tutela dell’arte e della cultura sia per quanto riguarda le opere passate sia a riguardo dell’arte futura.

 

Serve un programma in grado di coinvolgere con la città metropolitana tutto il territorio veneziano dal Tagliamento al Timavo, dall’Adige al Po sino al Mincio. Venezia come punto di riferimento delle Venezie e tra il Nord e il Sud dell’Europa, tra l’Ovest e l’Est del mondo.

 

Nostro impegno sarà rivolto a favorire l’avvio di un Festival mondiale della musica barocca che a Venezia ha avuto alcuni tra i suoi più illustri fondatori, dal Caldara a Vivaldi, per offrire alla città un ruolo analogo a quello assunto a livello mondiale da Salisburgo per la musica mozartiana e di Bayreuth per quella wagneriana.

 

Considerato il ruolo che Venezia ha avuto nei secoli, sia nel settore del commercio di alcuni beni essenziali (sale, zucchero, spezie) che per la divulgazione della grande cucina rinascimentale italiana con la sua attività editoriale dominante in Europa sino al XVIII secolo, si favorirà lo sviluppo di una Mostra permanente a Venezia della cultura dell’alimentazione e della civiltà della tavola, puntando a realizzarne l’avvio con Expo2015, e con il fine di coinvolgere in uno straordinario e affascinante scenario le diverse civiltà della tavola esistenti nei cinque continenti e l’intera filiera agro-alimentare italiana e triveneta in particolare.

 

La presenza  diffusa dell’immagine di Venezia in tutto il mondo, unitamente al prestigio

della nostra ristorazione e della civiltà dell’ospitalità veneta, in ragione delle varie associazioni interessate ed interessabili, potrebbero garantire le migliori possibilità di riuscita e di successo turistico. Una vera e propria sfida culturale tra produttori, conservatori, distributori, albergatori, ristoratori, cuochi, uomini di cultura e d’arte, retta e governata dal piacere di stare a tavola, di stare insieme e dalla volontà di integrare realtà differenti per la promozione del progetto Italia, ma soprattutto veneto.

 

L’Arsenale e l’area risanata di Marghera, insieme a molti beni immobili pubblici , accanto ad attività produttive compatibili potranno divenire sedi di fondaci culturali aperti alla partecipazione di giovani da tutto il mondo e occasioni per l’attivazione di innovative start up dell’arte e della creatività giovanile.

 

L’Arsenale è certamente la struttura , la darsena , il porticciolo turistico potenzialmente più bello, valido ed accogliente di tutto l’Adriatico . E’ perciò che siamo convinti che sia possibile , nell’interesse di Venezia, per rivitalizzare la zona di Castello orientale, per ripopolare l’area della città più precaria dal punto di vista del tessuto umano, riportare all’interno dell’Arsenale soggetti pubblici e soggetti privati attraverso un unico filo conduttore rappresentato dal polo nautico; da un lato si ritiene opportuno concentrarvi tutti gli istituti e le scuole orientate alle professioni marinare, quindi soggetti pubblici , e dall’altro localizzare un importante porto turistico per yacht fino a 80 metri i cui proprietari non hanno certo problemi a pagare quanto verrà loro richiesto, oltre naturalmente una marina per barche meno pretenziose legate alla cantieristica minore .

Le scuole marinare avrebbero una delle sistemazioni più valide esistenti nel Mediterraneo , molto simile , ma migliore , alla sistemazione logistica dell’Accademia Navale di Livorno , mentre la nautica maggiore e minore , si troverebbe ad operare al centro della città ed a ridosso della parte di laguna più bella , compresa fra i bacini di carenaggio , le Vignole , la Certosa , Sant’Elena , Sant’Andrea e la bocca di porto del Lido .

Presso l’Arsenale siamo interessati a sostenere l’idea progetto elaborata dal gen. Giorgio Paternò di ricostruzione del Bucintoro, la splendida galea di Stato dei Dogi veneziani che, tanto nella fase di lavorazione cantieristica che come artifatto di pregio artistico richiamerà visitatori da tutto il mondo.

 

 

Il turismo e le sue problematiche per Venezia

 

Il turismo è una delle attività divenute prevalenti nel bilancio delle attività economiche della città. Esso assume dimensioni crescenti quasi di tipo esponenziale. Se alla metà degli anni’50 Venezia ospitava circa 1,6 milioni di turisti all’anno, ora si sfiorano i 30 milioni.

Fenomeno che non si limita alla sola città storica, ma interessa anche la terraferma, dove si stimano circa 4 milioni di presenze annue.

E’ evidente che una tale situazione del tutto anomala richiederebbe una legislazione speciale e non essere regolata da norme regionali poco adatte alla specificità di Venezia.

Venezia vive di turismo eppure fa fatica a convivere con il turismo, almeno con quello che si è sino a oggi sviluppato in maniera disordinata e senza regole.

La prossima amministrazione comunale in accordo con l’ente regione dovrà porsi seriamente il tema dell’ordinamento e la gestione dei flussi turistici.

Se, da un lato, l’introduzione di un ticket d’ingresso rappresenta una soluzione difficilmente gestibile per una città che già richiede ai suoi visitatori costi non indifferenti, qualche altra soluzione dovrà essere messa in campo per garantire una migliore gestione del flusso turistico con un ticket adeguato per l’accesso ai percorsi museali della citta’ (vedi Parigi- Louvre).

Esso va indirizzato verso zone della città altrettanto degne di essere visitate oltre a Piazza San Marco e al Ponte di Rialto. Un turismo telematico che sceglie per ogni soggiorno a Venezia una specifica località o tema andrebbe messo in opera.

Così come la distribuzione delle diverse attività di promozione artistica e culturale andrebbe programmata per tutto l’anno e non concentrata nel periodo Marzo-Settembre, che è quello in cui si concentra ora la massima confluenza turistica in città. Per il bene della città, per equilibrare i flussi turistici, le mostre vanno fatte nel periodo invernale, contribuendo così all’obiettivo di una miglior vivibilità per i residenti, ma nel contempo offrendo agli operatori del turismo una stagione più ampia con conseguente maggior produttività per gli alberghi, i negozi, i ristoranti.

 

Anzitutto andrà ampiamente pubblicizzata, via Internet e nelle guide cartacee, l’inopportunità di visitare Venezia in questi mesi, nei quali la città è sovrappopolata e non è in grado di dare ai turisti il meglio di sé. Andrà poi predisposta una serie di itinerari che consentano una visita della città che, pur nel breve tempo di un giorno, riesca a distribuire l’afflusso turistico anche nelle zone periferiche del centro storico, con il risultato ulteriore di aiutare l’economia delle zone meno centrali della città.

 

Andrà anche valorizzata una visita “via d’acqua”, riconsiderando quello che è stato chiamato “vaporetto dell’arte”, che solo a Venezia non ha trovato adeguato successo, trasformandone la funzione analogamente a quanto avviene a Parigi, in un itinerario lungo il Canal Grande, la principale via della città, con presentazione in varie lingue dei palazzi che si affacciano lungo il percorso, la loro architettura e la storia delle famiglie e dei personaggi che li hanno abitati. Se tutto questo ha un costo, e certamente lo ha, andrà pagato con una parte del ricavato della tassa di soggiorno, che nel 2013 ha dato all’amministrazione oltre 20 milioni di euro.

 

Va definitivamente risolta la questione delle navi crociera a Venezia impegnandoci da subito allo stop del loro passaggio in bacino San Marco.

Consapevoli dell’importanza che l’attività crocieristica assume per la città ( sono circa 5000 le persone che direttamente e indirettamente sono occupate in tale attività) resta per noi improponibile il passaggio in laguna delle  grandi navi, per l’elementare dovere del rispetto del principio di precauzione nei confronti di una città unica per la sua fragilità strutturale; un sogno reale sospeso tra mare e cielo, riteniamo, quindi, che la crocieristica debba restare a Venezia, ma con soluzioni alternative per raggiungere la Marittima,  come quelle previste dal decreto Passera individuabili in un canale dietro la Giudecca o altra soluzione che superi le verifiche di sostenibilità e compatibilità ambientale, come pure l’ipotesi del canale della Contorta .

 

L’espansione del turismo e della sua monocultura ha determinato, come ovvio, una serie di conseguenze sul piano delle rendite immobiliari, con incrementi crescenti dei valori immobiliari per investimenti speculativi, per l’uso di spazi ricettivi da residenziali a funzioni di affittacamere, bed & breakfast, attività abusive e scomparsa quasi del tutto dei negozi di vicinato.

Anche la terraferma, con la dissennata politica di apertura dei grandi centri commerciali a Marghera, Mestre e Marcon, ha subito una vera e propria desertificazione del centro delle attività commerciali. I luoghi del commercio cambiano le abitudini dei cittadini e penalizzano ovunque i centri storici.

 

Recupero dell’area dell’Arsenale e attuazione del piano di recupero delle isole, degli ex Forti del “campo trincerato” e di Forte Marghera, andranno accompagnati da un riassetto complessivo della governance della città, considerata la quantità di autorità con competenze separate per il bacino San Marco e per il territorio comunale.

Tutte competenze del comune e dei suoi diversi settori amministrativi, della Soprintendenza ai BB.AA. di Venezia e della Regione, della Soprintendenza ai BB, Archeologici, del Magistrato alle Acque, dell’Autorità portuale, della Capitaneria di Porto, dell’ENAC in area portuale, delle FF.SS., ANAS, ENEL, ENI, Agenzia del Territorio, Demanio, Regione Veneto, ASL, Società Autostrade andrebbero coordinate dal Comune-Città Metropolitana salvo quelle di controllo sui BB.AA.

 

 

 

La portualità

 

Il porto di Venezia è  uno dei porti meglio posizionati nel Sud Europa, da oltre cinquant’anni è il primo porto dell’Adriatico. La portualità lagunare cioè i porti di Venezia e Chioggia rappresentano una delle realtà portuali più valide e complesse del Mediterraneo.

Il nodo infrastrutturale di Mestre, già di per sé importante per il Nord – Est, con la caduta della cortina di ferro e con il progressivo inarrestabile allargamento dell’Unione europea a Est,  è diventato snodo primario di distribuzione dei flussi di merci e di uomini sia fra ovest ed est che fra sud e nord. Porto Marghera, oltre ad essere oggi il più importante porto commerciale dell’Adriatico, è l’insediamento della più estesa area chimica d’Italia; il porto passeggeri, che fa capo a Venezia centro storico, è oggi il primo scalo italiano per tale traffico; nella laguna veneta a sud abbiamo una realtà affascinante come la città di Chioggia , una piccola Venezia che ha saputo trattenere i propri abitanti mantenendo quindi tutte le caratteristiche culturali, popolari e caratteriali che Venezia non ha più a causa dell’esodo di una rilevante parte dei suoi abitanti, esodo che i politici che si sono succeduti negli ultimi decenni non hanno saputo gestire e quindi frenare.

Il porto a Venezia e Chioggia non è, in ogni caso, riduttivamente il porto di Venezia e Chioggia, ma un’ infrastruttura basilare per lo sviluppo economico, occupazionale, produttivo e sociale di tutto l’hinterland che sta alle spalle, e l’hinterland della portualità lagunare  interessa e condiziona il Triveneto e tutta la Valle Padana.

I progetti sviluppati in questi anni dall’autorità portuale dovranno essere assunti come momento di verifica della loro compatibilità con le linee strategiche di conservazione e sviluppo della città.

Va garantita la conservazione delle attività della Marittima  con l’utilizzo dei canali alternativi fino al completamento della piattaforma offshore ed al  conseguente riuso delle aree portuali di Marghera con un nuovo PAT condiviso Comune-Autorità Portuale.

Bisogna potenziare il terminal traghetti (autostrada del mare) a Fusina con i servizi di contorno di ospitalità per operatori (alberghi low cost, market, officine) e per passeggeri, così come andranno potenziati i servizi di supporto alla nautica commerciale e turistica nelle acque interne

 

 

Il recupero manifatturiero di Marghera (“free zone”- ZONA FRANCA )

 

Il consiglio comunale di Venezia, nella riunione del 16 giugno 2014 ha approvato la costituzione della newco che gestirà i 110 ettari di Porto Marghera che Syndial (gruppo Eni) ha accettato di cedere. Si tratta di dare pratica attuazione a tale deliberazione.

Da tempo i popolari veneziani hanno indicato l’opportunità di realizzare nell’area di Marghera una “free zone”(zona franca)  in base a quanto previsto dai regolamenti comunitari.

Il Codice doganale comunitario, infatti,  è stato istituito con Regolamento CE n. 450/2008, prevede che gli stati membri possano destinare a zona franca talune parti del territorio nazionale, è stato più volte rinviato nella sua applicazione; l’ultimo rinvio è stato approvato con il Regolamento CE del 10 ottobre 2013 n. 952/2013, che rinvia l’applicazione della Sezione 3 riguardante le Zone Franche alla data del 1 giugno 2016.

La “free zone” è un’area destinata alla promozione del commercio, all’esportazione e all’apertura dell’economia nazionale al mondo esterno. In essa sono ammesse attività industriali, commerciali e dei servizi.

Poiché la Zona Franca costituisce una delle manifestazioni dell’autonomia regionale e la Costituzione italiana prevede queste forme di maggiore autonomia, atteso che il Regolamento comunitario è equiparato, nella gerarchia delle fonti del diritto italiano, alla legge nazionale, l’istituzione di una Zona Franca sul territorio italiano non viola le disposizioni del Regolamento comunitario, che è in vigore dal 10 ottobre 2013.

In tale zona franca intendiamo favorire un nuovo progetto, di natura non industriale, per dare all’area uno sviluppo che consenta di impegnare le forze lavorative presenti nella terraferma veneziana.

Questo non per eliminare le industrie che vi sono: il cantiere navale della Fincantieri è un gioiello di cui la città deve essere fiera ed anche le altre industrie presenti vanno tutelate, pur se inquinanti, sapendo però che non sono loro il futuro.

Le aree di porto Marghera dovranno avere utilizzi ecologicamente compatibili( PMI della green economy. artigianato di produzione e di servizi, terziario avanzato)   con l’essere in gronda lagunare, e quindi non inquinanti, e questi utilizzi dovranno valorizzare le aree in termini economicamente compatibili con l’assunzione da parte degli utilizzatori dei costi di bonifica, posto che l’attuale situazione economica del Paese rende poco probabile che questi costi vengano assunti  totalmente dallo Stato. Un percorso che sarebbe grandemente facilitato con la costituzione della zona franca.

Su questa linea si è mosso il porto di Venezia, acquisendo molte aree da destinare ad una portualità più commerciale che industriale, ma sono state proposte anche altre destinazioni quali il terminal per le Grandi Navi da crociera, la city della PA-TRE-VE, la città metropolitana tra Venezia Padova e Treviso e una destinazione ad area di commercio internazionale, un grande fondaco per la città di Venezia che è nata ed è diventata ricca come città di commercio del mondo medioevale.

Se Porto Marghera non avrà in futuro una destinazione industriale verrà a mancare nel nord est un’area industriale con accesso diretto dal mare. Potrebbe essere ripreso il progetto di molti anni fa di un’area industriale con queste caratteristiche da edificarsi nel basso Veneto (progetto Venezia Sud) , in terreno alluvionale nel quale non vi sarebbero difficoltà per lo scavo di canali portuali con profondità anche rilevante, canali che per la circolazione delle acque potrebbero utilizzare l’acqua del Po.

Sarà anche da valutare se, in un’eventuale nuova portualità del basso Veneto, possa essere collocato un porto commerciale, in via di ipotesi meno costoso come edificazione dell’isola artificiale prevista al largo di Venezia e meno oneroso come gestione, potendosi prevedere lo sbarco diretto delle merci, in particolare container, senza il doppio passaggio nave / isola e isola / terraferma.

 

L’idea progetto della “free zone” riteniamo possa costituire una delle più importanti risposte al tema dell’occupazione a Venezia  e Mestre con l’attivazione di una miriade di PMI defiscalizzate, inserite in un’area servita dai migliori servizi in stretto collegamento con il polo tecnologico di VEGA e tale da rappresentare un’autentica svolta all’ex zona industriale che ha visto scendere gli occupati dagli oltre 30.000 degli anni passati agli attuali 10.000 addetti in continua decrescita.

 

In tale area, realizzata la mappa di tutti i vincoli in essa esistenti e di cui va operata un’intelligente ragionevole semplificazione, e adottate le norme anti burocrazia contenute nella legge Severino 31.12.2012,n.235, si potrebbero immediatamente realizzare:

 

a)    il centro direzionale dei servizi, autentica city, di Venezia –Mestre implementando quanto significativamente VEGA con Condotte ha avviato con il progetto EXPOVenice (padiglione Aquae per EXPO 2015) e sulla base della visione strategica per il waterfront di Marghera, terminale privilegiato per l’economia veneziana e veneta e per il traffico marittimo dell’Oriente verso i Paesi dell’Est europeo;

b)   il casinò del divertimento su cui a più riprese diverse società internazionali hanno dimostrato la volontà di investire;

c)    il palais Lumière, dopo il superamento dell’assurda querelle sulla realizzazione di tale opera, con annessa università della moda, tenendo presente la riconfermata volontà della famiglia Cardin di realizzare l’investimento

 

Il casinò di Venezia

 

Ha rappresentato per anni una delle fonti sicure delle entrate per il Comune di Venezia.

Le precedenti gestioni avevano garantito promozione e sviluppo.

Poi l’inversione di rotta le cui cause principali sono così individuabili:

l’assenza  di una gestione imprenditoriale all’altezza della situazione e l’ingordigia e l’avidità dell’unico azionista.

Va poi evidenziato il fatto nuovo rappresentato dalla comparsa sul mercato del gioco d’azzardo, prima oligopolistico e retto dal quadrumvirato dei casinò di Campione d’Italia, San Remo, St Vincent e Venezia, dello Stato, che ha distribuito su tutto il territorio nazionale centinaia di migliaia di slot machine al fine di far cassa per l’erario.

Ciò comporta l’esigenza di una nuova strategia e di una rinnovata gestione, considerato anche il fallimento del tentativo di offrire il casinò ai privati, dimenticando le due rovinose gestioni

 SAVIAT (1936) e STILE (1963).

Semmai,   si dovrà puntare:”  ad aumentare il capitale sociale di quanto serve per il rilancio dell’azienda e il risanamento dei conti, concedendo ai privati che hanno un qualche interesse professionale ( produttori di attrezzature per il gioco, emittenti televisive, organizzatori di eventi, ecc.) la possibilità di sottoscrivere l’aumento sino al 49%.

Proviamo a immaginare di offrire una parte di questo 49% a quei lavoratori del casinò che hanno a cuore il destino della loro azienda. Molti di loro potrebbero essere interessati a rinunciare al 50% del TFR riducendo di oltre 4 milioni di Euro l’indebitamento della società, a rinunciare al 50% delle mance per i prossimi tre o quattro anni, apportando in questo modo circa 15 milioni di Euro e diventando azionisti della loro azienda. Naturalmente ad una condizione: il management dovrà essere confermato anno per anno dagli azionisti sulla base dei risultati e non scelto con obsolete logiche partitiche.”

 

Questa crediamo sia la strada da perseguire con la prossima amministrazione comunale unitamente al progetto di realizzare con capitali privati il grande casinò del divertimento; un progetto realistico con investitori pronti a intervenire e fonte possibile di una nuova e qualificata occupazione giovanile.

 

2) Sicurezza dei cittadini e STOP AL DEGRADO

 

Un elemento come la sicurezza urbana è divenuto centrale per la crescita,  vivibilità, serenità dei cittadini e la stabilità degli investimenti. Non c‘è dubbio che in Terraferma questa sia peggiorata portando al degrado zone anche centrali faticosamente recuperate a funzioni pubbliche.

Il fenomeno immigratorio che ha interessato fortemente anche la nostra città, ha determinato una profonda trasformazione del tessuto sociale e demografico soprattutto di Mestre e della terraferma, sino a cambiare la stessa composizione della strutture dei servizi e della residenzialità in zone vaste come Via Piave, l’area attorno alla stazione di Mestre, Corso del Popolo ed altri quartieri della città.

Chi vive, anche suo malgrado, in una condizione di irregolarità, clandestinità o anche solo di oggettiva grave difficoltà economica, è più facilmente indotto a comportamenti e atti illegali.

Venezia città accogliente e ospitale, della storica tolleranza, darà spazio alla voglia di fare e di intraprendere dei lavoratori stranieri regolari, ma taglierà ogni possibilità di alibi ai non regolari attraverso il contrasto a:

·      locazioni irregolari di abitazioni e negozi, controllo del rispetto del regolamento di igiene e numero delle persone per appartamento;

·      lavoro in condizioni sommerse;

·      evasione ed elusione fiscale del lavoro e dell’impresa, ma anche attraverso la tutela dei diritti fondamentali, promuovendo:

·      contratti di solidarietà per nuovi veneziani che rischiano di tornare irregolari

·      riconoscimento delle condizioni di asilo a chi ne ha diritto

·      ricongiungimento familiare protetto per chi lo merita

 

Vogliamo perseguire l’obiettivo di fare di Mestre una città aperta e sicura con tolleranza zero verso le illegalità, il coordinamento quotidiano tra polizia municipale e forze dell’ordine; stop all’accattonaggio e al commercio abusivo a Venezia centro storico; rete di telecamere con monitoraggio quotidiano dei punti, aree, piazze e servizi residenziali della città

 

Il Comitato per la sicurezza costituito da tanti cittadini ha svolto un encomiabile ruolo anche di supplenza negli ultimi anni. Se si vuole che le strade tornino a ospitare famiglie e sicurezza, bisogna allargare le occasioni di incontro e favorire il commercio di vicinato, vedere nelle zone più a rischio la presenza permanente di controlli.

Il Comitato “Mestre off Limits” ci ricorda il positivo lavoro da loro svolto con le Istituzioni. Prefetto, Questore e Sindaco hanno intuito che l’interazione produce risultati e che l’azione del super comitato non è “contro” ma a “favore” delle Istituzioni stesse, laddove si rende problematico talvolta il semplice comunicare “cosa si è fatto, cosa si farà” da parte delle Autorità.

Il Comitato ha raccolto 7000 firme, creato  spunti, quali il Dossier Mestre”, puntuale analisi anche fotografica e suddiviso zona per zona, a testimonianza di quanto il degrado cittadino sia esploso praticamente ovunque.

Ulteriore passo, probabilmente unico nel panorama dei comitati cittadini, è stata la definizione di un disegno di legge da presentare ai parlamentari definendo un nuovo reato, “il procurato degrado” atto a colpire con pene rilevanti chi organizza i “racket di sbandati (i cosiddetti barbanera”) e ne trae vantaggi economici enormi.

La fattispecie colpisce altresì gli organizzatori della “via della prostituzione” invogliando con false promesse di lavoro in Italia donne dell’est. Allo studio la creazione di un network, sulla falsariga degli attuali social media, per allertare in tempo reale le Forze dell’Ordine alla presenza di un crimine e fornire dati utili alla re-pressione.

Una più forte dotazione di risorse umane e materiali alle forze dell’ordine e il sostegno all’attività di questi organismi sussidiari andrà sollecitata e garantita dalla prossima amministrazione comunale.

 

 

 

3) Servizi sociali e residenzialità

 

A Venezia da anni esiste un problema “residenzialità” collegata allo spopolamento e snaturamento della stessa nel centro storico, da considerare nell’ambito della situazione dell’intero Comune, terraferma di Mestre e isole dell’Estuario compresi.

Lo spopolamento, infatti, non riguarda solo il centro storico, ma tutto il Comune che ha visto un calo della popolazione dai 274.168 abitanti del 2001 ai 270.884 del 2010.

Il centro storico nel 2001 contava 65.695 residenti che si sono ridotti a 59.621 nel 2010; l’Estuario è passato dai 32.183 residenti del 2001 ai 29.933 del 2010.

I nati nel centro storico nel 2010,  406 e i morti 891; nell’estuario i nati nel 2010, 193 e i morti 448. Un  tasso di natalità in centro storico pari allo 0,68% e di mortalità dell’1,49% e nell’estuario: tasso di natalità allo 0,64% e di mortalità all’1,50%.

Va anche considerato  che negli anni 2006-2010 il saldo immigrati/emigrati nel comune risulta positivo solo per l’apporto di immigrati stranieri e che in relazione al saldo migratorio vi è un rilevante saldo migratorio negativo a favore di altri comuni della provincia di Venezia.

Ciò significa che, al di là del modesto aumento di residenti, a Mestre non trova casa un gran numero di cittadini provenienti dal resto del Comune.

Il tema dell’housing sociale assume anche a Venezia un ruolo importante all’interno di un mutamento profondo dei caratteri sociologici di Venezia e di Mestre:

Venezia ha mutato il suo significato economico tramutandosi da città direttiva a  turistica, Mestre ha perso il suo significato di complemento di attività industriali che ora non ci sono quasi più e non ha raggiunto un superiore livello e l’Estuario ha perso la sua vocazione agricola e di centro marinaro.

In pratica nel suo complesso il Comune di Venezia ha mutato il suo significato economico pur mantenendo il suo assetto territoriale.

Beni immobili a diversa destinazione d’uso con prezzi drogati in centro storico per un’offerta indisponibile per i ceti medi e popolari  e permanendo viva la domanda di edilizia sociale e a canoni compatibili rendono anche a Venezia e Mestre urgente il tema dell’housing sociale.

ATER e Comune di Venezia dispongono di un patrimonio immobiliare pubblico di circa 8000 unità immobiliari. Si tratta di procedere a un’esatta ricognizione della permanenza delle condizioni di bisogno in base alle quali furono a suo tempo compiute le assegnazioni delle case popolari, in conformità a corrette valutazioni degli Indici ISEE (situazione economica di un nucleo familiare, calcolato sulla base  del reddito e di altri parametri socio economici) .

Procedere a offrire l’acquisto delle case a coloro che, essendone assegnatari, sono nelle condizioni e nell’interesse di assumere la proprietà dei beni assegnati per finanziare attraverso la vendita del patrimonio pubblico disponibile  e non strategico, la nuova residenza sociale per i giovani, i nuovi veneziani e gli anziani.

Quanto al tema più generale dei servizi sociali il nostro programma, coerentemente all’azione condotta dai Popolari a livello regionale,  intende impegnare la prossima amministrazione comunale a perseguire i seguenti obiettivi, coerenti con i principi di sussidiarietà e solidarietà cui ispiriamo la nostra attività politico culturale:

Vita: equiparazione con legge regionale dei nascituri ai nati per ogni beneficio regionale e degli enti locali veneti (es. punteggi erp, graduatorie, isee, …)

Famiglia: no tax area per 3 anni dal matrimonio prorogata di un anno per ogni figlio;

Famiglia/scuola: deducibilità completa delle spese per i figli dall’imponibile per tributi regionali e locali;

Famiglia: DARE SUBITO UNA “DOTE” a tutte le famiglie venete, creando il familiare ius aedificandi. Per ogni figlio un credito edilizio, utilizzabile o alienabile vincolando gettito a spese familiari. Così ogni famiglia avrà una vera e propria dote. Si tratta di un esempio di un inedito passaggio culturale da concepire e favorire, passando, cioé, dalla concezione di un “pubblico” che interviene con la spesa a un “pubblico” che sappia liberare risorse e indirizzare il mercato con le “regole”.

Welfare community - SOS sussidiarietà: una nuova legge regionale sui servizi sociali, convertirà i meccanismi di assistenza, attualmente troppo incentrati sulle strutture amministrative regionali e comunali, dalla elargizione di denaro o servizi al supporto di reti relazionali di prossimità alla persona che è in situazioni di disagio, per passare da un welfare della spesa a un welfare delle comunità; si deve, cioè, favorire che il sostegno alle nuove forme di povertà avvenga innanzitutto sostenendo le forme di solidarietà presenti nella società;

Welfare community - allargare il “pubblico”: la legge regionale, pertanto, equipari tout court i servizi alla persona del settore no profit ai servizi pubblici degli enti locali e ciò anche ai fini delle esenzioni dalle tassazioni regionali e locali gravanti sui beni strumentali all’attività;

Welfare community - costi standards: introduzione del meccanismo dei costi standards in tutti i servizi pubblici, specie sociali, sanitari e scolastici per una minor spesa complessiva:

Welfare community -spende chi sceglie! Riduzione della forme di gestione diretta nel pubblico e sostituzione del meccanismo di finanziamento pubblico. Attualmente i flussi finanziari promanano dalla Regione e dal Comune alle strutture, mentre bisogna mettere al centro “chi sceglie”, organizzando, in base ai costi standard”, la spesa per “crediti” e vouchers” che vengano messi direttamente a disposizione delle famiglie, che possono andarli a utilizzare, a loro scelta, nelle strutture sociali, sanitarie, educative, siano esse “regionali” o convenzionate o cooperative, al fine di porre in essere un pluralismo nell’offerta con un nuovo protagonismo di scuole libere e imprese profit e non profit, che consentirà risparmi di spesa, sviluppo occupazionale e miglioramento della qualità

 

Welfare community - cooperazione sociale contro disagio e disoccupazione: riconoscere le vere “gare comunitarie”, cioé considerando specificatamente la cooperazione sociale, anche di nuova costituzione (ad esempio fra ex dipendenti o giovani o overcinquantenni) nella legislazione regionale degli appalti, la cui normativa é allo stato penalizzante in quanto la natura no profit le rende meno competitive sui ribassi.

Risorsa educazione: Investire contro la cultura della sfiducia e, spesso, della disperazione accentuata dalla crisi economica, valorizzando l’offerta educativa e della formazione professionale, attraverso l’esenzione delle istituzioni scolastiche dai tagli e consentendo la piena detraibilità delle rette scolastiche per le scuole paritarie. Realizzare spazi nido all’interno delle aziende partecipate comunali, incentivare la realizzazione di nidi aziendali privati

 

Per le nuove famiglie andrà avviato un programma di aiuti come quelli su indicati e sperimentare asili con orario prolungato fino alle 20 anche per elevare il tasso di occupazione dei giovani

Per i portatori di handicap andrà promossa la formazione e il tutorato al telelavoro e avviato un incubatore di iniziative in telelavoro per valorizzare un potenziale di energie sottostimato

Per l’assistenza agli anziani e favorire un processo di invecchiamento attivo si favoriranno i servizi di aggregazione, socializzazione e assistenza domiciliare; si coinvolgeranno gli anziani disponibili in servizi di pubblica utilità; si potenzieranno le strutture  pubbliche e private del volontariato sociale di sostegno extra ospedaliero per gli anziani non autonomi. Assistenza h24 compresa la somministrazione dei farmaci e del pasto a casa.

 

Stella polare della politica sociale della nuova amministrazione comunale dovrà essere l’assunzione del principio di sussidiarietà verticale e orizzontale con le istituzioni messe al servizio delle persone e dei gruppi sociali organizzati in un rapporto costruttivo permanente pubblico-privato avendo sempre al centro i bisogni e i diritti della persona.

 

Queste in sintesi le nostre proposte in materia di welfare e famiglia:

 

MINORI e ETA’ EVOLUTIVA

Monitoraggio della spesa finalizzata a contenere i costi e pribilegiare quegli enti gestori che restituiscono un rendiconto “ trasparente”

 

PROMOZIONE DELLA FAMIGLIA

Sostegno con politiche specifiche, contributo alla natalità, sostegno alle scuole materne e asili nido, sostegno economico alle famiglie in difficoltò

 

PROMOZIONE DELLA GENITORIALITA’

Sostegno alle famiglie attraverso il rafforzamento della genitorialità, promuovendo le reti di genitori con particolari attenzioni anche ai genitori separati/divorziati o singoli

 

ANZIANI

Progetto centro storico, isole terraferma assistenza domiciliare e servizi diretti

 

GIOVANI

Sostegno di politiche per la promozione del benessere tra i giovani incentivando le azioni di aggregazione giovanile

 

VENEZIA CITTA’OPEROSA

Le questioni accoglienza migranti va affrontata con l’onestà di concordare quanti migranti la città è in grado di reggere in termini di casa e lavoro e quali strategia siano concretamente possibili per:

a)            accrescere le buone occasioni di lavoro in città

b)            sostenere coloro che intendono andare altrove

c)            accompagnare presso altri territori coloro che rimanendo in città andrebbero ad accrescere le schiere dei disagiati

 

4)Città metropolitana e riordino struttura comunale

 

L’indicazione legislativa per la città metropolitana di Venezia ha posto fine alla lunga e improduttiva querelle sui limiti territoriali di tale scelta avendo definitivamente concluso che in sostituzione dell’Ente Provincia,  i 773 tra sindaci e consiglieri dei Comuni del veneziano che la costituiscono, eleggano la Conferenza Statutaria e il Consiglio Metropolitano per poi passare allo Statuto del nuovo Ente che sarà composto dal Presidente che la legge prevede sarà il Sindaco di Venezia e da 18 membri del Consiglio metropolitano dei Sindaci.

Sarà così definitivamente spezzata l’ambigua dialettica tra Comune di Venezia e Regione del Veneto, che ha portato all’affossamento inglorioso di entrambe le culture partitiche dominanti sulle due rive del Canal Grande, e offerta ai comuni veneziani l’opportunità di concorrere più incisivamente nelle scelte politico amministrative dell’intero territorio.

Per Mestre sarà più agevole risolvere molte delle difficoltà che si sono sin qui frapposte nel rapporto con il centro storico, mentre fondamentale sarà riorganizzare la  complessa macchina  organizzativo burocratica che ha mostrato molti limiti.

La burocrazia, fondamento indispensabile di qualsiasi struttura istituzionale, non può essere nella disponibilità degli interessi della politica, ma deve corrispondere a quei fondamentali principi di efficienza, efficacia,  trasparenza e imparzialità indicati dalla Legge.

Il comune di Venezia conta oggi circa 3000 dipendenti dei quali un migliaio impegnati nelle sei municipalità.

Si tratta di compiere una seria analisi di efficienza ed efficacia di tale allocazione di risorse.

Vanno rivisti gli organici e avviato un processo di riorganizzazione creando un forte e capace ufficio ad hoc che funga anche da interfaccia a Venis Spa, la società informatica del Comune, perché l'ICT è un potente strumento per il re-engeneering di qualunque organizzazione e per migliorare i servizi. Bisogna anche rivedere e snellire le aziende partecipate, oggi oltre 100, spesso refugium peccatorum di trombati o supporter politici. Bisogna inoltre aprire i servizi alla concorrenza e al mercato.

 

Si dovranno operare alcune scelte immediate:

- blocco turn-over (ad esclusione servizi essenziali e L.68);

- riorganizzazione della struttura con valorizzazione della meritocrazia;

- riassetto complessivo delle municipalità e l’istituzione ufficio città metropolitana e analisi preventiva della divisione della  città in due comuni (Venezia isole e Mestre terraferma);

- apertura uffici al pubblico aumentando le fasce orarie compresa l’apertura al sabato degli uffici anagrafe;

- formazione di un tavolo permanente di concertazione con tutte le categorie economiche della città per il rilancio e lo sviluppo di Venezia e Mestre

 

Anche l’assetto istituzionale andrà rivisto con la giunta comunale ridotta a soli 8 assessori  oltre al  Pro Sindaco di Mestre, il cui ruolo è stato colpevolmente soppresso  e al quale andranno affidate le deleghe ai LL.PP e alla riqualificazione del territorio.

Al consiglio della città metropolitana il compito di riorganizzare la rete dei servizi sull’intero territorio razionalizzando quelli esistenti in funzione dei bisogni reali dei cittadini e in un corretto rapporto sussidiario pubblico –privato con ampio utilizzo della rete dei servizi del volontariato e del privato sociale.

 

TRASPARENZA E ETICA DELLA LEGALITA’

1)   Applicare il percorso di trasparenza e l’osservanza del principio di responsabilità su tutti gli atti del comune di Venezia e degli enti pubblici ad esso collegati

2)   Istituzione di un gruppo di lavoro per il controllo sistematico di tutte le gare comunali in corso e di quelle effettuati da almeno cinque anni

3)   Costituzione di parte civile per la richiesta di danni causata dalle ben note vicende: caso MOSE,Consorzio Venezia Nuova, Mantovani….

4)   Istituzione di un ufficio “Etica della legalità” per porre fine ai casi Bertoncello, MOSE, ecc. di concerto con la Procura della Repubblica e la Prefettura

SOCIETA’ PARTECIPATE

1)   Procedere a una profonda ristrutturazione , dopo attenta due diligence di ciascuna realtà aziendale, mediante fusioni per incorporazione, secondo il principio: “Meno aziende, meno psrechi, più economie, migliori servizi per i cittadini”

2)   Riforma dei contratti di servizio tra comune e aziende

3)   Controllo sistematico dei livelli di dirigenza con attenta valutazione su costi, analisi efficacia ed efficienza su tutti i bilanci e Applicazione rigorosa del principio di responsabilità a carico di tutti i dirigenti

4)   ACTV,VERITAS,AVM, e società partecipate tutte: blocco del turn-over assunzioni sui livelli amministrativi ad esclusione L.68 e garanzia dei servizi essenziali, sì alla mobilità interna tra aziende e loro controllate

5)   CASINO’

Fallito il bando per la cessione a privati l’azienda deve tornare alla gestione comunale mediante una profonda ristrutturazione in temi di costi(Efficacia/efficienza) del management e il rilancio degli investimenti strettamente collegati al business della casa da gioco valutando con attenzione le nuove opportunità offerte dalla formula innovativo del casinò del divertimento

 

6)   VEGA

Ristrutturazione secondo le linee indicate per l’area di Marghera e rilancio come sede europea dell’innovazione

 

 

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

 

Con la realizzazione della città metropolitana si potranno assumere iniziative maggiormente coordinate e condivise con le realtà territoriali veneziane facenti parte della nuova realtà amministrativa.

I nodi essenziali del sistema pubblico veneziano sono così riassumibili:

 

A) Metropolitana sub lagunare e di superficie.

 

Abbiamo accolto con totale condivisione le indicazioni fornite dal comitato “Progetto per Venezia” e riteniamo possano e debbano costituire un prezioso vademecum programmatico per la prossima amministrazione comunale.

 

Si rende necessario il collegamento dell’area di Tessera con l’Arsenale, secondo terminal di accesso alla città, in cui devono essere allocati tutti i servizi di informazione ed accoglienza per i turisti per poi raggiungere il Lido con il prolungamento del sistema e successivamente sfruttando la base delle barriere mobili del Mose, connettere a Nord in direzione di Punta Sabbioni e a sud Pellestrina e Chioggia.

 

Ritenendo consolidate per l’Area Aeroportuale le previsioni concernenti la connessione quanto meno con la SFMR (Sistema ferroviario), Tessera diventerebbe il fulcro dei sistemi dei trasporti pubblici verso:

1. L’entroterra Veneto col sistema SFMR

2. Venezia con il sistema sub lagunare e con eventuale estensione alla Stazione Marittima

3. I Lidi del Veneto con il sistema misto sub lagunare e di superficie

4. Il territorio Nazionale col sistema ferroviario ed aereo

 

A integrazione di quanto sopra indicato dovrà essere previsto il prolungamento del tram fino all’Aeroporto al fine di metterlo in connessione con la Città di terraferma.

 

B) Sistema di interconnessione Terraferma-Venezia con l’utilizzo delle vie accesso ora in essere (Ponte della Libertà e Ferrovia).

E’ opportuno realizzare la connessione del Tram con la Stazione Marittima.

Il Tronchetto dovrà assumere prevalentemente la funzione di Isola dei Parcheggi e di interscambio, connesso mediante il peoplemover, con Piazzale Roma.

Piazzale Roma oltre all’utilizzo dei parcheggi pluripiano esistenti dovrà assumere le funzioni di parcheggio dei mezzi pubblici da realizzare all’interno di una struttura coperta estesa a tutto il piazzale; sopra tale struttura potrà essere realizzato un giardino pubblico quale prolungamento dei giardini Papadopoli. Da tale struttura potrà partire il sistema di connessione con il Parco di S.Giuliano  attraverso una pista ciclabile pedonale da realizzarsi con struttura autonoma anche ai fini della sicurezza del Ponte della Libertà.

Come progetto preliminare a suo tempo presentato da Veneto Strade approvato dalla Soprintendenza e accettato dal Comune, soluzione in seguito cassata dall’Amministrazione Comunale la quale ha previsto una soluzione ibrida che non consente la realizzazione di una pista di adeguate dimensioni anche in termini di sicurezza.

 

VENEZIA ARSENALE

 

L’Arsenale dovrebbe configurarsi come secondo Terminal di arrivo a Venezia.

Questa scelta ripristina di fatto un Terminal già esistente fin dalla fine dell’Ottocento lungo le Fondamenta Nuove dove arrivavano tutti i mezzi pubblici di collegamento con la Laguna Nord.

Questo secondo Polo permetterà di riattivare una parte della Città ora poco utilizzata, che servirà come punto di partenza oltre che di arrivo nella Città e come punto di partenza dei percorsi metropolitani per le Isole della Laguna.

Questo secondo Terminal dovrà essere dotato di punti di informazione per i Turisti sulla Storia della Città e sulla scelta, anche regimentata, dei percorsi di visita.

L’Arsenale dovrebbe essere rivalutato costituendo un Museo vivente della Storia della Città della sua Marineria recuperando e incrementando il grande Museo Navale ora poco conosciuto.

Lo specchio acqueo dovrà essere utilizzato come porto Turistico di qualità seguendo l’esempio di Arsenali nel mondo. Parallelamente a quest’ attività potrebbero essere inseriti alcuni Cantieri Navali per imbarcazioni in legno in continuità con la tradizione Storica della Repubblica Veneta ed essere connessi anche con scuole per Maestri d’Ascia.

 

SISTEMA DI VIABILITA’ INTERNA ALLA CITTA’ TERRAFERMIERA E CONNESSIONE CON IL PASSANTE.

Ricordando che il Comune di Venezia non ha mai richiesto in sede di dibattito sul Passante il finanziamento di opere complementari atte a garantire la qualità di vita e di disinquinamento dei centri di Zelarino e Trivignano interessati al traffico in uscita di tale struttura, risulta necessario ed urgente completare tra la strada situata a Nord del nuovo Ospedale ora ferma sulla Rotonda degli Arzeroni, su cui confluirà il Progettato Terraglio Ovest, con il Nuovo casello del Passante Nord di Martellago in fase di completamento.

Questa viabilità costituirà una connessione diretta con l’Ospedale di Mestre, la Tangenziale, Mestre Nord, San Giuliano, Venezia costituendo una circonvallazione Nord bypassando i Centri di Zelarino e Trivignano.

Questa strada di importanza vitale libererà dal traffico i quartieri residenziali del lato Ovest della Terraferma, mettendoli in facile connessione col sistema viabilistico principale.

Vanno, altresì valutate tutte le soluzioni legate alla trasformazione della zona Industriale di Marghera e quella relativa alla creazione della Città Aeroportuale e quadrante di Tessera.

 

IL SISTEMA INSEDIATIVO RESIDENZIALE PRODUTTIVO E TURISTICO

 

La Città Terrafermiera deve riappropriarsi della Laguna e diventare anch’essa parte della Città d’Acqua con la riapertura delle vie d’acqua Storiche.

La causa che ha determinato la cesura tra il Centro Storico e la parte Terrafermiera della Città è stata determinata dalla realizzazione sulla gronda Lagunare:

1) di interventi industriali (vedi Marghera)

2) di attrezzature di servizio (quali Aeroporto)

3) da Vincoli istituiti nella parte non utilizzata.

Tutti questi impedimenti hanno precluso l’utilizzo del Waterfront da parte del cittadini. Contemporaneamente i corsi d’acqua Canal Salso, Marzenego, Osellino, etc. che costituivano un sistema venoso che penetrava nel Territorio e che permetteva la connessione dello stesso con la Laguna, non erano più utilizzati,  ma abbandonati ridotti e tombati.

Anche il Parco San Giuliano, in effetti, risulta connesso solo con la Terraferma essendo venute meno le strutture di integrazione con il Parco Lagunare.

Tale integrazione è ipotizzabile anche per le aree del Waterfront di Marghera che, liberata dalla Chimica e dai Petroli, dopo aver soddisfatto le esigenze cantieristiche del Porto e della Logistica, potranno essere utilizzate con le più svariate attività comprese quelle della nautica da Diporto non escludendo altre attività produttive ad alto valore aggiunto e non inquinanti.

In questa trasformazione dovrà essere posta particolare attenzione alla qualità ambientale ed architettonica dei nuovi insediamenti, ricordando che la qualità del prodotto architettonico attuale è molto bassa nella quasi totalità, non tanto dissimile dal prodotto architettonico degli anni Ottanta.

 

CONNESSIONE TRA MESTRE E MARGHERA

 

Per la Stazione di Mestre deve essere prevista una struttura a ponte atta a coprirla interamente su cui erigere strutture pubbliche, private, parcheggi e aree verdi e costituire un nodo di interscambio dei vari sistemi di trasporto ferro, gomma ed assolvere la funzione da trait-d’union fisico tra i centri di Mestre e Marghera.

Questa area così disegnata dovrebbe assumere le funzioni di centro della Città finalmente unificata.

 

CITTA AEROPORTUALE

 

Nell’area di Tessera esistono e sono proposte una serie di nuove   iniziative quali ampliamento Aeroporto, piano Particolareggiato del Terminal, la previsione del Quadrante di Tessera e lo stadio.

Questi elementi costituiscono un unicum che non può essere trattato singolarmente perché si configurerebbe il pericolo di creare dei doppioni con il risultato di degradare l’iniziativa.

Né si può pensare ad edificazione di tipo Ricettivo Alberghiero in siti casuali, ma si dovrebbe trovare una collocazione in fregio ad uno spazio acqueo su cui si possa affacciare anche il Centro di Tessera.

Ciò si potrà ottenere ampliando la Darsena Aeroportuale per far si che il Centro di Tessera e le strutture ricettive si affaccino sulla Laguna, facendo percepire agli utenti di questi insediamenti le caratteristiche tipiche della Città di Venezia.

Va ricordato che questo affaccio era stato già a suo tempo Progettato per l’Aerostazione Marco Polo.

Le altre attività, oltre a quelle già citate, che andranno a costituire la città aeroportuale quali quadrante di Tessera e stadio, dovranno essere strettamente connesse tra loro con la ferrovia (SFMR) e il sistema di collegamento metropolitano.

Va ricordato che un’ eccessiva forzatura in termini di pesi urbanistici di quest’ area andrebbe probabilmente a toglier la capacità di trasformazione all’area di Marghera.

 

CENTRI ABITATI DI TERRAFERMA

 

Bisogna individuare le aree di trasformazione e le aree di Restauro Urbanistico all’interno dei Centri abitati, consolidati con caratteristiche diverse per ogni località, al fine di consentire una riqualificazione e una trasformazione delle stesse, creando il giusto rapporto tra superficie coperta e spazi pubblici anche, ove necessario, utilizzando lo strumento del premio di cubatura.

 

CITTA’ DELLA SALUTE

 

La nuova struttura ospedaliera dell’Ospedale all’Angelo, la struttura Ospedaliera Centro Nazareth, sono inserite in un sistema di aree libere che possono raggiungere i 100ha. Questo complesso di aree offre una grande occasione per destinarle a strutture di qualità pubbliche e private legate alla Salute, formando, di fatto, un complesso che si potrebbe definire Città della Salute. Queste aree sono facilmente connesse alla Tangenziale al Passante e al sistema Ferroviario e si configurerebbe come un unicum con altissima qualità, occasione unica nel Territorio Veneto in un contesto di ampie aree destinate al verde.

 

SISTEMA DEL BOSCO DI MESTRE

 

E’ impensabile che vi sia una grande percentuale di Aree libere senza un Progetto di sistema unico del Bosco di Mestre. Il Bosco di Mestre dev’essere un sistema continuo di verde aperto alla fruizione dei Cittadini e per questo scopo opportunamente attrezzato e sorvegliato, così come era nell’idea originaria del compianto Gaetano Zorzetto il cui avvio fu effettuato in collaborazione con l’Azienda Regionale delle Foreste del Veneto sulla base di un progetto organico integrato.

In queste aree potrà essere prevista la formazione di Bacini di Laminazione che potranno rappresentare un Plus Valore Ambientale oltre ad assolvere la loro naturale fruizione di raccolta delle acque in caso di eventi eccezionali.

Va valutata l’opportunità di far affacciare queste aree così destinate sulla Gronda Lagunare.

 

CENTRO STORICO

 

Al fine di riavviare il processo di riutilizzazione del Centro Storico ai fini abitativi vanno ripensate tutte le iniziative per rendere la Città facilmente fruibile dagli abitanti intervenendo anche pesantemente sulla Normativa in essere per il Centro Storico che non consente di realizzare trasformazioni compatibili con le richieste del vivere dei Cittadini.

 

LIDO

 

Va ripensato l’utilizzo di questa importante parte del Territorio per poter accogliere tutte quelle proposte che ripropongono la vera funzione di quest’ area nel solco della tradizione di utilizzo, sedimentata nel corso della storia, recuperando quel patrimonio architettonico esistente formatosi a partire dall’inizio del 900 e terminato con la seconda guerra mondiale.

 

PELLESTRINA

 

Bisogna tener conto che l’isola di Pellestrina è stata interessata da due grandi elementi di trasformazione: l’abbandono dell’agricoltura e l’acquisizione della grande spiaggia per cui la grande risorsa dell’isola potrebbe essere un turismo con delle connotazioni particolari supportandola ovviamente con adeguata dotazione di attrezzature e servizi.

Si procederà a un’attenta valorizzazione della tradizione della pesca e della molluschicoltura  lagunare, in particolare nelle isole di Pellestrina e Burano con piattaforme per la logistica dei prodotti ;  certificazione di qualità e di origine dei prodotti delle Valli da Pesca  e delle aree di concessione della venericoltura della Laguna di Venezia  con fidelizzazione  dei  ristoranti  del Territorio  che somministrano  i prodotti  locali con certificato di tracciabilità.

 

MURANO

 

Rilancio del marchio “Vetro di Murano” con fiera internazionale del vetro “VENEZIA VETRO”

 

BURANO

 

Città del merletto e della qualità della vita, rilancio della pesca, della scuola del merletto e nuovi percorsi per un turismo ecosostenibile

 

MESTRE

Tutelare il commercio di vicinato con iniziative specifiche di rilancio e di supporto, Mestre capitale del terziario avanzato

 

VENEZIA

Sede europea per smart island (Isola intelligente)

 

PRO.V.I.VE

 

Il progetto di recupero verde delle isole veneziane è stato a suo tempo sviluppato e presentato al CVN nel quadro degli interventi previsti nella laguna dalla Legge speciale.

Procedere a un’approfondita analisi della situazione esistente in collaborazione con Regione Veneto-Veneto agricoltura –servizi forestali e programmare interventi per la riqualificazione del verde in molte isole oggi lasciate abbandonate garantirebbe un’altra opportunità di offerta naturalistica di grande appeal per una domanda turistica qualificata

 

LAVORI PUBBLICI E MOBILITA’

1)   Sulla base delle linee su indicate è necessario definire subito un piano per la riqualificazione del territorio di terraferma, centro storico e isole, dicendo Stop al degrado diffuso

2)   Stop ZTL a Mestre e T-RED

3)   Subito nuovi Park per rivitalizzare il centro di Mestre riducendo anche le tariffe strisce blu

4)   Avviare il tram solo nella tratta Venezia-Favaro-Marghera

5)    Stop ad altre  progettazioni e ove la gestione si dimostrasse disastrosa valutare la riconversione sulla base di altre esperienze europee

6)   Rilancio della stazione marittima

7)   Nuovo stadio: avviare il quadrante e relativa viabilità (ANAS/COMUNE) con la progettazione del nuovo stadio e sua rtealizzazione mediante accordo di programma pubblico-privato

8)   Legge speciale per Venezia

Costituire un tavolo di concertazione permanente con il governo per garantire la finanziabilità delle opre di risanamento e manutenzione ordinaria per Venezia e le isole

 

La presente Relazione assolutamente non esaustiva tende a rappresentare una serie di problemi che vanno affrontati e risolti coraggiosamente non certamente in termini di Vincoli di Norme e di condizionamenti e paure.

 

 

VENEZIA CAPITALE  E SEDE EUROPEA DELLA GREEN ECONOMY

 

Tale ambizioso traguardo potrà essere perseguito attraverso:

·      tutela e manutenzione qualitativa del nostro patrimonio verde;

·      garanzia per le risorse necessarie per la salvaguardia del Parco Albanese, San Giuliano, del bosco di Mestre e di tutti i parchi cittadini che vanno riattrezzati con aree famiglia e gioco bimbi;

·      recupero del litorale di San Pietro in Volta e Pellestrina con progetti ecosostenibili realizzati con i residenti dell’isola;

·      sostegno delle fonti energetiche rinnovabili sugli immobili comunali e su aree pubbliche

·      Promozione di  Venezia e Mestre a Capitale europea della raccolta differenziata

 

VENEZIA NO SMOKING CITY

 

Un progetto che intendiamo sostenere e sviluppare è quello da noi definito: “VENEZIA NO SMOKING CITY” per la qualità dell’ambiente e della vita-promuovere la mobilità nautica a energia elettrica.

 

Trattasi di un’autentica rivoluzione destinata ad assegnare alla nostra città un ruolo di eccellenza e di leadership a livello internazionale, assolutamente compatibile con la sua unicità urbana strutturale e funzionale.

 

Recenti ricerche sui fattori di rischio della salute dei cittadini hanno dimostrato che l’inquinamento acustico e da fumi della combustione dovuto al traffico aumentano il rischio di infarto e le acuzie delle patologie cardiopolmonari con conseguente aumento della spesa sanitaria valutabile per i Paesi della UE in miliardi di €.  La OMS  ha chiaramente denunciato il potenziale cancerogeno delle emissioni dei motori diesel e a Venezia le emissioni sono ad altezza d’uomo, anzi a pelo d’acqua !

I dati sulle caratteristiche dei sedimenti lagunari ed urbani dimostrano che gli IPA prevalenti sono benzopireni, segno dell’inquinamento da traffico motoristico che rende quindi molto difficile un recupero della qualità ambientale; il traffico motoristico sia pubblico che privato incide quindi in maniera decisiva su un degrado ambientale che ha anche dimostrabili  ripercussione sulla salute dei cittadini e dei turisti.

Le tecnologie di produzione dei sistemi fotovoltaici, di accumulo in batterie innovative e la motorizzazione per autoveicoli è matura e pronta per essere trasferita al comparto della nautica professionale e diportista: Venezia deve cogliere questa sfida e diventare il capofila progettuale ed industriale della trasformazione tecnologica della mobilità nelle Città d’Acqua e negli ecosistemi acquatici  protetti.

L’aumento del costo dei combustibili fossili, ineludibile in un quadro economico internazionale, ed i fondi messi a disposizione dalla UE per il programma EU 20-20-20 rende compatibile ed equilibrato dal punto di vista finanziario un programma  di  motorizzazione elettrica della nautica con zero emissione e zero rumore, incentivando quella privata con incentivi come per le automobili e finanziamenti per il trasporto pubblico.

 

ASPETTI ECONOMICI

 

Il costo unitario del kwh con combustibile fossile è superiore a quello elettrico soprattutto se quest’ultimo viene integrato da produzione con energia fotovoltaica.

Il costo di mezzi nautici a propulsione elettrica non è significativamente superiore ai mezzi tradizionali e con un costo di manutenzione decisamente inferiore, ma è necessario su questi aspetti una evoluzione culturale degli Enti Locali che debbono mettere in essere provvedimenti e procedure regolatorie che favoriscano le scelte imprenditoriali nel passaggio a mezzi elettrici, in una prima fase anche ibridi ( a propulsione mista ): indicare come obbiettivo per  Venezia che entro il 2020 la navigazione in Canal Grande sia permessa solo a mezzi a propulsione elettrica avrebbe un grande effetto di stimolo al rinnovamento anche della flotta pubblica ormai vecchia, rumorosa ed inquinante : COSTEREBBE LO 0,05 % DEL COSTO DEL MOSE

Queste azioni avrebbero anche un effetto positivo sulla cantieristica veneziana che metterebbe in moto un indotto tecnologico per quanto attiene tutte le tecnologie connesse rivolte alle produzioni di componenti per le quali il Veneto certamente ha già competenze e professionalità per sostenere un mercato non solo locale ma internazionale, poiché questo tipo di esigenze tecnologiche ed ambientali sono ormai globali.

 

 

 

 

 

 



[1] L’anno scorso i disoccupati che hanno presentato la cosiddetta Did (dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro) in un Centro per l’impiego della provincia di Venezia sono stati 13.683, dei quali il 48 per cento donne). In totale a fine 2013 i Did accumulati erano 30.241, il numero più alto degli ultimi sei anni e a dir poco allarmante per i problemi sociali che sottintende: dal 2008 al 2013 i disoccupati iscritti ai Cpi veneziani sono cresciuti del 62%, se poi compariamo il numero attuale dei disoccupati iscritti alle liste di chi cerca un lavoro e lo paragoniamo a quelli del 2005 (erano 14.542), scopriamo che sono più che raddoppiati. Anche i valori medi mensili del 2013 pari a 2.520 Did superano le medie mensili degli ultimi sei anni: la media mensile del 2012 è pari a 2.123, mentre negli anni precedenti erano, in ordine decrescente, 2.127, 2.079, 2.118 e 1.557.

La distribuzione dei Did e quindi dei disoccupati che non vogliono essere più tali, nella nostra provincia vede in testa il comune di Venezia-Mestre con il 32% (pari a 9.640 disoccupati in cerca di lavoro); il 22% a San Donà-Jesolo (6.642); il 14% a Portogruaro (4.270); il 12% a Mirano (3.709); l’ 11% a Dolo (3.302) ed il 9% (2.678) nel Cpi di Chioggia-Cavarzere.

I dati a disposizione dei Centri per l’impiego mostrano, inoltre, che il numero dei disoccupati per fasce d’età conferma che il numero maggiore di disoccupati è in piena età lavorativa ma non riesce a trovare un’occupazione. I did rilasciati dai Cpi della provincia di Venezia nel corso del 2013 erano così ripartiti: il 21% delle dichiarazione di immediata disponibilità ad un lavoro ha un’età inferiore ai 25 anni; il 51% è di età compresa tra 25 e 45 anni, mentre la fascia di disoccupati di età superiore a 45 anni raggiunge il 28%.

 

 


Donald Tusk eletto Presidente del PPE


"In nessuna circostanza possiamo dare" la gestione "della sicurezza e dell'ordine ai populisti politici, ai manipolatori e agli autocrati, che portano le persone a credere che la libertà non possa conciliarsi con la sicurezza", ha detto Tusk, dicendosi "profondamente convinto che solo coloro che vogliono e sono in grado di dare alle persone un senso di sicurezza e protezione, preservando le loro libertà e diritti, abbiano il mandato di candidarsi per il potere". Così ha parlato ieri al congresso del PPE a Zagabria , il polacco Donald Tusk, eletto con il 93 % dei voti alla presidenza del Partito Popolare Europeo. Sono parole chiare e condivise da tutti noi Democratici Cristiani italiani che ci rallegriamo per la sua elezione.

Venezia, 21 Novembre 2019


Venezia una città sospesa tra il mare e il cielo

 

Leo Longanesi  scriveva : “ Italia, Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”. Un aforisma che vale quasi sempre per l’Italia, che si tratti di frane, alluvioni o dissesti idrogeologici. Nel caso di Venezia poi, con riferimento al MOSE (Modello Sperimentale Elettromeccanico), é ancora peggio se, dopo molti anni dal suo avvio, non siamo ancora giunti all’inaugurazione, soprattutto a causa di una delle storie più infami di tangenti della storia della nostra Repubblica.

 

E’ incredibile come uomini pesantemente colpiti da quelle vicende, ancora alcuni giorni fa, si dichiarassero al di fuori di ogni responsabilità, dato che sarebbero ” tutte di competenza statale”. Atteggiamenti miserabili assunti da chi, per i loro comportamenti sono stati condannati dalla magistratura, al tempo della  Serenissima Repubblica di Venezia, sarebbero finiti appesi tra Marco e Todaro, le due statue che si ergono sulle colonne della riva di Piazza San Marco.

 

Quell’antica e gloriosa Repubblica è stata un’illuminata istituzione, che ebbe sempre al centro del suo governo, l’attenzione per la fragilità di un ecosistema unico al mondo; quello di una città sospesa tra il mare e il cielo, frutto dell’intelligenza e della operosa creatività umana, capace di curare insieme il delicato equilibrio tra le acque e la montagna, tra la difesa della laguna e il sistema dei boschi della Serenissima. Proprio a Venezia nacquero e si svilupparono gli studi e le discipline scientifiche dei sistemi idraulici e della selvicoltura, assegnati per la parte scientifica all’università di Padova e per la gestione operativa al Magistrato alle acque, la più alta autorità della Repubblica, dopo quella del Doge.

 

Dopo la disastrosa alluvione del 1966, fu Luigi  Zanda, primo eccellente Presidente del Consorzio Venezia Nuova che, nel 1986 m’invitò, nella mia veste di Presidente dell’ICRAM ( Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare) a visitare con una delegazione di tecnici, Leningrado, l’antica San Pietroburgo, una città che frequentemente era anch’essa sottoposta alle incursioni rovinose del fiume Neva, che proprio in quella città sfocia nel Mar Baltico.

 

Viste le imponenti opere in calce struzzo messe in atto dall’allora regime sovietico, si costatò l’improponibilità di un tale sistema per una città come Venezia, e subito dopo si avviarono gli studi scientifici e tecnici che portarono a individuare nel sistema MOSE, una delle possibili soluzioni al tema dell’acqua alta.  E’ stata questa, pur tra tante discussioni e vivaci confronti, la risposta che la politica tentò di dare secondo le indicazioni stabilite dalla legge speciale 798 del 1984, che mirava alla realizzazione dei piani di salvaguardia della Laguna di Venezia, per l’approvazione della quale lavorarono con particolare impegno, l’amico On Gianfranco Rocelli, deputato DC veneziano insieme ai colleghi Piergiovanni Malvestio (DC), Gianni Pellicani (PCI) e Gianni De Michelis (PSI) . Dal 1984 sono trascorsi 35 anni e col MOSE siamo fermi al 93 % della sua realizzazione (audizione alla Camera dello scorso anno, quella del 26 luglio 2018, dove l’ingegner Francesco Ossola, amministratore straordinario del Cnv, aveva dichiarato che “ad oggi, sono completate le opere per una percentuale del 93 per cento ed entro la fine dell’anno saranno depositate tutte le paratoie).

 

Come scrive l’amico prof Giuseppe Pace: “ già nell’ultimo secolo la Laguna e la sua funzionalità sono state profondamente modificate dall’azione umana, che ha contribuito, indirettamente, all’accentuazione del fenomeno. Le altezze di marea sono inoltre soggette a variazioni in rapporto a diversi fattori metereologici. In particolare le maree sono più elevate quando la pressione barometrica subisce un notevole abbassamento e/o in presenza di un forte vento di scirocco o di bora. Le più ampie escursioni di marea si verificano di norma nei periodo di novilunio e plenilunio (sizigie), nei periodi di primo ed ultimo quarto di luna (quadratura) è invece più difficile il verificarsi del fenomeno dell’acqua alta. In ogni caso, per essere informati bene si guardano le previsioni di marea nel sito ufficiale del Comune di Venezia. L’acqua alta è un fenomeno naturale frequente soprattutto nel periodo autunnale-primaverile, quando si combina con il vento di scirocco (vento di sudest, dalla Siria), che, spirando dal canale d’Otranto lungo tutta  la lunghezza del bacino marino, impediscono il regolare deflusso delle acque, o di bora, che ostacolano invece localmente il deflusso delle lagune e dei fiumi del litorale veneto”.

 

Si aggiunga che Venezia come altre città litorali è sottoposta ai due fenomeni dell’eustatismo ( innalzamento del livello del mare) e della subsidenza (progressivo seppur lento  abbassamento  della quota base della città)  che, sommandosi, insieme agli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici, rendono drammaticamente incerta se non sicura la scomparsa a tempi “brevi” della città unica al mondo.

 

Allo stato dell’arte e per le conoscenze acquisite dal Consorzio Venezia Nuova, al netto dell’infame sistema delle tangenti che hanno infangato la sua immagine, conoscenze che costituiscono un patrimonio straordinario e per certi aspetti unico, per le scienze idrauliche, biologico marine  ed ecologiche a livello internazionale, vanno concluse le opere che ci permettano di collaudare e sperimentare in campo l’efficienza ed efficace del MOSE, mentre da parte di noi cattolici in primis, e di tutti gli uomini di buona volontà, una rilettura della “Laudato SI” di Papa Francesco, andrebbe fatta, al fine di assumere atteggiamenti e comportamenti personali e sociali, sino a quelli che attengono alle responsabilità politico istituzionali,  che siano rispettosi degli equilibri che la natura reclama.

 

Ettore Bonalberti

Già Presidente ICRAM

Venezia, 18 Novembre 2019

 

 

 

 

 

Giovedi 14 novembre 2019

VIA ALLA FEDERAZIONE POPOLARE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI FIRMATO IERI L’ATTO COSTITUTIVO DEL NUOVO POLO DI CENTRO TRA TUTTI GLI EREDI DELLA DC

E’ stato firmato ieri a Roma l’atto costitutivo della FEDERAZIONE POPOLARE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI. Per la prima volta i partiti, le associazioni e i movimenti che si ispirano al valore primario dell’umanesimo cristiano si uniscono in un comune progetto politico. Con l’obiettivo di dare vita ad un partito centrista che recuperi la cultura politica e l’identità che sono il presupposto della democrazia.

Il nuovo soggetto politico unitario punta a superare la diaspora e le divisioni che in questi lunghi anni hanno compromesso una presenza culturale e politica nel nostro Paese ed a costituire una vera alternativa all’estremismo di destra e al populismo che si impone per la mancanza di un riferimento valoriale forte come quello del popolarismo.

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Presieduta dall’on Giuseppe GARGANI, l’assemblea ha approvato il documento con cui nasce la federazione di centro sottoscritto dagli on. Lorenzo CESA (UDC), Mario TASSONE (NCDU), Renato GRASSI (DC), Paola BINETTI (Etica e Democrazia), Ettore BONALBERTI (associazione liberi e forti) Maurizio Eufemi (Associazione Democratici Cristiani) unitamente a parlamentari, e 40 rappresentanti di associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolica, del volontariato e della famiglia.
La nuova
formazione si ispira ai valori dell’umanesimo cristiano e vuole inserirsi a pieno titolo nel PPE, in alternativa alla deriva nazionalista e populista.

Nel deserto delle culture politiche che caratterizzano la politica italiana, prende finalmente avvio un progetto di ricomposizione dell’area politica cattolica popolare, aperta alla più ampia collaborazione con le forze disponibili alla difesa e integrale attuazione della Costituzione repubblicana.

I firmatari del documento costituiscono il Comitato provvisorio della Federazione che è aperta all’adesione di movimenti, di associazioni, che si ispirano al popolarismo. Nei prossimi giorni verranno organizzate in tutta Italia iniziative regionali e locali per presentare l’iniziativa e strutturarla sul territorio, mentre i membri promotori lavorano ad un’ASSEMBLEA COSTITUENTE che approverà il programma, il nome, il simbolo e gli organi dirigenti della Federazione a conclusione delle adesioni nazionali e territoriali.

“Solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“ (Alcide De Gasperi)



Al di là delle idiosincrasie democristiane  di alcuni ex DC

 

 

Con il drammatico sviluppo del  caso ILVA la situazione del governo Conti bis, già compromessa dal voto umbro e dalle fibrillazioni interne al M5S, diventa difficilmente sostenibile. Se, come alcuni osservatori ipotizzano, avvenisse la scissione del M5S si andrebbe alla crisi di governo e  a elezioni anticipate al massimo entro Giugno 2020.

 

In tal caso credo che difficilmente si troverà una maggioranza per il cambiamento della legge elettorale, per cui le elezioni si potrebbero/dovrebbero svolgere con le regole vigenti del rosatellum.  Niente proporzionale, dunque, come vorrebbe Matteo Renzi e vorremmo anche noi “ DC non pentiti”, ma  sistema maggioritario con quote limitate proporzionali  e i croupier maggiori PD e Lega a dare le carte.

 

Noi “DC non pentiti” siamo stati e siamo tuttora convinti che il sistema più opportuno per l’Italia sia quello proporzionale alla tedesca, con sbarramento al 4%, premio di maggioranza alla coalizione vincente e introduzione della “sfiducia costruttiva”, quale antidoto al trasformismo e alle transumanze parlamentari.

 

Sappiamo, però, che non è interesse né della Lega, né del PD, un simile sistema e che, le divisioni all’interno del M5S anche su questo campo, non permetteranno di far passare il proporzionale.

 

Sono partito da questa premessa sulla legge elettorale, dato  che dipenderà proprio da essa se e come evolveranno le forze politiche, specie quelle in corso di scomposizione e ricomposizione, come quelle dell’area politica cattolico popolare.

 

Sono due le formazioni in corso di unione in quest’area: quella che punta all’avvio di una Federazione di Centro, partendo dal superamento della diaspora ex DC e quella che taluno ha voluto definire “ il partito cattolico” che si sta riunendo attorno al manifesto Zamagni.

 

Alla vigilia di una competizione elettorale anticipata sempre più probabile, corriamo dunque il rischio di ritrovare ancora quest’area divisa da una contrapposizione fondata su una sorta di idiosincrasia anti DC, di alcuni dei componenti più radicali interni al movimento che si muove attorno  al manifesto Zamagni.

 

Tutto bene per un manifesto di valori assolutamente condivisibile anche da parte di noi “ DC non pentiti”, mentre costatiamo che, come accadde alla vigilia delle ultime elezioni europee, “amici”, come Ivo Tarolli e Giancarlo Infante, continuano nella loro contrapposizione a tutto ciò che si collega alla storia e alla tradizione politica democratico cristiana che pur di quella tradizione sono stati esponenti non secondari nella prima repubblica.

 

Un atteggiamento miope di amici che, come Tarolli, hanno ricevuto molto dalla DC  e che, da ondivago inquieto ha fatto molte esperienze dopo il trascorso democratico cristiano. Nel caso di Infante, accanto a lunga e brillante carriera giornalistica,pesa, invece, un’ assai poco brillante esperienza di collaboratore di un DC molto discusso come Pino Pizza. Che poi Luciano Dellai, intervenendo su “ Il Domani d’Italia” nel dibattito sulle posizioni del cardinale Ruini e di Zamagni, quest’ultimo elevato  al ruolo di cardinale laico di Santa Romana Chiesa, scriva:” Tutto si può dire di questo Manifesto e soprattutto di come è stato maldestramente interpretato nelle prime uscite mediatiche, con l’idea che esso segni già la costituzione di un Partito, frutto di convergenze vecchio stile di spezzoni consunti e nostalgici di antica classe dirigente: se così fosse non avrebbe futuro.”, sembra veramente il caso del “bue che dà del cornuto all’asino”. Ma come? Lorenzo Dellai, già esponente storico della DC trentina, ex sindaco DC di Trento, presidente dell’Amministrazione provinciale trentina, insieme a qualche nostro amico veronese, già ministro della Prima Repubblica, oggi sostenitore del manifesto Zamagni, sarebbero “ i virgulti del nuovo che avanza” rispetto a noi “spezzoni consunti e nostalgici di antica classe dirigente”? Temo piuttosto che siano proprio alcuni di loro  dei “vecchi che avanzano” alla ricerca della perduta verginità politica e, dunque, proprio loro, autentica espressione di “spezzoni consunti e nostalgici di antica classe dirigente ? Varrebbe, dunque, solo per noi come colpa, quello che per loro sarebbe stata un’ innocente infantile esperienza? Totò esclamerebbe senza indugi col suo gesto irriverente: “ ma mi faccia il piacere!!”.

 

Quel che è grave è  che si tenderebbe a contrabbandare questa falsa contrapposizione come quella t